Odile Cornuz, “Fucile”

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24Heures et Tribune de Genève, Caroline Rieder, “Con il suo fucile, Odile Cornuz spara sull’amore”

QWERTZ, RTS Espace 2, Charlotte Frossard, “Il disfacimento della coppia decifrato da Odile Cornuz in ‘Fucile'”

Le Temps, Julien Burri, “‘Fucile’ di Odile Cornuz, la vita e la violenza raccontate attraverso gli oggetti”

Le Regard libre, Ivan Garcia, “Quando gli oggetti testimoniano una separazione”

Odile Cornuz
Fucile
Romanzo
Traduzione dal francese di Carlotta Bernardoni-Jaquinta

15×21 cm, 168 pp, Euro 18,00 (I)
ISBN 978-88-31285-40-7

Disponibile anche in versione digitale su più piattaforme.

Un fucile che incombe come una minaccia su una donna e un uomo incapaci di amarsi a lungo termine. Un barattolo di vetro in cui acchiappare qualche girino una domenica di primavera. Un paio di occhiali da sole e una bandana per un travestimento canino. Questi e altri oggetti – una moneta, un berretto, un monopattino, una pala, un guinzaglio… ma anche un filodendro e una trappola per topi – costituiscono la struttura dell’originale romanzo di Odile Cornuz che esplora le dinamiche e i segreti di una famiglia al ritmo dei ricordi, un episodio dopo l’altro.

Con uno stile sobrio, intenso e pungente, Odile Cornuz sonda gli impenetrabili misteri della separazione amorosa, mettendo la materia al servizio della memoria.


Servizio televisivo dedicato a “Fucile” di Odile Cornuz.

© Turné, Radiotelevisione svizzera LA1, 24.02.2024. Servizio televisivo a cura di Lisa Mangili. Riprese Paride Dedini. “Per gentile autorizzazione della RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana.”


ESTRATTO

Lui l’aveva osservata. Mentre puliva il parabrezza, la donna parlava. Lui teneva il mento appoggiato alle mani, in cima al manico. L’aveva squadrata per un minuto. Un minuto è lungo quando uno guarda senza fare niente mentre l’altro lavora. Aveva aspettato che lei finisse di liberare tutti i vetri, che si avvicinasse al bagagliaio, che riapparisse nel suo campo visivo; la sua traiettoria. Lei continuava a parlare. Non lo guardava. Si stava inasprendo. Era stanca. Lui aveva preso la pala. L’aveva lanciata al volo. Non gli era scivolata dalle mani. Aveva mirato la donna con tutte le sue forze. Lei aveva avuto un riflesso. Una cosa di sopravvivenza. Cadde in ginocchio; il rumore morbido, assordante, dietro di lei.
Si guardarono. Avevano raggiunto un tasso di odio troppo elevato per ritrovare l’uso della parola. La cosa durò per qualche centimetro di neve, uno strato di oblio. Non si erano mossi, non una parola. Poi lui mosse il braccio destro, probabilmente per aiutarla a rialzarsi, perché lei era ancora prostrata. La donna ebbe paura, a scoppio ritardato, una paura infinita. Strisciò nella neve poi si tirò su. Inciampò poi si mise a correre con tutte le sue forze verso casa. Ci si chiuse dentro. Lui si mise al volante, fece scaldare la macchina e partì, pattinando sul ghiaccio. Lei avrebbe voluto che crepasse, lì – almeno avrebbe ricevuto una rendita per vedove.


Odile Cornuz, poeta e scrittrice svizzera di lingua francese, esplora la scrittura in varie forme – radiofonica, teatrale, narrativa, performativa, analitica – e partecipa a letture interattive (Bal littéraire, Jukebox littéraire).
Fino a oggi ha pubblicato Ma ralentie (2018), Pourquoi veux-tu que ça rime? (2014) e Biseaux (2009) per le éditions d’autre part, così come Terminus et Onze voix de plus (2013) per L’Âge d’Homme.
Fusil (Fucile), il suo primo romanzo, è uscito nel 2022 per le éditions d’en bas.


Carlotta Bernardoni-Jaquinta si è laureata in letteratura francese e lingua e letteratura russa all’Università di Losanna, specializzandosi in letteratura comparata e traduzione letteraria. Traduttrice e moderatrice, collabora con diverse manifestazioni e istituzioni culturali.


RECENSIONI / SEGNALAZIONI

© Viceversa letteratura, 21.05.2024

Intervista a Carlotta Bernardoni-Jaquinta, traduttrice di “Fucile” di Odile Cornuz
di Valeria Versari

In questa intervista, Carlotta Bernardoni-Jaquinta ci conduce lungo il percorso di traduzione del romanzo Fusil di Odile Cornuz. Sottolinea la maestria con cui Cornuz affronta il delicato tema della violenza psicologica, attraverso un linguaggio sottile che suggerisce piuttosto che descrivere apertamente, e che evolve insieme alla relazione dei due personaggi principali. La traduttrice racconta così le difficoltà incontrate per mantenere questa sottigliezza, e alcune sfide legate alle scelte di Cornuz, come l’uso di disegni di oggetti come titoli dei capitoli, e la scelta di mantenere anonimi nomi e luoghi nel romanzo, evidenziando l’universalità di Fucile.

Fusil è il primo romanzo di Odile Cornuz, che ha già pubblicato raccolte di racconti e testi in prosa. Che cosa ti ha portata a volerlo tradurre? C’è qualcosa che ti piace particolarmente della sua scrittura?
In generale della scrittura di Odile Cornuz apprezzo molto che sia così vicina al “reale” – e con reale intendo realmente in uso –, che cerchi di riprodurre, esplorando le diverse proprietà linguistiche, qualcosa di vivo. E lo fa passando proprio da elementi molto concreti, tangibili, che attivano tutti i sensi. La lingua diventa un materiale vero e proprio, da modellare.
Di Fusil in particolare mi è piaciuto molto lo stile. Da un lato appunto questa lingua viva, legata all’oralità e a un uso del linguaggio che potremmo definire spontaneo, dall’altro delle immagini forti, profonde, che aprono delle brecce in questa spontaneità, nella vita di tutti i giorni, e si staccano dalle pagine per aprire mondi più astratti, interiori. Il dialogo fra queste due dimensioni – il quotidiano e una sorta di altrove – mi attrae molto. Trovo interessante anche la struttura del romanzo, con le illustrazioni degli oggetti che fungono da titolo ai capitoli, proprio per il suo mettere in primo piano la materia, le cose, nella loro accezione più grezza, più terrena, e in quella più metaforica che rimanda ad altro, che porta con sé delle storie.

Fusil parla di un tema molto delicato: la violenza psicologica in una relazione tossica. Che cosa ti ha colpita del modo in cui Cornuz tratta questi temi e come hai affrontato la sfida di tradurli?
Odile Cornuz riesce a parlare della violenza psicologica in modo molto sottile, la suggerisce quasi tramite le sfumature del linguaggio – come dicevo prima –, tramite i silenzi che pesano, fanno da cassa di risonanza, tramite gli oggetti che portano dentro di sé il ricordo dell’aggressione e dell’oppressione e tramite scene di vita quotidiana che a un primo sguardo appaiono famigliari a tutti e tutte. Proprio come i personaggi, anche chi legge rischia di ritrovarsi intrappolato nella violenza quasi senza rendersene conto, finché non diventa lampante e allora tutto quanto venuto prima prende un’accezione diversa. Questo aspetto è stato molto delicato da tradurre proprio perché dovevo stare attenta a non rendere esplicito questo meccanismo e perché dovevo lasciare degli anfratti, delle crepe, per dare alla violenza lo spazio di infiltrarsi piano piano, ma con solidità.

Sebbene si scopra già nel prologo che la storia d’amore non avrà un lieto fine, l’atmosfera attraverso il romanzo cambia gradualmente insieme al rapporto tra i due protagonisti, portando il lettore a percepire lo stato di tensione sempre più alto all’interno della coppia e a ritrovarsi a sua volta “intrappolato nella violenza”, come hai detto tu. Come viene resa e accentuata stilisticamente questa evoluzione, e come l’hai affrontata nella traduzione?
Secondo me Odile Cornuz in questo romanzo riesce a trasmettere la tensione emotiva rappresentata dal fucile del titolo proprio tramite il linguaggio. Tramite quello che viene detto e come viene detto. E soprattutto tramite quello che viene taciuto. A mio parere il crescendo – che naturalmente va di pari passo con lo svolgersi della vicenda – è sostenuto quasi più dal tono dei personaggi, in particolar modo da quello del personaggio maschile, che non dagli eventi in sé. Sappiamo fin dalle prime pagine che la relazione va a finire male, ma addentrandoci nel libro ci addentriamo fra le righe di questa relazione, ne capiamo i meccanismi, staniamo “la polvere che si deposita a caso” – per riprendere un’immagine del libro – bloccando gli ingranaggi, ed è che la tensione diventa sempre più palpabile. Come dicevo prima, ho cercato di fare attenzione a calibrare bene il tono utilizzato dai personaggi, a volte a livello lessicale, altre a livello sintattico. Anche curare la “tempistica” delle immagini più profonde, quelle quasi astratte e in rilievo di cui parlavo in apertura, è secondo me un aspetto importante rispetto a questa tensione. Ho cercato quindi di fare particolarmente attenzione anche alle parti che precedevano queste immagini per darle il rilievo che richiedevano e accentuare così il momento di tensione.

Hai tradotto un altro romanzo, La Moglie di Anne-Sophie Subilia, sempre per Gabriele Capelli Editore (2023), che affronta anche in qualche modo il tema di un rapporto di coppia che si incrina nel tempo. In che modo l’esperienza acquisita da quel lavoro ti ha aiutata nell’affrontare questa nuova sfida?
I personaggi coinvolti in queste due relazioni sono molto diversi, lo sono anche il tipo di relazione, il contesto e lo stile delle due autrici. Credo però che essere passata dalla traduzione di L’Epouse mi abbia permesso di affinare lo sguardo sulla questione della prospettiva e in generale di essere più consapevole rispetto al mio ruolo di traduttrice. Per fare un esempio, credo che avrei fatto più fatica a “dare la parola” al personaggio maschile di Fucile – dov’era necessario osare di più, sotto certi aspetti – se fossi stata alla mia prima traduzione.

I capitoli di Fusil sono presentati non attraverso dei titoli ma attraverso dei disegni di oggetti quotidiani, che sono associati a determinati ricordi legati alla relazione dei due protagonisti. Hai incontrato delle difficoltà specifiche nel rendere alcuni concetti in italiano? Se sì, quali?
Ricordo di avere avuto qualche dubbio sulla traduzione di «Terrain vague», diventato poi «terreno incolto». Il termine in francese viene spesso ripreso tale e quale – perlomeno nel linguaggio tecnico – anche in italiano. In questo caso però faceva riferimento a un contesto particolare descritto nel capitolo ed era quindi necessario trovare un’espressione più ampia che rimandasse allo stesso ambiente ma funzionasse anche come titolo isolato dal testo all’interno del sommario. (Per stemperare il riferimento all’ambito agricolo – qui si parla esplicitamente di un terreno di un centro abitato – all’interno del testo ho specificato: «terreno incolto fra gli stabili»).
La difficoltà più grande è stata però non tanto la traduzione dei titoli quanto di un capitolo intero (“Dizionario”) in cui vengono citate le definizioni di alcuni termini di argot legati alla sessualità. Odile Cornuz ha ripreso delle definizioni di un dizionario realmente esistente – il Dictionnaire de l’argot moderne, stampato nel 1953 – per il quale naturalmente non esiste un corrispettivo esatto in italiano. Ho dunque dovuto inventare le espressioni e le definizioni, in parte consultando dizionari simili italiani, cercando di riprodurre lo stesso effetto di lettura, sia dal punto di vista semantico – si fa spesso riferimento, per esempio, all’ambito culinario e la bambina consulta il dizionario in cucina –, che ritmico.

Nel romanzo di Cornuz, nomi, persone e luoghi rimangono sempre anonimi e vaghi, forse per enfatizzare l’universalità della storia che vuole raccontare. Come hai interpretato e gestito questa caratteristica?
Sono d’accordo, credo che la scelta di rendere questi personaggi e queste situazioni quasi dei “tipi” risulti dal desiderio di rendere più facile l’immedesimazione con i personaggi. Quasi come a voler mettere le lettrici e i lettori di fronte a un ipotetico specchio. Benché l’ambientazione rimanga vaga, ci sono comunque dei riferimenti a un’epoca e una regione linguistica (delle serie tv per esempio) che rimandano abbastanza chiaramente alla Svizzera francese di fine anni ’80-inizio anni ’90. Alcuni – come la citazione di un verso di una canzone in voga all’epoca – mi è sembrato necessario esplicitarli per i lettori italofoni che altrimenti avrebbero perso il riferimento («…e le dicesse che era una persona formidabile, o semplicemente una brava persona, come nella canzone di Enzo Enzo» // «…lui dise qu’elle était une personne formidable, ou juste quelqu’un de bien, comme dans la chanson»).

È da poco uscito un secondo romanzo di Cornuz, Qui n’est plus. Lo hai già letto? E se sì, ti piacerebbe tradurlo?
Non lo ho ancora letto, ma lo farò presto. Sono molto curiosa di scoprire come Odile abbia affrontato il tema della morte e della rivelazione di sé, soprattutto dal punto di vista linguistico, proprio per il rapporto che l’autrice ha con la lingua, materia per lei viva e duttile.

Link: Viceversa


© Mangialibri

Fucile
Autore Odile Cornuz
Traduzione di Carlotta Bernardoni-Jaquinta
Genere Romanzo
Editore Gabriele Capelli Editore 2024
3/3
Articolo di Paola Clerico

Il fucile, alla fine della telefonata troncata brutalmente e volontariamente prima che la suoneria riecheggiasse e della richiesta di non chiamare più. Stupore per il suono di una voce che non sente da vent’anni, i pensieri che accelerano nel richiamare alla memoria qualcosa che era stato sepolto in fondo alla coscienza. Apre la finestra, l’aria fredda districa i ricordi di vent’anni prima. Camminano nel bosco mano nella mano e schiacciano foglie che scricchiolano sotto i passi, il cane che scodinzola ed esplora, la bambina allegra che osserva i girini nello stagno e ne mette qualcuno in un barattolo. Fanno uno spuntino con pane e formaggio e col tè del thermos, seduti su un tronco ricoperto di muschio. Le chiede di sposarlo, così, inaspettatamente. Due tele che non sono più immacolate ma già parzialmente disegnate che stanno bene insieme. Troppo freddo dentro la sua scorza di ghiaccio, per lasciarsi andare. Tutto è partito da uno sfioramento di gambe sotto al tavolo, una mano sulla coscia che poi sale, insinua dita sotto l’elastico e appesantisce i respiri, fino al materasso per sfilare pantaloni e poi gli slip, abbandonati al piacere. Poi la porta d’ingresso si chiude e la bambina grida la sua presenza prima di accendersi la tv, cogliendoli ancora scossi…

Primo romanzo dell’autrice svizzera, che si avventura in un genere nuovo con un tema intenso e molto attuale: Odile Cornuz ci regala un’opera vibrante e dalla potente carica emotiva, con uno stile essenziale, quasi minimalista, così come lo sono i disegni di oggetti quotidiani che introducono ogni capitolo e che a esso sono strettamente legati: stilizzati in pochi tratti nudi, semplici ma efficaci perché diretti come la prosa che anticipano. Un romanzo a episodi, uniti in un continuum: momenti diversi nella narrazione spostano il focus tra i personaggi sondando il punto di vista e l’emotività dei due personaggi femminili e fornendo chiavi interpretative diverse. La narrazione lenta rende la prosa poco scorrevole e a tratti un poco ostica, almeno all’inizio, tanto che non è facile, subito, entrare nel meccanismo narrativo: senza colpi di scena, procede indolente come se volesse prenderla “alla larga”. L’atteggiamento dell’uomo è un crescendo di ostilità, dai segnali di allarme occultati e difficili da riconoscere a esplicite manifestazioni di violenza psicologica e maltrattamento, si costruisce e monta un brano dopo l’altro: però resta monco, ci si aspetta qualcosa che non arriva, lasciandolo sospeso. Non ci sono nomi propri e anche i riferimenti spazio/tempo sono pochi: come affermato dall’autrice nell’intervista a Mangialibri è un modo per lasciare al lettore lo spazio di riconoscersi o identificare elementi familiari. È un’opera molto riflessiva, quasi introspettiva: la Cornuz ha infatti dichiarato nella stessa intervista, che sentiva il bisogno di parlare dell’argomento, che va affrontato da più prospettive, in modo da saperlo riconoscere. Il titolo stesso ha un significato evocativo: letale se maneggiato senza cura o con intenzione, esattamente come le parole.

INTERVISTA A ODILE CORNUZ
Di Paola Clerico

Odile Cornuz, svizzera francofona, ha all’attivo una florida produzione, scrive testi teatrali e radiofonici, ma non solo: nel 2013 con il musicista Maurizio Peretti realizza Biseaux reloaded, un’esperienza poetica e sonora, propone letture dei suoi testi e partecipa a diversi progetti di letture interattive. Nel 2022 esce il suo primo romanzo, tradotto e pubblicato in Italia nel 2024 da Gabriele Capelli. Nel 2023 ha fatto parte della selezione del Prix des lecteurs de la Ville de Lausanne. L’abbiamo intervistata per Mangialibri: ecco come ha risposto alle nostre domande.

Un argomento di grande attualità ma anche profondo: perché questa scelta per il tuo primo romanzo, Fucile? C’è qualcosa di personale, di intimo, che sentivi il bisogno di trasmettere al lettore? Ci sono elementi autobiografici?
Nell’ambito delle relazioni umane, l’oppressione psicologica e il subdolo insinuarsi della violenza nelle coppie è un tema che desideravo affrontare da tempo. Senza essere autobiografico, il romanzo è alimentato da osservazioni personali, tristemente comuni. A mio parere, il primo segnale di questa violenza psicologica si manifesta nel linguaggio, un argomento che ovviamente mi tocca profondamente. Spesso le persone si parlano male. Alcune persone umiliano il partner in pubblico e sembrano addirittura trarne piacere. Per me questo è un campanello d’allarme da prendere molto sul serio, come primo passo verso altre forme di maltrattamento. Per questo motivo ho lavorato su questo romanzo accumulando indizi, con piccole allusioni per segnalare che le fasi di deterioramento di una relazione potrebbero non essere percepibili dalle persone coinvolte, come una trappola invisibile. L’essere umano ha una grande capacità di adattamento: volevo mostrare questa “cecità”, esplorarne l’entità, ma anche dare spazio alla lucidità. Bisogna parlare di questo argomento e affrontarlo attraverso varie espressioni artistiche, affinché diventi riconoscibile, per poterlo affrontare nella vita reale, magari dopo averlo identificato nello specchio di un libro.

Che effetto fa uscire dalla tua zona di comfort con un genere che non avevi mai affrontato prima? E soprattutto con un tema così intenso?
Fucile è effettivamente il mio primo romanzo. Per scriverlo, ho sfruttato la mia esperienza nel dialogo affinata dalla scrittura per il teatro o la radio, ad esempio, ma anche una sorta di densità poetica praticata in altri testi. Immergermi in un impulso narrativo più forte è stato più un piacere che un disagio, specialmente scegliendo di basarmi su oggetti il cui aspetto concreto mi ha permesso di affrontare l’intensità della materia, credo. È stato un modo per attraversare questo romanzo con riferimenti semplici, quotidiani, che ho voluto mantenere visibili nella composizione finale, con questi disegni estremamente sobri: pochi tratti evocativi. Quando si manipolano gli oggetti, si è in grado di soppesarli, di parlarne, piuttosto che non sapere quali sensazioni o sentimenti astratti o poco percepibili afferrare. Infine, è anche un romanzo in cui soprattutto la donna – ma anche la figlia – diventano oggetti che l’uomo maltratta. Volevo mostrare il loro percorso e la capacità di riprendersi i loro diritti come soggetti a tutti gli effetti. Questa possibilità di sfuggire a una situazione di maltrattamento, di reagire, di uscirne è anche una delle aperture del libro.

I personaggi non hanno nomi e i riferimenti spazio-temporali sono molto rari: perché hai scelto l’anonimato?
Secondo me non si tratta di anonimato. Dare un nome ai personaggi non mi è sembrato necessario. Forse sarebbe stato definirli troppo chiaramente “oggetti”, così invece rimangono più delle categorie in cui ognuno può riconoscersi o ritrovare elementi familiari.

Lo stile è molto particolare, minimalista, sobrio ma evocativo: ti sei ispirata a un autore in particolare? Quali sono, in genere, i tuoi autori-guida?
Opto sempre per la densità di espressione: preferisco evocare più che spiegare. È una preferenza sia come autrice che come lettrice. Quando finisce il mio ruolo nell’interpretazione, mi annoio. Tra gli autori e le autrici che mi accompagnano da tempo, menzionerei Virginia Woolf per il gioco dei punti di vista, Marguerite Yourcenar per il respiro narrativo, Georges Perros o Richard Brautigan per la poesia. Tutti hanno un acuto senso della lingua che mi incanta. Aggiungerei che dopo aver scritto Fucile ho letto Alice Ceresa, con cui mi sono sentita in sintonia.

Hai già pianificato un nuovo progetto? Ci sono idee in fase di sviluppo?
Sì, i progetti si susseguono! Il mio secondo romanzo verrà pubblicato nell’aprile del 2024 da La Veilleuse, un editore di Losanna. Si intitola Qui n’est plus ed esplora il lutto di un giovane che veglia il corpo del padre per tutta una notte, raccontandogli ciò che della sua vita non gli aveva mai rivelato. La Veilleuse pubblicherà anche in versione tascabile ampliata il mio primo libro, Terminus, composto da quarantacinque monologhi radiofonici, ciascuno con un personaggio diverso. Nel 2025 parteciperò a un progetto teatrale nella città di La Chaux-de-Fonds, sul tema dell’urbanistica orologiera. Inoltre, sto lavorando al mio terzo romanzo, il cui titolo non è ancora stato scelto e la data di pubblicazione è ancora da determinare.

Hai un altro testo da consigliarci su questo argomento?
L’amore e le foreste di Eric Reinhardt, pubblicato nel 2014, è un romanzo potente che tratta questo argomento. Inoltre, c’è l’adattamento cinematografico omonimo, diretto da Valérie Donzelli con Virginie Efira e Melvil Poupaud nei ruoli della coppia, uscito nel 2023. È una storia intensa, ben scritta ma anche ben realizzata cinematograficamente.

Link: Mangialibri


Alice – RSI RETE DUE
Soletta Poliglotta
La scrittura e la sua relazione con la madrelingua discussa con quattro ospiti del festival
Di: Massimo Zenari

Carlotta Bernardoni-Jaquinta risponde alle domande di Massimo Zenari e legge un estratto dal romanzo di Odile Cornuz “Fucile”.


Internazionale, 05.04.2024

Segnalazione del romanzo “Fucile” di Odile Cornuz su Internazionale


Radio Città Fujiko – Breakfast Club VoltiamoPagina, 03.04.2024

Silvia Albertazzi parla di “Fucile”.

Libri presentati in questa puntata:
Odile Cornuz “Fucile” Gabriele Capeli Editore
Paul Lynch “Il canto del profeta” 66thand2nd
In collaborazione con Libreria Ubik
In studio: William Piana, Silvia Albertazzi


Radio Lombardia, 14.30 – 02.04.2024

La traduttrice Carlotta Bernardoni-Jaquinta descrive “Fucile” di Odile Cornuz su Radio Lombardia.

Link: Radio Lombardia


© Il Venerdì di Repubblica, 29.03.2024

Segnalazione del romanzo “Fucile” di Odile Cornuz.


© Ticino Magazine, 04-05/24

“Fucile” di Odile Cornuz
La violenza psicologica all’interno di una relazione


© Modulazioni Temporali, 19.03.2024

“Fucile”, un messaggio alle donne
By Laura Franchi

“Fucile” (Gabriele Capelli Editore, pp. 166, Euro 18,00) è il primo romanzo di Odile Cornuz, poeta e scrittrice svizzera di lingua francese, che esplora la scrittura in varie forme – radiofonica, teatrale, narrativa, performativa, analitica.

“Stava lì nella sua storia, nella sua vita – ma non era in alcun modo più lì per quell’uomo. (…) Quand’è che finisce? Come si fa a sapere quando finisce? Tutto ciò che è stato lanciato nello spazio e che sembra un legame fra due esseri. Tesse fili. Si aggroviglia. Eccome se si aggroviglia! E bisognerebbe passare la vita a districarli? O perlomeno la parte che viene dopo? Quella che segue il momento in cui i gomitoli se ne stanno lì tutti incasinati? Riprendere il filo, sì.”

La storia di una coppia. Una donna separata e con una figlia piccola, si sposa con un nuovo compagno e prova a vivere una relazione duratura. Gli inizi spensierati, di passione, lui accetta la bambina, le giornate nella natura, piccole gite, scelte lavorative. Una coppia in mezzo a tante. Eppure già l’incipit del libro, che parte dalla fine della storia, ci fa capire che qualcosa non va. E in effetti, tra i pezzi di normalità emergono anche le esplosioni di rabbia dell’uomo, la sua gelosia, le minacce neppure troppo velate. L’amore piano piano scompare, lasciando posto all’amarezza prima, alla consapevolezza poi.

Siamo nella Svizzera francese dei primi anni ’90, ma potremmo essere ovunque e in qualunque tempo. Mancano riferimenti spazio-temporali precisi per rendere la storia di questa coppia quella di tutte le coppie. I personaggi non hanno nomi per lo stesso motivo, li conosciamo tramite i loro pensieri, i loro ricordi, le azioni. Si procede per episodi, e ogni episodio è caratterizzato da uno specifico oggetto, che ha un valore emblematico e ci racconta qualcosa di chi abbiamo davanti. Un vasetto che segna la nascita dell’unione tra l’uomo e la donna; due bracciali per il loro matrimonio; una pattumiera per il disprezzo che si crea tra l’uomo e la bambina, sempre più verso l’adolescenza; il fucile che, a differenza degli altri oggetti, riemerge con costanza lungo tutto il racconto, metafora di una violenza latente sempre sul punto di esplodere.

“Considerava la sua vita come un patchwork rattoppato. Si chiedeva cosa ne costituisse il principio, il cuore, lo scheletro. Si interrogava sulla primavera, su quello che ritorna, quello che cresce accanto al marcio.”

La Cornuz ci racconta una storia di consapevolezza. Madre e figlia, che sperimentano la crudeltà, prendono coscienza di non aver scelto davvero quell’uomo. Se ne sono fatte ammaliare, hanno ceduto a una scelta unilaterale. Per non cedere alla nostalgia, per lasciarsi il finito alle spalle, per fermarsi scegliendo un luogo, per piantare un albero e osservarlo crescere. In cerca di bellezza e solidità. Il racconto, questo della Cornuz, anche di scelte che si fanno per compiacere gli altri, per rassicurarli.

“Cos’aveva a che fare quello con l’amore? C’era davvero bisogno di rompere qualcosa? Dovevano urlarsi contro per delle cavolate, umiliarsi per i dettagli, dimenticare che gli insulti lasciano sempre delle tracce?”

Traccia dopo traccia, la Cornuz ci porta verso la liberazione, senza giudizio, solo con un monito perché i parassiti sono difficili da identificare, puntano sul fascino e sul fatto che siamo curiosi, ci piace esplorare, darci una possibilità.

“Rischi addirittura di non renderti conto che ti sei fatta acchiappare, che la prossima tappa punta all’assorbimento e che dopo non sarai altro che una carcassa vuota (…) Dunque: allenarti, allenarti e allenarti ancora – perché il destino di carcassa abbandonata non lo auguri a nessuno.”

Link: Modulazioni Temporali


© Convenzionali

Libri

“Fucile”
di Gabriele Ottaviani

Fucile. Delicato, intenso, intelligente, profondo, doloroso, straziante, destabilizzante, stimolante, ricco di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, scritto con una lingua scabra che avvince, convince e conquista, il libro di Odile Cornuz per Gabriele Capelli editore (traduzione di Carlotta Bernardoni-Jaquinta) è un racconto mai banale di una relazione tossica, con tutto quel che ne consegue, indagata con acume e originalità di sguardo.
Da leggere.

Link: convenzionali


© Pensieri Accesi, 05.03.2024

FUCILE di Odile Cornuz
di Paola Blandi

Odile Cornuz, poetessa svizzera, esordisce nella narrativa con un romanzo strutturato in brevi capitoli preceduti da disegni stilizzati di oggetti di uso quotidiano che insieme a una scrittura essenziale e intensa costituiscono le tracce di una storia che si fa intuire più che raccontarsi, volutamente vaga ma altrettanto concreta nei sentimenti che racconta: l’amore, lo sfaldamento della coppia e la violenza psicologica dell'”altra metà” che non accetta la fine.

I protagonisti sono un uomo, una donna e una bambina (figlia di lei). A quanto si intuisce c’è stato un tempo in cui lei, disillusa dalle esperienze precedenti, con una figlia da crescere, non pensava di poter tornare ad amare. Lui, più vecchio, insegnante, pescatore, appassionato lettore de “Il vecchio e il mare” l’ha avvolta nella sua seduzione convincendola a sposarlo (al posto delle fedi si sono scambiati due braccialetti di avorio che poi verranno abbandonati sui rispettivi comodini). Travolta da quella inaspettata fiamma lei e la bambina si sono accomodate in una vita anche economicamente più agevole. Ma l’amore, ci ricorda l’Autrice, raramente resiste alla noia dell’abitudine e a un certo punto finisce e quelle due metà che sembravano completarsi, si scoprono diverse. Ma se la donna si interroga e cerca il dialogo, l’uomo segue la strada della negazione prima e poi della prevaricazione: una violenza sottile fatta di parole e comportamenti meschini che distruggono la stima e la dignità di quella donna. Coinvolgendo anche la bambina, che egli arriva – apparentemente per scherzo – a chiamare “Ochsner”, pattumiera.

E se la donna cerca il riscatto da una relazione ormai tossica e rimpiange di essersi fatta avvolgere da quell’abbraccio, piegandosi al volere dei suoi genitori che la volevano sistemata, la bambina, che tace ma tutto osserva, giudica il mondo degli adulti e si domanda “Com’era che ognuno veniva intrappolato in una rete che non aveva scelto? La cosa poteva cambiare?”

Un libro nel quale le parole evocano sentimenti e l’essenzialità aggiunge potenza, un breve romanzo minimalista, potente e letale. Come il fucile che dà il titolo al breve romanzo ed è sempre lì, pronto a sparare, anche se riposto in un armadio.

Odile Cornuz – Fucile – Capelli Editore – traduzione dal francese di Carlotta Bernardoni-Jaquinta

Link: pensieriaccesi


Cooperazione, 05.03.2024

FUCILE di Odile Cornuz


Servizio televisivo dedicato a “Fucile” di Odile Cornuz.

© Turné, Radiotelevisione svizzera LA1, 24.02.2024. Servizio televisivo a cura di Lisa Mangili. Riprese Paride Dedini. “Per gentile autorizzazione della RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana.”

© LuciaLibri,26.02.2024

Letture
Odile Cornuz, anatomia di una violenza psicologica
di Simone Bachechi

“Fucile” è il primo romanzo della poetessa svizzera Odile Cornuz. La protagonista è al secondo matrimonio, ma presto la passione cede al passo all’abitudine: tra cuori vulnerabili e relazioni tossiche, si corre verso un finale lirico e liberatorio…

Leggendo Fucile (166 pagine, 18 euro), Gabriele Capelli editore, l’esordio al romanzo di Odile Cornuz, poetessa e scrittrice svizzera di lingua francese, uscito oggi, può anche venire in mente la celebre frase presa da uno dei capolavori di Tolstoj, Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, benché ciò che racchiude tale iconico assunto non sia che una delle chiavi di lettura del volume.

Universalità

Lo sfondo è un’anonima località svizzera in un non meglio specificato anno della fine del secolo scorso. Ai protagonisti non è attribuito volutamente un nome ma sono semplicemente contrassegnati come “l’uomo”, “la donna”, “la bambina”, quasi a voler denotare simbolicamente l’universalità di una storia nella quale ognuno, almeno in parte, si possa rispecchiare.

La storia parla di una donna la quale dopo la fine del matrimonio da cui è nata “la bambina”, e del quale si intuiscono i dettagli nel capitolo iniziale (prologo) instaura una relazione con un altro uomo dal quale scaturirà un nuovo matrimonio. La vita della nuova famiglia scorre negli anni in una placida quotidianità segnata da gesti e eventi abitudinari come un picnic nel bosco, una nuova casa come territorio di una nuova vita e nuovi orizzonti, mentre il passato affiora a sprazzi, come il futuro con le sue promesse e i suoi foschi presagi. I rituali domestici, i giochi con il cane, le cene, i silenzi, la routine e le serate sul divano davanti alla televisione segnano il passaggio dalla passione iniziale all’abitudine, con una tensione strisciante che sfocia nell’esplosione della crisi, in una sorta di coazione a ripetere, quasi a voler dire che le cose che ci facevano stare bene sono destinate a diventare irrimediabilmente la copia originale di quelle che ci facevano stare male.

Capitoli come vasi comunicanti

Originale è la struttura del romanzo, con il suo approccio quasi minimalista. Sono trenta brevi capitoli preceduti da un prologo e seguiti da un epilogo, ognuno dei quali è contrassegnato da un disegno stilizzato che rappresenta gli oggetti del quale nell’indice è specificato il significato. I capitoli sono vasi comunicanti nel quale sono gli oggetti a dettare il ritmo del racconto e a comunicare gli stati d’animo e l’evoluzione dei personaggi e della narrazione. Gli episodi dei singoli capitoli si legano emblematicamente agli oggetti che li contraddistinguono: un vasetto dove la bambina mette dei girini segna l’inizio della storia di amore tra l’uomo e la donna, il taglio di un nastro da sarto segna l’auspicato inizio di un percorso di emancipazione della donna, una semplice moneta che l’uomo chiede alla donna per il caffè costituisce l’inizio della deflagrazione del rapporto tra i due e allo stesso tempo segna una presa di consapevolezza da parte della bambina : “la bambina non capiva meglio il mondo, ma affinava il suo senso della minaccia”. Un monopattino distrutto in tal senso diventa emblematico, come il guinzaglio del cane nel cui capitolo si esplicita l’evolversi drammatico e doloroso della relazione tra l’uomo e la donna, simbolizzato del resto dal fucile di cui al titolo che fa la comparsa all’inizio e alla fine del romanzo, la cui minacciosa presenza è funzionale allo svolgersi delle vicende. Oggetti come materia grezza che diventano significativi e punto di partenza per la costruzione dei capitoli, dei personaggi e di una vicenda che è una storia di violenza psicologica in seno a una famiglia, una sottile tensione che progressivamente si trasforma prima in disagio nella donna e nella bambina per la subdola sopraffazione dell’uomo nei loro confronti e poi in paura per il timore di una violenza pronta a esplodere.

Minima commedia familiare

Sono questi gli effetti della ricerca di un amore riparatore da parte della donna, “un amore piatto”. La lettura di lui di Il vecchio e il mare di Hemingway durante una vacanza, le reiterate domande sul dove andare in vacanza, che musica mettere, le banali liti per una moneta per il caffè mentre la bambina osserva quello strano mondo degli adulti e i rimproveri impliciti del narratore onnisciente danno un connotato cronachistico a questa minima commedia familiare: “Erano così pallose le vacanze in famiglia” e lei (la donna ndr) “Aveva davvero scelto quell’uomo? Più che altro, per finire, era stato lui a sceglierla. Lei ormai a quella danza della seduzione, all’amore chiaro e semplice, aveva smesso di crederci”. Lui aveva semplicemente aperto una breccia nel suo cuore vulnerabile e lei in qualche modo aveva acconsentito a quell’unione per rassicurare i propri genitori. La passione sembra così lontana da queste latitudini. Questo sconsolante mondo degli adulti nella sequenza dei capitoli-oggetto è spesso rappresentato tramite lo sguardo della bambina che intanto sta diventando un’adolescente e la quale si domanda se gli uomini siano tutti così, rivolgendo delle interrogazioni alla scultura tribale appesa nella sua cameretta che assume in uno dei brevi capitoli la funzione di sua amica immaginaria, e alla quale chiede di portarla via da lì.

Presa di coscienza

Lo sguardo delle donne, sia esso quello di una donna ormai adulta in cerca di riscatto e affrancamento da una relazione tossica, sia quello di una bambina che si affaccia al mondo e alle storture della vita dei grandi è uno dei dati più caratteristici del romanzo della Cornuz, nel quale può irrompere anche il grottesco, come accade con il ritrovamento di un Dizionario delle espressioni gergali e colloquiali da parte della bambina, la quale da quei termini nuovi e fantasiosi scoprirà che “c’era di che vivere e c’erano parole per dirlo”, o con l’uccello morto trovato nel congelatore che non rappresenta che un’ulteriore metafora di quel vago senso di minaccia esemplificato dal fucile di cui al titolo. La minaccia dell’arma, retaggio di un passato che la donna pensava per sempre cancellato va di pari passo con le sue ansie, le incertezze, con le oscure sensazioni e le sue domande su quella relazione malata, con la progressiva consapevolezza che quell’uomo con “la tecnica del parassita” (molto bello uno dei brani finali nel quale ciò viene esplicato) la stesse ingabbiando, e con il suo stesso stupore nello scoprire come avesse potuto accadere “che quell’uomo avesse potuto coincidere con il corpo che si trovava due piani più su, calato nel divano di pelle davanti al televisore, era sintomo di un angolo morto sensoriale”, fino a una sua decisa e coraggiosa presa di coscienza per un finale lirico e liberatorio nel quale quel fucile ritorna protagonista, seppure in un modo non funzionale alla sua essenza, questa volta a sancire lo scacco alla violenza e alla sopraffazione, regalando un messaggio di speranza, resistenza e liberazione quale è questo breve e sorprendente romanzo di Odile Cornuz.

Link: LuciaLibri


© La Lettrice Assorta, 26.02.2024

IL FUCILE DI ODILE CORNUZ

In libreria da oggi c’è FUCILE, il romanzo d’esordio di Odile Cornuz, una lettura quantomai attuale per le tematiche trattate.

“Quand’è che finisce? Come si fa a sapere quando finisce? Tutto ciò che è stato lanciato nello spazio e che sembra un legame fra due esseri. Tesse fili. Si aggroviglia. E come si aggroviglia!”

Il libro racconta una forma di violenza sottile e malvagia, che non lascia segni sulla pelle, ma profonde ferite nella psiche: un maltrattamento che ha come elemento distintivo un meccanismo di sopraffazione che con il tempo mina il valore personale, il senso di identità, la dignità e l’autostima.

I protagonisti di FUCILE sono un uomo, una donna e una bambina; non hanno un nome e pochi sono i riferimenti spazio-temporali: tempo e luogo non sono importanti ai fini della trama, quello che conta è il significato simbolico.

La narrazione è delicata, scandita da vari episodi con protagonisti alcuni oggetti collegati ad eventi significativi, per esempio un barattolo, un libro, una gabbietta, uno straccio.

La quotidianità di una famiglia si colora di tinte fosche. Una bambina si interroga sulla sua realtà:

“La piccola avrebbe voluto, che quel posto assomigliasse di più al suo mondo interiore. Si chiedeva se anche gli altri ci pensassero, ogni tanto. Si chiedeva se avessero un giudizio su quello che li circondava, sul materiale del divano o sulle cose raffigurate sul poster in cucina. Com’era che ognuno veniva intrappolato in una rete che non aveva scelto? La cosa poteva cambiare?” – (FUCILE)

Link: La Lettrice Assorta


© naufraghi.ch, 25.02.2024

Dacci oggi il nostro abisso quotidiano
di Michele Ferrario

Ho seguito, il 21 febbraio, alla Filanda di Mendrisio, la presentazione, da parte di Yari Bernasconi, del libro di Odile Cornuz, che avevo appena terminato di leggere. Davanti alla scrittrice campeggiava un grande vaso in vetro. Conteneva una decina di rose a stelo lungo, anzi lunghissimo. Aperte, turgide, nel pieno della fioritura. Ma (almeno viste da una certa distanza) quelle rose erano artificiali: in stoffa, o più probabilmente, in plastica.

Rose sintetiche, insomma, accoglievano un’autrice e un libro che ci parlano d’amore, del sentimento più profondo che si possa provare, idealizzato ma potenzialmente distruttivo, che Cornuz, in 166 pagine, descrive nella sua fragilità crescente, nella sua incapacità cronica di resistere, rinnovarsi, perdurare.

Anche se inizialmente attratti, disposti a prendersi per mano e a trasformare due itinerari individuali in un percorso comune – sembra dirci l’autrice – solo in casi rari e straordinari, due individui riusciranno ad arrivare insieme fino in fondo, a completare il miracolo per cui 1+1 fa ancora 1, un 1 diverso che non è somma, ma sintesi. Una nuova unità capace di includere, rispettare, tollerare, esaltare le specificità dell’altro. Espressioni come “l’altra metà” o “la mia metà”, sono dunque, per lo più, dei luoghi comuni, forzature nel lessico banale delle consuetudini, del tutto assenti nella realtà quotidiana di miliardi di persone.

Proprio quel mazzo di rose poste davanti al tavolo della Filanda, al quale sedevano autrice, traduttrice, lettrice e presentatore – che, a guardarle da lontano, sembravano pervase da una vitalità esplosiva e incontenibile, ma osservandole da vicino si rivelavano pura finzione, e dunque inganno – quel mazzo di rose cimiteriali rappresentava perfettamente la parabola di coppia descritta in Fucile, appena tradotto in italiano da Carlotta Bernardoni-Jaquinta per Gabriele Capelli Editore.

Romanzo? Racconto lungo? Poco importa: preceduti da un Prologo e chiusi da un Epilogo, sono 30 capitoli (altrettante tappe di una laica via crucis matrimoniale), brevi o brevissimi, ognuno dei quali introdotto da un disegno dell’autrice che, con pochi, semplici tratti di penna, raffigura altrettanti oggetti della vita domestica, ciascuno con un proprio ruolo specifico. Spazzola, metro da sarto (che diventa per la protagonista una specie di clessidra), televisione, VHS, filodendro, skate, bracciale, guinzaglio: tutti senza articolo, spettatori apparentemente muti e a tratti particolarmente inquietanti della vita di coppia, che assumono un ruolo attivo e costituiscono uno dei motivi di originalità del libro. Oggetti che, nel momento della separazione e della loro spartizione, diventano a loro volta fonte di dolore poiché richiamano momenti-episodi talvolta felici, talvolta drammatici, riportando in superficie ricordi, suoni, voci che vorremmo sopite per sempre, ma impossibili da cancellare. Voci che riaprono ferite e scatenano nuovi interrogativi, nuove angosce se possibile più devastanti ancora delle derive che la coppia ha attraversato.

Tra questi oggetti disegnati come in una sorta di gioco da Odile Cornuz, non c’è il fucile, che compare solo nel Prologo e nell’Epilogo. Oltre 15 anni dopo la separazione – così inizia questo romanzo-non romanzo – lui telefona alla ex compagna chiedendole di quella carabina che aveva prestato al padre di lei in un’epoca lontanissima (solo apparentemente, poiché, appunto, tutto torna). Di colpo, dal nulla, da un passato che lei cerca di allontanare, o quanto meno di tenere a bada, quella telefonata irrompe nell’esistenza della donna, un’esistenza che lei sta provando a rimettere in sesto. Senza chiedere permesso, senza bussare, come un colpo di fucile.

“Quand’è che finisce? Come si fa a sapere quando finisce? Tutto ciò che è stato lanciato nello spazio e che sembra un legame fra due esseri. Tesse fili. Si aggroviglia. Eccome se si aggroviglia! E bisognerebbe passare la vita a districarli? O perlomeno la parte che viene dopo? Quella che segue il momento in cui i gomitoli se ne stanno lì tutti incasinati? Riprendere il filo, sì. Si sedette. Sarebbe rimasta su quella sedia per un momento. Avrebbe avuto bisogno di tempo per assimilare quello che era successo, che era insieme straordinario, grottesco e inaudito. Lentamente si alzò, spalancò la finestra. L’aria fredda regalò al suo corpo nuovi contorni”.

Siamo negli anni ’90, verosimilmente in Romandia, ma i riferimenti geografici e temporali sono pochi e vaghi. Non se ne sente il bisogno: la vicenda ha valenza universale. I due protagonisti non hanno neppure un nome: anche di nomi non c’è necessità, poiché chiunque può riconoscersi nei personaggi di questo Kammerspiel e nelle situazioni in cui li incontriamo. Sono, insomma, dei tipi.

La donna sta seguendo una formazione pedagogica; l’uomo, insegnante, appassionato cacciatore e pescatore, non apprezza (“Io lo trovo stupido, perdere tempo, e soldi! così. Lascia stare…”). Rozzo, collerico, violento, individuo alfa, assume comportamenti sempre più meschini in un crescendo subdolo di iniziale seduzione, che ben presto – quando la preda ha abboccato all’amo – vira verso l’indifferenza, lo spregio e la violenza. Fisica ma, più dolorosa ancora, psicologica e denigratoria – arrivando, per esempio, a chiamare la bimba che lei aveva avuto da una precedente relazione e che inizialmente aveva legato con lui, Ochsner (il noto marchio svizzero di pattumiere zincate), alludendo alla sua golosità. La ragazzina, che sembra paradossalmente la più matura e lucida tra tutti e sarà quella che si ribella, se ne renderà conto soltanto anni più tardi, ormai adolescente:

“Un giorno, a casa dei vicini, la bambina aveva sollevato un coperchio, un coperchio di plastica grigio con una linguetta bucata per poterla afferrare meglio. La festa era finita, le donne erano prese a riordinare mentre gli uomini bevevano gli ammazzacaffè (…). Le indicarono una pattumiera da esterno in fondo alla terrazza. La bambina appoggiò il suo carico per terra per alzare il coperchio e si bloccò un attimo a mezz’aria, con la mano sulla linguetta con il buco. Ochsner, è il nome di una pattumiera? Si rifiutava di capire. Si rifiutava di fare il collegamento evidente. Non capiva perché. Non capiva come. Di solito capiva. Di solito, quando voleva capire, aveva le risorse necessarie. Ma in quel caso non ci riusciva. Perché le aveva sbattuto in faccia quel nome? Perché lo aveva scelto come soprannome? Perché sua madre glielo aveva permesso? Perché nessuno le aveva detto quello che voleva dire? Perché nessuno aveva considerato necessario proteggerla? Scelse di non dire niente, di gettare i rifiuti e di indurirsi subito”.

Del libro colpiscono la forma e l’architettura insolita. È la stessa autrice, nata nel 1979, a spiegare di aver bisogno, quando si mette all’opera, di una sfida, da lei definita “estetica”, in grado di accendere in lei il desiderio di scrivere. Se nei lavori precedenti ha privilegiato la poesia e i testi teatrali, in questo caso è partita da oggetti che ha voluto non solo raccontare, ma anche disegnare, esplicitandoli con tratti grafici. Alcuni sono piuttosto misteriosi (la mosca del pescatore). Nella versione originale questi disegni illustrano la copertina: la versione italiana ha scelto un’altra via.

Questa premessa di natura formale si aggiunge all’importanza del lavoro sulla forma letteraria migliore, sulla lingua e sulla parola che – ha detto Cornuz in sede di presentazione – è addirittura molto più importante del contenuto, della storia in sé. Frasi generalmente brevi, asciutte, all’insegna della sottrazione, che lasciano ampio spazio all’immaginazione-interpretazione del lettore. “Une approche pointilliste” l’ha definita Odile.

Fucile è un libro sul tema dell’emprise, termine francese che raccoglie in sé – esprimendoli in tutte le loro sfumature – i concetti di influenza, condizionamento, capacità manipolatoria, possessività, espressioni di predominio che tentano di imporre subalternità nell’altro. Il fucile è la rappresentazione visiva e metaforica di questa emprise, oltre che della minaccia che incombe, nella fattispecie, su madre e figlia, ma più in generale sulla stessa vita di coppia:

“Quel mattino, l’esasperazione era venuta fuori così tutta di colpo – come una sbarra che cede. Lei aveva semplicemente detto che non funzionava più, che qualcosa doveva cambiare. Gli aveva chiesto se si rendesse conto che fra loro non stava più funzionando, che era tutto così ruvido, oppure piatto, che diventava semplicemente difficile andare avanti. Che non trovava più la vitalità (…). Lui se ne stava zitto. Non sapeva cosa dire. Forse quelle cose non le aveva viste, che non stava funzionando, che qualcosa non andava – o forse se n’era accorto ma gli andava bene così perché pensava di ottenere altrove quello che non trovava lì (…). Cos’aveva lei da rompere con quelle stupide aspettative romantiche? Roba da principessine che credono che la vita sia una cosa dolce, tutta cuori che battono e serate emozionanti, occhi negli occhi! Faceva meglio ad accontentarsi di quello che aveva e smetterla di sbavare dietro alla luna, quella rompipalle”.

Link: naufraghi.ch


© Azione, 19.02.2024


© L’Osservatore, 17.02.2024


Il prologo letto da Odile Cornuz e in seguito da Moira Albertalli

Bracciale letto da Moira Albertalli

“Moneta da cinquanta” letto da Moira Albertalli

“Guinzaglio” letto da Moira Albertalli

COMUNICATO STAMPA

In libreria da lunedì 26 febbraio

FUCILE di Odile Cornuz

Romanzo / Gabriele Capelli Editore
168 pp / 18 Euro – ISBN: 978-88-31285-40-7

Il racconto sottile e originale di una storia di violenza psicologica in una relazione. Una narrazione a episodi, centrata su oggetti emblematici che riportano a galla ricordi. Una “storia-specchio” che interroga chi legge e non lascia indifferenti.

Mendrisio/Milano, 1 febbraio 2024 – È in libreria da lunedì 26 febbraio il romanzo Fucile di Odile Cornuz, scrittrice svizzera di lingua francese: racconto sottile e originale di una storia di violenza psicologica all’interno di una relazione e di una famiglia.
Pubblicato da Gabriele Capelli Editore, con traduzione di Carlotta Bernardoni-Jaquinta, Fucile racconta di una donna, separata con una figlia piccola, che accetta di sposare un uomo e di riprovare a vivere una relazione duratura. La storia è ambientata nella Svizzera francese dei primi anni ‘90 ma potrebbe essere in un altro luogo e in un’altra epoca: il racconto è finemente simbolico, volutamente povero di riferimenti spazio-temporali per rappresentare una storia più possibile universale.

La vita della coppia e della famiglia procede negli anni, la fiamma iniziale si normalizza in una dimensione quotidiana: cura della casa, piccole gite, scelte lavorative, giochi col cane. Ma gradualmente, col passare del tempo e delle pagine, si insinua una sottile tensione, che poco a poco cresce fino a trasformarsi in paura: la donna e la figlia si ritrovano a temere che lui si arrabbi, si muovono in punta di piedi per non provocare reazioni minacciose, assistono a esplosioni di rabbia imprevedibili e spropositate.
Odile Cornuz crea un racconto sobrio e attento, seppur non privo di affondi concreti e potenti, e sceglie di non dare nome ai protagonisti, che chiama “la donna”, “l’uomo”, “la bambina”. Lascia che i personaggi restino dei “tipi”, per permettere ai lettori di interrogarsi su quanto le storie e i ruoli dei protagonisti rispecchino le loro, anche solo in parte.

La narrazione avanza a episodi, ogni episodio riporta a una scena vissuta da uno dei protagonisti ed è caratterizzata da un oggetto emblematico: sono questi stessi oggetti a dare il titolo ai capitoli.
È un vasetto a segnare la nascita dell’unione tra la donna e l’uomo; è un metro da sarto a indicare le prime pretese di lui di dettare i confini della libertà di lei; è una pattumiera a segnare il passaggio in cui il disprezzo diventa la misura del rapporto tra lui e la bambina. Il fucile, titolo del libro, è l’oggetto-ricordo del prologo, che incombe minaccioso sull’intero svolgimento della storia, metafora di una violenza pronta ad esplodere.

Dice Odile Cornuz: «Con questo romanzo desideravo nominare ciò che non lo è abbastanza, quella violenza che spesso non è definita come tale, e tendere uno specchio alle persone che non capiscono di essere intrappolate in questo tipo di relazione tossica. Mi sono ispirata a esperienze vissute personalmente ma anche all’osservazione delle disfunzioni di altri, purtroppo molto comuni, e ho voluto partire da semplici oggetti, intesi come materia grezza, che fossero significativi per i personaggi e diventassero punto di partenza per la costruzione dei capitoli».
Aggiunge la traduttrice, Carlotta Bernardoni-Jaquinta: «L’autrice affida al non detto, e alle molte presenze inanimate che affollano la casa della famiglia, un ruolo fondamentale. Le teste di animale impagliate appese ai muri, ad esempio, frutto delle battute di caccia dell’uomo, contribuiscono a rendere un’atmosfera di violenza impalpabile ma efficace. La materia, come la chiama Cornuz, diventa strumento attraverso cui si crea il senso di minaccia silente e condizionante che aleggia nella quotidianità».

ESTRATTO
Lui l’aveva osservata. Mentre puliva il parabrezza, la donna parlava. Lui teneva il mento appoggiato alle mani, in cima al manico. L’aveva squadrata per un minuto. Un minuto è lungo quando uno guarda senza fare niente mentre l’altro lavora. Aveva aspettato che lei finisse di liberare tutti i vetri, che si avvicinasse al bagagliaio, che riapparisse nel suo campo visivo; la sua traiettoria. Lei continuava a parlare. Non lo guardava. Si stava inasprendo. Era stanca. Lui aveva preso la pala. L’aveva lanciata al volo. Non gli era scivolata dalle mani. Aveva mirato la donna con tutte le sue forze. Lei aveva avuto un riflesso. Una cosa di sopravvivenza. Cadde in ginocchio; il rumore morbido, assordante, dietro di lei.
Si guardarono. Avevano raggiunto un tasso di odio troppo elevato per ritrovare l’uso della parola. La cosa durò per qualche centimetro di neve, uno strato di oblio. Non si erano mossi, non una parola. Poi lui mosse il braccio destro, probabilmente per aiutarla a rialzarsi, perché lei era ancora prostrata. La donna ebbe paura, a scoppio ritardato, una paura infinita. Strisciò nella neve poi si tirò su. Inciampò poi si mise a correre con tutte le sue forze verso casa. Ci si chiuse dentro. Lui si mise al volante, fece scaldare la macchina e partì, pattinando sul ghiaccio. Lei avrebbe voluto che crepasse, lì – almeno avrebbe ricevuto una rendita per vedove.

L’AUTRICE
Odile Cornuz, poeta e scrittrice svizzera di lingua francese, esplora la scrittura in varie forme – radiofonica, teatrale, narrativa, performativa, analitica – e partecipa a letture interattive (Bal littéraire, Jukebox littéraire). Ha pubblicato Ma ralentie (2018), Pourquoi veux-tu que ça rime? (2014) e Biseaux (2009) per le éditions d’autre part e Terminus et Onze voix de plus (2013) per L’Âge d’Homme. Fucile (Fusil) è il suo primo romanzo, uscito in lingua originale nel 2022 per le éditions d’en bas. http://www.odilecornuz.ch

TRADUTTRICE
Carlotta Bernardoni-Jaquinta si è laureata in letteratura francese e russa all’Università di Losanna. Traduttrice e moderatrice, collabora con diverse manifestazioni e istituzioni culturali.