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nero cop

Vincitore Premio ITAS 2013
Vincitore della 9a edizione del premio letterario Leggimontagna 2011-Sezione narrativa
Premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti”-Opera segnalata nella sezione Esplorazione-viaggi, XXIX Ed.2011

Mario Casella
Nero-bianco-nero
Un viaggio tra le montagne e la storia del Caucaso

Saggio/Resoconto di viaggio

15×21 cm,
240 pp,

CHF 28,00
Euro 20,00

978-88-87469-73-8

Da Vancouver-2010 la fiaccola olimpica è passata alla città russa di Soci, all’estre- mità occidentale del Caucaso, per le Olimpiadi del 2014. Il confine meridionale del- la Federazione russa si ritrova così al centro dell’attenzione: la tensione con la Georgia, gli atti terroristici delle repubbliche caucasiche e le polemiche sui cantieri olimpici di Soci mantengono i riflettori puntati sulla regione.

Il giornalista e guida alpina Mario Casella, accompagnato dall’alpinista russo Alexey Shustrov, ha attraversato con gli sci i mille e più chilometri della catena caucasica, crogiuolo di etnie e di pericolosa instabilità politica.
Al racconto dell’avventura si alternano i ritratti di personaggi e situazioni sorprendenti, incrociaati dall’autore nei suoi numerosi viaggi nella regione in qualità di giornalista e alpinista. Dietro la grandiosità del paesaggio spuntano i drammi della Storia e le tensioni del presente.

Il diario di un’eccezionale avventura alpinistica e un reportage esclusivo dalla polveriera caucasica.


Mario Casella (1959) è laureato in lettere e pratica fin da ragazzo l’alpinismo. Nel 1985 ottiene il diploma federale di guida alpina. Nello stesso anno inizia la sua attività giornalistica abbinandola a quella di guida sulle montagne del mondo intero.
Il giornalismo diventa poi la sua professione a tempo pieno, dapprima per la radio e poi per la televisione (RSI – Radiotelevisione della Svizzera italiana). Dopo i primi anni radiofonici alle Redazione Esteri del Radiogiornale, passa alla Tv per la quale realizza numerosi documentari e inchieste soprattutto all’estero (caduta del muro Berlino, ex Germania est, ex paesi dell’est, Russia, Cernobyl, guerre balcaniche, Afghanistan, ecc.).
Per un paio d’anni ricopre la funzione di responsabile della Redazione Esteri al Telegiornale e dal 1997 alla fine del 2000 si trasferisce a Washington quale corrispondente dagli USA. Rientrato in Svizzera, lavora a tempo parziale per la RSI dove produce documentari e reportages lunghi.  Nel rimanente tempo realizza documentari come free-lance e frequenta le montagne del mondo intero partecipando tra l’altro a numerose spedizioni extraeuropee.
Dopo molteplici esperienze sull’intero arco alpino, ha salito alcune tra le cime più alte del mondo:
— Cho Oyu senza ossigeno 8201 m – Tibet;
— Nevado Huascaran 6768 m – Ande Peruviane;
— Mount Mc Kinley 6195 m – Alaska;
— Pic Lenin 7134 m – Kirgizistan;
— Muztaghata con sci 7546 m – Cina;
— più volte l’Elbrus 5642 m – Russia;
e altre ancora.
Sull’esperienza di una delle sue ultime avventure, il tentativo di scalata al Gasherbrum IV (7929 m) ha pubblicato il libro “CIME DI GUERRA – Il Gasherbrum IV nel conflitto tra India e Pakistan”, ed. CDA Vivalda, Torino, 2004 (3° Premio Leggimontagna 2005 – sez. narrativa). Il libro è pubblicato anche in francese dall’editore Filigranowa.
Dal 2004 al 2007 è stato produttore responsabile del “Magazine” d’informazione televisivo della RSI “Falò”. Nella primavera del 2007, pur mantenendo un contratto a tempo parziale con RSI, ha lasciato questa carica per dedicarsi maggiormente alla montagna, alla documentaristica indipendente, alla scrittura e alla famiglia. E’ sposato con Lisa e padre di due figli: Emma (12 anni) e Zeno (14 anni).
Come regista ha realizzato numerosi documentari premiati a livello internazionale. I più recenti e importanti:
— GROZNY DREAMING di M. Casella e F. Mariani: un’orchestra da camera suona per la pace tra le montagne del Caucaso  (Premio Lessinia d’oro 2008 e Premio speciale solidarietà Film Festival di Trento 2009)
— SIACHEN: una guerra per il ghiaccio di M. Casella e F. Mariani: una delle guerre più assurde al mondo, combattuta a oltre 7’000 m tra India e Pakistan. (Grand Prix Graz 2006 – Austria / Kendall 2005 – Gran Bretagna / Trento 2006 / Giornate cinema svizzero Soletta – ecc.)
— TOMS RIVER – Sete di verità (di M. Casella e B. Rappaz  2000 TSI/TSR) menzione speciale Prix Media Suisse 2001 documentario-inchiesta su centinaia di casi di cancro tra bambini in una cittadina del New Jersey dove per decenni era attivo uno stabilimento della CIBA (multinazionale svizzera della chimica)


RECENSIONI

Giornale del Popolo 19.02.2011

Mario Casella racconta la sua traversata del Caucaso sugli sci
Un bianco e nero policromo nel suo scorrere appassionato
di TERESIO VALSESIA

Marco Polo aveva percorso la “Via della seta”. Ora stanno tracciando la “Via del gas”. Mario Casella ha aperto la “Via dello sci”, attraversando il Caucaso in poco più di un mese nel 2009, ma rinunciando – lui, guida alpina ed esteta della montagna – a un itinerario ideale, rigorosamente lungo le creste. Un sacrificio forzato, poiché il Caucaso è una “galassia” di razze e di Stati, come dicono i politologi. O meglio, un magma infiammato dalle armi e dalle guerre, quindi la libertà di camminare per quelle terre alte ha le ali tragicamente spezzate. In questo viaggio tra montagne e storie lontane, l’autore racconta la bella avventura esplorativa, sci ai piedi, fino sulla cima dell’Elbrus, 5642 metri, il vero tetto d’Europa, che relega il Monte Bianco a un ruolo secondario. Nell’economia del libro risultano un po’ accessorie le pagine destinate alla cronaca scialpinistica della traversata, che comunque sono un godibilissimo “recit de voyage”. I valori sono anche altri poiché Mario Casella trasmette lo scenario reale e attuale di questa martoriata regione, anche se al lettore possono sfuggire le coordinate geografiche precise. Difficile orientarsi analiticamente nel groviglio dei toponimi. Ma è un’esigenza secondaria. Il quadro d’insieme emerge dai tanti aneddoti che arricchiscono la narrazione. Un dedalo di personaggi. Incredibili ostacoli superati anche grazie alla “dea bendata”. Il diario è avvincente perché sincero e senza sbavature retoriche o caricature drammatiche.
Riflette specularmente la genuinità e l’umanità dell’autore, che non si impalca mai a protagonista, proprio come lo conosciamo nella quotidianità della sua vita. Il lavoro è completato da una serie di preziosi intermezzi storico-politici, ma anche da esperienze precedenti che Casella ha vissuto in quella regione insieme a Fulvio Mariani. I due documentari realizzati in sinergia con l’amico regista sono stati all’origine della sua passione per la storia e per le genti caucasiche. E qualcuno rimarrà magari perplesso di fronte a questo originale “mal di Caucaso”. Ma alla fine viene voglia di chiedere alla guida alpina: «Perché non mi porti una volta fra quelle montagne scintillanti, magari a 30 gradi sotto zero?» I 28 capitoli si chiudono con Soci (il traguardo della traversata), e con la “scommessa olimpica” di questa città sul Mar Nero che ospiterà i giochi olimpici invernali del 2014. Anche qui emerge il giornalista attento e profondo nelle valutazioni. Ma soprattutto bisogna leggere l’epilogo di questo volume, bicolore almeno nel titolo (Nero-bianco-nero), ma policromo nel suo scorrere appassionante. Anzi andrebbe letto per primo. Come il lungo elenco dei ringraziamenti, che attestano il valore e il ruolo di tanti amici, anche di laggiù. Come la bibliografia, specchio di una ricerca effettuata come prodromo al viaggio di questa guida alpina che sa documentarsi a fondo non solo sulla geografia delle montagne, ma su tutto il mondo che le circonda. Infine, un elogio finale, non formale, anche all’editore Gabriele Capelli per questo 14° titolo della collana di narrativa.


LaRegioneTicino, 24.02.2011

La traversata del Caucaso con gli sci ai piedi e la Storia davanti agli occhi
Mario Casella cerca, e trova, l’avventura in una delle aree più tormentate del mondo

È difficile distinguere tra il giornalista e l’alpinista quando Mario Casella racconta, con gli scritti o con le immagini, delle grandi montagne che ha l’abitudine di salire. Alcuni anni fa, con un gruppo di amici affrontò una cima-culto della storia dell’alpinismo, il Gasherbrum IV (7’929 metri), in Pakistan, per trovarvi uno dei fronti bellici più elevati (e idioti) del pianeta.
Nell’autunno 2008 Casella ha intrapreso la traversata scialpinistica del Caucaso. E se c’è una parte del mondo in cui lo splendore delle cime (pur altissime) emerge appena dal turbine della Storia, quella la si trova lungo la dorsale che va dal Mar Caspio al Mar Nero. Vette più alte del Monte Bianco, e guerre più lunghe di una guerra mondiale. Tra i rilievi alle spalle di Darbent, sul Mar Caspio e i pendii affacciati sui cantieri olimpici di Soci, sul Mar Nero, si combattono lotte antiche e sanguinosissime. Come se le frizioni tra continenti, imperi, fedi vi avessero trovato luogo e modi di perpetuarsi senza soluzione di continuità. È inevitabile imbattervisi ad ogni passo.
Ed è infatti ciò che Casella cercava, e che racconta in Nero-bianco-nero. Un viaggio tra le montagne e la storia del Caucaso, in libreria da pochi giorni per Gabriele Capelli Editore (pagg. 240, fr. 28).
Il racconto è anzitutto quello di una performance atletica non trascurabile, la possibile anticipazione di un tracciato per una ideale traversata scialpinistica del Caucaso (mancano alcuni tratti e altri vanno perfezionati, avverte Casella). Ma è anche, o forse soprattutto, una lunga avventura nella storia passata e presente di una regione tormentata. Storia alpinistica (ancora nell’Ottocento gli inglesi, freschi “vincitori” delle vette alpine, si volsero al Caucaso con dedizione e meraviglia) e storia politica e culturale. Associandosi all’insegnamento del grande Ryszard Kapuscinsky, Casella pratica il reportage più fecondo di esperienze e umanità, quello svolto camminando. E ne vengono premiati lui e il suo lavoro: gli incontri con i montanari rinserrati in vallate a stento raggiungibili si alternano a quelli con personaggi dei quali già si legge il nome sui libri di storia, come Eduard Shevardnadze, l’ex ministro degli Esteri dell’Urss gorbacioviana.
Il freddo, la fatica, il piacere, la scoperta, lo scoramento e l’entusiasmo sono al cuore di ogni avventura in montagna, al pari di quanto avviene nel migliore giornalismo di reportage.
Mario Casella ha trovato la formula giusta per fonderli in una unica pratica e farne un solo racconto, istruttivo e convincente.


http://www.balcanicaucaso.org

Caucaso: una linea bianca tra due mari
  Nicole Corritore, 24 marzo 2011

Un giornalista, scrittore, documentarista e guida alpina racconta il Caucaso. A volte dall’alto delle vette innevate, a volte dall’interno delle case nude ma accoglienti dei suoi abitanti. È Mario Casella, che nel suo libro appena uscito snoda il racconto tra un resoconto della sua traversata alpinistica della primavera del 2009 e pagine di storia e attualità. Un’intervista

“Quando smetterà il sangue di scorrere tra le montagne? Accadrà solo il giorno in cui la canna da zucchero crescerà nella neve…” (Proverbio caucasico). Da “Nero-bianco-nero. Un viaggio tra le montagne e la storia del Caucaso”, di Mario Casella (2011)

Qual è il motivo principale che l’ha spinta a scrivere questo libro, suddividendolo anche dal punto di vista grafico in pagine chiare e pagine scure, in cui alterna il racconto della traversata alpinistica a capitoli di storia ed attualità?
Ci sono due motivi che riflettono le due anime di questo libro. Una è quella più puramente alpinistico-esplorativa e l’altra invece è rappresentata da conoscenze che ho accumulato attraverso frequentazioni ripetute del Caucaso, sulla realtà politica e le difficoltà che le persone che vivono in queste regioni a fronteggiare la situazione precaria in cui si trovano ormai da decenni.
La volontà giornalistica di far conoscere questa realtà anche al grande pubblico, magari anche a quel pubblico che frequenta le montagne. Ci sono alpinisti ed escursionisti che si recano in Caucaso per scalare ad esempio l’Elbrus ma ignorano la realtà di questi territori… Ecco la volontà di far conoscere ad un pubblico allargato queste realtà, mi ha spinto a mettere sulla carta queste esperienze.
Fin dalle prime pagine del libro traspare che dietro vi è non solo l’uomo alpinista e l’uomo giornalista, ma un uomo profondamente toccato dall’incontro con il mondo del Caucaso. Ci può raccontare qual è stato il primo evento, il primo incontro che l’ha spinta a proseguire nei suoi viaggi in quest’area?
Il primo incontro è legato ad un’esperienza documentaristica che aveva lo scopo di ritrarre la vicenda di due fratelli russi che vivono a San Pietroburgo. Con il crollo del sistema sovietico, agli inizi degli anni ’90, hanno dovuto reinventarsi una nuova vita, così come in quegli anni hanno dovuto fare molti altri abitanti dell’ex Unione Sovietica. Ai tempi dell’Unione Sovietica erano stati campioni plurimedagliati di alpinismo e così hanno pensato – nonostante le loro qualifiche di ricercatori presso l’Accademia della Scienza dell’URSS – di utilizzare le proprie esperienze in montagna per guadagnarsi da vivere.
Hanno cominciato ad accompagnare i primi alpinisti occidentali che visitavano le montagne del Caucaso. Mentre costruivo il ritratto di questi due fratelli, uno dei due era talmente innamorato del Caucaso che mi ha voluto portare ad ogni costo a vedere le montagne di cui parlava. Si tratta di Alexey Sushtrov, che è poi la persona con cui ho compiuto la traversata di cui scrivo nel libro. E’ diventato un amico e ogni anno scaliamo insieme queste montagne.
Ha appena parlato di uno dei personaggi che l’hanno accompagnata in questo viaggio. Ci può offrire una pennellata anche di Zainaddin, colui che fa da autista o di altri personaggi come Sasha, del soccorso russo-osseto ma con un passato anche di soldato nel conflitto russo-georgiano del 2008?
La forza di un viaggio come quello di cui racconto nel libro è proprio generata dalla bellezza e dalla profondità degli incontri umani. Per cui tutto il libro è una vera galleria di ritratti che racconta la storia di questa regione. Si va dalle famiglie che sono tornate dopo le deportazioni in epoca staliniana tornate dall’Asia centrale per scoprire le loro radici tra queste montagne, alla generazione di giovani, come Sasha Rodin, che ci accompagna lungo le montagne dell’Ossezia del nord e la cui vita è marcata dai recentissimi e continui conflitti nella regione. Lui infatti è stato arruolato durante la guerra in Cecenia e in Ossezia del sud durante la guerra tra Russia e Georgia. Tutte esperienze di cui lui non parlava molto volentieri, salvo in momenti più melanconici, magari di notte sotto la tendina da campo sbattuta dal vento gelido.
 Rispetto a Sasha per me è stato interessante scoprire come un giovane che lavora per la protezione civile e per il soccorso alpino russi, appena scoppia un conflitto nella regione venga immediatamente requisito dalle forze militari per essere inviato al fronte. Esperienze che, l’ho visto nei suoi occhi, l’hanno marcato molto profondamente.A proposito di conflitti. Nel suo libro dice che l’idea di usare gli sci per passare dalla riva del Mar Caspio alla riva del Mar Nero attraverso la catena montuosa del Caucaso, era anche l’idea di riuscire a superare confini di repubbliche in guerra da lungo tempo o comunque coinvolti in conflitti che creano destabilizzazione e divisioni. Ad esempio racconta che “registracija” è la parola d’ordine per muoversi nella regione: quali sono state le difficoltà maggiori per la vostra libertà di movimento durante il viaggio?
L’eccezionalità di questo viaggio non è tanto quella sportiva, atletica o alpinistica di aver fatto più di mille chilometri con gli sci ai piedi ma è proprio, e lo dico con rammarico e con tristezza, il fatto che credo che questo tipo di viaggio per parecchi anni nessun’altro riuscirà a farlo. Proprio perché è impossibile muoversi liberamente attraverso queste repubbliche martoriate da guerre e conflitti più o meno ufficiali.
L’episodio della registracija è solo uno dei tanti: uno straniero che si muove in queste repubbliche in crisi deve continuamente registrare i propri movimenti presso le autorità e questo spesso crea grossissimi problemi. Noi ad esempio abbiamo avuto dei problemi in Daghestan, problemi con i servizi segreti russi e cioè l’FSB (Federal’naja Služba Bezopasnosti) di cui parlo chiaramente in un capitolo. Abbiamo dovuto evitare alcune zone, come ad esempio una sessantina di chilometri di catena caucasica che si trova in Cecenia e Inguscezia, che ci è stata preclusa per cui abbiamo dovuto aggirare l’ostacolo scendendo a valle. Per cui ci siamo poi ritrovati sulla cima di una montagna da cui vedevamo benissimo la cima su cui ci trovavamo pochi giorni prima e da cui avevamo dovuto scendere…
Come scrivo nel finale del libro, il mio auspicio e sogno è che un giorno ci si possa muovere liberamente tra queste montagne, saltare da un confine all’altro, da una valle all’altra senza dover renderne conto a nessuno. Penso che questo sarebbe un bellissimo segno di libertà oltre che un modo per migliorare notevolmente le condizioni di vita delle popolazioni che qui vivono.
Dal punto di vista alpinistico: fino a quale altitudine massima si è spinto e quale è stato il passaggio più duro dal punto di vista fisico ed emotivo
Il punto più alto è l’Elbrus, 5.642 metri, che è anche il punto più alto d’Europa se si parla di Europa continentale. Il momento più intenso sul piano emotivo è stato sicuramente l’ultimo colle che abbiamo attraversato e dal quale abbiamo finalmente visto il Mar Nero. Un colle che sovrasta le piste da sci su cui si terranno le Olimpiadi invernali del 2014, a Sochi. Di solito ci si emoziona quando si arriva in cima ad una vetta. E’ stata la prima volta che mi sono emozionato anche con qualche lacrima agli occhi, durante l’attraversamento di un semplice colle. Può sembrare insignificante ma era altamente simbolico, proprio al confine con l’Abkhazia, una zona ad altissima tensione… sarà molto interessante vedere cosa succederà in quest’area nel 2014 o nei mesi immediatamente precedenti alle Olimpiadi invernali.
Nel libro affronta anche temi di attualità: dalla Cecenia fino ad altri conflitti di cui ha scritto in qualità di giornalista. Parla anche di Natalia Estemirova, un’attivista per la difesa dei diritti umani uccisa un anno e mezzo fa, e alla quale dedica questo libro…
Sì, racconto dell’incontro con Natalia Estemirova, che era un’attivista di Memorial in Cecenia. Donna molto attiva nella difesa dei diritti umani. L’avevo incontrata a Grozny mentre stavo realizzando un reportage per la Radiotelevisione Svizzera sulla situazione in Cecenia. Avevo passato una giornata nel suo appartamento ad ascoltarla mentre raccontava di tutte le difficoltà che incontrava ogni attivista come lei, che tra l’altro collaborava con Anna Politkovskaja. Quando un anno dopo, nel 2009, mi giunse la notizia che era stata prelevata dal quello stesso appartamento, sbattuta nell’ascensore e trovata poi in un bosco con un colpo alla tempia, rimasi senza parole. Allo stesso tempo mi sentii ancora più motivato a raccontare di queste realtà “nascoste”, perché il mondo esterno sappia che queste storie drammatiche succedono purtroppo giornalmente.
Lo dimostra anche il fatto che il mio libro sta diventando drammaticamente di attualità. Solo poche settimane fa nella zona dell’Elbrus sono stati attaccati dei turisti e ci sono stati 2 o 3 morti. Le notizie sono ancora frammentarie e Aleksandr Khloponin, proconsole nel Caucaso del nord nominato dal presidente russo Dimitri Medvedev, ha vietato l’accesso ai turisti a quest’area del Caucaso. E dico questo perché il turismo e lo sci stanno diventando la nuova arma di Mosca per rilanciare e riportare la calma in Caucaso.
Lo dimostra il fatto che due giorni dopo gli attentati all’aeroporto Domodedovo di Mosca il presidente russo Medvedev è venuto a Davos in Svizzera, per propagandare un progetto di 5 stazioni sciistiche nel Caucaso, del valore di 15 miliardi di dollari su cui Mosca punta molto per riportare la pace in questa regione. Quindi viene usato un po’ il sistema del “bastone e della carota” della Russia nei confronti del Caucaso del nord, nell’ottica di Mosca di assicurare la pace in vista dei giochi olimpici di Sochi 2014. C’è molta preoccupazione da parte di Putin che li ha fortemente voluti assieme all’intero Cremlino. Credo che purtroppo nei prossimi mesi l’attualità porterà spesso alla ribalta attacchi come quello avvenuto qualche settimana in Kabardino-Balkaria, in prossimità del monte Elbrus.
E’ una cosa che lei annuncia nel libro. In apertura scrive che l’oro nero ha determinato le fortune e le disgrazie del Caucaso, in chiusura anticipa in qualche maniera che dalla guerra per l’oro nero forse si arriverà alla guerra che lei chiama “dell’oro blu”. L’oro dell’acqua, della neve, dei ghiacciai di cui è ricca quest’area…
Infatti. Purtroppo la storia del Caucaso è marcata da vicende dove l’economia fa da sfondo a una realtà rurale e di persone che vivono in queste vallate e che sarebbero sicuramente in grado di vivere in modo pacifico nonostante le difficoltà oggettive della vita in montagna. Purtroppo questi interventi esterni, nonostante le valanghe di soldi e di finanziamenti che arrivano – in questo caso per il turismo e lo sfruttamento della bellezza del paesaggio del Caucaso – non portano buone notizie. Spesso ci sono interessi non così evidenti, che determinano però il mantenimento dello stato di conflitto. Ne parlo anche nel libro, ad esempio raccontando dello sfruttamento illegale del legname delle riserve naturali e delle aree protette dell’area montuosa del Caucaso. Nella nostra traversata ci siamo imbattuti più volte, all’interno di parchi nazionali, di disboscamenti selvaggi e traffici organizzati con il compiacimento delle autorità locali.
Ha in cantiere qualche altro progetto simile a quello narrato nel libro?
Nel Caucaso, a brevissimo termine non ne ho. Ma a fine marzo parto per un progetto alpinistico articolato sull’arco di tre anni. Quest’anno prevedo di percorrere con gli sci le montagne che si snodano sull’antica Via della seta. E’ un progetto molto ambizioso, soprattutto dal punto di vista logistico e politico. Partiamo dunque a fine marzo per una spedizione di due mesi che passeremo sulle montagne dell’Iran. L’anno prossimo saranno le montagne del Pamir e quindi le regioni meridionali dell’ex Unione Sovietica per poi finire con la Cina, nel 2013.


3 Valli – Il biaschese

Le montagne sono collane di perle
di Enrico Diener

Il giornalista Mario Casella, che tutti noi conosciamo per i suoi reportages e le sue corrispondenze alla RSI, ha compiuto due anni fa, nella primavera del 2009, la traversata completa di tutta la catena del Caucaso, dal Mar Caspio al Mar Nero, per un totale di oltre mille chilometri. Non lo ha fatto però in qualità di giornalista, ma di guida alpina, di cui ha conseguito il brevetto nel 1985.
La sua avventura, su e giù con gli sci dalle creste vicine ai 4000 metri, seguito da un fuoristrada russo che zigzagava tra le vallate, è narrata in un bel libro di recente pubblicazione: “Nero-bianco-nero”, curato dalle edizioni Capelli di Mendrisio. Non si tratta però solo di un resoconto di sci-alpinismo. Mario Casella non può nascondere la sua stoffa di bravo giornalista. Ed ecco allora le varie nazioni ed etnie caucasiche che lottano per l’indipendenza, dai circassi ai balcari, agli osseti del nord e del sud, ai ceceni, agli ingusci e così via. Ci sono anche le etnie minori, con le loro lingue più variate, che l’autore ha incontrato nel suo lungo viaggio. E c’è la storia di quella tormentata regione, dalle prime guerre con l’impero russo all’invasione nazista seguita dalle deportazioni staliniste, dalle prime esplorazioni alpinistiche inglesi, aiutate dalle guide alpine svizzere, fino alla scoperta dell’alpinismo da parte dei sovietici e dei russi, scoperta che vorrà culminare nelle Olimpiadi di Soci del 2014.
Limpressione per il lettore è quella di una ricchezza immensa. Nonostante le guerre, le stragi, i disastri ambientali, la catena del Caucaso è ingioiellata da una ricchezza immensa di popoli, di lingue, di culture, di biodiversità, di animali, di paesaggi incantati che s’intrecciano con le immensità del cielo e del mare. Dove la terra s’inarca verso l’alto, fioriscono non solo le specie vegetali e animali, ma anche le diversità e le culture umane. E allora io mi immagino il contrario. Che un cosacco o un circasso o un inguscio volesse percorrere le alpi dall’estremo Ovest, dal Mar Tirreno, fino all’estremo Est, nel medio corso del Danubio. Ed ecco allora il groviglio di popoli, dai celti-liguri alternativi alla cultura italica, su fino alle propaggini della Linguadoca, coi discendenti dei trovatori, poi gli inarrestabili valser, poi i rezi e tutte le altre famiglie ladine e tutte le altre culture con le loro antitetiche storie. Tra tutte queste culture ci siamo anche noi arroccati nel bottone centrale dell’intero arco alpino.
E allora non facciamo tanto i preziosi. Siamo parte di un unico itinerario, di un unico oggetto turistico. L’intera corona delle Alpi è lunga un paio di Grand canyon che si persorrono in una sola giornata. lasciamoci percorrere anche noi, lasciamoci sgranare velocemente, come una collana di perle. Se ogni perla si sfila, la collana non c’è più, non ha più alcun valore.


Corriere della Sera, 19.06.2011

Libri Reportage
Il diario di un militare sulla guerra in Cecenia e il viaggio di una guida alpina dal Mar Caspio al Mar Nero.
I due volti del Caucaso, sugli sci nelle terre dell’orrore
Due libri forniscono immagini contrapposte di una catena con i picchi più belli d’Europa
di Fabrizio Dragosei

Le montagne della Cecenia, dove i guerriglieri e i soldati russi sembrano essersi impegnati per anni in una gara di crudeltà e orrore. E quelle stesse cime, appena qualche chilometro più in là, che possono invece essere un’oasi di tranquillità e di bellezza, il Caucaso che i grandi esploratori hanno raccontato e che esiste ancora, sperduto tra paesini e valli innevate… Due libri usciti quasi in contemporanea ci forniscono immagini contrapposte di questa catena montuosa che comprende alcuni dei picchi più belli e più alti d’Europa. Una zona che ha sempre costituito un serio problema per la Russia degli zar, posta proprio al limite dei confini imperiali. Il primo libro è affascinante e terribile, scritto da un ex militare di leva russo diventato giornalista, Arkadij Babchenko (La guerra di un soldato in Cecenia, pp. 404, 18,50, Mondadori), che ha vissuto sulla sua pelle quella terribile vicenda. Il secondo è invece il resoconto di un viaggio incredibile, fatto in buona parte sugli sci, attraverso l’intera catena del Caucaso, dal Mar Caspio fino al Mar Nero (Nero-bianco-nero, pp. 288, 20, Capelli editore). L’autore, Mario Casella, è un giornalista-guida alpina svizzero, appassionato di sci-alpinismo. Quello di Babchenko è un racconto che chiarisce meglio di molti articoli come siano andate le cose nella prima e nella seconda guerra cecena. I soldati mandati al fronte senza nessun addestramento; il nonnismo che arriva fino all’uccisione delle reclute; i comandanti che pensano soltanto a rubare e i soldati che devono ingegnarsi per riuscire a mettere qualche cosa sotto i denti. Quella che nell’immaginario occidentale era la possente Armata Rossa, alla prova dei fatti si rivela una baracca corrotta e inefficiente. La vita del povero Ivan spedito a combattere i ceceni è un inferno, nella capitale Grozny o nelle gelide montagne che dividono la Cecenia dalle repubbliche vicine, Georgia, Daghestan. Terrorizzati e inesperti, i soldati radono al suolo i villaggi dove pensano ci possano essere nemici. Crudeli come già ci raccontava Tolstoj, i ceceni crocifiggono e squartano i militari catturati; stuprano e ammazzano le madri che vanno a cercare i figli in divisa scomparsi. L’orrore infinito di questa guerra che adesso il Cremlino dice di aver vinto dopo che ha affidato ai ceceni «buoni» il compito di estirpare la rivolta di quelli «cattivi». Anche Casella, nel suo racconto ci parla delle stesse zone, Cecenia, Daghestan, Ossezia. Ma lui viaggia attraverso i monti, si appoggia a personaggi che, nonostante quello che è successo in Russia, fanno tutto quello che possono per salvare alcune zone incontaminate. Vivono con poco, amano la montagna e dividono la loro casa con lo straniero che arriva sugli sci. L’autore scrive di villaggi tagliati fuori dal mondo, dove vecchie strutture sovietiche sopravvivono a malapena e sono usate da chi si avventura su per quelle valli. Nei villaggi l’ospitalità è sacra e il viaggiatore viene accolto come un fratello. Ma i due volti del Caucaso non possono rimanere distinti per sempre. Ecco allora che Mario Casella ci racconta anche del suo incontro con Natalia Estemirova, la donna che si occupava di difesa dei diritti umani, che aveva collaborato con la giornalista Anna Politkovskaya (oppositrice della guerra in Cecenia, uccisa nel 2006) che venne assassinata nel 2009.


Sfogliando la Russia (14)
Periodico di segnalazione delle novità editoriali russe a cura di Daniela Barsocchi
Giugno 2011

Mario Casella, Nero-Bianco-Nero.
Un viaggio tra le montagne e la storia del Caucaso,
Gabriele Capelli Editore, 2011, pagg. 236, 20,00€

Basta la dedica per capire che “Nero-Bianco-Nero: un viaggio fra le montagne e la storia del Caucaso” é un libro che vale la pena di leggere: In memoria di Natalia Estemirova e dedicato a tutti coloro che in Caucaso continuano a lottare con coraggio per la difesa della libertà e dei diritti umani.
 Di Elena Murdaca

Un appassionato omaggio al Caucaso, nel tentativo di riequilibrare l’ingiustizia di una regione a torto ritenuta giornalisticamente poco interessante, a meno che non ci sia un numero sufficientemente significativo di morti. Così come tributo si può considerare la traversata di oltre mille chilometri fatta in sci. Perché attraversare il Caucaso con gli sci? […] Tra la neve resta il vero Caucaso, quello più autentico e che affonda le sue radici nelle tradizioni centenarie della regione.
Il libro non è solo una chicca per «caucasologi», dilettanti o avanzati che siano. È anche una succosa leccornia per gli amanti dello sci, dell’alpinismo e più in generale della montagna. Storia del Caucaso vuol dire anche storia dell’alpinismo, dai primi alpinisti che hanno scalato le vette di Prometeo alle glorie dell’alpinismo collettivo sovietico, passando per la scalata all’Elbrus della Divisione Edelweiss, preludio alle deportazioni. Sono tanti i personaggi, noti e meno noti, che fanno capolino dalle pagine di Casella. Personaggi storici, come l’Imam Šamil, il leone del Dagestan. Personaggi più attuali, come Sergej Bodrov, l’attore cult di «Brat» (Fratello, nda), morto durante le riprese di un film girato sulle montagne dell’Ossezia del Nord. O Coca, la colomba della Cecenia che attende il giorno del giudizio, quando matureranno i tempi per un processo per crimini di guerra commessi in Cecenia : […] le montagne di videocassette registrate da Coca […] costituiscono oggi una delle principali colonne su cui si potrebbe basare l’accusa per crimini di guerra nel caso della probabile istituzione di un tribunale penale internazionale per la Cecenia. Per non parlare del carismatico direttore d’orchestra tedesco Uwe Berkemer, che, con la sua Caucasian Chamber Orchestra sogna di suonare a Groznyj, città martire simbolo delle guerre caucasiche.

Ambizione, per il momento, ancora da concretizzare. Non poteva mancare Soči, meta finale della traversata in sci e ospite dei prossimi Giochi Olimpici Invernali. Lo spirito ecologista di Casella lo porta a interrogarsi sulla sostenibilità della realizzazione degli impianti e delle infrastrutture che verranno costruiti per l’occasione. Così come si interroga sulla scarsa pubblicità delle ricchezze minerarie del Caucaso (uranio, wolframio e altri minerali ancora): Il Caucaso è un ammasso di rocce e ghiacci privo di qualsiasi interesse economico, sembra gridare Mosca, e intanto il Cremlino, in previsione di sfruttamenti futuri, allarga le sue mani su questo territorio ricco di tesori, non solo paesaggistici. Al nostro passaggio non abbiamo mai sentito parlare di giacimenti esauriti, né in Ossezia, né a Tyrnauz, ai piedi dell’Elbrus, né qui ad Aksaut.

Molto altro ancora offre questo reportage intenso e attuale impastato di storia e letteratura (illustri scrittori viaggiatori, Dumas, Puškin, Tolstoj accompagnano Casella nei suoi pellegrinaggi sul Caucaso), che è al tempo stesso un eccezionale pamphlet turistico che esce alla vigilia del programma sponsorizzato dal governo russo, per rilanciare il Caucaso come winter resort in Russia e in Europa


Left 27
La pista caucasica
Caucaso, le montagne che segnano il confine meridionale tra Europa e Asia

Uno sciatore che attraversa le montagne più frammentate del mondo. Un reportage tra le località che Mosca vuole rilanciare sul mercato del turismo. Mario Casella racconta il suo viaggio tra le repubbliche meridionali della Russia.
di Maria Elena Murdaca

Un appassionato tributo al Caucaso, nel tentativo di riequilibrare l’ingiustizia di una regione a torto ritenuta giornalisticamente poco interessante, a meno che non ci sia un numero sufficientemente significativo di morti.
È il racconto di Mario Casella Nero-bianco-nero. Un viaggio fra le montagne e la storia del Caucaso (Gabriele Capelli Editore, 236 pp.).
Alpinista e giornalista della Radio svizzera italiana, Casella ci regala il resoconto straordinario di un viaggio unico: la traversata della catena caucasica dal Mar Caspio al Mar Nero in sci, in compagnia dell’alpinista russo Alexey Shustrov. Un programma di difficile attuazione e non appieno realizzato, non tanto per l’insormontabilità delle montagne, quanto per i problemi burocratici e politici:
«Alexey […] mi comunica subito che dovremo probabilmente dimenticare l’idea originale di partire dalle rive del Mar Caspio in Azerbaijan per poi attraversare il confine con il Daghestan, repubblica islamica della Federazione Russa. Le crescenti tensioni nella regione hanno reso impossibile, soprattutto per uno straniero, varcare questa frontiera via terra: non importa se a piedi, in auto o in treno. Un impedimento che non si limita a noi scriteriati con gli sci: è la difficile realtà con cui si confronta spesso chi vive nell’area».
Estremamente attuale, Nero-bianconero ha il merito di coniugare brillantemente passato e presente del Caucaso. Soprattutto il presente. Le questioni economiche e strategiche occupano una parte sostanziale delle riflessioni del giornalista svizzero, che preconizza
il ritorno in grande stile di Mosca nel Caucaso:
«La Russia politica non punta alle medaglie, bensì a una sorta di reset del ginepraio caucasico, partendo proprio da quest’appuntamento sportivo. Azzeriamo tutto e ripartiamo da Sochi, sembrano gridare i vertici del Cremlino».
Putin e compagni non vogliono però un rilancio prudente e misurato. Sono tanti gli indizi che vanno in questa direzione. Non soltanto le Olimpiadi Invernali di Sochi nel 2014. Ma anche l’ambizioso progetto annunciato da Medvedev di rilanciare il Caucaso come meta del turismo invernale con la creazione di 5 resort invernali nel Nord della regione: a Lagonaki (vicino Krasnodar), Arkhyz (Karachay-Cherkessia), Elbrus-Besengi (Kabardino-Balkaria), Mamison (Ossezia del Nord) e Matlas (Daghestan).
Ma c’è ben altro in gioco oltre al turismo invernale, pure risorsa non disprezzabile. Casella punta il dito sul ruolo strategico che le ricchezze minerarie della regione potrebbero conquistare in un prossimo futuro. Non petrolio, ma uranio, wolframio e preziosi minerali. Risorse la cui presenza è sconosciuta ai più e viene fatta passare in sordina:
«Ogni sperduta valle del Caucaso nasconde il suo piccolo o grande tesoro minerario. […]
Gli ultimi colpi di piccone e martello pneumatico risalgono all’inizio del 2000. Segno che, fino a una decina di anni fa, l’estrazione, nonostante l’isolamento del posto, era ancora redditizia. Viene da pensare che la Russia sia cosciente di questo patrimonio geologico che non vuole però troppo pubblicizzare.
[…] Al nostro passaggio non abbiamo mai sentito parlare di esaurimento dei giacimenti, né in Ossezia, né a Tyrnauz – ai piedi dell’Elbrus – né qui ad Aksaut».
Una nota: il libro è dedicato a Natalia Estemirova, l’attivista per i diritti umani rapita e uccisa in Cecenia nell’estate del 2009, che l’autore aveva incontrato nei suoi viaggi precedenti.
Quasi a ricordare che le ferite vanno curate, non sepolte vive.


Mario Casella primo classificato al concorso Leggimontagna nella sezione “narrativa” con il suo “nero-bianco-nero”.

A conclusione della nona edizione del premio Leggimontagna sono stati svelati, sabato 24 settembre a Paluzza, i vincitori delle sezioni letterarie.
Per le opere dedicate alla narrativa, ad aggiudicarsi il primo premio è stato
Mario Casella con “Nero-bianco-nero. Un viaggio tra le montagne e la storia del Caucaso” (Gabriele Capelli Editore), seguito da Andy Cave, autore di “La sottile linea bianca” (Edizioni Versante Sud) e da Andrea Nicolussi Golo con “Guardiano di stelle” (Edizioni Biblioteca dell’Immagine).
A partecipare all’edizione 2011 del premio sono stati ben 108 elaborati, suddivisi in 34 opere di narrativa, 27 di saggistica, 16 per la sezione giornalismo e 22 inediti; 9 sono, invece, i filmati che hanno gareggiato nella sezione audiovisivi.
Il libro di Mario Casella, giornalista, documentarista e guida alpina svizzera è un interessante racconto di una traversata scialpinistica del versante nord della catena del Caucaso, dalle sponde del Mar Caspio, con i neri pozzi di petrolio dell’Azerbaigian, a quelle del Mar Nero, separate da un sistema di creste ricoperte di nevi abbacinanti. Al reportage di viaggio si unisce un’attualissima indagine geo-politica su un territorio difficile e tormentato, scosso da tremendi conflitti – l’autore riesce ad attraversare la Cecenia soltanto grazie a un lasciapassare della federazione alpinistica russa, e soltanto nelle vesti di scialpinista, dovendo celare alle autorità e ai compagni di viaggio la sua professione di giornalista.
Un racconto completo e avvincente, sfaccettato e ricco di spunti eterogenei, che spaziano dalle descrizioni più liriche di pendii immacolati all’analisi rigorosa e approfondita di complesse realtà sociali e politiche.
Il concorso, che ha assunto negli anni sempre maggiore rilievo, è voluto e sostenuto dall’Asca (Associazione delle sezioni montane del Club Alpino Italiano), con la collaborazione della Comunità montana della Carnia e del Consorzio BIM Tagliamento e con il sostegno, fra gli altri, della Regione Fvg, della Fondazione Crup, dell’Università degli Studi di Udine, del Cai Fvg, della Comunità montana del Gemonese, Canal del Ferro, Valcanale e dei Comuni ospitanti.
I giurati delle diverse sezioni che hanno valutato gli elaborati sono esponenti del mondo dell’alpinismo, del giornalismo, docenti universitari, esperti di cinematografia: Gianpaolo Carbonetto (Presidente della Giuria Saggistica), Bruno Contin, Spiro Dalla Porta Xidias (Presidente della Giuria Narrativa), Sergio De Infanti, Gian Paolo Gri, Francesco Micelli (Presidente della Giuria Giornalismo-Inediti), Marcello Manzoni, Igino Piutti, Luciano Santin, Andrea Zannini, il direttore della fotografia Dante Spinotti (Presidente della Giuria Audiovisivi), Livio Jacob e Leonardo Quaresima.


Una “segnalazione” per Mario Casella al Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI”, XXIX EDIZIONE 2011

Dopo il primo premio al concorso “Leggimontagna”, ecco una prestigiosa segnalazione al Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI” per Mario Casella con il suo libro “Nero-bianco-nero”.
Oltre ai tre premiati principali, visto il valore di altre opere inviate, con unanime parere la giuria ha ritenuto opportuno segnalare tra le altre anche: “NERO-BIANCO-NERO. Un viaggio tra le montagne e la storia del Caucaso”, di Mario Casella, Gabriele Capelli Editore, con la seguente motivazione:
“L’autore è riuscito ad affiancare brillantemente il diario di un’inedita traversata scialpinistica a società, storia, letteratura, personaggi di montagne a noi vicine, ma allo stesso tempo così diverse e sconosciute, come quelle del Caucaso; ha saputo poi immergersi con sensibilità e partecipazione in un’attualità per molti versi drammatica, divenendone cronista, in una equilibrata alternanza di chiaroscuri, richiamata in modo originale anche nel titolo stesso e nella sequenza dei capitoli”.
Le opere sono state scelte tra 173 libri da 97 case editrici.
Le premiazioni avverranno durante la cerimonia conclusiva del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI”, sabato 19 novembre 2011, al Parco Gambrinus di San Polo di Piave (Treviso), occasione in cui verrà assegnato anche il super premio VENETO BANCA “La Voce dei Lettori” ad una delle tre opere vincitrici e il Premio “Giuseppe Mazzotti Juniores” agli studenti degli istituti superiori.


La Voce del Trentino, 10.10.2013
Non solo oro nero

Da una straordinario conoscenza del Caucaso nasce questo libro-reportage di viaggio in un territorio estremamente complesso, cui i giornali a torto dedicano scarso approfondimento storico e politico. Un viaggio che è anche il diario di una avventura sci-alpinistica di indubbio fascino e difficoltà.
E’ un libro, “Nero-bianco-nero” che nel voler raccontare la cronaca di un’avventura  epica coglie appieno  l’occasione  per offrire al lettore una visione panoramica completa, come guardando dalla cima di un picco particolarmente elevato, della complessità di una terra martoriata e divisa da secoli di dominazioni e ribellioni, non di rado sfociate in veri i propri conflitti armati.
L’autore, Mario Casella, forte della sua esperienza giornalistica sul territorio Caucasico per i numerosi viaggi  legati alla sua  professione, arricchisce la narrazione  di  un piccolo universo di personaggi attraverso le cui vicende e preziose testimonianze si dipana la matassa dell’intricata difficoltà di convivenza tra le popolazioni caucasiche – etnicamente, linguisticamente, storicamente, geograficamente – divise.
Storie tristemente simili ad altre, sulla scena politica internazionale. Angoli di mondo senza pace,  imbarazzanti per il Potere, per il quale l’unico modo di allontanare l’attenzione mediatica è rendere difficile la penetrazione del mondo dell’informazione.
Un viaggio che parte dal nero del petrolio che si estrae al largo della città di Baku, scivola consumandosi le lamine attraverso il bianco delle nevi della catena del Caucaso, per concludersi nuovamente in Nero, come il mare ad est della stessa catena montuosa: ai piedi, gli sci.
Nel cuore, il desiderio di dare sostanza al sogno di potersi spostare liberamente tra quelle montagne senza mai  pensare la frontiera.
I mille chilometri di cerniera montuosa caucasica sono una traversata ambiziosa, ma la distanza fisica pare annientarsi a cospetto dei grotteschi ostacoli burocratici ed agli insormontabili muri culturali disseminati lungo queste terre senza pace.
La sapiente mescolanza di capitoli dedicati alla narrazione del viaggio (pagine bianche) ed altri  di carattere storico-aneddotico (pagine grigie) definiscono una lettura piacevole e ritmata come il progredire su terreno di esplorazione: talvolta innevato, talvolta roccioso, dolce o impervio, struggente in bellezza o inasprito dagli imprevisti..
A spasso tra i capitoli del libro, si impara che i riflettori della storia si accendono talvolta in luoghi “non convenzionali”: forse non tutti, infatti, sanno che Baku c’entra con i grossi interessi petroliferi del Novecento, con celebri condottieri, uomini di genio e della finanza internazionale, con i primi   oleodotti, le petroliere, le grandi tratte ferroviarie.
Ci sono i Nobel, i Rotschild, Stalin che guida la rivoluzione operaia e il terzo Reich con la sua ombra sull’oro nero della capitale azera. Di più ancora: il Caucaso ha ossessionato ed ispirato gli immortali Puskin, Lermontov, Tolstoj.
Ma se pensate che resti poco spazio per il pulsare veloce del cuore quando l’altitudine leva ossigeno al respiro e il dislivello sfianca le gambe per il continuo salire e scendere con gli sci ai piedi, vi sbagliate..
La giuria del Premio Itas del libro di montagna, attenta alla valorizzazione culturale di passioni condivise con chi vive il territorio, ha meritatamente assegnato a questo libro la palma del vincitore 2013.
ll prossimo 20 novembre, Nero-bianco-nero farà un giro anche a Vezzano al Teatro Valle dei Laghi, nell’ambito di Mese Montagna. Per saperne ancora di più.
Raffaella Prandi


CORRIERE DEL TRENTINO 12.10.2013

Casella scopre il Caucaso: crogiolo di popoli e culture
La recensione: II libro «Nero-bianco-nero» del reporter ticinese ha vinto la scorsa primavera il premio Itas
di Lorenzo Carpanè *

Qual è il senso della montagna?
Una di quelle domande che possono infastidire, tanto sono banali, o stupire, tanto sono profonde. Il bello è anche ascoltare poi le risposte. Come quelle che ha dato Mario Casella, reporter, documentarista, scrittore ticinese, a Pordenonelegge, la manifestazione letteraria che si tiene ogni anno a fine settembre nella città friulana.
Occasione per parlare di montagna, e, per lui, anche del libro cui nella scorsa primavera è stato attribuito il Premio Itas del Libro di Montagna, «Nero-bianco-nero. Un viaggio tra le montagne e la storia del Caucaso» (Gabriele Capelli Editore, 2011 , pp. 236). Un libro che racconta ben più dell’avventura sci-alpinistica che ha portato l’autore da un estremo all’altro del Caucaso, dal Caspio al Mar Nero, passando, o tentando di passare, sulle nevi di una delle zone più esplosive del pianeta, tra repubbliche ex-sovietiche i cui nomi abbiamo imparato a riconoscere solo a causa di stragi orrende, Cecenia, Inguscezia, Abkhazia, Ossezia del nord.
Da est a ovest, dal Daghestan fino alla Russia di Soci, il viaggio però è ben più che un itinerario sportivo: è soprattutto, e qui sta il grande merito di Casella, un incontro. Con le persone, con la storia, la politica, gli interessi di una regione così carica di storia e di tormenti. Le persone anzitutto. Le scelte che ha fatto Casella, anche sulla stagione in cui svolgere il viaggio, sono orientate in questa direzione: la primavera, con il pericolo di valanghe, permette di arrivare in villaggi che vengono da mesi di isolamento a causa della neve e lì «tra la neve resta il vero Caucaso, quello che affonda le sue radici nelle tradizioni centenarie della regione». Da Alexey, la guida sicura e fidata, fino agli anziani, ai soldati di guardia, lo sguardo e le orecchie di Casella prestano loro attenzione. Ma i personaggi sono anche quelli evocati: dai primi esploratori della catena, ai grandi alpinisti dell’era comunista, autori di straordinarie imprese.
Queste persone raccontano spesso le loro storie, fatte di fughe, ritorni, contaminazioni in quel crogiolo di popoli che è il Caucaso. Per raccontare di tutto ciò e di tutto quello che il presente porta con sé nel dramma della storia, l’editore ha scelto di alternare pagine di colore diverso: bianco per il racconto, grigio per l’analisi storica e politica della realtà caucasica.
Tra le pagine chiare e la pagine scure si snoda un intreccio di vicende che ha sempre come sottofondo la neve, le montagne, e tra queste, la più alta, e ricca di significati simbolici, l’ Elbrus, con i suoi 5.621 metri, da cui, una volta arrivati in sommità, Alexey indica a Casella una striscia in fondo verso ovest, il Mar Nero, punto d’arrivo del viaggio.
Soci è la città in cui metteranno piede, dopo aver attraversato luoghi di bellezza straordinaria, descritti con linguaggio sempre privo di orpelli, trasparente. Ma anche toccando con mani e piedi quanto stanno incidendo sul territorio i mastodontici lavori per le ormai prossime Olimpiadi invernali: uno scenario spesso infernale di sbancamenti per autostrade, piste, impianti, che incidono la montagna come arnesi di tortura.
Alla fine del viaggio, «dopo le emozioni, nasce la voglia di condividere la gioria del momento». Forse è questo il “furor scribendi” del narratore, che non può non far rivivere a noi lettori ciò che lui stesso ha vissuto. Ed è forse questo il senso della montagna: un luogo dove ci si traveste, da escursionisti, da alpinisti, da arrampicatori, da sciatori per entrare dentro di essa e raccogliere le sue storie.

* giurato Premio Itas – università di Verona,
Palestra della scrittura


la voce del trentino.it

Le montagne, calamite di conflitti.
Martedì, 26 Novembre 2013

“Nero bianco nero”, il libro di Mario Casella che ha vinto il premio Itas, di passaggio a Mese Montagna. Le guerre del Siachen e del Caucaso riflesse nell’anima delle genti di montagna. Raccontate da una guida alpina-reporter molto speciale.

Salgono e scendono con passi pesanti nella coltre di neve abbondante. Il loro strano abbigliamento  tradisce una occupazione diversa dal turismo d’alta quota, non è nemmeno alpinismo questo. Le voluminose tute di questi uomini erano bianche, ora sono sporche di kerosene, impregnate di lavoro duro, di lunghe marce e piantoni al freddo, in carenza d’ossigeno.
L’inglese coloniale delle voci dei soldati pakistani porta dritto alla realtà che non si vuol vedere, o che si lascia spesso a margine di quei viaggi che per gli scalatori significano in buona sostanza misurarsi con le proprie abilità e resistenza.
Sono le due facce della stessa montagna: solo che in vetta per gli scalatori spira il gelo tagliente dei venti di quota, per i militari, quello delle tensioni e del conflitto armato.
Come tanti altri, anche questi soldati talvolta muoiono, non di rado per edemi polmonari e valanghe. L’oro c’entra sempre, e questa volta è blu: la neve del ghiacciaio del Siachen, nella catena est del Karakorum da vita al fiume Indo, che sostenta milioni di persone. Di qui le rivendicazioni di India e Pakistan sugli stessi territori montuosi di confine.
Con queste prime immagini entra nel vivo il racconto di Mario Casella, e il documento filmato  intensifica la narrazione delle sue imprese scialpinistiche-documentaristiche.
L’incontro di apertura della serata dello scorso 20 novembre a Mese Montagna di Vezzano, dedicata al suo libro “Nero bianco nero” è un mix di scialpinismo, geopolitica, storia.
C’è spazio per il racconto indo-pakistano, per l’avventura caucasica e per nuovi interessanti progetti che si snodano lungo la via della seta.
Il passaggio dall’India al Caucaso dove è ambientato, per introdurre al pubblico il libro “Nero bianco nero” già insignito del Premio Itas Libro di Montagna, è quasi naturale, e sfrutta la prime analogie tra le due catene montuose: il loro essere problematiche e pressoché ignorate dai media. A dar forza alla considerazione dell’autore sulla propensione delle montagne ad attirare conflitti, c’è il loro essere zone di confine, e la ricchezza delle risorse naturali; acqua, legname, minerali, postazioni di controllo.
Durante la serata c’è spazio per la moderazione di una breve intervista con l’autore, che proponiamo di seguito.
I tuoi documenti filmati rivelano le montagne del Caucaso nella loro vastità e bellezza. Si vedono i piccoli villaggi di cui parli nel libro, e l’ambiente naturale delle immagini ricorda quello alpino, forse anche tu che conosci bene entrambi puoi confermare qualche somiglianza. Credi che si vada formando, soprattutto nei centri più popolati, la coscienza di un potenziale sviluppo economico che parta dall’offerta del territorio?
«Queste popolazioni del Caucaso attualmente devono far lavorare la fantasia per poter campare, ci sono necessità più legate alla sopravvivenza. C’è invece una volontà esterna del mondo politico di ricolonizzare la catena caucasica, e le olimpiadi sono l’esempio perfetto per far capire quanto è importante per il potere centrale il controllo dell’intera  regione.
La quale regione  invece è incontrollabile perché troppo complessa dal punto di vista fisico-geografico. Bisogna tenere presente che ci sono almeno 40 cime sopra i 4000 metri, e parecchie oltre i 5000, valichi raggiungibili solo con gli sci durante l’inverno, che dividono le popolazioni anche linguisticamente,  villaggi che restano completamente isolati per mesi.
Per questi motivi l’area è difficilmente paragonabile alle Alpi. L’idea del governo centrale di tenere assieme un così grande mosaico etnico-linguistico, oltretutto con le forti spinte indipendentiste che interessano l’area è decisamente utopica. Vladimir Putin ritiene di poter cementare tutte queste differenze attorno ad un grande evento, riversando enormi quantità di denaro per l’organizzazione olimpica invernale di Soci nel 2014.
L’intenzione è quella di far si che non succedano cose spiacevoli sul piano delle tensioni interne. Oltre a cercare di fare bella figura agli occhi del mondo.»
Ti va di raccontare qualcuno dei momenti salienti della traversata, o qualche aneddoto sull’impegno fisico che si è reso necessario per i quasi 50 giorni di marcia e salite con gli sci? 
«Comincerei citando l’Elbrus, e l’Ushba, che sono le montagne più conosciute, per dire che in antitesi esistono vallate bellissime soprattutto per il loro isolamento, e dove credo di aver trascorsi i momenti più emozionanti. Anche dal punto di vista tecnico-alpinistico, affrontare delle discese con gli sci su pendii dove sapevamo non essere mai arrivato nessuno durante l’inverno è stato molto forte emotivamente.»
Qual è la preparazione fisica necessaria a sostenere 50 giorni di impegno fisico così intenso, oltre all’esperienza alpinistica che, credo, sia fuori discussione? 
«La stessa preparazione necessaria a qualsiasi spedizione himalayana, che richieda di stare diversi giorni in quota concentrati su un obiettivo alpinistico. Personalmente seguo il metodo di Kurt Diemberger, che consigliava di metter su qualche chilo prima di intraprendere una spedizione.
L’alimentazione è infatti uno dei più grossi problemi durante la permanenza in quota. Nel nostro caso, abbiamo dovuto adattarci a mangiare quello che si trovava, villaggio dopo villaggio. Hanno pesato molto anche le ripetute sveglie al mattino presto dopo la fatica dei giorni precedenti.. Tra le difficoltà bisogna considerare il pericolo valanghe in totale assenza di previsioni meteo, e con carte geografiche non particolarmente precise. Operare scelte strategiche con questi presupposti è davvero difficile.»
Il tuo libro rivela ritratti di persone incontrate durante il percorso, profili molto toccanti….
«Si, nel libro approfitto per raccontare delle persone che ho incontrato, per parlare di loro. La Caucasian Chamber Orchestra per esempio è un progetto che unisce musicisti di diverse provenienze e simboleggia la realizzazione della convivenza possibile tra popoli in conflitto perpetuo.
L’incontro che mi ha toccato di più e al quale mi fa più male pensare è quello con Natalia Estemirova, cui ho dedicato il libro. E’ una giornalista che collaborava anche con Anna Politkovskaja nell’impegno della denuncia delle violazioni dei diritti umani.
Con Natalia ho trascorso un paio di giorni a Grozny, in Cecenia, per realizzare un lavoro. Poco tempo dopo, al nostro rientro abbiamo appreso del suo brutale assassinio.
Mi rattrista il fatto che si parli ancora poco di episodi come quello che le è capitato. Per me è stato importante mettere in luce non solo l’aspetto alpinistico del mio viaggio, ma ricordare che ai piedi di quelle montagne ci sono persone che ancora dedicano la loro vita alla difesa dei diritti umani.»
Prendo spunto dalla visione di un recente cortometraggio che documenta un viaggio in Kirghizistan, per riportare le parole del protagonista, “ogni viaggio porta in sé luci ed ombre, fatica e ricompensa”. Se condividi questo pensiero, qual è stata nel tuo caso, la ricompensa? 
«Le ricompense sono state più di una. Ho portato a casa un’amicizia straordinaria con il mio compagno di viaggio, Aleksjej, e questa è la prima cosa. L’altro grande soddisfazione è stata scoprire le storie personali di tanta gente incontrata, che era uno dei miei obiettivi principali.
Così era stato già per un precedente viaggio in Iran dove sono venuto a contatto con incredibili vicende umane, talmente lontane dai sommari resoconti dei nostri media che sembravano appartenere ad un altro mondo, ad un’altra realtà. A breve io e il documentarista Fulvio Mariani ripartiremo per l’Afghanistan, in cerca di altri racconti, altre storie.
Credo che l’alpinismo dia la possibilità di accedere all’esplorazione di una realtà ancora più profonda, che sta oltre i pendii ripidi e le pareti rocciose, e che grazie all’isolamento ed ai vari imprevisti favorisca la ricerca di contatti con le persone. Questa modalità esplorativa offre una chiave d’accesso a situazioni di cui difficilmente si troverà traccia nei telegiornali. Un’altra grande ricompensa, quindi, è il rinnovato stimolo a cercare di saperne di più.»

4 thoughts on “Nero-bianco-nero

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