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Carlo Silini
Le ammaliatrici
Romanzo
15×21 cm, 416 pp, Euro 21,00
ISBN 978-88-31285-18-6

Disponibile anche in versione digitale su più piattaforme.

Di quanti destini straordinari si sono perse le tracce nei secoli?
Di quante storie di cui abbiamo smarrito memoria rimangono come unici e muti testimoni i luoghi in cui sono segretamente avvenute: i tavolacci delle vecchie osterie, i muri scalcinati delle chiese, le algide sale di tribunale, le celle conventuali, i manicomi, i bordelli, gli ostelli di santità e poi le valli ombrose, i campi di grano, gli anfratti più silenti delle caverne?

Così, quando un bizzarro condannato a morte di nome Bargniff si siede sul ceppo dove dovrà appoggiare il capo per ricevere il colpo ferale del boia e racconta le incredibili vicende di Maria del Maté, la giovane musa ispiratrice dei carnevali di Milano e di Maddalena de Buziis, la Madonna-strega dei baliaggi svizzeri, capita che nessuno gli creda.

Perché il Bargniff è un ladro, un truffatore, un volgare casciaball ed è bene che la sua vita sbandata finisca lì, nel campo del Nebbiano, il giorno del Signore 12 novembre 1664; prima che qualcuno prenda per buoni i suoi farneticamenti da ubriaco, prima che il mondo scopra che in un tempo indefinito di fine Seicento, a cavallo tra il Ducato di Milano e le più impervie valli prealpine, un gruppo di disperati e sognatori dava vita alla leggendaria Compagnia dei campi, e che uno spietato manipolo di persecutori di streghe e creatori di sante avviava una caccia ottusa e feroce per cancellarla dal mondo, insieme al piccolo Paradiso terrestre che era riuscita a creare tra i verdi spiracoli della pianura che attraversa il confine.

Completando la trilogia iniziata con “Il ladro di ragazze” (2015) e proseguita con “Latte e sangue” (2019), con “Le ammaliatrici” ancora una volta Carlo Silini ci regala una narrazione sorprendente e visionaria della storia nascosta, svelando la fine di un’era arcaica e selvaggia, tra amori, vendette e perdizioni, col ritmo forsennato di un thriller che tiene i lettori incollati ad ogni pagina. Un testo che commuove, agghiaccia, diverte, indigna e fa riflettere in una luminosa via di mezzo tra l’opera buffa e la tragedia.


Carlo Silini ospite di Massimo Zenari. Intervista all’autore del romanzo “Le ammaliatrici. Radiotelevisione svizzera, RETE DUE, 22.01.2022

Tra Ticino, comasco e Lombardia

Servizio televisivo a cura di Claudia Iseli dedicato a “Le ammaliatrici”, l’ultimo romanzo di Carlo Silini. Turné, RSI LA1, 18.12.2021.

“Per gentile autorizzazione della RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana.”

“Le ammaliatrici”: Lucia Valcepina intervista Carlo Silini

Una videointervista dal bosco per Lucia Valcepina: questa volta dialoga con Carlo Silini che con il romanzo “Le ammaliatrici” chiude il suo poderoso ciclo storico iniziato con “Il ladro di ragazze” e proseguito con “Latte e sangue”.
La Provincia di Como.


Carlo Silini spiega “Le ammaliatrici”:

Le ammaliatrici – Il titolo

Le ammaliatrici – I luoghi

Le ammaliatrici e la storia delle donne

Le ammaliatrici – Il Bargniff

Carlo Silini, La trilogia: “Il ladro di ragazze”, “Latte e sangue”, “Le ammaliatrici

Nato a Mendrisio, Carlo Silini è caporedattore al Corriere del Ticino. Ha vinto lo Swiss Press Award, il più importante premio svizzero di giornalismo, nel 2015 per la categoria carta stampata e nel 2017 per la categoria local. Uscito nel 2015, Il ladro di ragazze, sua prima prova narrativa, è stato per mesi ai primi posti delle classifiche della Svizzera italiana. Stessa sorte per il sequel del 2019 Latte e sangue.



RECENSIONI / SEGNALAZIONI

© Radiotelevisione svizzera, RETE DUE, 22.01.2022

Le ammaliatrici.
Carlo Silini ospite di Massimo Zenari

«Signur, Signur! Ma proprio a me doveva capitare di incontrarle?». Loro sono le protagoniste di “Le ammaliatrici” (Gabriele Capelli Editore), l’ultimo romanzo di Carlo Silini, che chiude la felice trilogia composta da “Il ladro di ragazze” (2015) e “Latte e sangue” (2019), ambientata nel Seicento lombardo-ticinese e incentrata sulle vicende di Maddalena de Buziis, tra caccia alle streghe, sante vive, inquisitori spietati, riti funebri e bande di briganti.

Link: Alice


© Corriere del Ticino, 20.01.2022

«Il Ticino del ‘600 un far west dove comandava il più forte, ma le donne…»
Dal Mendrisiotto alla Vallemaggia, «Le ammaliatrici», l’ultimo libro di Carlo Silini, intreccia la storia e gli episodi realmente avvenuti del territorio con le appassionanti vicende della sua protagonista Maddalena – VIDEO
Di Mattia Sacchi

Dopo il successo de «Il ladro di ragazze» e «Latte e Sangue», Carlo Silini torna a narrare le incredibili vicende di Maddalena de Buziis con il suo ultimo lavoro «Le ammaliatrici». La degna conclusione di una trilogia che ha raccontato non solo la storia della Madonna-strega dei baliaggi svizzeri, ma anche la vita e i principali episodi storici del Ticino del ‘600. Un territorio terra di conquista, di autorità e di farabutti, a volte complici e in altre acerrimi nemici, dove le sfumature tra il bene e il male spesso sono particolarmente labili.

Abbiamo parlato del libro, edito da Gabriele Capelli editore, con l’autore, tra il suo lavoro di ricerca delle fonti storiche e l’emozione nel salutare i protagonisti di questa appassionante saga.

Link al video.

© Turné, Radiotelevisione svizzera LA1, 20.11.2021

Tra Ticino, comasco e Lombardia

Servizio televisivo a cura di Claudia Iseli dedicato a “Le ammaliatrici”, l’ultimo romanzo di Carlo Silini. Turné, RSI LA1, 18.12.2021.

“Per gentile autorizzazione della RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana.”

© Ciao Como, 22.12.2021

Carlo Silini racconta la storia nascosta degli ultimi decenni del 1600 nel romanzo ambientato tra Canton Ticino, Como e Milano.
di Lorenzo Canali

Carlo silini Le ammaliatrici
di Davide Fent

Completando la trilogia iniziata con “Il ladro di ragazze” (2015) e proseguita con “Latte e sangue” (2019), Gabriele Capelli Editore è uscito nel 2021 con con “Le ammaliatrici”, (416 pp, Euro 21,00), nel quale, ancora una volta, lo scrittore e giornalista Carlo Silini ci regala una narrazione sorprendente e visionaria della storia nascosta, svelando la fine di un’era arcaica e selvaggia, tra amori, vendette e perdizioni, raccontate col ritmo forsennato di un thriller che tiene i lettori incollati ad ogni pagina. “Le ammaliatrici” è un libro che commuove, agghiaccia, diverte, indigna e fa riflettere in una luminosa via di mezzo tra l’opera buffa e la tragedia.

Carlo Silini è nato a Mendrisio nel 1965, laureato in teologia a Friburgo, sposato e padre di un figlio. Si definisce “giornalista per scelta e scrittore per caso” è editorialista responsabile delle pagine di Primo Piano, gli approfondimenti del Corriere del Ticino (www.cdt.ch), il maggior quotidiano svizzero in lingua italiana. Come inviato ha seguito, tra le altre cose, la crisi albanese, la guerra in Kosovo e varie tornate elettorali italiane negli anni Novanta. Sul piano locale ha curato reportages e inchieste sociali e culturali (il Ticino magico, l’Islam di casa nostra, i movimenti religiosi alternativi nel Cantone, i Duecento anni del Cantone, la pedofilia online in Svizzera, il razzismo elvetico, le condizioni di lavoro nei cantieri di AlpTransit , il Sessantotto in Ticino e molte altre). Sul Corriere del Ticino commenta regolarmente avvenimenti religiosi e sociali. Nel 1999 ha firmato con Giovanni Vigo il saggio “Dal mille al futuro” (ed. San Giorgio). Nel 2005 ha vinto il premio di “giornalista dell’anno” per la Svizzera italiana, titolo attribuito dalla rivista Schweizer Journalist. È stato inoltre il primo ticinese a vincere il maggior premio di giornalismo in Svizzera, lo Swiss Press Award, nel 2015,per la categoria carta stampata e nel 2017 per la categoria local. Uscito nel 2015, “Il ladro di ragazze”, sua prima prova narrativa, è stato per mesi ai primi posti delle classifiche della Svizzera italiana. Stessa sorte per il sequel del 2019 “Latte e sangue”.

In “Le ammaliatrici” due straordinarie figure di donne, metà “sante” e metà “streghe”, dominano una vicenda che attraversa la potente e incontaminata natura della Vallemaggia, il Ticino, le campagne del comasco e la grande Milano del Ducato, dominata dagli spagnoli.

Quando il bizzarro condannato a morte Bargniff, volgare ladro e truffatore, si siede sul ceppo prima di ricevere il colpo ferale del boia e racconta le incredibili vicende di Maria del Maté, la giovane musa ispiratrice dei carnevali di Milano e di Maddalena di Buziis, la Madonna-strega dei baliaggi svizzeri, nessuno gli crede. Ma il suo racconto svela l’esistenza della leggendaria Compagnia dei Campi: un gruppo di disperati e sognatori perseguitato da uno spietato manipolo di persecutori di streghe e creatori di sante. Con scrittura vivace, definizione intrigante dei personaggi e abile costruzione narrativa, l’autore conduce a seguire con trepidazione un racconto di ispirazione solidamente storica, creato grazie ad un approfondito lavoro di ricerca documentaria.

“Di quanti destini straordinari si sono perse le tracce nei secoli? Di quante storie di cui abbiamo smarrito memoria rimangono come unici e muti testimoni i luoghi in cui sono segretamente avvenute: i tavolacci delle vecchie osterie, i muri scalcinati delle chiese, le algide sale di tribunale, le celle conventuali, i manicomi, i bordelli, gli ostelli di santità e poi le valli ombrose, i campi di grano, gli anfratti più silenti delle caverne? Così, quando un bizzarro condannato a morte di nome Bargniff si siede sul ceppo dove dovrà appoggiare il capo per ricevere il colpo ferale del boia e racconta le incredibili vicende di Maria del Maté, la giovane musa ispiratrice dei carnevali di Milano e di Maddalena de Buziis, la Madonna-strega dei baliaggi svizzeri, capita che nessuno gli creda. Perché il Bargniff è un ladro, un truffatore, un volgare casciaball ed è bene che la sua vita sbandata finisca lì, nel campo del Nebbiano, il giorno del Signore 12 novembre 1664; prima che qualcuno prenda per buoni i suoi farneticamenti da ubriaco, prima che il mondo scopra che in un tempo indefinito di fine Seicento, a cavallo tra il Ducato di Milano e le più impervie valli prealpine, un gruppo di disperati e sognatori dava vita alla leggendaria Compagnia dei campi, e che uno spietato manipolo di persecutori di streghe e creatori di sante avviava una caccia ottusa e feroce per cancellarla dal mondo, insieme al piccolo Paradiso terrestre che era riuscita a creare tra i verdi spiracoli della pianura che attraversa il confine…”.

Come racconta Sileri ne “Le ammaliatrici”, le storie si possono perdere mentre i luoghi dove sono avvenute rimangono. Nonostante appartengano alla nostra quotidianità, anche le stazioni ferroviarie sono luoghi ricchi di fascino e in un certo modo anche di mistero. Tutto quel via vai di persone e treni, quelle storie di vita che si intrecciano su di una banchina o su di un vagone non possono lasciare indifferenti. Poi ci sono stazioni che sono veri e propri gioielli architettonici come la Centrale di Milano, inaugurata nel 1931 in pieno Ventennio. Oppure altri piccoli scali di campagna, isolati nel bel mezzo della pianura Padana, magari dotati di un solo binario, che a guardarle sembra quasi che possano trasportare il viaggiatore in un mondo lontano e da favola. Le stazioni ferroviarie sono luoghi dove si va di corsa, dove si passa con la testa presa dai pensieri della giornata, ma se ci si sofferma a osservarle da vicino, e con calma, ecco che possono inaspettatamente svelare storie che vale la pena raccontare. Alla centrale di Milano è possibile per esempio visitare il binario da dove partivano i convogli carichi di ebrei, a Brescia il fabbricato viaggiatori è stato sottoposto a vincolo da parte della Sovrintendenza ai beni architettonici e a Monza, sul binario uno, è possibile visitare la Saletta Reale con tanto di affreschi del Mosè Bianchi dove il re scendeva d’estate quando si recava in Villa Reale.

Poi c’è la stazione di Como. Uno scalo che visto così non dice molto, sembra una stazione come tante altre, frequentata quotidianamente da migliaia di pendolari, ma se doveste trovarvi nell’atrio fate caso al basso rilievo appeso a uno dei muri: è l’ultima testimonianza del convento domenicano che sorgeva al posto dello scalo fino ai primi anni del XIX secolo. Si trattava di una struttura massiccia formata da una chiesa, tre chiostri e una grande biblioteca dedicata a San Giovanni, ma soprattutto era uno dei tribunali dell’Inquisizione più efficienti di tutta la penisola, con una giurisdizione che comprendeva il lago, tutto l’arco alpino fino al confine svizzero e parte della Brianza. E quando scriviamo efficienti, intendiamo dire che fra il XIII e il XVII secolo vennero processate e mandate al rogo più streghe lì, che in tutti gli altri tribunali. Solo l’Inquisizione di Venezia teneva botta. Per il resto, gli inquisitori comaschi si applicavano con tale perizia al loro magistero da far impallidire i colleghi di Salem, il villaggio alle porte di Boston divenuto un caso emblematico grazie a Hollywood. Una notte buia e profonda rischiarata dai roghi che venivano accesi per bruciare le adoratrici del demonio.

Le fonti dicono che fra il Quattrocento e il Cinquecento venivano celebrati circa mille processi all’anno e pare che a un certo punto si scomodò persino l’amministrazione cittadina per dirgli di darsi una calmata. Fra i più attivi spiccano quattro nomi di inquisitori: frate Bernardo Rategno, originario di Schignano, un paesino sopra Como famoso per il suo carnevale, che da solo catturò e fece bruciare più di 300 donne e che durante la sua carriera compilò pure diversi manuali sul modus operandi da tenere durante il processo. Il testo di riferimento per questo tipo di attività pare fosse il Malleus Maleficarum, ovvero il Martello delle Malefiche, ma frate Bernardo scrisse alcuni saggi che, per diffusione, eguagliarono il ben più celebre Malleus. Al suo livello di efficienza, o comunque nelle immediate vicinanze, si erano distinti negli anni successivi altri frati come Lorenzo Solerio, Antonio da Casale e, soprattutto, frate Modesto Scrofeo, detto il “sanguinario”.

La Valtellina era il loro territorio di caccia preferito. Bormio, Chiavenna, Berbenno, Ponte in Valtellina sono solo alcune delle località dove il giudizio della Santa Inquisizione calò con più violenza. Il mito della Valtellina come luogo di sabba e streghe nasce e si consolida proprio in quegli anni. D’altro canto, un popolo che abitava una terra considerata strategica nello scacchiere della guerra dei Trent’anni, e per questo depredata, saccheggiata e infettata dalla peste, a qualcuno doveva pur darla la colpa della sua miseria. E i processi alle streghe si celebravano proprio lì, dove adesso sorge una stazione ferroviaria che assomiglia a molte altre. Interrogatori infiniti, ricatti morali, pressioni psicologiche e ovviamente torture dolorosissime. Il meccanismo che le governava era sempre lo stesso: confessione e delazione. Un circolo infernale che giustificava se stesso e che diventava prova dell’esistenza del maligno e della reale esistenza di una nuova setta di adoratori. Di quel convento domenicano oggi non rimane più nulla. La donna additata, accusata, torturata e infine strega. Così nascono le fattucchiere, prima concepite dall’immaginario popolare, poi plasmate da quello di una élite che pretende di vederle negative, cattive, distruttive e maligne e infine strette nella morsa di quella Chiesa, che decide di bruciarle. Al rogo le eretiche, le mangia-bambini, le fattucchiere, le adoratrici di Satana; al rogo tra gli insulti del pubblico, che assiste alle esecuzioni tra l’impaurito e l’estasiato. Brucia il femminino, il fuoco abbraccia e divora quello che rimane di una saggezza volutamente fraintesa da chi è quotidianamente chiamato a proteggere le Anime. Un’escursione in punta di piedi nel mondo delle streghe, passando dalla storia, dall’arte e dalla letteratura e attraversando quel dolore che mai potrà essere dimenticato.

Una figura negativa quella della strega, accusata di usare i poteri magici per danneggiare la comunità, di partecipare a raduni chiamati Sabba e di adorare il Demonio. La cosiddetta fattucchiera conosce origini molto antiche, di gran lunga antecedenti al cristianesimo. Basti pensare che sono stati rinvenuti atti di inchiesta redatti nel II millennio a.C. dove vengono menzionati dei rituali vudù, definiti simili a quelli utilizzati dalle incantatrici. Di non trascurabile importanza è il Codice di Hammurabi, quale preziosa fonte informativa in merito all’atteggiamento del periodo nei confronti delle pratiche magiche, palesemente diffuse nella società. In epoca classica, ormai, la presenza della magia nella collettività è massiccia, tanto che da alcuni decreti penali, si evince come la pratica dei rituali fosse punita con la pena di morte.

In campo letterario, la strega è fonte di ispirazione per diversi scrittori, in epoche differenti. In letteratura la si ritrova descritta in svariati modi. La mitologia greca e romana la disegna per metà umana e per metà animale, capace di assumere sembianze differenti a seconda dell’obiettivo della sua missione. La strega succhia il sangue dei bambini e anche quello degli uomini, che non possono sfuggire al loro destino. Le figure più emblematiche della mitologia greca, in fatto di streghe, sono le empuse o le lamiae, rappresentate da una donna con le ali e gli artigli. Degna di nota, a tal proposito, è la Strega di Endor, una negromante menzionata nella Bibbia, oppure le tristemente note streghe della Tessaglia dell’antica Grecia. Nel nostro Paese di racconti sulle streghe ne sono stati redatti tanti; tra i più famosi, quelli che corrono di voce in voce tra gli abitanti delle Isole Eolie, dove le maghe non vengono disegnate malignamente, ma come donne a cui l’antica sapienza ha lasciato una grande eredità. Nella fantasia popolare, le fattucchiere si cospargono il corpo con un unguento magico, che dona loro la possibilità di volare verso terre lontane, dove possono cogliere frutti esotici per il proprio consorte.

Link: ciaocomo


“Le ammaliatrici”: Lucia Valcepina intervista Carlo Silini

Una videointervista dal bosco per Lucia Valcepina: questa volta dialoga con Carlo Silini che con il romanzo “Le ammaliatrici” chiude il suo poderoso ciclo storico iniziato con “Il ladro di ragazze” e proseguito con “Latte e sangue”.
La Provincia di Como.

© LaRegione Ticino, 15.12.2021


Seicento in fuga: la versione di Bargniff
Intervista al “protagonista assoluto” (o così dice lui) dell’ultimo romanzo di Carlo Silini
di Lorenzo Erroi

Link: LaRegione


© Il Cittadino di Monza e Brianza, 9.12.2021

Cultura

“Le ammaliatrici” – Carlo Silini chiude la saga a Milano (e del Ticino)
di Bernardino Marinoni

Sedotto dalla fantasia non meno che dalla realtà, Carlo Silini ha portato a compimento una saga transfrontaliera ambientata nel Seicento, a cavallo tra il Ducato milanese e i baliaggi elvetici più meridionali, l’attuale canton Ticino.

E se nel primo libro della trilogia, “Il ladro di ragazze”, la dislocazione a Vimercate di un monastero costituiva un polo giustapposto a quello di Mendrisio, e ai sacrifici umani ivi compiuti da un tristo negromante, nel secondo, “Latte e sangue”, in un convento comacino si celebra un singolare processo per stregoneria, in “Le ammaliatrici” è Milano uno dei vertici di una storia che investe anche le vallate svizzere del lago Maggiore, fonte indiretta di una Compagnia dei Campi che nel cuore del Ducato riunisce sognatori e disperati.

In questa estesa mappa dagli esatti toponimi albergano le leggende cui i libri di Silini danno la consistenza dell’avventura con il ritmo del thriller: la microstoria – perché in calce ai libri vivono corrette e utili note storiche – innesca elementi che vanno rasente il fantastico nella temperie che l’Inquisizione, per esempio, può alimentare.

Carlo Silini, abilissimo nel reggere la cresta dell’onda sulla quale “Le ammaliatrici” procede con avvincente speditezza, tiene conto di certi fatti che le cronache coeve riferirono cogliendo le occasioni di relazioni sui confini dell’epoca per variare con originalità nel romanzo storico.

Ma nel terzo titolo della trilogia, dove alla figura, già nota ai lettori, di Maddalena de Buziis, Madonna-strega dei baliaggi svizzeri, si associa quella di Maria del Maté, giovane musa dei carnevali meneghini, in una composizione di sfavillante energia, anche sul piano della narrazione, per rigidi, incalzanti capitoli, l’invenzione autentica è quella del narratore, tale Bargniff, milanese, le cui fole – “una era una santa, l’altra una strega” dice, fermano la lama del boia con arditissima gittata delle pagine di un libro che non si può lasciare a mezzo.

Link: Il Cittadino di Monza e Brianza


© Rockerilla, 01.12.2021

Segnalazione del romanzo “Le ammaliatrici” di Carlo Silini.


© La Provincia di Como, 27.11.2021

Cultura

«Tra santità e stregoneria una lezione dal passato»
Carlo Silini completa con il romanzo “Le ammaliatrici” la trilogia ambientata tra Lombardia e Ticino nel Seicento «Protagonista è il Bargniff, truffatore di cui resta traccia nella tradizione, ma il focus è su due donne singolari»
Di Lucia Valcepina

Qual è il confine tra santità e stregoneria e, soprattutto, come sono riusciti gli uomini, con i loro paradigmi, le loro logiche e istituzioni, a definire i tratti del Bene e del Male determinando il corso della Storia? In una zona di confine tra il Ducato di Milano e le valli prealpine, in un’epoca liminare ricca di tensioni qual è stata la fine del Seicento, il romanzo “Le ammaliatrici”, episodio conclusivo della trilogia del giornalista e scrittore ticinese Carlo Silini, pubblicata da Gabriele Capelli, ci trasporta in un mondo popolare fatto di truffe e superstizioni, magia e mistero, alle prese con un’idea del “femminile” destinata a durare nel tempo. Ne parliamo con l’autore.

Protagonista del romanzo è il Bargniff, ladro e truffatore, figura gustosa e vivida che, al pari di altre nel romanzo, fa indignare e sorridere. Come nasce?
Al di là del possibile riferimento storico, quell’Isidoro Strongoli di cui parla il racconto di Giovanni Biffi, l’ho immaginato come un mix tra leggenda e storia, con un’origine nel “Bargniff Bargnaff” dell’indovinello milanese: una creatura che ha qualcosa di diabolico e repellente ma anche la paciosità della narrazione popolare. Eccessivo, furbastro, spaventoso e rassicurante al tempo stesso, che rimesta tra i libri di pseudo-medicina dell’epoca e il librone che si porta dietro: un volume davvero esistente, ritrovato nell’isolata Vallemaggia. Ho pensato che potesse far parte dell’Accademia dei Facchini della Valle di Blenio, combriccola di intellettuali esistita fino alla fine del Cinquecento, dedita alla crapula e alle donne: un mondo goliardico, dotato di una particolare giovialità, che credo rappresenti ancora una certa anima di Milano.

E quel singolare gruppo di artisti ci conduce più in là, nel Seicento del Ducato di Milano e nel territorio ticinese con i baliaggi elvetici. Un contesto sociale arcaico, soprattutto per quanto riguarda la concezione della donna, ma rappresentativo di una mentalità destinata a durare. Cosa permane in noi di quel passato?
Dalle ricerche storiche e dai documenti processuali, si evince come la donna fosse un oggetto particolare di persecuzione, e non solo a causa di una giustizia malata e di un’istituzione violenta, ma di una cultura che la segnava con un marchio, uno stigma di debolezza e fragilità, oltre che di colpevolezza legata all’idea del peccato. Gli stessi testi religiosi e spirituali seicenteschi proponevano la donna come una creatura pericolosa. Una dimensione che è sopravvissuta nel tempo ma della quale abbiamo perso memoria. Le protagoniste del romanzo mostrano questa peculiare visione: c’è una ragazza “pericolante”, come si diceva all’epoca delle figlie di prostitute o presunte streghe, che si porta dietro quel peccato, e una Madonna-strega temuta e venerata.

Un’attrazione fatale che il mondo maschile ha sempre sentito il bisogno di giustificare?
Sì, sono dinamiche che non si risolvono in pochi anni ma in decenni e secoli. Noi proveniamo da una cultura che originariamente non riconosceva alla donna parità morale rispetto all’uomo. Oggi sono subentrati nuovi paradigmi, eppure la piaga del femminicidio non è mai stata viva come ora, il che significa che certi modi di concepire la femminilità e la mascolinità sono rimasti sottotraccia. Io sono fiducioso verso le giovani generazioni anche se l’idea del “possesso” ha radici lontane ed è stata un fondamento della nostra cultura, e un parametro di valutazione sociale.

Il romanzo focalizza anche un’altra tentazione: quella di santificare o, al contrario, demonizzare gli individui, come si evince dalla storia di Maria del Maté e di Maddalena de Buziis. Si tratta dello stesso processo che ci porta a cadere nella superstizione?
La vicenda delle due donne fa capire che passare dalla santità alla perdizione è un attimo. I manuali di santità del Seicento mostrano come l’estasi e il sabba, la santità e la stregoneria, siano di fatto la lettura inversa dello stesso fenomeno: quando l’anima, in certe condizioni, si stacca dal corpo (idea di matrice aristotelica), può entrare in contatto con gli angeli o i santi per poi tornare nel corpo e farsi portavoce di profezie, o, al contrario, raggiungere gli spiriti infernali, i demoni e la nostra malvagità profonda, con ciò che ne consegue. Lo sguardo dell’ammaliatrice può essere variamente interpretato come santità o stregoneria con tutto il corollario di “seguaci” o detrattori che ne deriva.

I personaggi del romanzo si dibattono così tra misticismo e sensualità, una dicotomia che trascende il ‘600…
Il Barocco è spesso disprezzato per gli eccessi e la ridondanza quando, più di altre epoche, ha saputo restituire la tensione estrema tra corpo e spirito, materia e misticismo. Basta entrare in una chiesa del tempo per assistere al trionfo della sensualità, anche se nello stesso periodo si vigilava fortemente sui costumi. La modernità del Barocco è quella di sbatterti in faccia la tensione profonda e vicinissima tra carne e spirito, un’energia potente che mi ha spinto a indagare e a riflettere anche sulla nostra condizione attuale, oggi che il discorso si sposta su scienza e superstizione, su ciò che è misurabile e ciò che non lo è.

Un rapporto con il mistero che non sappiamo più esprimere?
La nostra epoca tende spesso a inquadrare tutto in una visione scientifica oppure a evadere in una dimensione irrazionale, ma la realtà è che dentro siamo divisi. Le figure principali del romanzo hanno una componente intuitiva molto potente. Il Fe’, il personaggio più spirituale, sa intuire i pensieri degli altri e dialogare con i morti, ma non dice di essere un mago, bensì «uno che osserva». L’intuizione fa parte del nostro armamentario razionale: quando ci mettiamo in contatto intimo con gli altri ne cogliamo aspetti inespressi. La capacità di leggere l’inespresso è oggi scartata dalla nostra società e questa negazione si esplicita nel romanzo quando il Vaticano fa un salto verso la razionalità cercando di cancellare sia le sante sia le streghe. Non potendo più riconoscersi in una lettura mistica e intuitiva, passa a razionalizzare tutto. Ma nei tre romanzi resta sempre aperto un mistero perché l’inspiegabile esiste e fa parte della vita.

La scheda

Il condannato racconta la storia di due creature

Nato a Mendrisio, Carlo Silini è caporedattore al Corriere del Ticino. Ha vinto lo Swiss Press Award, il più importante premio svizzero di giornalismo, nel 2015 per la categoria carta stampata e nel 2017 per la categoria local.

“Il ladro di ragazze”, sua prima prova narrativa, è stato per mesi ai primi posti delle classifiche della Svizzera italiana, così come il sequel del 2019 “Latte e sangue”. “Le ammaliatrici” completa oggi la trilogia: un condannato a morte di nome Bargniff si siede sul ceppo dove dovrà appoggiare il capo per ricevere il colpo ferale del boia e racconta le incredibili vicende di Maria del Maté, la giovane musa ispiratrice dei carnevali di Milano e di Maddalena de Buziis, la Madonna-strega dei baliaggi svizzeri.

Carlo Silini, “Le ammaliatrici”, Gabriele Capelli Editore, 416 pagine, 21 euro.

Link: laprovinciadicomo


© Hub, CdT, n. 11, novembre 2021

Ammaliante ambiguità

Il nuovo romanzo di Carlo Silini è una storia di prodigiosi opposti
di Mattia Bertoldi
Foto di Chiara Zocchetti

Lo so, è strano: scegliere un romanzo storico come guida di viaggio non è l’ideale se si è in cerca di consigli legati a posti dove mangiare o dormire. Ma per quanto riguarda le bellezze di un territorio, le sorprese sono garantite.

Muoversi tra Svizzera e Lombardia in compagnia delle opere di Carlo Silini (tutte ambientate nel Seicento) è un’esperienza affascinante e avvincente allo stesso tempo. Con Il ladro di ragazze ho scoperto i nascondigli del mago di Cantone, alle pendici del Monte San Giorgio, e in Latte e sangue ho superato la frontiera e scoperto quanto spietato fosse l’operato dell’Inquisizione a Como. Con il terzo capitolo della trilogia, Le ammaliatrici, ci muoviamo tra due estremi: da una parte una donna in odore di santità, Maria del Maté, musa dei carnevali di Milano; dall’altra una presunta strega, Maddalena de Buziis, in continuo movimento tra i baliaggi svizzeri con la sua Compagnia dei Campi. Entrambe ammaliano e irretiscono il popolo grazie a dei prodigi, anche se da una parte si chiamano miracoli e dall’altra diavolerie.

Estremi che ci ricordano quanto sia facile dividersi tra un fronte e l’altro, una tentazione dalla quale la società di oggi non è ancora immune, anzi. La realtà è bianca o nera, sacra o sacrilega. Ma quello che insegna questo romanzo è che il punto di incontro si trova al centro, nel pieno della nostra esistenza e di ciò che la muove. Il romanzo ci invita infatti a esplorare un territorio tra i più misteriosi di sempre: la geografia umana. Tra le figure della santa e della strega, infatti, si annidano gesti di carità e imbrogli messi in atto soprattutto dall’umanissimo Bargniff, un affabulatore dall’ampio sorriso e dalla pancia ancor più larga che si affida alla loquacità per ritardare la sua esecuzione, prevista per il 12 novembre 1664. È lui l’archetipo del personaggio capace di azioni buone e meno buone con cui il lettore deve fare i conti tracciando le fughe di Maria e Maddalena dalla società e dalle sue superstizioni.

Strade che le portano tra i luoghi che potete ammirare nelle suggestive fotografie di Chiara Zocchetti che accompagnano questo articolo, scattate in chiese, metropoli e boschi poco distanti dai nostri itinerari quotidiani, eppure così misteriosi. Svizzera e Italia sono ricche di queste storie, che parlano ancora (e bene) all’individuo di oggi. Il merito di Carlo Silini è quello di averle riportate in superficie scartabellando codici secolari e attingendo al grande mare della realtà storica. Uscito pochi giorni fa, l’8 novembre, Le ammaliatrici (Gabriele Capelli Editore) ci invita a leggere e a esplorare.

Pagina dopo pagina, escursione dopo escursione, i lettori di Silini realizzeranno una volta di più che c’è questo di magico nel viaggio e nella lettura: grazie a loro scopriamo nuovi territori, ma riscopriamo soprattutto noi stessi.


© Corriere di Como, 12.11.2021

Streghe, sante e inquisitori nei romanzi di Silini


© Radio Ticino, 09.11.2021

A2News – Fabrizio Coli intervista Carlo Silini sul romanzo “Le ammaliatrici”

Link: Radio Ticino


© Corriere del Ticino, 09.11.2021

L’INTERVISTA / CARLO SILINI / giornalista e scrittore

«Avventure, misteri e magia nel Seicento insubrico»
di Mauro Rossi

Dopo il successo de Il ladro di ragazze e Latte e sangue, è in libreria Le ammaliatrici, terzo e conclusivo capitolo della fortunata saga letteraria, edita da Gabriele Capelli, che Carlo Silini ha dedicato al Seicento ticinese e alla sua turbolenta storia, con particolare riferimento ai rapporti tra gli allora baliaggi elvetici, il Ducato di Milano e una Chiesa cattolica in pieno fervore controriformistico ma anche alla miscela di violenza, diseguaglianze e complessi rapporti umani e sociali che lo caratterizzava. Ne parliamo con l’autore.

Cosa ci regala di nuovo di quel Seicento ticinese già ampiamente sviscerato dai due precedenti romanzi?
«Tutto e niente. Lo sfondo storico e anche leggendario del periodo credo infatti di averlo disegnato già nei precedenti libri, in cui ho cercato di muovermi dietro le quinte di una leggenda molto nota del Mendrisiotto – quella del Mago di Cantone – ma anche indagando su un capitolo storico quasi negletto oggi, quello del Convento di San Giovanni in Pedemonte a Como che fu uno dei massimi centri inquisitoriali dell’epoca. Qui ho dunque sviluppato maggiormente la questione geografica, spostandola più a sud, entrando nella Milano del XVII secolo dove ci sono una miriade di storie che meritano di essere approfondite».

Un esempio?
«L’Accademia dei Facchini della Valle di Blenio, un’associazione realmente esistita che non era, come potrebbe sembrare, una corporazione lavorativa bensì un gremio di intellettuali goliardi e di artisti che faceva riferimento nominalmente alla bassa manovalanza stagionale che arrivava appunto dalla Valle di Blenio, ma anche dalle valli del Verbano a Milano per svolgere i mestieri più umili (marronai, monatti, facchini, appunto). Era un gruppo che oggi definiremmo “underground” nella Milano della Controriforma dunque piuttosto puritana, moralista – e si trovava nelle osterie e nei ritrovi più mondani, dove si scrivevano e declamavano poesie goliardiche scimmiottando un dialetto che somigliava a quello della Valle di Blenio – ma non lo era. Una storia, questa, tra le tante che univano il Ticino – o meglio, i baliaggi elvetici a sud delle Alpi – al Ducato di Milano e sulla quale ho deciso di approfondire il discorso, declinandolo in una fase del Seicento in cui, probabilmente, il suddetto gruppo non esisteva già più».

Questo allargamento degli orizzonti geografici della saga non si limita però a Milano e alla Valle di Blenio – il cui ruolo, per altro, è importante anche per un altro elemento che il lettore potrà scoprire – ma anche alla Valle Maggia…
«Vero: se nei primi due libri mi ero concentrato fondamentalmente sugli attuali Mendrisiotto e Comasco, qui ho voluto partire dalla Vallemaggia, da Cevio e dagli spettacolari grotti che si trovano dietro la chiesa parrocchiale di San Giovanni, gli splüi, ripari naturali creatisi dopo una frana avvenuta secoli fa. E questo per due ragioni: perché questi luoghi mi affascinano, ma anche perché, facendo delle ricerche per il romanzo, ho scoperto che tempo fa è stato rinvenuto, proprio in Vallemaggia, un codicetto sanitario del Seicento, che conteneva una serie di ricette, formule magiche, impiastri d’erbe per curare qualsiasi malattia del corpo e dello spirito: dalla gotta all’impotenza alla possessione demoniaca eccetera. Ed è questo il grande librone che si porta sempre appresso il Bargniff, il protagonista maschile del romanzo».

Pur ambientato nello stesso periodo de Il ladro di ragazze e Latte e Sangue, in un paio di occasioni all’interno de Le ammaliatrici si sostiene che quello del romanzo è un periodo «in cui sta finendo un’epoca». Come mai?
«Perché negli ultimi decenni del Seicento, il periodo in cui si chiude questa trilogia, comincia in qualche modo, anche all’interno della Chiesa cattolica – e mi riferisco soprattutto alle alte schiere vaticane -, a profilarsi un modo di ragionare diverso, che non è più quello della guerra alle streghe, della campagna contro quelle che venivano definite “maliarde”. In quegli anni la lotta contro il maligno si sposta infatti su un terreno più sofisticato dove i nemici sono gli eretici, i Protestanti. E dove si affacciano anche le prime istanze di quell’Illuminismo che si sarebbe poi manifestato un secolo dopo attraverso un’analisi diversa di tutto ciò che era legato al mondo del soprannaturale. In pratica la stregoneria ma anche la stessa santità e i fenomeni di falsa santità iniziavano ad essere indagati e decodificati con metodologie simili a quelle con cui oggi si affrontano le “fake news”. Vengono infatti creati dei manuali inquisitoriali atti a demolire l’idea che certi i comportamenti debbano giocoforza essere ricondotti all’azione del demonio o, viceversa, che determinate azioni siano indice assoluto di santità. Tanto che gli ultimi processi per stregoneria tenutisi a Milano riguardarono proprio il fenomeno delle “false sante” o “sante vive” come venivano chiamate, tra cui l’ultimissima fu una certa Lucia Gambona di Gentilino».

Dal punto di vista narrativo possiamo dire che, rispetto a Il ladro di ragazze e a Latte e sangue, Le ammaliatrici è un romanzo meno storico e più d’avventura?
«Sì, l’approfondimento storico è stato più marcato nei primi due capitoli della saga – anche perché lì si trattava di indagare e far capire un mondo che io stesso scoprivo e cercavo di far scoprire a lettori. Qui ho potuto scatenarmi maggiormente nella narrativa pura».

Con che difficoltà?
«In realtà è stato tutto molto più semplice. L’unica cosa complicata è stata chiudere la trilogia. Perché hai una responsabilità nei confronti dei personaggi che hai creato, ma anche del lettore che forse ha delle aspettative particolari. Tuttavia, da un punto di vista della narrazione, qui tutto è più veloce, per chi scrive e probabilmente anche per chi legge, proprio perché non bisogna più fare i conti e spiegare moltissimi aspetti storici e sociali già affrontati nei precedenti libri».

Le ammaliatrici, dice, chiude definitivamente il racconto legato ai suoi personaggi. Tuttavia anche questo romanzo, come i precedenti, ha un finale aperto…
«Non so se è veramente un finale aperto. Per quanto mi riguarda non lo è – ma questo lo dissi anche alla fine del primo e del secondo libro. Credo infatti di aver concluso la trilogia e se ho lasciato aperte alcune finestrelle non l’ho fatto per il gusto di poter un domani proseguire con questo filone, bensì poiché uno degli elementi essenziali dei tre libri è la magia, una dimensione che non puoi spiegare. In tutti e tre i romanzi ci sono aspetti che non vengono risolti proprio perché appartengono al mondo della magia e del mistero. E questo succede anche in questa terza parte della saga».


© Ticinonews sera, Teleticino, 08.11.2021

Carlo Silini completa la trilogia con “Le ammaliatrici”

Dal minuto 12.46 Sacha Dalcol intervista Carlo Silini


© Rivista di Lugano n. 44, 5.11.2021

Un’era arcaica, selvaggia, povera e brutale. Carlo Silini dà voce a vicende del Seicento.

Link: Rivista di Lugano

© Il Quotidiano del Sud (ed. Irpinia), 29.10.2021

Le ammaliatrici di Carlo Silini


© l’Informatore, 29.10.2021

Tocca a “Le ammaliatrici” chiudere la trilogia di Silini, thriller fra Stabio e Milano


© Convenzionali, 22.10.2021

LIBRI

“Le ammaliatrici” di Carlo Silini
Di Gabriele Ottaviani

Amore mio, ti prego, lasciami andare…

Solido l’impianto storico, avvincente la trama, intensa la narrazione, efficace la caratterizzazione di ambienti, personaggi, situazioni, sensazioni, passioni: Carlo Silini conduce ancora una volta il lettore con mano sicura tra perdizione e redenzione, in un Seicento arcaico e selvaggio connotato da figure di donne indimenticabili, fra la Svizzera e il ducato di Milano, assoggettato, nel tempo lungo che servì anche al Manzoni come dimensione altra per legittimare aneliti d’indipendenza, tra Cateau-Cambresis e Utrecht, alla dominazione spagnola.

Le ammaliatrici è il titolo, ammaliante è l’ultimo capitolo di questa trilogia delle umane sorti.

Bellissimo.

Link: Convenzionali

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