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Carlo Silini, “Il ladro di ragazze”

Romanzo – isbn 978-88-97308-63-8

464 pp., EURO 21,00

Disponibile in versione digitale su più piattaforme

Link: Breve estratto


Un’antica leggenda del Mendrisiotto narra di un non meglio precisato mago – padrone di un castello in una zona solitaria alle pendici del Monte San Giorgio (Cantone) – che con l’aiuto delle sue guardie rapisce giovani e povere ragazze nella pianura tra Mendrisio e Rancate. I vecchi raccontano di una grotta situata nel bosco dove le fanciulle venivano rinchiuse e rese vittime di un misterioso gioco magico.
Dietro questa storia lugubre alcuni storici del Mendrisiotto hanno creduto di ravvisare un fondo di verità: Nel 1603 un nobile del Ducato di Milano viene messo al bando per vari orribili reati e trova esilio, con i suoi sgherri, in un palazzotto di campagna tra Rancate e Riva san Vitale. Il palazzo esiste ancora e la gente del posto lo chiama il castello del mago di Cantone.

Anche la grotta esiste, il giornalista Carlo Silini l’ha visitata e fotografata e, armato di molta fantasia, ha fatto della leggenda un romanzo (“Il ladro di ragazze”, Gabriele Capelli Editore) che fa rivivere l’ambiente sociale, religioso e popolare dei baliaggi svizzeri a Sud delle Alpi e del Ducato di Milano nella prima metà del Seicento.

L’autore costruisce una vicenda incentrata su un gruppo di personaggi in parte inventati e in parte tratti dai documenti dell’epoca. In questo scenario si inserisce una grandiosa quanto ardita caccia all’uomo – disseminata di clamorosi errori giudiziari – che si intreccia con storie d’amore, omicidi, briganti, nobili e villani, tradimenti e vendette… tra orrore, passione e umorismo.

I protagonisti si muovono principalmente nel Mendrisiotto di inizio Seicento. Nonostante la trama sia per buona parte inventata, i fatti storici e la vita nel baliaggio sono fedelmente ricostruiti. La premessa di Silini parla chiaro: “Non possiamo dire che ogni riferimento a persone e a fatti realmente accaduti sia puramente casuale. Alcuni dei personaggi descritti sono realmente esistiti: ne abbiamo letto gli antichi atti di nascita o di morte (di solito violenta) negli archivi parrocchiali di Mendrisio. A loro si sono interessati nel passato storici svizzeri e italiani. Anche alcuni fatti eccezionali narrati nel romanzo sono documentati. Buona parte dei luoghi descritti esiste ancora. Inoltre, l’ambientazione storica è stata ricostruita nel dettaglio. Tuttavia, la storia raccontata in queste pagine è frutto di fantasia: la trama del racconto, così come i caratteri, i pensieri, e le vicende dei protagonisti sono state inventate”.


Carlo Silini

Nato a Mendrisio nel 1965, laureato in teologia a Friburgo nel 1989, sposato, un figlio. Editorialista e giornalista responsabile delle pagine di Primo Piano (approfondimenti) del Corriere del Ticino, il maggior quotidiano svizzero in lingua italiana. Sul piano locale ha curato reportages e inchieste sociali e culturali (il Ticino magico, l’Islam di casa nostra, i movimenti religiosi alternativi nel Cantone, i Duecento anni del Cantone, la pedofilia online in Svizzera, il razzismo elvetico, le condizioni di lavoro nei cantieri di AlpTransit , il Sessantotto in Ticino e molte altre). Sul Corriere del Ticino commenta regolarmente avvenimenti religiosi e sociali. Nel 1999 ha firmato con Giovanni Vigo il saggio “Dal mille al futuro”, ed. San Giorgio. Nel 2005 ha vinto il premio di “giornalista svizzero dell’anno” per la Svizzera italiana, attribuito dalla rivista Schweizer Journalist. Nel 2015 ha vinto lo “Swiss Press Awards”, il più importante premio svizzero di giornalismo.


Dello stesso autore:

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ESTRATTI – “IL LADRO DI RAGAZZE”

Dissotterrarla no.
Da qualche minuto Cesarino Fontana stava lottando col proprio vocabolario mentale per trovare il verbo che potesse definire esattamente l’operazione che avrebbe dovuto svolgere assieme al suo complice.
«Dobbiamo disseppellirla», finì col dire insoddisfatto di sé. «… Sì, insomma, tirarla fuori da lì» comunicò indicando una pozza all’uomo coperto di cicatrici che condivideva con lui i brividi di quella notte.
«Ma è mai possibile che…»
«… Lascia perdere, Mala, ci tocca farlo e basta. L’ha detto Quello Là.»
L’uomo brontolò una mezza bestemmia. Giorgio Malachisio, detto “il Mala”, non era originario del baliaggio. Basso, tracagnotto, il volto e le braccia solcati da strisce di pelle più bianca e raggrumata – segni di antiche ferite – il Malachisio era infaticabile e di buon comando e il suo capo se lo portava appresso ogni volta che c’era da risolvere qualche detestabile incombenza.
«Dobbiamo recuperare il corpo dall’acqua», tagliò corto Cesarino Fontana – uno dei più feroci briganti nel baliaggio di Mendrisio e nella pieve di Balerna – mentre continuava a cercare la parola giusta. La gente l’aveva soprannominato “il Crapanegra”, un po’ per via dei lunghi capelli
corvini che gli cadevano fino alle spalle, un po’ perché dava l’idea che nella sua testa abitassero solo pensieri oscuri. Nessuno, in sua presenza, osava chiamarlo col soprannome.
«Ma cosa crede di farci con una morta?», chiese a vuoto il Mala.
Non voglio neanche saperlo, pensò il Cesarino.
Sputò per terra guardando in tralice il compare. Considerò un nuovo vocabolo.
Pescarla?
No, non lo convinceva.
L’altro capì che non c’era mezzo di discutere e cominciò, controvoglia – peggio: con ribrezzo – a immergere le braccia nella pozza.
«Bisognerebbe buttarle dentro con un capo della fune legato a un piede e l’altro appeso qua fuori» disse mentre rimestava l’acqua alla ricerca del cadavere. «Così, se poi le si vuole recuperare, basta tirare la corda e… Presa!» gridò di colpo, illuminandosi come un bambino.
«Aiutami, dai.»
La tirarono fuori per i capelli e se ne staccò una piccola ciocca. Ma ormai erano riusciti a farla emergere quanto bastava per afferrarla sotto le ascelle e portarla via. Le membra erano scivolose. La ragazza nuda.
Anche svuotata dell’anima risultava ben fatta. L’odore, meglio non pensarci. Ma sembrava meno peggio di quanto avessero previsto. Malgrado laddentro fosse piuttosto buio, i due sapevano che ormai doveva avere la pelle di un bianco orribilmente trasparente.
Avevano avuto serate migliori, va bene, ma perché si sentivano così inquieti? In fondo erano uomini ricercati, nel bene e nel male, proprio per la loro efferatezza.
Il fatto è che a uccidere i vivi ci erano abituati. Ma questa mania di infierire sui corpi delle vittime dopo la loro morte, no: come si faceva a giocare con le anime dei trapassati senza avvertire un fondo cupo di paura e di disgusto? E infatti, una volta estratta la ragazza, sia il Mala che il Crapanegra, goffamente, si segnarono. Era per non pensarci troppo che il Cesarino si era incaponito in quella assurda ricerca della parola esatta.
Disannegarla, provò.
Ma il Malachisio lo riportò subito alla realtà che tentava di ignorare.
«Perché, poi, il capo deve sempre trastullarsi con i corpi mezzi marci delle…» commentò lo sgherro pieno di cicatrici.
«Taci», lo troncò il Cesarino nauseato. «Dobbiamo portargliela in casa entro mezz’ora e basta.»
Ma fra sé e sé, abbandonata l’inutile ricerca del verbo, pensava la stessa cosa. E un’altra, quasi romantica, visto l’uomo che era:
Che peccato, Andreina, eri così bella.

1631 – Primavera
Beato l’uomo capace di peccare. Con questa idea luminosa nella testa, il Tonio, detto Stralüsc – il fulmine, nella parlata locale –, non immaginava che quella sera di inizio marzo si sarebbe innamorato come un pollo e sarebbe stato inaspettatamente incapace di violare il sesto comandamento – “non commettere atti impuri” – come Dio comanda, cioè con una donna.
Attanagliato dalle voglie, il servo preferito del nobile Gorini cercava una giovane dea che, scalpitando assieme a lui, gli scaldasse la notte e le vene. Finalmente aveva deciso. Superata da diversi anni la pubertà e convinto di non avere speranze di sposarsi e di metter su famiglia,
avrebbe sfruttato fino in fondo la sua condizione di libero, giovane e ricco zitello del Borgo. Complice l’aria frizzante della primavera e il sangue in circolo, più liquido del solito, aveva stabilito di ignorare, una volta per tutte, l’idea virtuosa a cui ciclicamente si aggrappava di godere solo e unicamente della signora che sarebbe stata la sua sposa. Del resto non era esattamente a digiuno di donne e di gonne. Ma, come dire, si era sempre trattato di brevi sorsi di vita, consumati di nascosto e alla rinfusa: giovani contadine sudate, donne mature e inquiete, vezzose professioniste dell’amore a pagamento.
Nessun incontro fondamentale. Solo gioiosi e perlopiù casuali rotolamenti nei campi o in camere d’osteria conclusi quasi tutti anzitempo: quando un padre o un fratello urlavano il nome della ragazza e quella, spaventata dall’ipotesi di essere trovata nuda tra le braccia di un villano,
scappava via terrorizzata dal nascondiglio amoroso. O quando la prostituta di turno cominciava a chiedere più soldi di quanti lui ne potesse versare. Le poche volte in cui aveva avuto tutto il tempo e la tranquillità per darsi e prendere, dopo l’intensità del piacere era piombato
in uno stato di inquietudine che aveva finito con l’attribuire alla giusta punizione divina per la sua impudicizia. Così, almeno, gli suggeriva l’educazione inculcatagli a sberloni durante l’infanzia dai frati del convento dei Serviti. Perciò, dopo l’ennesimo incontro carnale conclusosi
nell’aceto dei mea culpa, a diciotto anni aveva deciso di non darsi più a nessuna. A meno che si trattasse della “donna della vita”. La sua fase di casta attesa dell’anima gemella, a dire il vero, durava giusto il tempo che lo separava dalla prossima tentazione. Lui ci cadeva, si pentiva, si riprometteva di non fornicare più e avanti così, in un ininterrotto ciclo che lo portava dall’astinenza al sesso e dal sesso all’astinenza.
È che non ho ancora incontrato quella giusta, si diceva.
Quella sera, tuttavia, aveva deciso di farla finita coi finti pentimenti e gli slanci di purezza amorosa capitolando di fronte all’ultimo assedio del desiderio, che lui immaginava come un leone indomito che ruggiva dentro la sua pancia.
Invece di agitarsi per una delle numerose e prospere amatrici d’osteria che era spesso “costretto” a frequentare, quella sera, fantasticando, il Tonio si incagliò su un fantasma erotico di vecchia data e quindi solidamente radicato nel paradiso dei suoi desideri: l’Andreina, una contadina dallo sguardo criminale e le forme pienotte con la quale non aveva mai avuto il piacere di intrattenersi intimamente. Quando lui aveva dodici anni, e lei due di più, solo a guardarla si sentiva pronto per l’inferno. E infatti, rammentava, ogni volta che la vedeva aggirarsi nei vicoli: pam! La mano secca della Berta, la sua cara mamma adottiva, o quella ancora più scheletrica di padre Buonfiglio, l’austero precettore del convento dei Serviti di Mendrisio, subito raggiungevano l’area scoperta tra le sue scapole e il retro del cranio. «Guerra preventiva alla tentazione», commentava con acidità teologica il frate quando, coi lacrimoni, l’Antonio gli chiedeva ragione di quell’aggressione.
«“Purscel!”» spiegava invece la Berta, senza smarrirsi tra sfumature dottrinali.
Ma il risultato era sempre lo stesso. Ora di sera la sua collottola era carne viva, pulsante, due cordoni rosso fuoco che collegavano la schiena alla sua testa di giovane mulo.
All’epoca l’Andreina gli faceva una gran rabbia. Per carità, guardare si lasciava guardare e non era necessario mettercisi d’impegno per immaginarne un uso imperdonabile al cospetto di Dio. Ma agli occhi del suo cuore pudico era da qualche parte eccessiva: così sapientemente tonda, liscia, bionda. Perfettamente e universalmente concupibile.
Ce l’aveva scritto in faccia: desiderami.
E gli ordini, quando erano così perentori, gli davano sui nervi.
Tieniti il tuo splendore sfacciato, pensava, illudendosi in quel modo di sfuggire al potere della sua bellezza.
Quella sera di marzo di alcuni anni dopo, però, una come l’Andreina avrebbe sgretolato con un sorriso il muro del suo orgoglio. E poi, rifletteva, non era sposata, perché la sua famiglia non poteva pagarle la dote. Ma si intuiva, e si vedeva, che non era anima da convento o corpo da astinenza. Il Tonio, però, non mentì a se stesso. No, quella sera non cercava una moglie, ma una femmina. Una in grado di rimescolarlo con uno sguardo; una come l’Andreina, appunto.
Peccato che da settimane non la vedesse più in giro. Eppure, l’ultima volta che l’aveva incrociata, lei lo aveva scrutato in quel certo modo che gli aveva rammentato d’essere un angelo impuro. E da allora il leone del desiderio si era ridestato con insindacabile vigore. Così ragionava tra sé il Tonio, di nuovo faccia a faccia con le sue voglie.
Malgrado la sincera ricerca di una compagna per la vita, quindi, il lunedì il suo cuore pulsava per una nera e il martedì per una rossa. Ma rincorrendo tutti quei fantasmi colorati, l’orgia dei suoi battiti rimbombava invano. Non faceva che amplificare il vuoto che aveva dentro.
Il colore che gli sgombrò le meningi dalla bionda carnosità dell’Andreina fu il bruno scuro della criniera della Lena. Urtò la ragazza per caso nei vicoli tra la chiesa di San Giovanni e quella di Santa Maria e lei cadde sui ciottoli come un sacco sbalzato da un carro in corsa. All’inizio, prima di vederla in faccia, tentò una goffa giustificazione che poteva capire solo lui.
«Scusa, ero distratto dal ruggito del leone dentro la pancia».
Poi, di fronte allo sguardo interrogativo della Lena, preferì tacere e contemplare.
Il Cielo gli aveva messo sulla via una ragazza priva dell’immancabile scorta di fratelli, padri o zii che di solito attorniavano le donne in età da marito. Era stupenda. Bastava osservarne le forme morbide e slanciate mentre la donna tentava di rialzarsi.
Lui era talmente impreparato a quel frangente che, invece di aiutarla, se ne stette fermo perdendosi nel delicato sentore della sua pelle.
Gelsomino?
Come sempre gli succedeva negli ultimi tempi, riorientò senza rimpianti i suoi desideri verso la nuova fiamma.
Fa di me quello che vuoi.
Tornò padrone dei propri mezzi solo quando lei era già in piedi, straripante di una rabbia che le usciva a fiotti dallo sguardo battagliero.
Si lasciò invadere da quel fiume di scintille. Seguirono alcuni interminabili secondi di laborioso silenzio. Il Tonio scartabellò mentalmente nell’archivio del cervello.
Ma io la conosco, si disse riprendendosi. È la Lena, la figlia del Cecco Bernasconi. Mica mi ero accorto che si era fatta così…, così…
Se fosse stato lucido, si sarebbe accorto di essere perduto: fino a quel momento, infatti, nel proprio vocabolario delle voglie aveva sempre trovato una parola adatta a definire con sboccata soddisfazione l’oggetto dei suoi desideri. Ma ora nessun termine gli sembrava degno di tanta bellezza.
Ma, appunto, non era in sé.
La Lena, voltandosi furiosa e zoppicante, era intenzionata a dare come minimo del vitello a quell’incapace che l’aveva travolta. Ma, riconoscendolo, era passata dall’ira al turbamento nel tempo di un amen.
Lo Stralüsc! Quest’idiota è bello come San Sebastiano, si disse.
Nel dirlo rivide mentalmente il giovane nudo, trafitto dalle frecce, affrescato nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli a Lugano. Ma la faccia era quella del Tonio. Per uno così, si era sempre detta, al diavolo la castità! Anche lei, come tutte le donne di Mendrisio impossibili
da accasare, aveva messo da tempo le sue incredibili iridi scure su quel bizzarro garzone, servo del Gorini. Le piaceva la sua aria surreale da poeta con le mani contadine, un po’ angelo e un po’ somaro. Piacente, stralunato; forte e nello stesso tempo dolce, come si intuiva dallo sguardo fermo e caldo. E poi, vedi alle volte i gusti, le piaceva come camminava. Quasi danzando. Senza contare, per venire al venale, che non aveva problemi di casa o di polenta. Nessuno capiva bene per quali esatti motivi, ma il suo padrone lo aveva raccolto dal convento dei Serviti – dove era stato deposto in fasce da una mano anonima e dove era cresciuto fino all’adolescenza – e lo trattava come un figlio.
Era un povero ricco.
«Scusami tanto», disse il Tonio atterrando direttamente dal Paradiso e cogliendo lo smarrimento emotivo della ragazza. Intanto, nel suo ventre, il leone affilava gli artigli.
«Ti sei fatta male? Riesci a camminare? Vieni con me. Ora devo fare un po’ di penitenza: per farmi perdonare, non credi? Prendo il carro e l’asino e ti riaccompagno a casa…»
«Grazie», gli rispose la ragazza un po’ imbronciata, attaccandosi al suo braccio. «Anche se di questi tempi è meglio non mettersi nelle mani degli sconosciuti.»
«Ma tu mi conosci.»
Non rispose, ma restò aggrappata al bicipite del suo cavaliere, teso un po’ più di quanto le leggi anatomiche avrebbero previsto.
Sei mia prigioniera, pensò lui.
Te la dò io la penitenza, pensò lei.
Il Tonio esibì una scontata scusa sia per trattenerla a casa sua, sia per cominciare a spogliarla.
«Sai, sono stato apprendista cerusico», mentì. «Ho tutto l’occorrente: le erbe giuste, le pomate; ti bendo io il piede. Te lo devo!»
«Fa di me quello che vuoi», gli disse la ragazza, entrando telepaticamente nel palazzo delle sue fantasie e vedendolo sbiancare di incredulità sotto i suoi occhi. Poi si tolse con sapienza lo zoccolino, gli porse con infinita lentezza l’estremità e, quando lui si avvicinò premuroso per afferrarla, lei gli sferrò un tale calcio in faccia che il Tonio cadde sul pavimento battendo la testa e tornando di colpo l’introverso ragazzotto di qualche ora prima.
«Penitenza fatta», sentenziò la ragazza. E alzatasi senza alcuna fatica, se ne andò soddisfatta di se stessa e di quella prodigiosa pedata.
Il Tonio, che l’aveva fatta troppo facile, si sentì ancora una volta invadere dai precetti morali.
«Questa volta Dio mi ha punito prima ancora che consumassi.»
E su quella fame capì che la sua vita era cambiata; che forse, proprio nel momento in cui si stava rassegnando a diventare un libertino sereno, aveva davvero incontrato la donna della sua vita, e che ormai il veleno di averla gli si stava sciogliendo nelle viscere. Massaggiandosi il cranio provò a fare mente locale. Conosceva la Lena da quando era una bambina, ma solo da quella sera gli pareva così…, così… Possibile che non riuscisse a dirlo?
Rispetto all’Andreina che fino a qualche ora prima danzava impudica nella sua testa, la Lena era di una bellezza un po’ meno appariscente. Schiva, mimetica, sfuggente. Pur in preda ai carnali ardori, il Tonio capì che valeva la pena di lavorarci con pazienza, di appostarsi tra i vicoli
con una rete per catturare il bel felino riottoso e poi azzuffarcisi.
La Lena nel frattempo era guizzata via sorridendo. Aveva lo sguardo trionfante di chi aveva messo un guazzabuglio in corpo a uno che le piaceva.
Quella sera il Tonio si coricò buono buono nel suo giaciglio con la faccia rimbambita di chi era stato trafitto da un amore irrimediabile.
Il suo leone interno mugugnava malinconico.
Per una così potrei uccidere, considerò scivolando nel sonno.
Non poteva immaginarlo: era una profezia.

Maddalena Bernasconi – Lena, come la chiamavano tutti – era la quinta figlia di Cecco Bernasconi, un uomo di fatica che la natura benigna aveva votato alla riproduzione della specie. A guardarlo non l’avresti mai detto: né bello né brutto, né piccolo né grande, dalla sua
aveva i muscoli sodi e un sorriso rilassante. E una moglie, Giulia, che lui – amante del vino bevuto all’ingrosso – considerava una damigiana di piaceri.
Cecco lavorava giù nei campi vicino alla chiesa di San Martino e la sera, rientrando non del tutto stanco a casa, guardava la sua donna con finta severità.
«Hai già detto le preghiere?», le chiedeva da dietro la schiena.
Lei, che di solito stava al suo gioco, avviava ridendo i misteri gaudiosi.
Ma le Avemarie giravano subito in falsetto.
Se si va all’inferno anche per i rosari interrotti, meditava la donna, sono perduta.
E si perdeva spesso. In quindici anni il Cecco ebbe con lei una dozzina di figli, una buona metà dei quali giunse ad età adulta, e non si sa bene quanti altri ne lasciò fuori dal talamo. Nel borgo dicevano che di giorno seminava frumento e di notte seminava e basta.


RECENSIONI

 

© L’Universitario, 03.12.2020

Arte & Cultura
Una ragazza in lotta nel violento Mendrisiotto del ‘600
Intervista a Carlo Silini sui suoi due romanzi che narrano, tra fantasia e realtà, di un’inquieta popolana che cerca di sopravvivere alle angherie di un signorotto
Di Asia Della Bruna

Giornalista e caporedattore del Corriere del Ticino, vincitore nel 2015 e nel 2017 dello Swiss press award, il più importante premio svizzero di giornalismo, Carlo Silini è anche autore di due romanzi storici, entrambi ambientati in un oscuro e violento Mendrisiotto del Seicento. Nel 2015 ha, infatti, pubblicato per Gabriele Capelli Editore il libro Il ladro di ragazze a cui ha fatto seguito nel 2017 Latte e sangue, sempre per lo stesso editore. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come è nata la storia della protagonista dei due romanzi, una inquieta ragazza del popolo che lotta per sopravvivere tra rapimenti e uccisioni, nelle terre tra l’allora Ducato di Milano e i baliaggi svizzeri a sud delle Alpi, sullo sfondo di storie di streghe e inquisizione.

I suoi romanzi narrano le sfortunate vicende di una ragazza nel Mendrisiotto del Seicento, perseguitata da un fantomatico e sadico signorotto locale, chiamato Mago di Cantone. Come mai quest’idea? Da cosa nasce la scelta dell’ambientazione temporale e geografica?
“La scelta geografica nasce dal voler raccontare una storia del territorio dove vivo e dove sono nato e cresciuto, dove ho sentito fin dalla più tenera infanzia la leggenda del Mago di Cantone, un signore terribile che rapiva le ragazze nella pianura che va da Mendrisio a Riva San Vitale. Mi ricordo quando mio papà mi faceva vedere nei campi di San Martino un vecchio caseggiato e mi diceva ‘quello lì è il castello del mago di Cantone’. Quando gli chiedevo cosa fosse mi rispondeva che ero troppo piccolo e non poteva dirmelo. Crescendo mi hanno raccontato la storia, ma a grandi a linee, perché non esiste una leggenda ufficiale del mago di Cantone. Ho un legame affettivo con questa storia che mi fa pensare a emozioni forti che ho vissuto. A un certo punto ho avuto voglia di narrarla e ho cercato di capire cosa ci fosse di vero nella leggenda. Consultando gli archivi locali, ho scoperto che gli storici del Mendrisiotto ipotizzavano che dietro a questo oscuro personaggio ci fosse un nobile lombardo: Francesco Secco Borella. Di lui si sa che è vissuto proprio nell’antico castello che mi indicava mio padre ed è arrivato nel territorio attuale di Riva San Vitale nel 1603. La scelta di ambientare i due romanzi nel Seicento dipende dalla ricerca storica, quindi.”

Il periodo storico, il luogo geografico, due giovani amanti ed il loro amore reso impossibile da vicende e intromissioni esterne creano un legame con I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Ciò che colpisce dei suoi romanzi è però l’assenza di Provvidenza manzoniana: tutto è ciò che è, fine a sé stesso, la realtà è più cruda.
“È una storia scritta negli anni duemila, quindi in un tempo in cui a dominare è lo spirito laico. Io sono totalmente laico nelle mie convinzioni, anche se – alla mia maniera – sono credente. Però ho voluto appositamente eliminare il riferimento alla Provvidenza. Primo, per la modernità dell’opera: oggi non ha più senso scrivere con il criterio – diciamo – manzoniano una storia del genere. Secondo, perché trovo intrigante immaginare una vicenda così complessa in cui il senso è dato dalla Storia e non da qualcosa al di sopra di essa. Inoltre, è vero che la leggenda mi portava al Seicento, alla Lombardia, a una storia d’amore contrastata, ed effettivamente tutto corre a Manzoni, ma in questo confronto mi sento come una formica di fronte a un monumento. È una casualità, ma ho dovuto percorrerla fino in fondo.”

C’è chi identifica Francesco Secco Borella anche come ispiratore del personaggio dell’Innominato di Manzoni.
“Si parla di vari personaggi storici, sono state fatte tante ipotesi. Ed è vero che esiste anche un’ipotesi che identifica nel Borella l’Innominato del Manzoni. È un’ipotesi che è stata portata avanti da un professore di storia di Riva San Vitale, che l’aveva sottoposta agli studiosi del Manzoni, i quali hanno detto che poteva sì essere possibile ma che i candidati più probabili erano altri.”

Alcuni personaggi di cui lei narra le vicende portano nomi di persone realmente esistite, e ne vestono in parte anche i panni. Partendo da fonti storiche e informazioni su personaggi reali del 1600, lei ha cucito attorno a queste figure caratteri, movenze e attitudini. Come ha lavorato alla creazione di questi personaggi inventati solo in parte? Vi è differenza tra il modo di dare una vita cartacea ad un personaggio del tutto inventato e a uno che è realmente esistito?
“In effetti c’é più libertà nel creare un personaggio completamente inventato. Va però detto che i nomi che ho recuperato sono reali, presi dagli archivi, ma a volte di vero c’è solo quello o poco più.. Per esempio, ho trovato l’atto di battesimo di Maddalena de Buziis, che è una dei protagonisti dei due romanzi, nel liber baptizatorum della parrocchia di Mendrisio. Ma di lei io so solo il nome. Quello che è successo storicamente a questa persona, che ho adottato nel romanzo, non lo so. Conosco ciò che è scritto nell’atto di battesimo, cioè che è stata portata in emergenza per farsi battezzare perché era in punto di morte. Questa è storia, tutto il resto fiction. L’80% dei personaggi menzionati sono realmente esistiti perché i nomi li ho tratti dai documenti, ma la loro psicologia e la loro stessa biografia, me le sono inventate. Tuttavia che alcune storie secondo me sono abbastanza verosimili, ed è credibile che abbiano avuto un certo tipo di destino.C’è un personaggio ne Il ladro di ragazze che è particolarmente toccante, Barbara Fontana. Barbara era stata condannata a morte come strega e gli atti del processo sono conservati nell’archivio Torriani a Bellinzona. Leggendoli si capisce che era una ragazza che ha avuto la sfortuna di essere processata per delle accuse risibili, come aver fatto morire il bue di tal tizio o aver detto delle male parole che avrebbero fatto star male un bambino. C’è tutto l’atto del processo in cui lei reagisce e protesta. È un atto notarile, ma ne emerge una personalità forte e una vicenda tragica che mi ha aiutato a dare concretezza ai personaggi. Molti altri sono invece solo nomi che ho raccolto e ambientato nella storia.”

C’è quindi la possibilità di affezionarsi in qualche modo ai personaggi e alle storie che emergono dietro i loro nomi?
“Non ci ho mai pensato in questi termini, però mi sono letteralmente innamorato di alcuni personaggi, per quello che devono avere vissuto. Ho trascorso molto tempo a ragionare come se fossero persone che conoscevo realmente, e poi li ho dovuti vestire: immaginarmi i tratti somatici, la voce, la passionalità o la freddezza. Mi sono affezionato soprattutto agli sconfitti, perché da alcuni di questi documenti emergono situazioni in cui – a meno che una persona non abbia proprio il cuore di sasso – ci si commuove. Nel secondo libro, Latte e Sangue, c’è un’altra vicenda, un’altra ragazza che è stata giustiziata perché accusata di infanticidio e questa è una storia ancora più drammatica perché è stata uccisa a 14 anni. Negli atti processuali viene detto che il balivo l’aveva fatta decapitare per misericordia, era una pena che implicava meno sofferenza fisica rispetto ad altre. Lei aveva chiesto una grazia che le era stata concessa: che non le legassero le mani dietro la schiena. Questa cosa mi ha colpito tantissimo, ho immaginato la scena: lei con le mani dietro la schiena che, nel momento in cui le mozzano la testa, le apre, come per volar via. Certo che ti affezioni a questi personaggi, perché cerchi di capire la psicologia, il dramma, il coraggio e la paura che possono avere vissuto. Evidentemente sì, ho arricchito la mia famiglia spirituale di presenze che forse sono state esattamente così o forse no.”

Entrambi i suoi libri hanno una pianificazione antecedente al momento stesso di scrittura ed una ricerca storica, basata cioè su fonti reali. Nello scriverli è partito in un certo senso da una notizia del 1600 arricchendola con la fantasia, realizzando così una sorta di connubio tra giornalismo e prosa romanzesca. Potremmo dire che un approccio giornalistico è rimasto nella scelta dei suoi lavori?
“Assolutamente sì. Anzi, inizialmente, quando ho preso in mano i materiali storici, la prima idea era quella di scrivere una serie di articoli culturali a proposito della leggenda del mago di Cantone. Ho optato alla fine per il romanzo perché c’erano troppe falle nella trama. Storicamente, riuscivo a dire che c’era un tizio che era scappato dal Ducato di Milano, si era rifugiato in Svizzera e aveva commesso una serie di delitti. Però c’erano talmente tanti buchi in questa trama che ho dovuto – ho voluto – sostituirli con la fantasia. Questi libri hanno tre componenti, la Storia, la fantasia e la leggenda, sono un frullato di questi tre elementi che ho utilizzato, per creare storie coerenti. Degli articoli di giornale, per quanto interessanti potessero essere, non avrebbero mai restituito la sfera, il disegno completo, di quello che poteva essere successo. È chiaro che, per quanto riguarda le vicende narrate, non ho prove che le cose siano andate realmente così, sono solo ipotesi narrative. L’imprinting giornalistico è dato dal fatto che si parte da una ricerca di cronaca, cronaca di quel tempo.”

Lei è laureato in teologia, è giornalista da diversi anni e recentemente ha intrapreso anche una carriera da scrittore. I suoi romanzi storici hanno una forte impronta religiosa. Sembra quasi che lei abbia ricreato su carta ciò che è lei. Vi si riconosce? Non tanto (ovviamente) nelle vicende narrante, ma quanto nel carattere generale?
“Lo dico per me, ma credo di poterlo dire per tutti gli scrittori. Ogni libro di finzione, ogni romanzo e ogni racconto, per funzionare deve essere vero. Non vero come prova storica o scientifica, ma deve risuonare la verità di ciò che si sta scrivendo. Se scrivi di un sentimento, devi averlo provato o averlo visto provare da qualcuno. Se descrivi una situazione amorosa, è perché hai vissuto l’amore o non l’hai vissuto e allora lo restituisci sulle pagine. Proietti sogni o cose non realizzate in alcuni personaggi o situazioni, in altri invece sotto mentite spoglie ci sei realmente tu, in certe scene, in un insulto, un momento di rabbia o sconforto, o in un innamoramento perduto. Certo che ci sei tu, perché non puoi barare. O meglio, puoi barare su tante cose, ma se vuoi che il tuo scritto sia credibile, deve essere vero, ci devi essere dentro. Devi prestare alla narrazione il tuo mondo, non ne hai un altro, sei a tu per tu con la pagina e devi riempirla con quello che hai dentro.”

Una lunga carriera da giornalista e poi il “salto” come scrittore. Succede sempre più spesso che professionisti della penna decidono di intraprendere la strada della prosa, accanto alla professione di giornalista. Come mai secondo lei?
“Per me, è stato in parte casuale, volevo scrivere una bella storia, ma non andava bene per il giornale. Scrivere un articolo e scrivere un romanzo sono due cose completamente diverse. Sempre di scrittura si tratta e sempre di scrittura vivo, però un articolo giornalistico deve rispondere ad alcune regole precise e deontologiche. Devi seguire una griglia normativa abbastanza rigida, il lettore ha diritto di arrivare il più vicino possibile alla realtà dei fatti. In questo caso è il contrario, io posso prendere la mia griglia e farla esplodere. Se posso fare un paragone abbastanza eloquente, è come quando da bambino avevi davanti un prato verde sterminato e per la prima volta ti veniva dato il permesso di correre, di fare ciò che volevi. Il passaggio dal giornalista allo scrittore è questo, finalmente nel campo puoi muoverti come vuoi: puoi correre, saltare, fare le capriole e perfino cadere. Cosa che non è concessa nel giornale, in cui si hanno regole da rispettare e si deve cercare di incuriosire il lettore. Secondo me molti giornalisti passano alla narrazione per questa ragione, per il grado di libertà molto superiore che essa dà. È un senso di libertà quasi inebriante.”

A differenza di quello che è il panorama italiano, in cui vi sono molti editori e con vendite importanti, in Ticino vi è una realtà di piccole case editrici, con numeri spesso più limitati. Quanto è difficile “fare lo scrittore” in Ticino?
“Fare lo scrittore è difficile oppure è facile dappertutto nella stessa maniera. La difficoltà è la pubblicazione. Ho scritto due romanzi con un bravissimo editore ticinese, Gabriele Capelli, e ho avuto fortuna narrativa ed editoriale, perché hanno venduto bene nel territorio della Svizzera italiana. La mia ottima vendita ticinese corrisponde però a un’ottima vendita in un quartiere di Milano, eppure è scritto nella stessa lingua di Milano, potrebbe potenzialmente avere un mercato di sessanta milioni di italiani. La difficoltà per uno scrittore ticinese è riuscire a sfondare la frontiera e diventare un autore letto in Italia. Ma nel mio caso per esempio, veramente non posso lamentarmi, il romanzo Latte e sangue – con mia assoluta sorpresa – è stato preso in considerazione per il premio Campiello, ma questo da un punto di vista del mercato non conta. In Ticino, se sei fortunato vendi mille, duemila, copie, poi però è molto difficile entrare nel mercato italiano, dove ci sono molti più scrittori e sono molto più bravi e conosciuti di te. È arduo entrare concorrenzialmente in un mercato dove ci sono firme come Camilleri o Vitali, è ovvio. Da un punto di vista della scrittura e dell’identità di scrittore, però secondo me non cambia nulla. Le stesse difficoltà e gli stessi entusiasmi si provano in qualsiasi parte del mondo.”

L’Universitario
Il progetto – L’Universitario è un giornale online realizzato dalle studentesse e dagli studenti della Sezione di Italiano dell’Università di Losanna.
Attualità, cultura, arte, viaggi e molto altro : l’Universitario è una finestra sul mondo fuori dal Campus di Dorigny e una voce dal suo interno.
L’Universitario è realizzato grazie al contributo FIP 2015 dell’Université de Lausanne.
Chi siamo: Lara Ricci, Chargée de cours, responsabile del Laboratorio di giornalismo della Sezione d’italiano della Facoltà di lettere dell’Unil;
Lorenzo Tomasin, Presidente della Sezione di italiano;
Gli studenti e le studentesse del Laboratorio di Scrittura giornalistica, semestre di primavera.
Partner: Sezione di italiano dell’Università di Losanna

Link: L’Universitario


© l’Informatore, 02.10.2020

Silini-informatore 2.10.2020


© L’Unione Sarda.it – 07.07.2019

#Un libro da scoprire
Quando il selvaggio West non era così lontano
Con “Il ladro di ragazze” Carlo Silini ci porta in un Seicento violento e senza legge
di Roberto Roveda

Una leggenda dell’Italia settentrionale narra del Mago di Cantone, essere malvagio che nel primo Seicento era solito rapire giovani donne nelle zone di confine tra Italia e Svizzera per poi sottoporle a riti negromantici e sevizie indicibili.

Il Mago, probabilmente un potente dell’epoca, un epigono dell’Innominato del Manzoni, è una vera anima nera: intoccabile, sfuggente, capace di colpire chiunque e ovunque e di sparire come un fantasma.

A fronteggiarlo, nella finzione romanzesca, troviamo Tonio, popolano a cui il Mago ha rapito la promessa sposa. Tonio decide di non cedere al sopruso e di cercare l’amata e questo lo condannerà a guardarsi a vita dalla vendetta del Mago e dei suoi sgherri.

Di più è meglio non dire per non rovinare la lettura del coinvolgente romanzo storico Il ladro di ragazze (Gabriele Capelli Editore, 2017, Euro 21, pagine 464) scritto dal giornalista Carlo Silini.

Meglio non dire troppo perché il libro di Silini merita di essere assaporato pienamente, senza la mediazione biginesca di un riassunto. Merita perché scritto con la cura del giornalista capace di parlare ai suoi lettori e di coinvolgerli in un racconto avvincente ed evocativo.

Uno scrittore abile di far rivivere quel Far West nostrano rappresentato le terre lombarde e della vicina Svizzera nel Seicento. Luoghi che erano frontiera e terra di nessuno, contese tra la Confederazione elvetica, che però aveva il suo cuore oltre le Alpi, e Milano, dominata da una Spagna all’inizio del suo declino. Gli unici realmente interessati a quelle terre parevano gli inquisitori della Diocesi di Como, sempre alla ricerca di “eretici” e streghe in quest’epoca oscura di scontro tra cattolici e protestanti.

Silini ci restituisce con maestria, partendo dall’attenta consultazione dei documenti dell’epoca, il clima di superstizione e sospetto di quei giorni lontani. Soprattutto ci testimonia la miseria della povera gente, oppressa dai potenti ed esposta alle bizze della natura.

Con pochi tratti e grazie alla vivacità dei tanti dialoghi che intessono il racconto ci restituisce in pieno la psicologia di questi umili, quello che albergava nei loro cuori e animava le loro azioni.

Ecco, è proprio questo a colpire maggiormente in questa opera prima: la maturità della narrazione e l’accuratezza nella gestione dei personaggi. Poco o nulla stride nel romanzo di Silini, tutto sembra necessario, utile al racconto, anche la violenza e la depravazione, che non vengono mai mostrate con compiacimento o con calcolato sensazionalismo.

Tutto è pervaso da una profonda umanità, da una pietas che privilegia gli oppressi, ma non dimentica mai completamente neppure gli oppressori. E questo contribuisce a sentirsi parte del racconto: coprotagonisti e non semplici lettori.

Link: L’Unione Sarda.it


© Thriller Storici e Dintorni, 24.04.2019

Il ladro di ragazze di Carlo Silini
Recensione di Maria Rita Truglio

Trama

Un’antica leggenda del Mendrisiotto narra di un non meglio precisato mago – padrone di un castello in una zona solitaria alle pendici del Monte San Giorgio (Cantone) – che con l’aiuto delle sue guardie rapisce giovani e povere ragazze nella pianura tra Mendrisio e Rancate. I vecchi raccontano di una grotta situata nel bosco dove le fanciulle venivano rinchiuse e rese vittime di un misterioso gioco magico. La grotta effettivamente esiste, l’autore l’ha visitata e fotografata un paio di volte. Dietro questa storia lugubre alcuni storici del Mendrisiotto hanno creduto di ravvisare un fondo di verità: Nel 1603 un nobile del Ducato di Milano viene messo al bando per vari orribili reati e trova esilio, con i suoi sgherri, in un palazzotto di campagna tra Rancate e Riva san Vitale. Il palazzo esiste ancora e la gente del posto lo chiama il castello del mago di Cantone.
Il romanzo fa rivivere l’ambiente sociale, religioso e popolare dei baliaggi svizzeri a Sud delle Alpi e del Ducato di Milano nella prima metà del Seicento.
L’autore costruisce una vicenda incentrata su un gruppo di personaggi in parte inventati e in parte tratti dai documenti dell’epoca.
In questo scenario si inserisce una grandiosa quanto ardita caccia all’uomo – disseminata di clamorosi errori giudiziari – che si intreccia con storie d’amore, omicidi, briganti, nobili e villani.

Recensione

Le leggende hanno sempre un non so che di magico, un alone di mistero intorno che ci porta a chiedere quanto siano veri i fatti accaduti e quanto possa esserci di inventato.

Quando la realtà si trasforma in fantasia o viceversa?

Carlo Silini ci ha giocato egregiamente creando attorno la leggenda del mago di Cantone, un romanzo corposo e serpentino che non risparmierà di sorprendere il lettore.

Sono quegli anni in cui la donna è relegata al suo ruolo di genitrice, macchiata ancora dal peccato perpetrato da Eva; anni in cui era la norma incappare in banditi ; anni in cui ragazze appartenenti al ceto più basso scomparivano nella quasi indifferenza. Beh pazienza! Una bocca in meno da sfamare, dicevano.

A pensarla diversamente è Tonio, detto lo Stralusc. Innamorato perso di una delle ragazze scomparse deciderà di trovare il colpevole.

“Niente in lui lasciava trasparire la libidine della violenza né la violenza della libidine”

Sa perfettamente, come tutti a Mendrisio, delle voci che circolano su un mago conoscitore di negromanzia. E sa anche che è una partita persa in partenza il trovarsi di fronte a qualcuno che può insabbiare tutto con l’aiuto del denaro.

L’amore però rompe ogni barriera e giocandosi tutte le carte a disposizione tenta l’impossibile. Comincia la sua vita da fuggitivo. Pestare i piedi a nobili casate ha il suo prezzo da pagare.

“«Ragazzo mio», disse, «per me l’amore resta il più incomprensibile dei misteri. E il più stupido. Vale davvero la pena di morire per una donna?»”

Tra le sue mille peripezie, magia nera, tradimenti e dubbi si snoderanno le vite di altri personaggi , alcuni realmente esistiti. Con la pulizia del suo stile narrativo , l’autore ce li presenta in modo ben delineato con particolare attenzione alle emozioni provate.

Le donne, in particolare , hanno la caratteristica di essere oltre il loro tempo: poco importa della mentalità che li vuole inferiori. E questo dona al romanzo maggior carattere.

“Le guardò di nuovo ad una ad una negli occhi e capì che in nessuna di loro vibrava l’ombra della paura. Se mai esistevano persone in grado di giudicare quell’uomo senza vacillare, eccole, le aveva davanti”

La spirale di suspence e sospetti invoglia alla lettura; pagine dense di un’epoca passata, esoterica, in cui solo l’innocenza di una persona inaspettata può porre fine a questa catena di malefatte. Almeno in apparenza, perché le cose non sono mai come sembrano.

“Nessuno è al riparo dalle tentazioni del Bene. Prima o poi , nella vita di un mago, capita un avvenimento che ti allontana dal fascino del Male”

Impeccabile nel tenere insieme una trama complessa, Carlo Silini dona al pubblico un romanzo su vendetta e perdono dipingendo alla perfezione il tormento dell’animo umano e la forza che scaturisce da esso in situazioni di pericolo.

Riflessivo, a tratti provocatorio è la perfetta unione tra leggenda e realtà.

Link: Thriller Storici e Dintorni


© lalettriceassorta – 28 febbraio 2019

IL LADRO DI RAGAZZE di Carlo Silini
Lettrice Assorta

Oggi voglio parlare di un romanzo che mi ha coinvolta come pochi altri, intitolato IL LADRO DI RAGAZZE di Carlo Silini e pubblicato da Gabriele Capelli Editore. Qui di seguito la trama che ho sintetizzato per voi, ovviamente priva di spoiler.

Mentre tra le lacrime Maddalena invoca il coraggio di non dimenticare i tragici fatti di sangue accaduti ventisette anni prima, una statua sfila tra la folla portata dai membri della Confraternita dell’Addolorata il giorno del Venerdì Santo. Si tratta della Vergine delle sette spade, ultima traccia materiale di un’inconcepibile vicenda della quale il mondo aveva occultato la memoria con desolante rapidità.

IL LADRO DI RAGAZZE è ambientato nel 1631 e comincia in primavera con la presentazione del personaggio di Tonio, giovane piacente e un po’ stralunato, detto il fulmine: è il servo preferito di Gorini, un uomo di mondo e di ruvido intuito che lo tratta come un figlio; il suo lavoro è quello di essere gli occhi e le orecchie di Gorini a Mendrisio, Balerna e a Riva San Vitale. Tonio è intimamente convinto che non si sposerà mai e cerca dunque di sfruttare al meglio la sua condizione di uomo libero. Un giorno però, incontra Maddalena detta Lena, che conosce fin da bambina, di una bellezza poco appariscente schiva, mimetica, sfuggente, e si sente trafitto da un amore irrimediabile: “per una così potrei uccidere, considerò scivolando nel sonno. Non poteva immaginarlo, era una profezia”.

Intanto, intorno alla pianura tra Mendrisio e Capolago, da mesi si discute sotto voce di rapimenti selvaggi ai danni di figlie del popolo, opera di un oscuro negromante, il Mago di Cantone e dei suoi quattro uomini. Gorini si lambicca su questa diceria tanto insistente quanto inquietante e chiede al fedele Tonio di indagare su dove siano finite queste ragazze. Quando Lena svanisce nel nulla, la situazione precipita…

IL LADRO DI RAGAZZE è un romanzo considerevole, scritto con grande padronanza. Fin dalle prime mi ha rapita con una storia davvero coinvolgente, a partire dall’ambientazione storica: i baliaggi svizzeri a sud delle Alpi e del Ducato di Milano nella prima metà del Seicento, resi suggestivi dalla bravura dell’autore nel rappresentare con competenza e fedeltà, le atmosfere, i contesti sociali, religiosi e popolari del periodo fin nelle minuzie. Nonostante la mole importante del libro, la lettura è talmente soddisfacente e scorrevole che non se ne sente il peso, anzi, non vedevo l’ora di avere un attimo di libertà per rituffarmi tra le pagine e vedere come andava a finire. Gli ingredienti per una ricetta ben riuscita ci sono proprio tutti: scrittura dinamica, fluida e disinvolta, contesti resi perfettamente, personaggi interessanti, complotti, una storia d’amore e infine un bel mistero, reso ancor più denso, dall’atmosfera che lo avviluppa.

Ho apprezzato molto il personaggio di Tonio, che inizialmente mi era sembrato un tantino infido. Man mano che la lettura procede, invece, si dimostra ingenuo ma rapido a comprendere le cose, scaltro e con grande capacità di adattamento. Inoltre ho apprezzato la sua costanza nel tentare di ritrovare Lena, la cui assenza vive come un’amputazione: anche a distanza di mesi dalla sua scomparsa, si trascina qua e là alla ricerca di indizi e di idee. La sua ostinazione diventa ancor più tenace quando si ritrova perso negli abissi del male: da semplice e innocente spettatore balza in prima fila nell’opera del demonio, anche lui a declamare la sua parte…

Ho avuto modo di riflettere, come molte altre volte quando si parla di questi periodi storici, sulla condizione delle donne, alle quali non si perdonava il possesso di bellezza e libertà. Emblematico un episodio raccontato attraverso una reminiscenza di Barbara De Buziis, la quale torna con la memoria ad un momento drammatico vissuto quando, trascinata dai suoi fratelli, è costretta ad assistere all’esecuzione di una donna tacciata di essere una strega: l’atrocità alla quale è stata sottoposta la povera accusata soprattutto perché continuava a proclamarsi innocente, è impensabile e orribile! Non svelo di più. Del resto l’epoca in questione è ricca di episodi di giustizia sommaria e crudeltà.

L’autore ha una scrittura matura, competente, e ricca di stile. La tipologia di romanzo mi ha riportato alla mente Ken Follett che adoro, e fa dell’attenzione ai dettagli, che si rispecchiano sopratutto nell’uso di un linguaggio aderente alla realtà dell’epoca, il suo punto di forza.

Il finale, appagante, segna la giusta ed attesa resa dei conti.

Potrei scrivere ad oltranza su questa lettura, ma mi fermo qui. Se amate i romanzi scritti bene, con belle e fedeli ambientazioni storiche, vendette atroci dove la rassicurante voce della pietà viene messa a tacere senza nessuna titubanza, amabili da leggere, coinvolgenti e avventurosi, questa storia fa per voi. Consigliatissima!

Link: ilviziodileggere lalettriceassorta


© Canturium – Periodico di storia, arte e ambiente del canturino e del comasco

Fuggiaschi e perseguitati
Brianza e Appiano Gentile nel romanzo di Carlo Silini
di Bernardino Marinoni

Dove sarà andato Carlo Silini a prendere una parola come “restello” – sta per luogo di transito vigilato in funzione preventiva della diffusione di pestilenze – che è pressoché introvabile nei dizionari italiani (e chi la riporta le assegna un altro significato)? Aiuta forse il fatto che lo scrittore sia ticinese, e in Canton Ticino è stato pubblicato il romanzo “Il ladro di ragazze” (Gabriele Capelli Editore), in cui ne fa uso massimamente appropriato, forse attingendo ad un retaggio partecipe del dialetto, di cui peraltro non abusa, preservato forse dai tempi stessi, il cuore del Seicento, in cui si svolge una storia che si dipana vorticosa tra Lugano e il Ducato di Milano, con poli Mendrisio e Vimercate.
Su quel cammino, le figure che il romanzo sbalza, tra fuggiaschi e perseguitati, ce n’è più d’uno. E leggendo ci si sovviene di una vera Madonna del Restello, cui s’intitola un edificio sacro dalle parti di Castiglione d’Intelvi, “dal nome del cancello in legno – recitano le guide – che in quel luogo avrebbe sbarrato l’ingresso alla valle durante la peste del 1630”. Insomma, si va più in là del verosimile nel “Ladro di ragazze” che infatti denuncia espressamente un appiglio microstorico, ma saldo. Divenuta una fola, a Mendrisio e dintorni, quella del cosiddetto Mago di Cantone – chiromante mefistofelico, uso far rapire fanciulle e seppellirne i resti in un anfratto quanto mai sinistro nella località del suo esilio, dove spadroneggiava – è stata argomento di serie ricerche: Silini buon ultimo le ha dato forma di romanzo, non senza corredo bibliografico e, in appendice, ricognizione degli scambi di realtà sui quali instrada il proprio treno fantastico. Una vittima predestinata del Mago scampa, l’innamorato non finisce di cercarla, ecco che un nodo di borghesi e popolani, di banditi e nobili si stringe lungo un arco temporale trentennale dove pulsa l’ambiente sociale e religioso dei baliaggi svizzeri a sud delle Alpi e del Ducato di Milano in pieno XVII secolo. Geograficamente a un tiro di schioppo; anzi, la Brianza è parte integrante dello scenario, per quanto la vicenda fuori del mendrisiotto sia fulcrata su Vimercate nell’andirivieni di personaggi che s’inseguono in un incalzare di brevi capitoli, di cui è difficile abbandonare la lettura per una sorta di prensilità di pagine e personaggi, effetto di scrittura precisa, narrazione incalzante, temperamento dei personaggi, specie quelli femminili. Sarà perché è donna la superstite di protagonisti che intuisce non essere stati cancellati dal mondo: vivono infatti potentemente, prepotentemente anche, nel romanzo, tra pieghe nere – archibugiate, pugnalate letali – e inserti goticheggianti – una riga di formule magiche, in bibliografia Silini registra le fonti – e amori e sentimenti talvolta distesi su panorami letterariamente poco frequentati. È vero che Appiano Gentile è a un dipresso dal confine, ma in un romanzo il paese non aveva mai trovato lo spazio che occupa nella quarta parte, quando riprende l’accelerazione che lo conduce fantasticamente alla fine delle sue 450 pagine, del “Ladro di ragazze”. Appiano Gentile, “meta del suo prossimo lavoro pittorico”, fa da perno all’errabonda famiglia di un artista cui è stato “commissionato il restauro di una cappelleria che un gruppo di soldati ubriachi aveva fatto oggetto di tiro a segno. Avrebbe dovuto coprire con un nuovo strato di calcina il vecchio dipinto murale, stendervi sopra due dita d’intonaco e su quello affrescare la scena del matrimonio della Vergine con San Giuseppe”. Chi, che cosa avrà suggerito quell’ambientazione a Carlo Silini non fa che premiare l’ardimento della verosimiglianza del romanzo.


l ladro di ragazze
23/01/2016
di librirbil

Pensate ad una leggenda tramandata di generazione in generazione legata al territorio in cui vivete, una storia piena di mistero e intrighi i cui dettagli non saranno mai chiariti completamente. Ce l’avete in mente? Bene, ora immaginate che un giornalista della regione decida di trasformare la leggenda in un romanzo: non potreste non procurarvelo e leggerlo, no? Questo è quanto successo dopo l’uscita de Il ladro di ragazze di Carlo Silini: molte persone me ne hanno parlato bene e in biblioteca le copie disponibili andavano a ruba, per cui non ho resistito alla tentazione.

Ma procediamo con ordine.

Secondo la leggenda nel Mendrisiotto (una regione nel sud del canton Ticino), nel corso del Seicento, c’era un mago (soprannominato “Mago di Cantone” dal nome del luogo in cui sorgeva il suo castello) che rapiva giovani ragazze per poi portarle in una grotta ed usarle per dei giochi magici. Come ogni leggenda che si rispetti, pure questa ha un fondo di verità, anche se come ho scritto sopra ci sono molte domande a cui non è mai stata data una risposta certa.

L’autore nel suo romanzo cerca di dare una possibile versione dei fatti, cosa che secondo me riesce a fare molto bene. Partendo da alcuni fatti storici documentati ci racconta le vicende di Tonio, detto Stralüsc (fulmine in dialetto ticinese), e della sua bella, una giovane di nome Lena, che un giorno sparisce misteriosamente. Il ragazzo cercherà in ogni modo di trovarla, ma per farlo dovrà superare diverse difficoltà e soprattutto dovrà correre molti rischi, alcuni dei quali mortali. I due non sono però gli unici protagonisti del romanzo: a loro si aggiungono molti altri personaggi, alcuni buoni, altri cattivi (altri ancora un po’ doppiogiochisti, aspettatevi delle sorprese), alcuni ricchi e potenti, altri poveri in canna, tutti accomunati però dal fatto che riescono a far fare al lettore un tuffo nel passato e a sentirsi quasi parte della società dell’epoca. Sotto alcuni punti di vista il Ticino del Seicento era identico a 50-60 anni fa (e ci sono cose che sono uguali anche oggi), e chi ha vissuto in prima persona certe esperienze o ne ha sentito parlare da genitori, nonni o bisnonni non fa fatica ad immaginarsi di essere lì con Tonio, Lena o un qualche altro personaggio.

Penso di averlo scritto già diverse volte: la maggior parte delle opere di letteratura contemporanea di lingua italiana purtroppo non mi entusiasma, spesso dopo aver terminato un libro mi ritrovo a chiedermi perché mai l’abbia iniziato. Il ladro di ragazze invece mi è piaciuto davvero molto, l’ho letteralmente divorato! Non saprei dire se è per la vicenda in sé, per il fatto che la maggior parte della storia si svolge in luoghi che conosco, per lo stile di scrittura scorrevole o se (cosa molto più probabile) si tratta di un mix di questi vari elementi. In ogni caso Il ladro di ragazze merita un tentativo, sono sicura che non ne rimarrete delusi!

Se volete leggere degli estratti del romanzo, nonché un’altra recensione, potete cliccare qui.

Buona lettura!

https://librirbilblog.wordpress.com/


Cultura/focus
IL LADRO DI RAGAZZE
Quattro chiacchiere con l’autore
Di Stefania Briccola

Per gentile concesisone di: Como & dintorni n. 130, ottobre 2015, pp 74,75,76
http://www.rivistacomo.it – © Como & dintorni

Il romanzo Il ladro di ragazze, edito da Capelli, segna l’esordio narrativo di Carlo Silini, giornalista del Corriere del Ticino e vincitore del prestigioso Swiss Press Award 2015.
La storia, dagli echi manzoniani e noir, è ambientata nella prima metà del Seicento fra la Svizzera italiana e la Lombardia. Ci sono Tonio, detto Stralüsc, bizzarro garzone e servo del nobile Gorini di Lugano, Maddalena Bernasconi, o meglio la Lena, figlia del Cecco, una ragazza di Mendrisio “impossibile da accasare”, e l’inquietante Mago di Cantone che faceva rapire le donzelle del posto dai suoi briganti. Le sventurate arrivavano nel castello alle pendici del Monte San Giorgio e poi venivano imprigionate nella grotta nel bosco dove le attendeva ogni sorta di nefandezze e la morte.
Una vicenda che si snoda nel Seicento tra baliaggi a sud delle Alpi e il Ducato di Milano e che ricorda l’attualità della violenza sulle donne. La trama si dipana in un affresco grandioso e tragico di queste terre con una sottile caratterizzazione dei personaggi. La prosa scorrevole regala il piacere di una lingua viva dove non manca il dialetto.

Carlo Silini, storia e leggenda si mischiano nelle torbide vicende del mago di Cantone che imperversava nel Seicento nel Mendrisiotto. Cosa c’è di vero?
Nel 1603 il conte di Vimercate, che si chiamava Francesco Secco Borella, è stato realmente cacciato dal Ducato di Milano dall’allora governatore spagnolo Fuentes per una serie di delitti. Dalle storie di autori ottocenteschi e da ricerche recenti risulta che quest’uomo era ricercato per avere tentato di uccidere la madre, alcuni fratelli, per l’omicidio di una nobile di Vimercate, Lucia Vertemate, e per parricidio. Per questo Francesco Secco Borella fu bandito dal Ducato di Milano e trovò rifugio in Ticino, nel podere di Cantone, fra Riva San Vitale e Rancate. Nel Mendrisiotto la leggenda è nota e narra proprio di un mago che rapiva le ragazze, le portava in una grotta, le uccideva e le buttava in una pozza. Uno degli ultimi discendenti del conte Secco Borella mi ha confermato che il suo avo fu messo sotto processo per vent’anni per negromanzia nel Ducato di Milano.

Come ha lavorato sulla lingua del romanzo e sui personaggi?
Ho usato una lingua moderna, facendo anche ricorso ai repertori lessicali del Seicento e andando a vedere gli atti originali dei baliaggi. Poi ho recuperato un po’ di lingua viva che è il dialetto che non è mai morto.
Ho lavorato sui personaggi, in parte tratti dalla storia reale, attraverso i documenti d’archivio. Li ho resi funzionali alla storia immaginando come potessero intersecarsi per dar vita a questo tragico e grandioso teatro di vita e di morte seicentesca sulle nostre terre.

Ci sono aspetti d’attualità nel romanzo?
Quello che è drammaticamente attuale è la violenza sulle donna. Nel romanzo c’è un caso limite di un maniaco che abusava segretamente di giovani donne sorretto da un esercito di tagliagole. Purtroppo la realtà delle violenze domestiche sulle donne nel chiuso delle case, senza che diventino per forza dei casi di cronaca nera, è una realtà attuale e vistosa.

Com’era l’ambiente dei baliaggi del Mendrisiotto nel Seicento?
I baliaggi dell’epoca erano da un punto di vista politico-amministrativo dipendenti dai signori dei Cantoni della Svizzera interna, mentre sul fronte spirituale il territorio del Ticino era di pertinenza delle diocesi di Como e di Milano che inviavano regolarmente, a partire da San Carlo Borromeo, i loro vescovi a fare delle visite pastorali per dare indicazioni ai parroci che vivevano in uno stato di precarietà e ignoranza. Il Ticino partecipava in pieno alla Controriforma cattolica che era la risposta all’eresia luterana con l’azione di bonificare o di preservare le terre al di qua delle Alpi dall’arrivo delle idee protestanti attraverso una campagna religiosa capillare.

Ci sono curiosità che riguardano Como?
In città, nell’area della stazione ferroviaria di san Giovanni, c’era un convento raso al suolo dalle truppe napoleoniche che per secoli è stata la temutissima sede dei più occhiuti inquisitori della regione prealpina. Da lì uscirono Bernardo Rategno, Modesto Scrofeo e tanti altri che furono veramente un flagello per le streghe e gli eretici come i catari e i valdesi. Una curiosità paradossale è che, verso il terzo e quarto decennio del Seicento, gli inquisitori comaschi erano i maggiori difensori delle streghe rispetto ai signori laici svizzeri.


Recensione – ”Il ladro di ragazze” di Carlo Silini,  a cura di Roberto Roveda, TicinoSette no. 39 del 25.09.2015
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Recensione del romanzo “Il ladro di ragazze” di Carlo Silini a cura di Daniele Cuffaro. Viceversaletteratura.ch del 1.09.2015

Vai al sito: http://www.viceversaletteratura.ch

Trascrizione recensione:

Una leggenda molto nota al sud del Ticino è quella del Mago da Cantun e il primo vero lavoro di narrativa di Carlo Silini, teologo e giornalista nato a Mendrisio nel 1965, parte proprio da lì. Ne Il ladro di ragazze (Gabriele Capelli Editore, 2015) il Mago di Cantone è da identificare con Francesco Secco Borella, «delinquente della peggior specie», conte di Vimercate e cavaliere milanese che, come viene specificato nelle note storiche in coda al libro, «a detta di alcuni studiosi potrebbe avere ispirato Alessandro Manzoni per la figura dell’Innominato dei Promessi sposi» (p. 450). Allontanato dal Ducato di Milano nel 1603 poiché ritenuto colpevole di omicidio, Secco Borella è costretto ad accasarsi in Ticino, più precisamente alle pendici del Monte San Giorgio.

La sua dimora, il Castello di Cantone, si trova tra Riva San Vitale e Rancate, lungo la strada “La Rossa”, in una zona isolata e posizionata nelle vicinanze di una grotta con una pozza sotterranea. Tra il reale, l’oscuro ed il meraviglioso, il racconto popolare tramandato fino ad oggi vuole che in quello spazio il Mago facesse sparire le ragazze del posto, dopo averle fatte rapire dai suoi scagnozzi. «Si accaniva sulle più avvenenti perché percepiva la loro bellezza come il più forte strumento di potere a loro disposizione, il più efficace, l’invincibile» (p. 385).È sullo sfondo di questa leggenda che Carlo Silini fa rivivere l’ambiente sociale, popolare e religioso dei baliaggi elvetici nella prima metà del Seicento.

Ben ancorato alle fonti storiche e ad una precisa geografia dell’epoca, il racconto popolare aderisce a quello dell’autore principalmente tramite una storia d’amore avventurosa e dal sapore manzoniano; quella tra Tonio, detto “Stralüsch”, e Lena Bernasconi. Dopo essere stata rapita nei boschi del Mendrisiotto, Lena trova rifugio nel monastero di San Lorenzo a Vimercate, mentre Tonio, per ritrovarla, si muove tra osterie e appestati, sempre costretto a fuggire dagli sgherri che gli danno la caccia. «Il Tonio si grattò la testa. Quando aveva cercato di salvare la Lena, non ci era riuscito, era anzi avvenuto il contrario. Quando aveva creduto di vendicare le ragazze rapite e uccise da un bruto, aveva giustiziato la persona sbagliata» (p. 199). Dietro a queste considerazioni che frullano nella testa del personaggio si nascondono una serie di intrighi e interessi che andranno a confondere ulteriormente le acque già poco limpide della società di quel periodo storico.

La lista delle figure invischiate in questa vicenda è lunga e variegata. Tra aiutanti e antagonisti, i personaggi si presentano in molte circostanze solo dal loro soprannome. “Il Pesafüm” Gorini, per esempio, è un doppiogiochista senza scrupoli che basandosi sul baconiano sapere è potere assolda Tonio come informatore per aumentare i suoi affari e la sua autorità nobiliare. Oppure, il violento Piero Bignasca è detto “il Roncola” per via dell’arma che porta sempre con sé. In un secondo momento però, le sfumature caratteriali vengono approfondite da soliloqui in cui traspaiono la vera natura e i ricordi dei personaggi. Grazie a queste intime riflessioni, ai flashback e alle carte documentarie che spuntano nel racconto, il lettore riesce a ricomporre pian piano i pezzi di una storia che resta avvincente fino alla fine.

Il ladro di ragazze è un romanzo denso di tensioni e macchinazioni, capace di tramandare, oltre alla storia, anche le sensazioni percepibili nei diversi ambienti. L’abitazione del Mago è un luogo che fa venire i brividi ai lettori e questi ultimi si avvertono in maniera nitida attraverso i personaggi che giungono alla grotta: «sentiva alcune [gocce] cadere, con suono cristallino, dentro una pozza poco distante da dove si trovava lei. Chiuse gli occhi e le parve di sentire un coro di urla soffocate, voci di donne e di bambine disperate che gelavano il cuore. È qui. È proprio qui» (p. 412). In definitiva un racconto riuscito e convincente, che tra sorprese e illazioni ingloba storie d’amore e sotterfugi, con nell’ombra la mano dell’inquietante Mago di Cantone pronta a cadere fragorosamente contro chi osa ostacolarlo.


Recensione a cura di Bernardino Marinoni – Il cittadino, Monza, 9.07.2015 – Cultura e spettacoli, p. 43
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Intervista a Carlo Silini su “La Provincia”, p. 56, del 26.06.2015 a cura di Francesco Mannoni.

silini la provincia


Sergio Caroli intervista Carlo Silini sul quotidiano “Gazzetta di Parma” del 20 maggio 2015, pagina 41 (Cultura)

Gazzetta di Parma

Gazzetta di Parma, 20.05.2015, pagina 41


“Il ladro di ragazze”, segnalazione, Cooperazione n. 21 del 19 maggio 2015, p. 91

silini Coop


Recensione del romanzo di Carlo Silini “Il ladro di ragazze” su Extra n. 20 del 15 maggio (settimanale del Corriere del Ticino).

silini EXTRA 15 05


Corriere del Ticino, 11.05.2015

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Giornale del Popolo, 11 maggio 2015

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