«L’emozione riesce ad emergere potentemente» – La Moglie – Mangialibri
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La moglie
Autore: Anne-Sophie Subilia
Traduzione di: Carlotta Bernardoni-Jaquinta
Genere: Romanzo
Editore: Gabriele Capelli Editore 2023
Articolo di: Lidia Gualdoni
Gaza, gennaio 1974. Arriva un carretto trainato da un piccolo asino bruno. L’uomo che lo guida alza lo sguardo: la prima cosa che cerca è la bandiera bianca con la Croce Rossa che ora non sta sventolando. Non osa scendere. Sui gradini sotto il portico spunta la donna. Si lega svelta i capelli, mette una giacca di daino sopra la camicetta e si infila i piedi nei mocassini. In giardino scopre una scena piuttosto buffa e desolante: un carretto che gira su se stesso, un asino dal muso grigio, un vecchio munito di un frustino e tre dromedari spuntati dai terreni confinanti, che strappano erba alta a più non posso. L’asino finisce col trainare il carretto davanti alle gambe della donna. L’uomo la guarda chinando leggermente la testa. Porta uno di quei magnifici berretti ricamati, un kufi: il colore blu reale incorona la sua vecchiaia. Si tocca la fronte e si presenta. Hadj. È stato mandato dal proprietario perché si occupi del giardino. Indicando la fede che la donna porta al dito, chiede dov’è il marito. Dopo avergli risposto che è in Sinai, cerca di trattenerlo con un gesto di invito e si affretta a preparare qualcosa da bere, ma quando torna in giardino, vede il carretto allontanarsi in una nuvola di sabbia e polvere. La casa situata all’estremità sud di Gaza sembra emersa sotto forma di cubo dalla sabbia che entra da tutte le parti. Un po’ fortezza in miniatura, un po’ residenza per ricchi, il suo elemento centrale rimane la bandiera della Croce Rossa issata sul tetto a terrazza. Quando il vecchio ritorna, ci sono tutti: il proprietario della casa, il delegato e la moglie. Si accordano sul lavoro che prevede di fare in giardino — il delegato e la moglie vorrebbero dei fiori —, su quando comincerà — forse domani, forse la settimana successiva, ma verrà regolarmente — e sul compenso. Lei è Piper Desarzens, nata Johns da padre britannico e madre svizzera. Lui, Vivian Desarzens, è suo marito, di cinque anni più giovane. Tutt’intorno, il mormorio della sabbia…
La moglie è la cronaca dettagliata di alcuni mesi trascorsi da una coppia di occidentali in Palestina, a Gaza, dal gennaio all’agosto 1974, ovvero l’anno successivo alla guerra del Kippur. L’autrice, di origine svizzera-belga, si è ispirata all’esperienza dei genitori: il padre è stato delegato della CICR nello stesso periodo e negli stessi luoghi del romanzo e alcuni episodi le sono stati vissuti dalla madre. Nonostante il distacco del narratore, che non si riferisce quasi mai alla protagonista con il suo nome, Piper, ma chiamandola “la moglie” o “la donna”, partecipiamo al suo lento quanto inesorabile sprofondare verso la depressione. La sua, all’inizio, può sembrare una situazione privilegiata e invidiabile: “La moglie del delegato non ha nessuna missione specifica. Accompagna. Non ha la responsabilità delle operazioni, né l’adrenalina o le fatiche. Non ha soddisfazione, l’ebbrezza, né il lavoro sul campo. Lei, se vuole, ha il dolce far niente”. Sembra preoccupata solo del ruolo di accompagnatrice, di colei che aspetta il ritorno di Vivian, nominato delegato umanitario del Comitato Internazionale della Croce Rossa dopo brillanti studi. Quando lui è in missione — viaggia per il paese da una prigione all’altra a distribuire generi di conforto — lei non sa che cosa fare. Cerca di instaurare una qualche forma di amicizia, ma con scarsi risultati. Hadj, il vecchio e tenace giardiniere, incaricato di sistemare il giardino sabbioso della casa che hanno preso in affitto — una figura che attraversa tutto il romanzo, fin dalla prima scena — mantiene un atteggiamento di rispettoso distacco. Piper vorrebbe passare del tempo anche con Mona Najjar, la psichiatra palestinese che ha incontrato a un evento organizzato dall’agenzia dell’ONU per i profughi palestinesi e che ha fatto scelte di vita fuori dal comune: niente matrimonio, niente figli, la volontà di istruirsi e di lavorare, una formazione all’Università di Aleppo, il ritorno a Gaza per fondare un’associazione dedicata alle prigioniere e ai prigionieri rilasciati e alle loro famiglie. Ma quando si presenta, senza appuntamento, nell’ospedale più grande di Gaza dove la psichiatra ha avuto un incarico prestigioso, non può essere ricevuta. Non passa inosservata, anzi, è guardata con sospetto perché veste all’occidentale o perché fuma: la notano soprattutto le donne, che le lanciano occhiate diffidenti che lei cerca di ignorare per non soffrire e persino i soldati israeliani che pattugliano la striscia l’apostrofano in modo piuttosto offensivo. Deve inventarsi un passatempo e un ruolo: a volte è un’escursione, oppure sono le serate al Beach Club, il venerdì, che lei adora, passate a ballare, ascoltare musica, bere. O, ancora, le lunghe passeggiate solitarie sulla spiaggia. Il marito, però, la invita a non agire e manifesta un certo fastidio quando prende qualche iniziativa che lui ritiene inutile e priva di prospettive. Forse, solo Naima, una bambina figlia di pescatori, incontrata sulla spiaggia, nonostante le difficoltà nel comunicare, riesce in qualche modo ad aprirla al mondo esterno, proprio come il giardino che, pur soffocato dall’invasione della sabbia che si insinua ovunque, anche dentro casa, riuscirà a fiorire. Nonostante l’osservazione “clinica” delle azioni e della banalità quotidiana — l’autrice preferisce concentrarsi sul ruolo della donna e sulla sua emancipazione, senza affrontare problematiche legate al clima politico, se non indirettamente —, questo romanzo non corre il rischio di diventare pura narrazione documentaristica: l’alternarsi di un punto di vista che si mantiene distante dai personaggi e la più intima delle introspezioni, fa sì che l’emozione riesca ad emergere potentemente.
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