Anne-Sophie Subilia, “La moglie”


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Anne-Sophie Subilia
La moglie
Romanzo
Traduzione dal francese di Carlotta Bernardoni-Jaquinta

15×21 cm, 160 pp, Euro 18,00 (I)
ISBN 978-88-31285-39-1

Premio svizzero di letteratura 2023

Gaza, gennaio 1974. Piper, inglese di origine, si trasferisce per un anno in Palestina con il marito, delegato per la Croce Rossa. Le settimane sono scandite dai venerdì sera al Beach Club, dai bagni in mare e dagli incontri fortuiti con la piccola Naima. Piper fatica ad abituarsi agli sguardi indagatori della gente del posto, alla presenza costante dei militari, all’umidità, all’ozio e alla sabbia che si insinua dappertutto. Spesso sola per le assenze del marito, la donna scivola nella malinconia. Il rapporto di coppia si incrina. Per fortuna ci sono il vecchio e talentuoso giardiniere Hadj, che da quella terra arida riuscirà a far spuntare i fiori, e la psichiatra Mona, senza marito né figli, per la quale Piper prova grande ammirazione. Basteranno queste presenze a salvarla dal torpore?


© Turné, Radiotelevisione svizzera LA1, 28.10.2023. Servizio televisivo a cura di Cristina Savi. Turné, RSI LA1. Riprese Christian Cattani, Julie Kühner. Montaggio Emanuela Andreoli. “Per gentile autorizzazione della RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana.”

Intervista a Carlotta Bernardoni-Jaquinta, traduttrice de “La moglie”

ESTRATTO

Vorrebbe passare del tempo con Mona, la psichiatra palestinese che ha incontrato durante un aperitivo organizzato dall’UNRWA, l’agenzia dell’onu per i profughi palestinesi. Le due donne si erano adocchiate in mezzo alla folla degli invitati e si erano presentate senza ricorrere a un intermediario. Mona Najjar. Parlava con tutti, rideva di gusto, con la testa buttata all’indietro, lasciando intravedere per un attimo la sua ugola vibrante. Sotto il velo di seta rosa, un leggero strato di gommina teneva a bada i suoi capelli ricci tagliati corti. Scelte di vita fuori dal comune, niente matrimonio, niente figli, la volontà di istruirsi e di lavorare, una formazione all’Università di Aleppo, il ritorno a Gaza per fondare un’associazione dedicata alle prigioniere e ai prigionieri rilasciati e alle loro famiglie. Poi, e senza rinunciare all’associazione, l’incarico come medico psichiatra nell’ospedale più grande di Gaza.
Mona raccontava il suo percorso con sobrietà, fermezza, con le mani forti e squadrate che scortavano la moglie del delegato verso il buffet. «Un marito? Per fare cosa?», aveva detto scoppiando a ridere. E poi, più sottovoce: «Mi renderebbe prigioniera a mia volta». Frasi così, piene di baldanza, scandite da un rapido gesto dell’indice per sistemarsi gli occhiali pesanti sul naso e offrire poi i suoi grandi occhi bordati di kajal alla gente. «E lei, Piper?»


Anne-Sophie Subilia
Svizzera e belga, Anne-Sophie Subilia vive a Losanna, dove è nata nel 1982. Ha studiato letteratura francese e storia all’Università di Ginevra. Si è laureata presso l’Istituto letterario svizzero di Bienne.
Poetessa e narratrice, è autrice di L’Épouse (Zoé, 2022), abrase (Empreintes, 2021, borsa di studio Pro Helvetia), Neiges intérieures (Zoé, 2020, Zoé poche 2022), Les hôtes (Paulette, 2018), Qui-vive (Paulette, 2016), Parti voir les bêtes (Zoé, 2016, Arthaud poche 2018, borsa Leenaards) e Jours d’agrumes (L’Aire, 2013, premio ADELF-AMOPA 2014).
Con L’ÉpouseLa moglie – ha vinto un Premio svizzero di letteratura 2023.


Carlotta Bernardoni-Jaquinta si è laureata in letteratura francese e russa all’Università di Losanna. Traduttrice e moderatrice, collabora con diverse manifestazioni e istituzioni culturali.


Link: Premi svizzeri di letteratura


RECENSIONI/SEGNALAZIONI

© L’Adigetto, 19.06.2024

Storie di donne, letteratura di genere/543
Di Luciana Grillo

Anne-Sophie Subilia, «La moglie» – Pubblicato un anno fa, il libro è attuale perché si svolge nella striscia di Gaza oggi devastata dai bombardamenti.

Titolo: La moglie
Autrice: Anne-Sophie Subilia

Traduttrice: Carlotta Bernardoni-Jaquinta
Editore: GCE Gabriele Capelli Editore, 2023

Pagine: 160, Brossura
Prezzo di copertina: € 18

Una donna indipendente e colta, di origine inglese, si trova a vivere a Gaza – è il gennaio 1974 – con il marito Vivian, delegato svizzero del Comitato Internazionale della Croce Rossa incaricato di occuparsi dei detenuti.
Come «moglie del delegato non ha nessuna missione specifica. Accompagna», e dunque si sente inutile, il dolce far niente non fa per lei. Scrive lettere, tanto per «rimanere al passo col mondo», in un ambiente così estraneo per lei, in una casa costruita nel nulla, «non un chiosco, un caffè, una stazione…».
Se va a Gaza, se si siede al bar, fra gruppi di uomini, guarda da lontano le donne «indaffarate, accucciate, in piedi, curve, cariche di secchi e sacchi… vorrebbe andare da quelle donne, temprarsi, istruirsi», si sente comunque e dovunque un’inutile estranea; non le basta andare al Beach club a bere un aperitivo con gli expat o a vedere un film, che per altro si può interrompere in qualsiasi momento, perché sono gli israeliani che controllano la distribuzione dell’elettricità.

Quando guarda «i quartieri di Gaza immersi nell’oscurità è sopraffatta da una tristezza impossibile da scacciare».
Vivian capisce in parte il disagio di sua moglie, organizza qualche breve viaggio, o incontri con i colleghi, ma è preso dal suo lavoro, e spesso beve troppo.
Per la moglie, a cui l’autrice dà un nome – Piper – ma che più spesso cita solo come moglie, il senso di una solitudine oppressiva può essere vinto con la compagnia di Mona, una psichiatra palestinese, che vive da sola, che rifiuta l’idea di avere un marito («mi renderebbe prigioniera»), che ha fondato un’associazione dedicata a detenute e detenuti e alle loro famiglie, che lavora nel più grande ospedale di Gaza.
E dopo Mona, Piper incontra Selma la giurista, Naila l’interprete, Rania la pediatra; trova distrazione seguendo Hadj, il giardiniere che rende bello il suo giardino, al quale offre spremuta di arance e datteri, o osservando Naima, una bambina che costruisce casette di sabbia, che le offre biscotti mollicci… ma continua a sentirsi inutile, vuota, e il legame con Vivian sembra appassire.

L’incontro con la piccola Albina le dà forza, così come l’aiuto che può offrire alla famiglia del giardiniere. E forse la vita a Gaza diventa meno difficile.
Questo è uno strano e avvincente romanzo, i due protagonisti sono spesso indicati come «delegato» e «moglie».
L’autrice sembra voler rimanere fuori, perciò La moglie ha i tratti di una sceneggiatura, si ha l’impressione leggendo di vedere luoghi e persone scorrere su uno schermo.
Pubblicato in Svizzera un anno fa, risulta oggi particolarmente interessante, mentre la striscia di Gaza è devastata dai bombardamenti. E il senso di vuoto si trasferisce da Piper a chi legge.

Link: L’Adigetto


© Quotidiano Nazionale/il Resto del Carlino, 31.05.2024

“La moglie” a Gaza e i diversi modi di essere prigionieri.
Il romanzo di Anne-Sophie Subilia racconta la soffocante condizione di Piper nel claustrofobico contesto della Striscia occupata nel 1974.
Di Costanza Chirdo

Per Piper ambientarsi a Gaza è difficile. Le circostanze del suo soggiorno sono difficili: si è recata li con il marito Vivian, delegato svizzero del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). Lui ha una missione da svolgere aiutando le persone nelle prigioni di Gaza, che lo tiene impegnato tutto il giorno. Piper, invece, non ha niente da fare, passa la maggior parte del suo tempo da sola e ben presto inizia a sentirsi inutile, in un contesto in cui non ha un ruolo se non quello de “la moglie” del delegato. È questo il titolo del romanzo di Anne-Sophie Subilia, autrice svizzero-belga che con “L’Épouse” (“La moglie”, tradotto da Carlotta Bernardoni-Jaquinta e pubblicato in Italia lo scorso ottobre da Capelli Editore) ha vinto il Premio svizzero di letteratura 2023.

Scritto in terza persona, il romanzo di Subilia sembra narrare i fatti da lontano nonostante lo faccia al presente. Gli stessi nomi dei personaggi sono menzionati pochissime volte nella storia – specialmente quello di Piper, alla quale la narratrice si rivolge con “la moglie del delegato”, o “la donna”. Così diventano quasi due figure anonime, attraverso le quali vengono raccontate le condizioni di Gaza nel 1974, l’anno dopo la guerra del Kippur, già parzialmente occupata dallo stato di Israele. Se infatti c’è qualcosa di ancora più difficile della situazione di Piper, è proprio il confronto tra la sua condizione di donna agiata, proveniente da una famiglia inglese dell’alta borghesia, e le condizioni di vita generali dei palestinesi. Gaza viene presentata come un posto in cui la gente è imprigionata anche senza essere in prigione. Israele ha il controllo su tutto: dai confini, alle spiagge, alla corrente elettrica. Ed è proprio nel raccontare Gaza che lo stile di Subilia ha la sua maggiore efficacia: scritto come una sequenza di scene visuali, descrittive, quasi come fosse una sceneggiatura, il romanzo è capace di spiazzare chi legge quando meno se lo aspetta, attraverso la semplicità della narrazione. Un giorno, sulla spiaggia Piper fa amicizia con un bambina palestinese, Naima. Le chiede dove abita, lei costruisce delle piccole casette di sabbia, le “baracche dei pescatori”, poi le distrugge con la mano aperta. Poco tempo dopo, riaccompagnando Naima a casa un pomeriggio, Piper trova una folla di gente furiosa radunata davanti le baracche, mentre una Jeep israeliana se ne va: devono sgomberarle entro quarantotto ore, prima che vengano rase al suolo.

La storia si costruisce così attraverso contrasti di scene: gli aperitivi della coppia al Beach Club per gli expat, e la miseria delle famiglie palestinesi; l’ammirazione per paesaggi meravigliosi, con in sottofondo il rumore di sirene e scariche di mitra. La differenza tra il loro stile di vita e quello a cui è costretta la popolazione di Gaza colpisce Piper al punto di sentirsi scomoda nel suo privilegio. Un privilegio che nonostante ciò, è pur sempre sottomesso all’occupazione: quando Israele stacca la corrente a Gaza, anche al Beach Club le proiezioni dei film si interrompono. Il tema della prigionia è ricorrente: “Se la situazione non si sblocca, fra qualche decennio tutti i palestinesi, uomini e donne, avranno sperimentato la prigione” afferma una sera Mona, psichiatra palestinese dell’ospedale Al-Shifa, durante una cena con Piper e Vivian. Subilia ha dichiarato di non avere avuto intenti politici quando ha scritto il libro, pubblicato in Francia e in Svizzera nel 2022. La storia è ispirata all’esperienza dei suoi genitori (il padre era delegato del CICR), basata sui racconti della madre che decise di seguire il marito a Gaza, nel 1974. “La moglie” presenta un contesto duro, “ma siamo lungi da quello che succede oggi con l’aumento della colonizzazione e della violenza” ha detto la scrittrice in un’intervista per Swi. Il fatto che in Italia il libro sia uscito lo scorso ottobre – quando Hamas ha attaccato Israele e la Striscia di Gaza è stata investita dall’offensiva israeliana – è stata una coincidenza, ma sicuramente ha aggiunto qualche chiave di lettura in più.

L’intento di Subilia era piuttosto quello di proporre una riflessione sull’emancipazione della donna – in questo caso di Piper, “la moglie”, l’ombra del marito. Completamente subordinata, ricerca l’indipendenza spostandosi da sola, andando in spiaggia, viaggiando, instaurando relazioni con gli abitanti del posto, Mona, Naima, il giardiniere Hadj. E sono proprio queste relazioni a salvarla, mentre tutto il resto cerca di relegarla e imprigionarla nella sua posizione di donna. Subulia stessa ha spiegato di aver creato intenzionalmente una figura più impersonale, in modo che molte donne potessero riconoscercisi: “Ho voluto evidenziare la lentezza del percorso di emancipazione femminile, oltre al senso di solitudine in terra straniera”. Ha inoltre sottolineato la consapevolezza che “la scelta di ambientare la storia a Gaza la rende immediatamente politica”, ma la prospettiva che più le interessava era quella della quotidianità, delle relazioni, e della ricerca di senso a cui aggrapparsi attraverso di esse.

Link: Quotidiano Nazionale


© Corriere dell’Irpinia, 03.02.2024

Segnalazione pubblicata sul settimanale del Corriere dell’Irpinia


© Mangialibri

La moglie

Autore: Anne-Sophie Subilia
Traduzione di: Carlotta Bernardoni-Jaquinta
Genere: Romanzo
Editore: Gabriele Capelli Editore 2023
Articolo di: Lidia Gualdoni

Gaza, gennaio 1974. Arriva un carretto trainato da un piccolo asino bruno. L’uomo che lo guida alza lo sguardo: la prima cosa che cerca è la bandiera bianca con la Croce Rossa che ora non sta sventolando. Non osa scendere. Sui gradini sotto il portico spunta la donna. Si lega svelta i capelli, mette una giacca di daino sopra la camicetta e si infila i piedi nei mocassini. In giardino scopre una scena piuttosto buffa e desolante: un carretto che gira su se stesso, un asino dal muso grigio, un vecchio munito di un frustino e tre dromedari spuntati dai terreni confinanti, che strappano erba alta a più non posso. L’asino finisce col trainare il carretto davanti alle gambe della donna. L’uomo la guarda chinando leggermente la testa. Porta uno di quei magnifici berretti ricamati, un kufi: il colore blu reale incorona la sua vecchiaia. Si tocca la fronte e si presenta. Hadj. È stato mandato dal proprietario perché si occupi del giardino. Indicando la fede che la donna porta al dito, chiede dov’è il marito. Dopo avergli risposto che è in Sinai, cerca di trattenerlo con un gesto di invito e si affretta a preparare qualcosa da bere, ma quando torna in giardino, vede il carretto allontanarsi in una nuvola di sabbia e polvere. La casa situata all’estremità sud di Gaza sembra emersa sotto forma di cubo dalla sabbia che entra da tutte le parti. Un po’ fortezza in miniatura, un po’ residenza per ricchi, il suo elemento centrale rimane la bandiera della Croce Rossa issata sul tetto a terrazza. Quando il vecchio ritorna, ci sono tutti: il proprietario della casa, il delegato e la moglie. Si accordano sul lavoro che prevede di fare in giardino — il delegato e la moglie vorrebbero dei fiori —, su quando comincerà — forse domani, forse la settimana successiva, ma verrà regolarmente — e sul compenso. Lei è Piper Desarzens, nata Johns da padre britannico e madre svizzera. Lui, Vivian Desarzens, è suo marito, di cinque anni più giovane. Tutt’intorno, il mormorio della sabbia…

La moglie è la cronaca dettagliata di alcuni mesi trascorsi da una coppia di occidentali in Palestina, a Gaza, dal gennaio all’agosto 1974, ovvero l’anno successivo alla guerra del Kippur. L’autrice, di origine svizzera-belga, si è ispirata all’esperienza dei genitori: il padre è stato delegato della CICR nello stesso periodo e negli stessi luoghi del romanzo e alcuni episodi le sono stati vissuti dalla madre. Nonostante il distacco del narratore, che non si riferisce quasi mai alla protagonista con il suo nome, Piper, ma chiamandola “la moglie” o “la donna”, partecipiamo al suo lento quanto inesorabile sprofondare verso la depressione. La sua, all’inizio, può sembrare una situazione privilegiata e invidiabile: “La moglie del delegato non ha nessuna missione specifica. Accompagna. Non ha la responsabilità delle operazioni, né l’adrenalina o le fatiche. Non ha soddisfazione, l’ebbrezza, né il lavoro sul campo. Lei, se vuole, ha il dolce far niente”. Sembra preoccupata solo del ruolo di accompagnatrice, di colei che aspetta il ritorno di Vivian, nominato delegato umanitario del Comitato Internazionale della Croce Rossa dopo brillanti studi. Quando lui è in missione — viaggia per il paese da una prigione all’altra a distribuire generi di conforto — lei non sa che cosa fare. Cerca di instaurare una qualche forma di amicizia, ma con scarsi risultati. Hadj, il vecchio e tenace giardiniere, incaricato di sistemare il giardino sabbioso della casa che hanno preso in affitto — una figura che attraversa tutto il romanzo, fin dalla prima scena — mantiene un atteggiamento di rispettoso distacco. Piper vorrebbe passare del tempo anche con Mona Najjar, la psichiatra palestinese che ha incontrato a un evento organizzato dall’agenzia dell’ONU per i profughi palestinesi e che ha fatto scelte di vita fuori dal comune: niente matrimonio, niente figli, la volontà di istruirsi e di lavorare, una formazione all’Università di Aleppo, il ritorno a Gaza per fondare un’associazione dedicata alle prigioniere e ai prigionieri rilasciati e alle loro famiglie. Ma quando si presenta, senza appuntamento, nell’ospedale più grande di Gaza dove la psichiatra ha avuto un incarico prestigioso, non può essere ricevuta. Non passa inosservata, anzi, è guardata con sospetto perché veste all’occidentale o perché fuma: la notano soprattutto le donne, che le lanciano occhiate diffidenti che lei cerca di ignorare per non soffrire e persino i soldati israeliani che pattugliano la striscia l’apostrofano in modo piuttosto offensivo. Deve inventarsi un passatempo e un ruolo: a volte è un’escursione, oppure sono le serate al Beach Club, il venerdì, che lei adora, passate a ballare, ascoltare musica, bere. O, ancora, le lunghe passeggiate solitarie sulla spiaggia. Il marito, però, la invita a non agire e manifesta un certo fastidio quando prende qualche iniziativa che lui ritiene inutile e priva di prospettive. Forse, solo Naima, una bambina figlia di pescatori, incontrata sulla spiaggia, nonostante le difficoltà nel comunicare, riesce in qualche modo ad aprirla al mondo esterno, proprio come il giardino che, pur soffocato dall’invasione della sabbia che si insinua ovunque, anche dentro casa, riuscirà a fiorire. Nonostante l’osservazione “clinica” delle azioni e della banalità quotidiana — l’autrice preferisce concentrarsi sul ruolo della donna e sulla sua emancipazione, senza affrontare problematiche legate al clima politico, se non indirettamente —, questo romanzo non corre il rischio di diventare pura narrazione documentaristica: l’alternarsi di un punto di vista che si mantiene distante dai personaggi e la più intima delle introspezioni, fa sì che l’emozione riesca ad emergere potentemente.

Link: Mangialibri


Bresciaoggi, 02.02.2024


Giornale di Brescia, 1.02.2024

Screenshot

Corriere della Sera (ed. Brescia), 1.02.2024

Screenshot

© Cooperazione, 30.01.2024

“La moglie” – Flavio Stroppini intervista Anne-Sophie Subilia


Milleeunlibro Scrittori in TV, 27.01.2024

Anne-Sophie Subilia “La moglie” – Milleeunlibro Scrittori in TV – Rai 1

I libri protagonisti di un dialogo a più voci tra autori, critici e lettori

Dal minuto 52.15, la classifica dei libri consigliati e più venduti.

Settimanale di libri che vede protagonisti gli scrittori, ospiti in studio, che si confrontano con i critici sulle loro ultime uscite.
All’interno del programma una vetrina di altri autori ed una classifica dei libri consigliati e più venduti.

Milleeunlibro Scrittori in TV


Radio MIR, 24.01.2024

La moglie, di Anne-Sophie Subilia
Di Valeria Camia

Per i consigli di lettura di radio MIR, presentimao il libro “La moglie” di Anna-Sophie Subilia, Gabrielecapelli editore.

Sinossi:
Gaza, gennaio 1974. Piper, inglese di origine, si trasferisce per un anno in Palestina con il marito, delegato per la Croce Rossa. Le settimane sono scandite dai venerdì sera al Beach Club, dai bagni in mare e dagli incontri fortuiti con la piccola Naïma. Piper fatica ad abituarsi agli sguardi indagatori della gente del posto, alla presenza costante dei militari, all’umidità, all’ozio e alla sabbia che si insinua dappertutto. Spesso sola per le assenze del marito, la donna scivola nella malinconia. Il rapporto di coppia s’incrina. Per fortuna ci sono il vecchio e talentuoso giardiniere Hadj, che da quella terra arida riuscirà a far spuntare i fiori, e la psichiatra Mona, senza marito né figli, per la quale Piper prova grande ammirazione. Basteranno queste presenze a salvarla dal torpore?

In “La moglie” (Premio svizzero di letteratura 2023) Anne-Sophie Subilia rivela più che mai la profondità dell’ordinario con la lucidità che caratterizza la sua scrittura.


© Modulazioni Temporali, 20.12.2023

“La moglie”, quella Gaza così vicina e lontana
Di Laura Franchi

Anne-Sophie Subilia, svizzera e belga, poetessa e narratrice, ha di recente pubblicato “La moglie” (Gabriele Capelli Editore, pp. 157, euro 18).

“I fiori verranno, bisogna prima preparare la terra.”

Gaza, gennaio 1974, un anno dopo la guerra del Kippur. Piper, inglese di origine, si trasferisce per un anno in Palestina con il marito, Vivian, delegato per la Croce Rossa. Le settimane sono scandite da una certa lentezza: l’eterna sabbia da spazzare via, i libri da leggere, qualche breve viaggio col marito, i bagni e le passeggiate al mare, i venerdì sera al Beach Club con gli altri expat.
Piper fatica ad abituarsi agli sguardi indagatori della gente del posto, alla presenza costante dei militari, all’umidità, al niente da fare. Spesso sola per le assenze del marito, la donna scivola piano nella malinconia, e anche il rapporto con Vivian ne risente. Saranno alcuni incontri a ridarle slancio: con la piccola Naima, con l’orfana Albina, la psichiatra Mona e soprattutto il giardiniere Hadj che le farà capire l’importanza di scovare il buono, oltre le apparenze.

È una scrittura lenta quella di Anne-Sophie Subilia che sembra voler andare di pari passo con il lieve profumo di ozio che pervade le giornate di Piper. O che, forse, vuol farci soffermare sui dettagli di una realtà lontana da noi, eppure così vicina, un contesto molto attuale, nonostante la storia sia ambientata negli anni ’70, quando la Striscia di Gaza aveva ancora una sua vivibilità. Uno scenario a cui Piper fa fatica ad abituarsi e al quale nessuno, al di là delle peculiarità culturali e religiose, dovrebbe abituarsi. Quella mancanza di libertà che stride forte con la vivacità e la modernità di Tel Aviv, di tanto in tanto vissuta da Piper e Vivian.

Attraverso i personaggi che Piper incontra, e soprattutto con la figura di Hadj, che da un lato cresce fiori e piante meravigliosi in mezzo al nulla, e dall’altro cerca il fratello da una prigione all’altra, urla forte, e fa quasi male, la necessità di agire e soprattutto quella di trovare tregua e bellezza sempre e comunque, per sopravvivere.

Link: Modulazioni Temporali


Fahrenheit, Rai Radio 3 – Il libro del giorno | Anne-Sophie Subilia, La moglie, Gabriele Capelli Editore

Silvia Albertazzi, saggista e critica letteraria, intervistata da Tommaso Giartosio parla de “La moglie” di Anne-Sophie Subilia.

Il romanzo è ambientato a Gaza nel 1974. Protagonista è Piper, moglie di un delegato della Croce Rossa internazionale, che vive una quotidianità solitaria nella casa ai confini della città: il marito è impegnato fino a sera, a volte si assenta per giorni di missione come osservatore nelle prigioni israeliane. Lei si occupa dell’appartamento, pulisce continuamente la sabbia che s’insinua dappertutto, esce a fare spese in un mondo sconosciuto di cui non conosce la lingua. Si aggrappa alle poche relazioni possibili: conosce Hadj, vecchio giardiniere palestinese incaricato di far fiorire il giardino (fatto letteralmente di sabbia); la psichiatra Mona, che ha studiato all’estero e appare alla “moglie” ben più emancipata di lei, e Naima, figlia di pescatori che vive in una baracca sulla spiaggia, con cui può scambiare poco più che sorrisi.
Con Silvia Albertazzi, anglista.


© Corriere dell’italianità, 11.12.2023

Cultura, In Evidenza, Società

“Oggi le donne in Svizzera fanno sentire sempre di più la loro voce. È la giusta direzione”

L’intervista a Anne- Sophie Subilia, autrice del romanzo ‘Premio svizzero di letteratura 2023’ L’Épouse, ora pubblicato in lingua italiana, che parla di emancipazione femminile sullo sfondo della guerra tra Israele e Palestina negli anni 70.
di Gaia Ferrari

“Il mix delle nostre 4 lingue nazionali non mi appare evidente quotidianamente, purtroppo. Me ne rammarico. Mi piacerebbe poter passare da una lingua all’altra senza porre domande a me stessa, ma queste pratiche sono limitate alle città bilingue, ai Cantoni o ai Grigioni, costretti a tradursi costantemente”
(Anne- Sophie Subilia)

Una donna alla ricerca del proprio posto nel mondo: è Piper, protagonista del romanzo “L’Épouse” (Editions Zoé) della svizzera-belga Anne-Sophie Subilia, che per esso ha ricevuto uno dei Premi svizzeri di letteratura 2023, tra le migliori opere di narrativa dell’anno. Il volume è stato pubblicato in italiano col titolo “La moglie”, da Gabriele Capelli Editore, con la traduzione di Carlotta Bernardoni Jaquinta.

Piper, europea, emancipata e colta, è la giovane consorte di un delegato della Croce Rossa Internazionale, in missione in Palestina. Una terra straniera e dura, in cui lei si ritrova nella condizione di una persona privilegiata, ma sola, dato che il marito è spesso assente per lavoro. Il dolore per la miseria e per la violenza che circondano la protagonista, mentre intorno a lei imperversa il conflitto israelo-palestinese, e la mancanza di un ruolo tutto suo – come viene sottolineato fin dal titolo – la faranno scivolare nella malinconia, facendo riflettere i lettori sul tema, ancora attuale, dell’emancipazione femminile. Abbiamo intervistato la scrittrice Anne-Sophie Subilia,

Nel suo romanzo, utilizza forme espressive di distacco indicando Piper come la donna, la moglie del delegato. È interessante notare che la donna è definita dal legame privato con l’uomo, mentre quest’ultimo è identificato dal suo riconoscimento professionale e sociale. È una scelta deliberata?

«Queste modalità di designazione della protagonista mi sono venute spontaneamente sin dalle prime righe del testo. Mi sentivo a mio agio con questa forma, con questa designazione di “la donna” o “la moglie di”, che mi ha permesso di osservare, studiare, percepire questa donna da molteplici prospettive e a diverse distanze. Il nome Piper l’ho riservato per alcune occasioni. Usato dal fratello quando le parla, o da Mona, la psichiatra diventata sua amica. Intuitivamente collego il nome all’amicizia. Al contrario, scrivere “la donna” traccia una figura più impersonale ma, paradossalmente, molte donne potrebbero riconoscersi. Mi sembra che questa forma di anonimato, in terra straniera, accentui la solitudine del personaggio. Questa formulazione la rendeva paradossalmente più distinta e interessante, quasi diventasse una sorta di musa ispiratrice. Quando scrivo “la moglie del delegato”, si aggiunge un’altra dimensione, riduttiva e un po’ provocatoria, che mette in luce la condizione della donna e il lento cammino verso la sua emancipazione. Piper forse si trova a metà strada: contribuisce all’emancipazione delle donne occidentali, nel solco del ’68; ma d’altra parte, nel suo ambiente, piuttosto borghese, colto, incarna anche la donna che deve svolgere il ruolo di moglie. E ovviamente questo contrasta con il personaggio di Vivian, chiamato la maggior parte del tempo per il suo nome o per la sua funzione professionale, ma mai come “il marito” o “lo sposo”».

Come vede la situazione delle donne oggi in Svizzera? Pensa che le manifestazioni, le iniziative e gli scioperi svoltisi e in corso nei Cantoni stiano davvero cambiando le mentalità? Cosa si potrebbe fare in più concretamente?

«Le mentalità stanno cambiando. Le donne in Svizzera si stanno facendo sentire sempre di più. Forse il nostro Paese sta cercando di recuperare il ritardo avuto concedendo il diritto di voto alle donne solo nel 1971? Ma dobbiamo passare attraverso diverse fasi: prendere coscienza, informarsi, unirci, osare verbalizzare, proporre cambiamenti concreti… Tutto ciò non è facile e probabilmente inizia a casa e con l’educazione. La scuola dovrebbe fare la sua parte. L’arte ha la capacità di scuotere e interrogare profondamente le linee supposte immutabili e il patriarcato ancora prevalente. Tutto questo deve ancora rafforzarsi in Svizzera, ma sento che stiamo andando nella giusta direzione. Le manifestazioni pubbliche sono essenziali per mettere in luce le questioni. Quella del 14 giugno diventa particolarmente unificante (si tratta di una data simbolo per il Paese; in quel giorno, nel 1991, centinaia di migliaia di donne e di ogni partito politico scioperarono per rivendicare i loro diritti, a partire dall’uguaglianza sul lavoro. Una protesta ripetuta, poi, nel 2019 e nel 2023, ndr)».

Nella sua storia, c’è un legame con l’attualità. Ma, per quanto riguarda le radici del conflitto israelo-palestinese e la sua evoluzione, quali sono le principali differenze tra gli anni ’70 e oggi?

«Preferisco lasciare agli specialisti l’analisi delle due epoche e delle loro differenze. Il mio romanzo si svolge nel 1974, alcuni mesi dopo la guerra del Kippur. In quel periodo, e da dopo la guerra dei sei giorni (1967), l’insediamento di colonie israeliane è già iniziato nei territori palestinesi occupati (compresa Gerusalemme Est), nella penisola del Sinai e sull’altopiano del Golan. Questo processo si è poi rafforzato. La guerra del Kippur ha avuto l’effetto di intensificare soprattutto la presenza e l’occupazione dell’esercito israeliano. Nel mio romanzo affronto per piccoli tocchi quest’atmosfera, questo contesto, questa oppressione latente, che si traduce soprattutto in umiliazioni permanenti, come la distribuzione casuale dei permessi di lavoro in Israele, la distruzione delle case, i blackout elettrici, ecc…. Ma la situazione nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania nel 1974 non mi sembra paragonabile a quella di oggi. All’epoca la Striscia di Gaza era ancora un territorio abitabile; c’erano frutteti, colture, che garantivano una certa autosufficienza alimentare, anche se con molto aiuto esterno (in particolare dall’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente, ndr), per cure mediche e scuole, tra le altre cose. Ma la vita era ancora sostenibile e, soprattutto, permetteva di intravedere speranze di intesa e di avviare processi di pace. Si pensi all’accordo di Camp David nel 1978 e a quelli di Oslo nel 1993. Inoltre, la densità della popolazione era molto minore rispetto a quella che si è registrata in seguito; il blocco imposto da Israele dal 2007 ha contribuito a trasformare la Striscia di Gaza (362 kmq) in uno dei territori più densamente popolati al mondo, una prigione a cielo aperto e una fucina di tensioni».

Il suo romanzo è stato inizialmente scritto in francese ed è stato pubblicato in un’edizione italiana. La Svizzera si presenta come un paese multilingue, dove però non tutte le lingue hanno lo stesso peso. Quale percezione hai? Pensa che ci sia davvero un miscuglio di lingue o piuttosto uno squilibrio? Come vedi e vivi la comunità italiana?

«Il mix delle nostre 4 lingue nazionali non mi appare evidente quotidianamente, purtroppo. Me ne rammarico. Mi piacerebbe poter passare da una lingua all’altra senza porre domande a me stessa, ma queste pratiche sono limitate alle città bilingue, ai Cantoni o ai Grigioni costretti a tradursi costantemente. Ho avuto la fortuna di vivere con coinquiline ticinesi durante i miei studi; è stata la migliore occasione per entrare in contatto con una delle culture che compongono il nostro paese e una straordinaria scuola di lingua. Queste amicizie mi danno la spinta e la curiosità di superare il più possibile le barriere linguistiche per recarmi in Ticino».

Qual è stata la sua formazione? Oltre alla scrittura, a cosa si dedica?

«Sono laureata presso la Scuola superiore delle arti di Berna (HKB), in scrittura letteraria. Prima di questo, ho studiato Lettere all’Università di Ginevra. Attualmente, occupo un ruolo di docente all’Istituto letterario di Bienne; accompagno diversi studenti nel loro progetto creativo. È un lavoro impegnativo e appassionante che svolgo parallelamente alla mia attività di scrittrice e alla vita familiare».

Link: Corriere dell’italianità


© Azione, 04.12.2023

Una storia svizzera nella Striscia di Gaza
Romanzo – Con La moglie uscito ora in italiano, Anna-Sophie Subillia ha ricevuto quest’anno il Premio Svizzero di letteratura
Di Natascha Fioretti

«Muhammad ha fissato un dondolo di rattan al soffitto del portico. Da lì, oltre il muretto di cinta, si vede il mare. È come se la casa fosse emersa dalla sabbia sotto forma di cubo e si fosse indurita naturalmente all’aria. La casa è sabbia, e la sabbia entra da tutte le parti. Te la ritrovi nei nodi del tappeto, sotto il tappeto, in bocca, nella frutta appena tagliata. Scricchiola e scrocchia sotto i denti come sale. La casa pare una ceramica (…) Uno dei muri è color pistacchio, decorato da un fregio bianco meringa (…) L’elememto centrale rimane la bandiera della Croce Rossa, issata sul tetto a terrazza, indicatore delle zone di conflitto e la cui sola presenza trasforma il luogo. La donna è orgogliosa della bandiera sulla sua casa provvisoria».

“Definendola “moglie” o “sposa” si dà subito una connotazione precisa all’identità del personaggio che appunto è a Gaza come sposa e accompagnatrice del marito in missione.”

Siamo a sud di Gaza, corre l’anno 1974 e ad abitare questa casa un po’ cubica, un po’ transitoria è una coppia svizzera. Lei la moglie, si chiama Piper Desarzens, lui, il marito, è Vivian Desarzens, delegato svizzero del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) in missione a Gaza. A firmare il romanzo invece è Anne-Sophie Subillia, classe 1982, losannese, scrittrice svizzero-belga, vincitrice del Premio svizzero di letteratura proprio con quest’opera uscita originariamente in francese per l’editore Zoé con il titolo L’épouse (2022). Abbiamo avuto il piacere di incontrarla a Lugano qualche settimana fa ospite della Casa della Letteratura per presentare l’uscita del suo libro tradotto in italiano da Carlotta Bernardoni-Jaquinta e edito da Gabriele Capelli.

Studi in letteratura francese e storia all’Università di Ginevra, diplomata in scrittura letteraria alla Hochschule der Künste di Berna, Anne-Sophie Subillia, dedita anche alla poesia, per scrivere questo romanzo si è ispirata alla storia dei suoi genitori che proprio nel 1974 si sono trasferiti a Gaza per via dell’incarico del padre, delegato del CICR proprio come il protagonista del suo romanzo.

Colpisce subito il fatto che La moglie sia uscito proprio ora che il conflitto israelo-palestinese si è riacceso tornando al centro dell’attualità ma si tratta di una coincidenza «Certo la situazione nella striscia di Gaza era insostenibile da molto tempo ormai e in un certo senso non sorprende quanto sta accadendo. Ma il mio libro è completamente slegato dai fatti di oggi, che sia uscito proprio ora è solo un caso».

Di Anne-Sophie Subillia ci piace innanzitutto la scrittura – precisa, asciutta, intima – così come il passo narrativo scandito da frasi brevi, descrizioni ampie e sporadici dialoghi. Una scrittura che ti entra dentro, ti avvolge e a tratti ti fa sentire la presenza, il sapore, «il mormorio» di quella sabbia sparsa ovunque, dentro e fuori casa, dentro e fuori l’anima, come se fosse un elemento costante delle vite di chi abita nella striscia di Gaza. Un po’ come il khamsin, «il vento del deserto che di solito soffia in primavera».

E seppur tutto pare essere secco, asciutto e difficile, ci sono oasi di bellezza, fertilità e speranza. Primo tra tutti il giardino che all’inizio dell’inverno – con il suo terreno secco e povero – fa disperare Piper. «A gennaio ha un aspetto orribile. Nient’altro che sabbia. Canneti ed eucalipti che puntano con le loro lunghe foglie a frusta» ma che in un secondo momento regalerà piccole, intense gioie grazie alla cura e alla sapienza di Hadj, il giardiniere.

«Di ritorno a casa. In giardino ci sono stati altri cambiamenti. La carriola è parcheggiata nel cortile, con una pala appoggiata sopra di traverso e delle tracce di cemento secco sul fondo del cassone (…) Adesso quel posto è un pozzo di sole, un incantevole gloriette. Si sta così bene. La donna rimane a bocca aperta per la gratitudine. Hadj e i suoi figli hanno pulito tutto per liberare la vegetazione preesistente. Limoni, bouganville e kumquat in piena fioritura che non avevano ancora visto. Rivolte verso i limoni, due poltrone di vimini, ormai grigie per l’usura, danno le spalle a una pianta sconosciuta e rigogliosa, molto profumata, che non è né vigna né kiwi, ma anche lei rampicante e a viticci, che è stata disposta a spalliera». Il giardino per la sua presenza e la sua influenza «diventa un personaggio – dice l’autrice. È una metafora, il simbolo dell’amicizia incredibile che si viene ad instaurare con Hadj che è pieno di energia, si occupa di tutto e la rende felice. La donna è felice quando lo vede arrivare con l’asino e i suoi figli. Tra i due c’è una cura, un’attenzione reciproca e il giardino è il centro, il punto di equilibrio e di mediazione» tra due persone provenienti da culture e realtà così diverse. Non per nulla «la flemma» di Hadj sulle prime insospettisce la moglie.

Abbiamo detto all’inizio che i protagonisti hanno un nome, eppure lei, Piper, nel romanzo è sempre la moglie. Perché? «È una scelta provocatoria. Definendola “moglie” o “sposa” in francese si dà subito una connotazione precisa all’identità del personaggio che appunto è a Gaza come sposa e accompagnatrice del marito in missione». Piper entrerà in crisi per questo suo ruolo trovandosi ben presto nel bel mezzo di una crisi esistenziale. Vivian invece è impegnato a incontrare quotidianamenti i prigionieri delle carceri di Gaza, Be’er Sheva, Nablus, Hebron, Jenin. Ascolta i racconti e le testimonianze dei singoli, delle loro famiglie trascrivendo le sue impressioni.

Tante anche le scene di ordinaria serenità. I venerdì sera al Beach Club, le passeggiate in riva al mare, il sabato mattina in centro o le sere al cinema all’aperto che fotografano la realtà a Gaza: «Quella sera vedono solo un quarto del film. Verso le nove, il proiettore singhiozza, poi si spegne tutto. L’insegna e la ghirlanda luminosa del Beach Club smettono di lampeggiare. I clienti aspettano un momento mentre il proprietario dispiaciuto tenta di rimettere in moto la macchina. Ma è tempo perso, lo sanno tutti. L’elettricità è controllata dagli israeliani che fanno quello che vogliono. Come molti altri venerdì sera su Gaza regna l’oscurità».

Seppur il legame con l’attualità non è voluto è chiaro come proprio questo elemento renda oggi più intensa la lettura de La moglie. Una storia raccontata con delicatezza, con una conoscenza dei luoghi narrati, con momenti di grande malinconia che si alternano a momenti di piccole gioie e conquiste quotidiane in un contesto percepito spesso come difficile e ostile. E a tenere insieme tutto c’è la scrittura di questa autrice, fluida e dolce come la risacca del mare, vero valore aggiunto di quest’opera.

Link: Azione


© Le monde diplomatique – il manifesto, novembre 2023

LA MOGLIE di Anne-Sophie Subilia
Di David Lifodi


© Radio Lombardia, 15.11.2023

Carlotta Bernardoni-Jaquinta, la traduttrice de “La moglie” di Anne-Sophie Subilia, racconta brevemente i contenuti del romanzo.


© ELLE.it, 14.11.2023

Il femminismo di Carla Lonzi e altri libri sull’emancipazione femminile.
Un saggio degli anni ’70, una biografia romanzata scritta nel 1945, un racconto sulla vita di una coppia di stranieri a Gaza nel 1974, uscito, per pura coincidenza, in questi giorni.
Di Ornella Ferrarini

La moglie, Anne-Sophie Subilia, Gabriele Capelli editore

Un racconto recente, oggi di tragica attualità. Siamo nel 1974, a Gaza. Sei anni dopo la guerra dei 6 giorni (1967), vinta da Israele, un anno dopo la Guerra del Kippur, 1973, quando gli israeliani sono colti di sorpresa, come oggi, 50 anni dopo. Una coppia di stranieri, Vivian e Piper, si trasferisce e Gaza per un anno.Lui è un delegato della Croce rossa internazionale che ha scelto questa missione nei territori palestinesi, occupati da Israele, per monitorare le condizioni delle prigioni e dei prigionieri. Lei, di origini inglesi, è la moglie al seguito, poco pratica di territori e abitudini medio orientali, non parla arabo, solo un po’ di francese. Gaza è controllata da Israele, non c’è ancora Hamas, non c’è ancora il governo dell’autorità palestinese. Per gli stranieri in missione gli spostamenti sono relativamente facili, la vita è piacevole, c’è il Beach club dove tutti gli expat, governativi o civili, si ritrovano per bere, fare sport, andare al mare, chiacchierare, flirtare. Piper, ansiosa, indecisa e poco sicura di sé, si sente fuori luogo nella veste di privilegiata occidentale, bianca e libera di vestirsi e bere. Vorrebbe fare qualcosa per questa gente, povera: seguire una neonata abbandonata in ospedale, aiutare una piccola figlia di pescatori che vive nelle baracche in riva al mare, parlare con il giardiniere mezzo cieco, vorrebbe diventare amica della psicologa Mona, single, fiera di sé e del suo popolo. Vorrebbe emanciparsi dalla protezione del marito. Ma si accorge che ogni passo che tenta, al di fuori della sua posizione di rappresentanza, può danneggiarlo e la sprofonda nella depressione. Vivian pensa al suo lavoro, vuole che lei si diverta, le regala monili tribali, ma non quello che lei vorrebbe: complicità, riconoscimento, sostegno. La coppia va in crisi. Scritto in terza persona per mantenere la distanza dal racconto, dai luoghi, dai protagonisti. Vivian è chiamato il Delegato, anche dalla moglie, Piper la moglie del delegato.

La lingua è scarna, pochi fronzoli, le giornate sono seguite nei gesti e nei pensieri ossessivi di Piper, che non trovano soluzioni né logica. È un terreno minato, ne esce una Palestina ferita e in miseria, lontana dai disastri di oggi. Alla fine, la situazione di Piper è così complessa, che non trova soluzione. Proprio come quella sociopolitica del territorio.

Link: ELLE – Articolo completo


© RSI Cultura, 14.11.2023

Letteratura

“L’épouse” nella Gaza del 1974

Anne-Sophie Subilia ci racconta come nasce un romanzo
Di: Valentina Grignoli

“Gaza, gennaio 1974”. L’intimità di un diario, la vicinanza privilegiata di una lettera. Così si apre L’Épouse, il quarto romanzo dell’autrice svizzero belga Anne-Sophie Subilia, vincitrice dei Premi svizzeri di letteratura 2023. Il libro, edito da Zoé nel 2022, è uscito anche per Capelli editore lo scorso ottobre con la bella traduzione di Carlotta Bernardoni-Jaquinta La moglie.

È un racconto intimo e staccato al contempo, al quale abbiamo e non abbiamo accesso, quello di Piper, moglie di un delegato ginevrino della Croce Rossa in stanza a Gaza nel 1974, l’anno seguente la guerra del Kippur. Un luogo che oggi assume un’importanza particolare, che è impossibile nominare senza avere di fronte agli occhi immagini devastanti, ma che in questo romanzo è cornice necessaria, già carico di quelle tensioni oggi esplose in maniera così violenta. In nome della letteratura è qui necessario fare uno sforzo e tornare a altri giorni.

Piper è la sposa, la moglie di, la donna, raramente viene nominata con il nome proprio, e infatti la sua è anche una storia di perdita e poi ricerca d’identità. È un personaggio secondario, in un ambiente di tensioni e aiuto umanitario, dove è suo malgrado immersa, e questo fa la forza del romanzo. Abbiamo il privilegio, con lei, di guardare un mondo attarverso uno sguardo laterale, trasversale, fatto di pause e riflessioni, uno sguardo più fresco e forse più ingenuo, rispetto a quello del marito in missione, ma per questo motivo forse più consapevole del mondo che la circonda.

La vita di Piper è scandita tra lunghe attese del suo sposo Victor, di ritorno da missioni volte a verificare lo stato dei prigionieri palestinesi e delle strutture che li ospitano, lunghe sieste nel patio, letture di romanzi che si fa spedire, qualche traduzione, passeggiate solitarie in spiaggia, aperitivi con il marito al tramonto in veranda, serate cinema al Club per espatriati, incontri con gli abitanti di Gaza, viaggi nei Territori. Sullo sfondo sempre l’enorme contrasto, che lei fatica ad accettare, tra la sua vita di privilegiata e la realtà nella quale sono immersi. E la consapevolezza di non avere un ruolo, se non quello di sposa di, nella missione che stanno vivendo.

Ho avuto il piacere di incontrare Anne-Sophie Subilia, per parlare del suo romanzo.

Intervista a Anne-Sophie Subilia

Un titolo affascinante, L’Épouse, così come l’ambientazione. Una sospensione dalla realtà attuale, ma al contempo uno sguardo critico su aspetti oggi più concreti che mai .Come è nata in lei la figura di questa donna?

Credo sia nata in maniera progressiva. C’è una scena, all’inizio del romanzo, ed è veramente come ho incontrato io Piper. È sorta così, dalla sabbia, ha sceso le scale della sua casa a Gaza e io l’ho scorta. Ho avuto bisogno di tempo per avvicinarmi a questa donna che senza sosta continua a sfuggirmi, ancora oggi. Mi piace dire che non la conosco completamente, per me è più realistico restare in una scrittura che dipinge a pennellate sparse, a volte appuntite, una persona, piuttosto che pretendere di conoscerla completamente. Ci sono alcune scene in cui la vedo a distanza, non le sto vicina, e altre dove ho accesso a qualcosa di lei.

Credo che, nel cuore della sua esperienza, quello che ci racconta è il suo crescente abituarsi a un luogo nuovo, di cui deve ancora prendere le misure. E questo non accade immediatamente, soprattutto se culturalmente così lontano da noi. Una sfida, una vertigine, legata a questo spazio e soprattutto al tempo che Piper ha a disposizione. Nessuno si attende nulla da lei, se non una forma di autorappresentazione. Lei è la moglie di, tra gli espatriati, non le si chiede nient’altro.

Sullo sfondo una Palestina occupata. Ma la storia che leggiamo è anche un’altra.

Leggiamo una sorta di incontro con la realtà. Questa donna ha molta energia che potrebbe dare agli altri, ma si ritrova di fronte al vuoto, non può fare molto. Attraverso di lei scopriamo il contesto. C’è questo scarto continuo tra le sue libertà, anche grandi, e le grosse problematiche che incontra la popolazione di Gaza. I blackout ricorrenti, l’impossibilità di uscire facilmente, le rappresaglie, e una presenza militare permanente. Lei si fa osservatrice di questo, che a volte la tocca altre no. Se vogliamo, quello che osserva ha una grande risonanza in lei proprio grazie alla sua passività. Gli episodi ai quali assiste hanno il tempo di prolungarsi in lei, di rivivere nella sua solitudine, se fosse costantemente in azione dovrebbe riprendersi continuamente. È come se ci fosse la cassa di risonanza di uno strumento in lei, che risuona a lungo. C’è qualcosa di doloroso che interviene. Avevo però anche voglia di mostrare che essere nell’ombra, un personaggio secondario, può avere molta influenza alla fine sugli altri, su quelli che sono in azione, alla luce. Lei cercherà di influenzare suo marito, e ci riuscirà, aiutando gli altri.
“La moglie”


Alphaville – La moglie

Parliamo della lingua e dello stile di questo libro. Una lingua che sembra risalire all’epoca in cui la storia è ambientata e uno stile che vacilla sempre tra vicinanza e lontanantza. Il punto di vista e la focalizzazione sono esterne, sembra di assistere all’evolzione intima di Piper, ma da lontano. Poi a volte, improvvisamente, ci si avvicina in zoom. Ci sentiamo sempre al limite di qualcosa.

La sfida, o il piacere!, era quello di cambiare continuamente focalizzazione. A volte sentirmi davvero dietro la macchina da presa, come un individuo che osserva, ma che non è sicuro di quello che scorge o che legge come segni, espressioni. Mi sono spesso immaginata con questa videocamera sulle spalle nel cercare di scrivere la scena o la sequenza che si sviluppavano sotto i miei occhi. Non ho necessariamente sempre avuto accesso al pensiero. Stare lì, in qualcosa di fisico, che parli del linguaggio del corpo, quello che appare insomma. Questo mi ha portato anche a differenziare le mie interpretazioni. È stato chiaro progressivamente che questa era una scrittura di avvicinamento, dove uso spesso parole come “probabilmente” “o “forse”, perché non ho sempre le chiavi per accedere.

Lei ha costruito il romanzo anche partendo da materiale d’archivio, a volte abbiamo davvero l’impressione di essere in un album di fotografie color sepia. Queste sono le fotografie dei suoi genitori, che davvero hanno vissuto quell’anno a Gaza… anche se i personaggi se ne distanziano.

Sì, ho avuto la possibilità di avere gli album di famiglia. C’erano foto di ogni sorta, ogni scena e situazione. Ma non avevo molti commenti insieme alle foto, a meno che ponessi loro determinate domande, non avevo informazioni. Ci sono più foto che io ho guardato senza sapere nulla, forse solo dove accadeva l’azione. A partire da lì ho deciso di auscultarle, esaminarle, entrarci. Provare a capire cosa sucitavano come scrittura.

Per concludere, uno degli incontri più importanti nel romanzo è quello tra Piper e il giadiniere Hadge, che ha il compito di far nascere un giardino accanto alla casa, dalla sabbia. Che ruolo avrà questo magnifico giardino e l’incontro tra persone così differenti?

Il giardino per me è centrale, sin dalle prime pagine del libro. Esiste e fiorisce grazie alla cura di Hadge. Dietro il giardino c’è l’intelligenza sensibile e il lavoro di un anziano agricoltore palestinese: se dovessi scegliere un eroe sarebbe proprio lui. Senza Hadge il giardino sarebbe restato una distesa di sabbia. Per me non è la metafora di qualcosa d’altro, della resilienza per esempio del popolo palestinese. È qualcosa che può accadere davvero, nella vita, che qualcuno si prenda cura di un terreno incolto che lo trasformi attraverso la cura. Anche io contemporaneamente ero rapita dal piacere di far fiorire lo spazio virtuale della pagina e di sentire il giardino trasformarsi lungo la stesura del testo. La cosa più importante per me però è che il giardino non sarebbe stato quello che è se non ci fosse stato l’incontro così importante tra Piper e Hadge. È il riflesso del loro incontro, del benessere naturale tra la donna e l’agricoltore. Qualcosa che è di un altro ordine, più spirituale.

Link: RSI Cultura


© Mille Splendidi Libri e non solo, 14.11.2023

La moglie di Anne-Sophie Subilia – Gabriele Capelli Editore

“È come se la casa fosse emersa dalla sabbia sotto forma di cubo e si fosse indurita naturalmente all’aria. La casa è sabbia, e la sabbia entra da tutte le parti. Te la ritrovi nei nodi del tappeto, sotto il tappeto, in bocca, nella frutta appena tagliata. Scricchiola e scrocchia sotto i denti come sale.”

Titolo: La moglie
Autrice: Anne-Sophie Subilia
Edizione: Gabriele Capelli Editore
PP:160
Traduzione di Carlotta Bernardoni-Jaquinta

Recensione di Loredana Cilento

Anne-Sophie Subilia, pluripremiata romanziera e poeta svizzera-belga, arriva in Italia grazie a Gabriele Capelli Editore con la traduzione di Carlotta Bernardoni-Jaquinta, con un romanzo che involontariamente coincide con i drammatici eventi nella striscia di Gaza. “La moglie”, il romanzo vincitore del Premio Letterario Svizzero 2023, ci riporta a Gaza nel 1974, un anno dopo la Guerra del Kippur, quarto conflitto arabo-islaeliano dopo la creazione dello Stato di Israele e dove sono ben visibili le macerie, i blindati carbonizzati e i cadaveri di giovani soldati.

Vivian Desarzens, un delegato svizzero del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), si trova in missione accompagnato dalla moglie inglese Piper, di cinque anni più grande, di padre britannico e madre svizzera, Piper lascia la sua vita benestante per seguire il marito nella sua missione umanitaria, scacciando senza risultato quella sabbia che penetra ovunque, che scricchiola sotto i suoi sandali.

Spesso lasciata da sola, la donna, la moglie, protetta dalla bandiere del CICR sulla sua nuova casa, annoiata anche dalle serate del venerdì al Beach Club con gli altri expat, si guarda intorno. Incontri speciali come il vecchio giardiniere Hadj che non riesce a trovare suo fratello in prigione, o la piccola Naima che vive sulla spiaggia in una baracca che presto sarà abbattuta.

“Si rimbocca le maniche, libera Naima dal suo regalo, parlandole in un francese stentato che la bambina non capisce. Non ho idea di cosa bisogna fare con dei granchi. Scoppia a ridere nervosamente.”

Ma a dare una scossa alla sua inquietudini è l’incontro con un neonato abbandonato in ospedale, al quale darà un nome, se ne prenderà cura ma poi sarà adottato.

Il conflitto israelo-palestinese è un’eco, un riverbero nel vortice emozionale della protagonista, l’autrice lo cotestualizza nella quotidianità dei personaggi che inevitabilmente ne risentono, come i controlli alle frontiere, gli sguardi ostili degli uomini, la mancanza di corrente, le perquisizioni in spiaggia.

La protagonista viene chiamata “la donna” nome comune di persona, accentuando “l’essere femminile” in un contesto dove il ruolo delle donne è marginalizzato alla casa, al marito, ai figli, Piper è una donna che rappresenta altre donne, che in tutti i modi vuole sradicare il concetto di minoranza di genere emanciparsi dall’essere semplicemente la moglie di…

Affascinata da Mona, la psichiatra fuori dal comune, che ha fondato un’associazione dedicata alle prigioniere e ai prigionieri rilasciati e alle loro famiglie, scegliendo di non sposarsi e di istruirsi per aiutare le persone in difficoltà.

“Come definire l’insolita attrazione che la moglie del delegato prova per Mona?
Non è invidia, piuttosto ispirazione.”

La moglie incarna l’archetipo di ogni donna, una fra tante, Piper è però privilegiata in un tessuto di estrema povertà, si metterà in discussione, vincerà i suoi dubbi e deciderà di restare a Gaza, rifiorendo come il suo giardino…

“Adesso quel posto è un pozzo di sole, un’incantevole gloriette. Si sta così bene. La donna rimane a bocca aperta per la gratitudine. Hadj e i suoi figli hanno pulito tutto per liberare la vegetazione preesistente. Limoni, buganvillee, un kumquat in piena fioritura che non avevano ancora visto. Rivolte verso i limoni, due poltrone di vimini, ormai grigie per l’usura, danno le spalle a una pianta sconosciuta e rigogliosa, molto profumata, che non è né vigna né kiwi, ma anche lei rampicante”

Una costruzione narrativa evocativa e poetica senza mai essere banale o edulcorata, le parole si trasformano in immagini e le immagini in un romanzo potente e straordinario.

Anne-Sophie Subilia (Losanna, 1982) è svizzera-belga. Ha studiato letteratura francese e storia all’Università di Ginevra. Si è laureata all’Istituto letterario svizzero di Bienne. Poeta e narratrice, è autrice di L’Épouse (Zoé, 2022), abrase (Empreintes, 2021, borsa di studio Pro Helvetia), Neiges intérieures (Zoé, 2020, Zoé poche 2022), Les hôtes (Paulette, 2018), Qui-vive (Paulette, 2016), Parti voir les bêtes (Zoé, 2016, Arthaud poche 2018, borsa Leenaards) e Jours d’agrumes (L’Aire, 2013, premio ADELF-AMOPA 2014). Con L’ÉpouseLa moglie – ha vinto un Premio svizzero di letteratura 2023.

TRADUTTRICE
Carlotta Bernardoni-Jaquinta si è laureata in letteratura francese e russa all’Università di Losanna. Traduttrice e moderatrice, collabora con diverse manifestazioni e istituzioni culturali

Link: Mille Splendidi Libri e non solo


© Internazionale, 10.11.2023

“La moglie” segnalato su “Internazionale” del 10 novembre 2023.

Link: Internazionale


© minima&moralia, 09.11.2023

“La Moglie” di Anne-Sophie Subilia, tra quiete e coraggio nella storia
di Simone Bachechi

La letteratura è un grande contenitore di storie, intime e private, pubbliche e collettive, vere (o verosimili) o completamente immaginate e stranianti rispetto al cosiddetto mondo reale. Spesso nei romanzi si trovano contemporaneamente queste caratteristiche, più o meno mirabilmente calibrate e in modi diversi messe in rilievo, le une rispetto alle altre, tanto da dare al romanzo una sua precisa collocazione all’interno di un’ipotetica griglia classificatoria, fra le quali possiamo trovare il cosiddetto romanzo storico, romanzo di formazione, romanzo sentimentale.

La Moglie di Anne-Sophie Subilia, poetessa e narratrice svizzera-belga residente a Losanna, vincitrice con questo libro del Premio svizzero di letteratura 2023 (in Italia è uscito il 23 ottobre scorso per Gabriele Capelli editore, con la traduzione di Carlotta Bernardoni-Jaquinta), non può essere definito un romanzo storico, non ne ha la statura e le caratteristiche, né un romanzo di formazione in senso stretto, né allo stesso modo un romanzo sentimentale; eppure racchiude in sé e in parte alcune delle caratteristiche delle tre categorie sopra citate. Al romanzo storico a La moglie può essere attribuita l’appartenenza per il contesto ben delineato che ne costituisce la cornice: siamo a Gaza nel 1974, sette anni dopo l’occupazione israeliana successiva alla Guerra dei sei giorni del 1967, uno dei periodi più cruenti della storia recente nei territori mediorientali, se nella decennale occupazione dei territori palestinesi possa essere stilata una drammatica scala cronologica sulla base della durezza nell’annoso e sanguinoso conflitto israelo-palestinese tornato prepotentemente e tragicamente alla ribalta in questi giorni.

Del romanzo di formazione in senso stretto allo stesso modo ne La moglie si possono riscontrare solo alcuni tratti: Piper soffre di sonnambulismo, è la consorte di Vivian, un delegato della Croce Rossa internazionale inviato in missione nei territori occupati ove visita e presta assistenza, tra l’altro, ai detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Piper (la moglie) è catapultata in una realtà che non le appartiene da quella Londra dove si occupava di traduzioni per case farmaceutiche. Fa parte di quegli “expat”, come vengono definiti gli europei che per varie ragioni si trovano in una terra già colonia britannica fino alla fine del secondo conflitto mondiale. Le sue giornate sono scandite dalla solitudine in attesa del ritorno del marito spesso in missione al di fuori della città di Gaza alla cui periferia la coppia vive in una casa minacciata dagli scorpioni, invasa dalla sabbia e circondata da terreni incolti.

Non c’è molto di più nelle sue giornate oltre alle passeggiate lungo la spiaggia, ai racconti del marito, alle loro serate al Beach Club e le occasionali visite al mercato del bestiame. Oltre a ciò, alcune brevi vacanze, un’escursione nel Sinai con il fratello venuto da Londra scandiscono il tempo di Piper, la quale dalla noia e dallo spaesamento quotidiano inizia progressivamente a provare a crearsi uno spazio di autonomia e indipendenza rispetto al suo ruolo prestabilito di moglie di un delegato della Croce Rossa internazionale. Inizia a guardarsi intono, cercando di allargare la cerchia delle sue conoscenze, a partire dalle baracche di pescatori sulla spiaggia poco distante dove vive la piccola Naima con la quale s’incontra sporadicamente, frequenta Mona, la psichiatra dell’ospedale di Gaza dalla quale rimane affascinata in quanto incarnazione di quella emancipazione femminile a cui lei stessa aspira.

Nello stesso ospedale, inoltrandosi nella nursery, entrerà in contatto con una neonata abbandonata della quale intenderà prendersi in qualche modo cura. Si interesserà alle sorti dei prigionieri palestinesi nelle carceri e stringerà un’affettuosa amicizia con Hadji, il giardiniere arabo che insieme ai due figli avrà in carico l’arduo compito di allestire un giardino intorno alla sua casa immersa in terre aride e sabbiose. Queste attività segnano il processo di trasformazione ed emancipazione della moglie. Piper è quasi sempre appellata in questo modo all’interno del romanzo, così come Vivian (il marito) viene definito il delegato, con un distacco cronachistico che dà alla narrazione, asciutta, ricca di immagini vivide in sequenze fotografiche e con una sintassi essenzialmente paratattica, l’aspetto di un tableau vivant, la rappresentazione di un quadro storico e sociale dal quale non è possibile prescindere vista la sua significativa collocazione geografica e temporale.

Il contrasto che si palesa nelle descrizioni di due realtà così vicine l’una all’altra e così conflittuali, quali quelle di una striscia di terra addossata al mare e schiacciata ai margini di territori occupati dal riconosciuto internazionalmente Stato di Israele è quello che prende il palcoscenico del romanzo e in ogni caso ne costituisce uno dei punti più rilevanti: Gaza con le sue strade polverose e quei calcinacci dai quali sembra uscir fuori vita e Tel Aviv dove Piper si reca insieme al marito per un incontro di lavoro del delegato. Pochi chilometri dividono le due città lungo la costa del Mediterraneo; Tel Aviv con i suoi moderni centri commerciali e palazzi residenziali, con le donne in abiti eleganti e le scarpe di vernice, con le piazze con fontane e una rigogliosa vegetazione, con le strade solcate dalle numerose auto, poco più a sud i check-point israeliani e una città con costruzioni mai terminate in strade immerse nella polvere e nella sabbia percorse da asini e carretti.

La cornice ma anche la sostanza del romanzo in fondo è questa: gli espropri, i controlli, le demolizioni e i rastrellamenti dell’esercito israeliano sulle spiagge al calar del sole per impedire fughe o ingressi via mare, gli stessi israeliani che controllano l’erogazione dell’elettricità nella Striscia decidendo se e quando lasciare al buio i suoi territori così come con l’embargo stringono nella morsa della fame e della povertà la sua popolazione da decenni. La dura realtà quotidiana della gente di Gaza si prende il libro oltre ogni sentimentalismo che pure è presente, non fosse altro per via negativa con la storia dei due coniugi che sembra naufragare nel disamore e nella noia.

Altro contrasto che emerge dalla lettura è quello inerente alla diegetica del romanzo di Anne-Sophie Subilia in relazione alla realtà rappresentata. Il punto di vista narrativo è inevitabilmente quello occidentale di una coppia di privilegiati che si trova in un paese martoriato del Medio Oriente afflitto dalla povertà e dall’insicurezza. Da rimarcare che la protagonista Piper (la moglie) è di nazionalità britannica e il Regno Unito dalla fine del primo conflitto mondiale al 1948, quando a seguito della guerra arabo-israeliana del 1947-1948 che segnerà il passaggio dei territori palestinesi sotto il controllo egiziano, è stata la forza di occupazione di quelle terre, il cui abbandono a sé stessa lasciando un cumulo di macerie è a detta di molti ancora oggi la prima causa del decennale conflitto arabo-israeliano che si perpetua fino ai giorni nostri.

Questa cattiva coscienza si palesa dal punto di vista narrativo in episodi come quello nel quale Piper si trova a osservare con sguardo compassionevole la famiglia dei vicini che vive sulla spiaggia in una baracca di pescatori, due mondi che si sfiorano e si guardano con diffidenza. Dal romanzo non è scevro il peccato originale di ogni narrazione coloniale o neo-coloniale che porta i nostri occhi occidentalizzati a vedere il lontano da noi con gli schemi della nostra cultura, spesso in modo esotico e in tal senso ottuso, echi che si trovano anche nelle visite alla coppia da parte del fratello di Piper e di altri parenti del marito, uno sguardo che in ogni caso negli occhi di Piper provoca una trasformazione e una progressiva presa di coscienza della donna determinandone la sua emancipazione e il completamento della sua identità. La conclusione del giardino (allestito dal giardiniere arabo Hadji) e la sua fioritura segna metaforicamente la rinascita della donna dal punto di vista personale e costituisce un qualche messaggio di speranza del quale mai come in questo tempo c’è bisogno.

Link: minima&moralia


© Sconfinamenti, 06.11.2023

La moglie: lenta emancipazione di tutte noi
By Valeria Camia

Intelligente, capace, curiosa, ben istruita, la moglie mette in pausa il suo futuro per seguire e sostenere l’uomo che ama. Destinazione: un paese culturalmente molto lontano da quello in cui lei e lui sono cresciuti. Un paese dilaniato da un conflitto tra due popoli. Uno luogo “altro” dove lui ha una collocazione, un compito preciso, un obiettivo da raggiungere, mentre lei vede la sua bellezza – soprattutto quella interiore – spegnersi, incapace di trovare uno spazio che le appartenga. Potrà la coppia resistere o si sbriciolerà come la sabbia che entra nella loro casa, in quel luogo lontano, continuamente e imperterrita?

Intelligente, capace, curiosa, ben istruita, la moglie mette in pausa il suo futuro per seguire e sostenere l’uomo che ama. Destinazione: un paese culturalmente molto lontano da quello in cui lei e lui sono cresciuti. Là, la moglie tocca dolore e redenzione, vede la bellezza e la distruzione, scopre la forza di relazioni umane che si creano nella disperazione e travalicano la comunicazione verbale. Grazie all’esempio di Mona, che ha dedicato la vita alla cura degli altri privandosi; nello sguardo pieno di rispetto ma segnato dal duro lavoro e dolore del giardiniere Hadj; nel sorriso e nei pastelli della piccola Naima, riuscirà la moglie a ritorvarsi, a liberarsi dalla propria solitudine e a fare passi nel mondo che le appare estraneo?

Intelligente, capace, curiosa, ben istruita, la moglie mette in pausa il suo futuro per seguire e sostenere l’uomo che ama. Destinazione: un paese culturalmente molto lontano da quello in cui lei e lui sono cresciuti. Tra dune di sabbia, il mare e le sue onde, il mercato e le voci che lo animano, le diversità che la circondano, la moglie assiste alla violenza esercitata da un esercito a discapito di chi non ha molto di cui vivere, guarda soprusi che si perpetuano da anni, prova rabbia e vergogna per il suo status di “privilegiata”. Riuscirà a trovare in sé la forza di restare e continuare a guardare per denunciare? Potrà agire?

Potrebbero essere tre romanzi, con lo stesso inizio. E invece sono uno solo. Si tratta di La moglie di Anne-Sophie Subilia (pubblicato da Gabriele Capelli Editore e Premio Svizzero di Letteratura 2023). Se si volesse proporre un riassunto della trama del romanzo, si potrebbe citate scene di vita quotidiana a Gaza vissute da una donna inglese, Piper al seguito del marito svizzero delegato della Croce Rossa tra gennaio e agosto 1974: i suoi incontri con il giardiniere e i figli che curano il giardino della sua casa privilegiata, la sua battaglia contro la sabbia che entra ovunque, i viaggi nel weekend a visitare le bellezze del luogo, i momenti al mercato, gli incontri con la dottoressa Mona e le visite all’ospedale pediatrico cittadino.

Ma descrivere in dettaglio le giornate, le settimane, i mesi che la donna vive a Gaza non farebbero giustizia al romanzo, perché non è lei, Piper, la protagonista. Non è attorno all’identità di Piper che ruota il romanzo ma a quello de la moglie, paradigma di tante donne in tutto il mondo. “La moglie del delegato – scrive Subilia – non ha nessuna missione specifica. Accompagna. Non ha la responsabilità delle operazioni, né l’adrenalina o le fatiche. (..) Orgogliosa può esserlo solo tramite l’altro che le racconta com’erano le prigioni e gli incontri complicati“. Un orgoglio che però, pagina dopo pagina, va presto sfumando.

Protagonista della vicenda è il conflitto interiore della donna, che può essere risolto solo con la presa di coscienza della necessità di vivere un ruolo proprio, non semplicemente di “contorno” a quello del marito, un ruolo che si va plasmando con l’abbandono del senso di privilegio dettato dalla provenienza geografica e attraverso la determinazione nel tessere relazioni sociali non obbligate. La violenza del conflitto israelo-palestinese rimane sullo sfondo, costantemente, in tutte le vicende raccontate e vissute – con un crescente senso di frustrazione – dalla donna, senza, però, che si abbia mai la percezione di leggere un romanzo esplicitamente politico.

Tutta la narrazione si gioca così su equilibri delicati, evocati attraverso uno stile narrativo nitido e vivo: quello intimo tra moglie e marito, quello politico tra due popoli che Piper “vede” giornalmente, e quello culturale che giustappone la moglie alla gente del posto, ad esempio alle donne madri di numerosi figli e abituate alla fatica di accudire una famiglia.

Nelle pagine del libro ognuna di noi può trovare un po’ del proprio vissuto, dai momenti in cui sono stati necessari compromessi, a situazioni nelle quali si è provato spaesamento o rabbia, sorpresa o piacere, fino a trovare un proprio ruolo “che conta”. Per questo il romanzo La moglie può essere letto come il percorso emancipatorio della condizione femminile, da quella che è percepita come una banale quotidianità all’appropriazione di uno spazio proprio di senso e di azione.

Link: Sconfinamenti


© L’Osservatore, 04.11.2023

Link: L’Osservatore


© Convenzionali, 03.11.2023

La moglie, Anne-Sophie Subilia, Gabriele Capelli editore, traduzione di Carlotta Bernardoni-Jaquinta.
di Gabriele Ottaviani

Intenso, sensibile, avvincente, emozionante, premiato con pieno merito, profondo, lucido, chirurgico, attualissimo, narra la storia di Piper, inglese di origine, che si trasferisce per un anno, nel millenovecentosettantaquattro, a Gaza con il marito, delegato per la Croce Rossa, sperimentando il senso di precarietà, estraneità, alterità, malinconia e torpore, tra diffidenze, la costante presenza dei militari, umidità, sabbia, ozio, neghittosità e la più varia umanità.
Da non perdere.

Link: Convenzionali


© Turné, Radiotelevisione svizzera LA1, 28.10.2023

Servizio televisivo a cura di Cristina Savi dedicato al romanzo “La moglie” di Anne-Sophie Subilia.

© Turné, Radiotelevisione svizzera LA1, 28.10.2023. Servizio televisivo a cura di Cristina Savi. Turné, RSI LA1. Riprese Christian Cattani, Julie Kühner. Montaggio Emanuela Andreoli. “Per gentile autorizzazione della RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana.”

Riprese televisive presso la Casa della letteratura per la Svizzera italiana in occasione della presentazione della traduzione in italiano del romanzo “La moglie” di Anne-Sophie Subilia. Ha moderato la serata Yari Bernasconi. In sala l’autrice e la traduttrice Carlotta Bernardoni-Jaquinta.


© SvizzerAmo, 29.10.2023

I libri di Svizzy – La Moglie
by SvizzerAmo

Per ironia della sorte il libro La moglie della scrittrice belgo-svizzera Anne-Sophie Subilia esce sotto i tipi di Gabriele Capelli proprio nello stesso periodo di un avvenimento tra i più tragici della storia recente del Medio Oriente: l’attacco terroristico di Hamas e la risposta militare di Israele.

La trama racconta la vita quotidiana a Gaza, in Palestina di una donna inglese, Piper, al seguito del marito svizzero delegato della Croce Rossa. La vicenda si svolge tra gennaio e agosto 1974, in un periodo di tempo che in Israele ha visto diventare primo ministro Yitzak Rabin (colui che successivamente, nel 1993, firmerà gli accordi di Oslo con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e contemporaneamente, il massacro di bambini in una scuola di Ma’alot e la immediata ritorsione israeliana.

Di questi fatti il libro non fa menzione, la storia racconta piuttosto della difficoltà di comunicazione tra due (o tre) mondi che non sanno, non possono e, probabilmente, non vogliono trovare un punto d’incontro. Questa difficoltà si percepisce dalla solitudine della protagonista che è sì una privilegiata in un contesto di miseria, ma non ha praticamente contatti umani. La sua vita scorre insulsamente tra l’attesa dell’indaffaratissimo marito e il nulla, l’abitudinaria e vuota frequentazione del Beach Club – oasi per funzionari occidentali – al venerdì sera, le lunghe passeggiate sulla spiaggia e i bagni in mare.

“La” donna è tante donne

Nel libro Piper è sempre chiamata “la donna” (la sua identità la scopriamo in altra maniera), anche se il titolo originale in francese è “L’Épouse”, tradotto esattamente “la Moglie. È significativo che venga piuttosto sottolineato il suo ruolo di “tipo” femminile e in una situazione disperata e disperante che la spinge verso la malinconia e l’allontanamento dal marito, Piper trova un po’ di umanità nell’incontro con tre personaggi: Hadj, anziano giardiniere la cui tenacia e talento riusciranno a creare un’oasi di colore e verde nel suo giardino sabbioso (una metafora del cuore della “moglie”?); Naima, una bimba figlia di pescatori che incontra di lontano di tanto in tanto sulla spiaggia dove vive in una casupola, ma con la quale non riuscirà mai a stabilire un vero contatto. Il terzo personaggio è Mona, psichiatra all’ospedale di Gaza, una donna nubile per scelta in una società dove la donna “deve”essere legata a un uomo per trovare un significato. Forte ed energica è l’anima di un’associazione a favore delle ex-detenute palestinesi. Tramite lei Piper conosce altre donne “impegnate” e si sforza a sua volta per cercare di aiutare dall’alto della sua posizione privilegiata. Una solidarietà al femminile, quasi momento di dolcezza in una vicenda aspra che si trascinava (e si trascina) da troppo tempo.

È così un romanzo femminile e femminista che sottolinea la solitudine, la banalità quotidianità e la ricerca del proprio ruolo di Piper come paradigma di tante donne in tutto il mondo.

Con questo libro Anne-Sophie Subilia ha vinto il Premio svizzero di letteratura 2023.

Link: SvizzerAmo


© Radio Popolare, 29.10.2023

Giocare col fuoco
A cura di: Fabrizio Coppola

Anne-Sophie Subilia, La moglie, trad. Carlotta Bernardoni-Jaquinta, Capelli Editore.

Estratto

Giocare col fuoco: storie, canzoni, poesie di e con Fabrizio Coppola.
Un contenitore di musica e letteratura senza alcuna preclusione di genere, né musicale né letterario. Ci muoveremo seguendo i percorsi segreti che legano le opere l’una all’altra, come a unire una serie di puntini immaginari su una mappa del tesoro. Memoir e saggi, fiction e non fiction, poesia (moltissima poesia), musica classica, folk, pop e r’n’r, mescolati insieme per provare a rimettere a fuoco la centralità dell’esperienza umana e del racconto che siamo in grado di farne.

Libri: Jarsolav Rudis, Trenomania, trad. C. Ujka, Edt;
Anne-Sophie Subilia, La moglie, trad. Carlotta Bernardoni-Jaquinta, Capelli Editore.
Musica: The Clash, Train In Vain; My All, Daniel Lanois; The Sonics, Have Love Will Travel; Simon Leoza, Albatross; Olivia Vedder, My Father’s Daughter; Joseph Vitarelli, The Field; Taylor Swift, Only the Young.

Link alla puntata: Radio Popolare – Giocare col fuoco


© il T quotidiano (Trentino Alto Adige), 28.10.2023


© ELLE DECOR, 26.10.2023

Dieci romanzi da leggere a ottobre

Anne-Sophie Subilia, ‘La moglie’ (Gabriele Capelli editore)
Di Paola Maraone

Link: ELLE Decor


© InCartaMenti, 25.10.2023

ESSERE DONNA E VIVERE AL CONFINE DELL’ANIMA
di Paolo Romano

Mai libro poteva essere più attuale, considerando l’inasprirsi dell’annosa guerra tra Israele e Palestina. Per comprendere meglio il conflitto, non c’è nulla di meglio di un buon romanzo, che vale più di cento analisi politiche. È una storia che entra nell’anima dei due popoli, racconta la vita quotidiana, con uno sguardo tutto al femminile, una storia di donne, la storia vista dalle donne, con quella sensibilità e quella prospettiva di visione che solo le donne posseggono. Siamo a Gaza, nel 1974. La protagonista, Piper, è un’inglese che si trasferisce per un anno in Palestina con il marito, delegato per la Croce Rossa. Le settimane sono scandite dai venerdì sera al Beach Club, dai bagni in mare e dagli incontri fortuiti con la piccola Naïma. Piper fatica ad abituarsi agli sguardi indagatori della gente del posto, alla presenza costante dei militari, all’umidità, all’ozio e alla sabbia che si insinua dappertutto. È una noia mediorientale, un tedio che scalfisce le ossa e l’anima. La donna sente dentro di sé il corrodere della solitudine, l’assenza del marito incrina il rapporto di coppia e cerca conforto nelle persone apparentemente più distanti: i palestinesi, il popolo. Accanto a lei ci sono il vecchio giardiniere Hadj, che da quella terra arida riuscirà a far spuntare i fiori, e la psichiatra Mona, senza marito né figli, che Piper ammira. È un romanzo dove accade poco ma accade tutto, antiepico e profondamente lirico, dalla trama ordinaria ma densa di vissuti. Sul filo dei sentimenti si sviluppa una vicenda intensa, che immerge il lettore nei vicoli e nelle case di una Palestina lontana e vicina. Con “La moglie” (Premio svizzero di letteratura 2023) Anne-Sophie Subilia scrive un piccolo capolavoro che miscela le molte anime di una terra e le porge al lettore mai sazio di narrazioni “vere”.

Anne-Sophie Subilia
“La moglie”
traduzione di Carlotta Bernardoni-Jaquinta
Gabriele Capelli editore
pagg. 160 euro 18.00

Link: InCartaMenti


© La lettrice assorta, 25.10.2023

LA MOGLIE di Anne-Sophie Subilia
Lettrice Assorta

In una regione teatro di avidità e tensione, si ambienta LA MOGLIE di Anne-Sophie Subilia.

Siamo a Gaza, durante il conflitto israelo-palestinese degli anni Settanta. LA MOGLIE racconta il percorso esistenziale di una donna in cerca di emancipazione che si intreccia con la violenza del conflitto.

Piper, la protagonista, non viene mai chiamata con il suo nome di battesimo, ma solo “la donna”: è la malinconica moglie di un delegato, senza una missione specifica nella vita, accompagna il marito. Tra automatismi borghesi e vergogna, Piper vive in una casa che pare emersa dalla sabbia, con la dolorosa consapevolezza di essere una privilegiata.

Lungo le pagine, le poetiche descrizioni del mare aperto, la linea serena dell’orizzonte e la distesa di sabbia che si estende da una parte all’altra di Gaza, si fondono con la drammaticità della guerra, i campi profughi, i militari, gli arresti e i colpi di arma da fuoco.

Intenso e a tratti doloroso, questo romanzo racconta la solitudine, la quotidianità e la ricerca del proprio ruolo di Piper, una donna inserita in un contesto socio-politico molto critico.

Profondo e lapidario!

Link: La lettrice assorta


© Il mestire di leggere, 24.10.2023

Letteratura, Letteratura svizzera, recensioni

Anne-Sophie Subilia, La moglie

La moglie, di Anne-Sophie Subilia, Gabriele Capelli Editore 2023, traduzione dal francese di Carlotta Bernardoni-Jaquinta, pp. 160

Arriva in libreria il romanzo La moglie di Anne-Sophie Subilia, pluripremiata romanziera e poeta svizzera-belga, uno dei Premi svizzeri di letteratura 2023, tra le migliori opere di narrativa dell’anno, apprezzata anche in Francia.

La storia è ambientata nel 1974 a Gaza, dove Vivian, un delegato svizzero del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), si trova in missione accompagnato dalla moglie inglese Piper. Anne-Sophie Subilia si è ispirata al passato dei suoi genitori, che proprio nel 1974 hanno soggiornato a Gaza, dove il padre è stato delegato del CICR per un anno e mezzo. Il contesto geografico della storia la rende politica; per verificare i fatti l’autrice si è documentata, oltre che con le testimonianze fotografiche dei genitori, con libri e archivi televisivi e radiofonici dell’epoca.

Nel libro, il conflitto israelo-palestinese è presente in sottofondo, creando una tensione palpabile, che in alcuni momenti sfocia nella violenza; vivendo a Gaza, che a quel tempo era sotto occupazione israeliana, la coppia subisce ad esempio le interruzioni di elettricità o il rastrellamento della spiaggia la sera da parte degli israeliani. Un contesto duro ma certo distante da quello che vediamo oggi, quando, a distanza di cinquant’anni, le condizioni sono tragicamente peggiori. Soprattutto in queste settimane. Tenete però presente che il romanzo è stato scritto tre anni fa.

– Gaza strip is a cage, – dice Naila accarezzando la bandiera del CICR, bella e pulita.
– Da qui si vedono i campi profughi dell’UNRWA, – aggiunge Selam, puntando l’indice verso nord.

Pag. 105

Nel libro la protagonista Piper viene chiamata dal narratore “la donna” e “la moglie del delegato”, anziché per nome. Una scelta stilistica che la scrittrice motiva con il “poter incarnare diverse donne e farne da portavoce”.

Da quando abita nella casa, una specie di cubo all’estremità sud della città di Gaza, da cui si vede il mare, la vita di Piper scorre monotona: giornate da riempire con faccende domestiche, visite agli artigiani locali per commissionare abiti o altri oggetti per arredare la casa, e tanto tempo per pensare, in un movimento circolare. Senso di isolamento ed estraniamento è lo stato d’animo che la sovrasta nei primi tempi, in questo mondo che le appare estraneo, dove si parla una lingua che non conosce, se non poche parole. La casa le sembra una specie di castello di sabbia; la sabbia è la sua “nemica”, si insinua dappertutto, la sente scricchiolare persino sotto i denti. La sabbia “affoga” il giardino, che, al loro arrivo, è trascurato e brullo.
Il marito è spesso via, a volte si assenta per giorni di missione come osservatore nelle prigioni israeliane, o per distribuire aiuti alle popolazioni nel Sinai, e nella sua casa-gabbia da privilegiata, Piper sperimenta un senso di vuoto.

La moglie del delegato non ha nessuna missione specifica. Accompagna. Non ha la responsabilità delle operazioni, né l’adrenalina o le fatiche. (..) Orgogliosa può esserlo solo tramite l’altro che le racconta com’erano le prigioni e gli incontri complicati.
Pag. 24

A pesarle è la mancanza di un ruolo proprio, di una attività finalizzata, e la frustrazione di essere soltanto la moglie di un importante delegato internazionale. E al sentirsi giudicata dalle donne del posto, madri di cinque, sei figli, abituate alla fatica di accudire una famiglia, di preparare il cibo, da cui Piper è così diversa.

Il contrasto tra i profumi, i colori, i sapori mediorientali e la presenza degli stranieri, agli occhi degli abitanti di Gaza, è un fattore che si insinua anche nei tentavi di fare amicizia con donne del posto. Piper, un giorno, invita a casa sua tre donne della borghesia locale, una pediatra, un’interprete e una giurista, ma l’imbarazzo legato al suo essere inglese è come una retro-pensiero che si frappone tra loro. Per i palestinesi le responsabilità inglesi sono ancora un fardello pesante, che ha favorito l’immigrazione ebraica. Le donne hanno provato ad aiutare Piper ad integrarsi, l’hanno invitata a visitare l’ospedale. Non comprendono però l’interesse di Piper per una neonata abbandonata e ricoverata presso l’ospedale. Non sono passate inosservate le sue attenzioni per quella bimba; ma allora perché non l’adotta, le chiedono, gettandola in uno stato di frustrazione per essersi esposta forse in modo inopportuno ed ora essere giudicata.

Il weekend è il momento della socializzazione, insieme al marito, presso il Beach Club, il circolo privato sul mare in cui si radunano gli expat. Tra un drink e l’altro, una sera, Vivian invita gli astanti a festeggiare a casa sua il suo trentesimo compleanno. E così tutta una folla di delegati, alcuni con mogli e figli, si presentano, arrivando persino da Tel Aviv e da Amman; una invasione festante, condita di cibo e bevande in abbondanza, bottiglie di champagne. Uno sfoggio di privilegi che mette a disagio Piper, un contrasto così netto con la povertà delle persone locali che la imbarazza.

Annoiati, sentono la mancanza di quella normalità che deriva dalle relazioni sociali non obbligate, dalle amicizie personali, in un ambiente libero in cui non siano il privilegio e la provenienza geografica a dettare l’intensità o la superficialità dei rapporti.

Delle poche persone locali che conosce, a starle particolarmente a cuore è Hadj, il giardiniere palestinese che trasformerà il terreno sabbioso intorno alla casa in un bellissimo giardino. Sarà proprio lo splendore del giardino e in particolare della parte nascosta creata appositamente per lei da Hadj e dai suoi figli, “un’incantevole gloriette“, con un albero di frutto della passione, a farle sentire un minimo senso di appartenenza a quel luogo, da cui poi si dovrà distaccare.
Oltre al giardiniere, le sarà di aiuto la psichiatra Mona, un simbolo di emancipazione femminile, che abita da sola, prescindendo dalla sicurezza che potrebbe venirle dalla presenza di un uomo.

Al progressivo senso di disagio di Piper concorre anche la violenza di Israele – le demolizioni delle misere abitazioni palestinesi, i posti di blocco improvvisi, gli abusi e gli arresti perpetrati sugli abitanti di Gaza – che rende ancora più difficile ambientarsi e sentirsi accettati.

La moglie si sviluppa con la tessitura del romanzo psicologico, in un delicato gioco d’equilibrio su due diversi piani. Quello personale, rispetto ad un matrimonio che rischia di essere messo in crisi dalla convivenza in un ambiente in cui è difficile sentirsi assimilati, e in una condizione di disparità di ruoli, tra Vivian e Piper. Sul piano sociale dove lo scontro tra la cultura araba e quella ebraica condizionano la vita di tutti i giorni, e la violenza israeliana viene vissuta con un crescente senso di frustrazione da parte di Piper.

Nello sviluppare la personalità di Piper, l’autrice propone anche una riflessione sull’emancipazione femminile, attraverso la presa di coscienza della necessità di vivere un ruolo proprio, che non sia di “contorno” a quello del marito. Lo stile nitido ed evocativo sollecita suggestioni che spingono il lettore a visualizzare le scene, gli ambienti, come quando siamo di fronte ad uno schermo ad alta risoluzione e riusciamo a cogliere anche i minimi dettagli.

Anne-Sophie Subilia (Losanna, 1982) è svizzera-belga. Ha studiato letteratura francese e storia all’Università di Ginevra. Si è laureata all’Istituto letterario svizzero di Bienne. Poeta e narratrice, è autrice di L’Épouse (Zoé, 2022), abrase (Empreintes, 2021, borsa di studio Pro Helvetia), Neiges intérieures (Zoé, 2020, Zoé poche 2022), Les hôtes (Paulette, 2018), Qui-vive (Paulette, 2016), Parti voir les bêtes (Zoé, 2016, Arthaud poche 2018, borsa Leenaards) e Jours d’agrumes (L’Aire, 2013, premio ADELF-AMOPA 2014). Con L’ÉpouseLa moglie – ha vinto un Premio svizzero di letteratura 2023.

Carlotta Bernardoni-Jaquinta si è laureata in letteratura francese e russa all’Università di Losanna. Traduttrice e moderatrice, collabora con diverse manifestazioni e istituzioni culturali.

Link: Il mestiere di leggere


© Alphaville, RSI RETE DUE, 23.10.2023

L’Épouse” (Zoé, 2022) – il romanzo con il quale Anne-Sophie Subilia, scrittrice svizzera di lingua francese, ha vinto un Premio svizzero di letteratura 2023 – è stato tradotto in italiano con il titolo “La moglie”.
Il romanzo è ambientato nella striscia di Gaza a metà degli anni ’70. Ne parliamo con Carlotta Bernardoni-Jaquinta, traduttrice per l’italiano.
Di Lina Simoneschi


Breve video riassuntivo e alcune immagini della presentazione de “La moglie” di Anne-Sophie Subilia presso la Casa della letteratura per la Svizzera italiana. Bellissima serata.
L’editore ringrazia per l’ottima riuscita dell’evento: Anne-Sophie Subilia, Carlotta Bernardoni-Jaquinta, Yari Bernasconi, Premi svizzeri di letteratura, Casa della letteratura per la Svizzera italiana, Collana ch, Pro Helvetia, Fabiano Alborghetti

Yari Bernasconi, Anne-Sophie Subilia, Carlotta Bernardoni-Jaquinta

© Keystone-ATS/blueNews, 18.10.2023

«La moglie» presto in libreria

Anne-Sophie Subilia: «Ho scritto questo libro con molto amore».

Esce lunedì nelle librerie della Svizzera italiana «La moglie», dell’autrice svizzero-belga Anne-Sophie Subilia, che con la versione originale in francese si è aggiudicata un Premio svizzero di letteratura. Keystone-ATS l’ha intervistata.

La storia è ambientata nel 1974 a Gaza, dove Vivian, un delegato svizzero del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), si trova in missione accompagnato dalla moglie inglese Piper.

Nel corso del romanzo la protagonista cerca di emanciparsi e di trovare un’utilità in questo nuovo e particolare contesto di vita.

Ispirato alla storia dei genitori

Anne-Sophie Subilia si è ispirata al passato dei suoi genitori, che proprio nel 1974 hanno soggiornato a Gaza, dove il padre è stato delegato del CICR per un anno e mezzo. «È la posizione di accompagnatrice di mia mamma che mi ha ispirata in seguito» spiega Subilia.

«Non è stato premeditato scrivere su Gaza», dice, «sono stati piuttosto i racconti di mia madre di quando era in questa casa nella periferia della città di Gaza ad avere un impatto molto forte su di me quando ho iniziato a scrivere la storia tre anni fa».

Quando però Subilia inizia a stilare il racconto questo si discosta dalla figura della madre. «Era già un’eroina diversa», spiega. La scrittrice ha preso spunto anche dalle fotografie in bianco e nero riportate dai suoi genitori.

Il contesto della storia la rende politica; per verificare i fatti l’autrice si è documentata, oltre che con le testimonianze fotografiche dei genitori, con libri e archivi televisivi e radiofonici dell’epoca. «Per fortuna la mia editrice conosce molto bene la regione e ha letto il manoscritto con il suo sguardo di conoscitrice», precisa.

Conflitto israelo-palestinese in sottofondo

A cinquant’anni dallo scoppio della Guerra del Kippur, il 6 ottobre 1973, la situazione della Striscia di Gaza e del Medio Oriente è balzata agli onori della cronaca con l’attacco del gruppo radicale palestinese Hamas contro Israele lo scorso 7 ottobre e la conseguente dichiarazione di guerra da parte di quest’ultimo.

L’uscita del libro in italiano, edito da Gabriele Capelli, coincide – tristemente – con il conflitto in corso. Alla luce dell’attualità «la posta in gioco è molto diversa» rispetto agli anni ’70, spiega Subilia, «Hamas non esisteva cinquant’anni fa».

«Il dramma sta nel fatto che più il tempo passa più accadono cose terribili e diventa più complicato da ambedue le parti perdonare e considerare la pace», prosegue. «Al momento provo soprattutto un dolore immenso», dice l’autrice.

Nel libro, il conflitto israelo-palestinese è presente in sottofondo: vivendo a Gaza, che a quel tempo era sotto occupazione israeliana, la coppia subisce ad esempio le interruzioni di elettricità o il rastrellamento della spiaggia la sera da parte degli israeliani.

«Gaza cinquant’anni fa era molto differente, non è comparabile», spiega l’autrice, «certo c’erano condizioni difficili come lo esprimo anche nel romanzo. Un contesto duro, ma siamo lungi da quello che succede oggi con l’aumento della colonizzazione e della violenza», aggiunge.

Apparente distanza

Nel libro la protagonista Piper viene chiamata dal narratore «la donna» e «la moglie del delegato». Una scelta stilistica che la scrittrice motiva con il «poter incarnare diverse donne e farne da portavoce».

Una formulazione che «mi permette di mantenere una certa distanza dalla protagonista» e che «rende la narrazione fluida», aggiunge. La denominazione solleva anche la questione dell’emancipazione della protagonista che descritta in questi termini «è sempre strettamente legata al marito», spiega.

Giardino della speranza

La vita quotidiana di Piper è scandita da faccende semplici e dalla sua acuta sensibilità alle cose che la circondano e che accadono, descritte in maniera molto poetica. A starle particolarmente a cuore è Hadj, il giardiniere palestinese che trasformerà il campo di sabbia che ha di fronte a casa in un bellissimo giardino.

«Volevo che Hadj prendesse un po’ il ruolo di eroe nella storia», dice l’autrice. «Per me raccontava molto concretamente il potenziale di un luogo di fiorire nonostante le condizioni difficili», spiega.

Sarà proprio lo splendore del giardino e in particolare della parte nascosta creata appositamente per lei da Hadj e dai suoi figli, chiamata «gloriette» (p. 139) e con un albero di frutto della passione, a farla rimanere a Gaza, anche se questo viene suggerito soltanto da qualche indizio. «Se non ci fosse stata l’amicizia e l’affinità fra i due il giardino non sarebbe fiorito nello stesso modo», aggiunge Subilia.

Premio svizzero di letteratura

La traduzione in italiano è di Carlotta Bernardoni-Jaquinta, che Subilia ha potuto incontrare. Autrice e traduttrice saranno alla Casa della Letteratura della Svizzera italiana a Lugano sabato alle 16:30 per presentare il libro in anteprima.

Il Premio svizzero di letteratura 2023 ottenuto per «L’épouse» (titolo originale in francese), «rappresenta qualcosa di molto importante e significativo per me, soprattutto perché si tratta di questo libro, perché l’ho scritto con molto amore», afferma Subilia.

«Ricompensa il lavoro che faccio da una decina di anni», aggiunge la scrittrice, nata a Losanna nel 1982, e laureatasi all’Istituto letterario svizzero di Bienne (BE).

«In tutta modestia se il mio libro permette di parlare un po’ in letteratura su questa regione del mondo, e sulla vita di qualche palestinese e la coabitazione fra israeliani e palestinesi è un piccolo contributo alla situazione complessa di questo luogo», conclude.

sifo, ats

Link: blue News


Radio Città Fujiko, 18.10.2023

Letteratura, Libri
Breakfast Club – Voltiamo Pagina

Libri presentati:
Anne-Sophie Subilia “La moglie” Gabriele Capelli Editore
Scholastique Mukasonga “Sister Deborah” Utopia Editore
In studio: William Piana, Silvia Albertazzi
In collaborazione con Libreria UBIK Irnerio Bologna


Corriere del Ticino, 18.10.2023

© Globalist.it, 06.10.2023

Dura la vita di coppia in Palestina
“La moglie” della svizzera e belga Anne-Sophie Subilia, è la storia di Piper, la giovane consorte di un giovane delegato della Croce Rossa che per un anno si trasferisce in Palestina
di Rock Reynolds

I sapori, i profumi, i suoni e le tinte mediorientali sono una costante, l’elemento letterario che non ha bisogno di mediazione poetica per assumere quel lirismo che da sempre contraddistingue un angolo di mondo agli occhi di noi europei, in particolare di noi italiani, tutto sommato alquanto vicino per geografia e assonanza storicoculturale. Si affaccia sul Mediterraneo, il mare nostrum tanto caro agli antichi romani, e ancor oggi capace di fascinazioni travolgenti.

La moglie (Gabriele Capelli Editore, traduzione di Carlotta Bernardoni-Jaquinta, pagg 157, euro 18), della svizzera e belga Anne-Sophie Subilia, è la storia di Piper, la giovane consorte di un giovane delegato della Croce Rossa che per un anno si trasferisce in Palestina, nei pressi di Gaza, al seguito del marito, un funzionario destinato a una brillante carriera. L’anno è il 1974 e la guerra dello Yom Kippur (nota pure come guerra israelo-araba) è ancora un fatto recente. La guerra ha visto schierati, da una parte, Egitto e Siria e, dall’altra, Israele, ed è stata anche un tentativo di riequilibrare in qualche modo il pesante smacco subito dagli egiziani nel 1967, con la guerra dei sei giorni. Israele si è trovato sull’orlo di un baratro militare per la prima volta nella sua giovane storia e la conclusioni senza vincitori né vinti non ha fatto altro che rafforzare nel popolo israeliano la convinzione di dover fare da sé, in barba a ogni trattato internazionale e a ogni dichiarazione dell’inviolabilità universale dei diritti umani. La crisi nella vicina Cipro e, soprattutto, la complicatissima situazione del prezzo del petrolio che per mesi terrà in scacco l’Occidente acuiscono il senso di isolamento e di sospensione della normalità internazionale in una terra che non avrà più pace.

La vita, per i giovani coniugi, dapprima pare carica delle promesse che un incarico prestigioso come quello di Vivian, il marito, si porta inevitabilmente appresso, per giunta in un ambiente carico di suggestioni esotiche, che trasuda storia da ogni poro. Vivian, tra le altre cose, deve vegliare sul rispetto dei diritti umani in quella terra già martoriata. Siamo ancora lontani da certe nefandezze e da certe distorsioni che, purtroppo, hanno finito per rappresentare una routine quotidiana su cui nemmeno la stampa internazionale, per convenienza o assuefazione, punta più i fari, se non in occasione di stragi o eventi epocali. Ma per Piper, nata in Inghilterra nel dopoguerra e avvezza a un clima culturale esuberante, quello della Swingin’ London di fine anni Sessanta (con la sua dose di lotte quotidiane e il suo percorso senza grandi ostacoli verso l’emancipazione del ruolo della donna nella società), non c’è granché da fare, se non passeggiare sulla spiaggia e attendere il ritorno a casa del marito, spesso assente per giorni mentre è in missione nell’interno del paese. Il weekend è sempre il momento della socializzazione, inevitabilmente al Beach Club, il circolo privato sul mare in cui si raduna la sparuta congregazione degli expat, gli occidentali un po’ viziati e un po’ debosciati che affogano nell’alcol stanchezza e stress accumulati durante la settimana. È una routine rassicurante, anche perché di grossi inconvenienti la coppia non ne incontra. Pazienza se il consumo d’alcol talvolta si fa smodato. Nessuno giudica nessuno. Eppure, manca qualcosa. Manca la rassicurante, vecchia Europa. Manca lo humour “buontempone” londinese del fratello. Manca la normalità di relazioni sociali non obbligate, in un ambiente libero in cui non siano il privilegio e la provenienza geografica a dettare l’intensità o la vacuità dei rapporti. Forse, manca pure un’autentica reciprocità coniugale in grado di far sentire moglie e marito sullo stesso piano e di trasmettere alla donna il necessario senso di completezza: attendere il marito e fargli da ombra silente non è certo il massimo per una donna occidentale, dinamica, moderna, di buona famiglia e, persino nell’ormai lontano 1974, nemmeno l’amore basta. Eppure, Vivian non è un marito privo di attenzioni: si rende conto che le certezze che finora hanno caratterizzato il suo matrimonio faticano a restare tali. Ogni tanto chiede alla moglie di accompagnarlo in giro per il paese, condividendo con lei le bellezze mozzafiato che la storia, la geografia e l’umanità del luogo regalano a piene mani. Si tratta di pause salutari dalla monotonia di quell’esistenza sospesa – entrambi i coniugi sanno benissimo che la Palestina è una tappa transitoria di un viaggio che li porterà sicuramente in molti altri angoli tormentati del globo – ma pur sempre di semplici deviazioni da un trantran devastante e da una tensione coniugale crescente.

Una delle migliori frecce all’arco di Anne-Sophie Subilia è la scelta di trasformare la questione palestinese in un sostanziale rumore di fondo, in un fruscio immancabile nelle retrovie: i palestinesi ne parlano poco, gli israeliani non ne parlano proprio. Solo nella seconda parte del romanzo, il clima politico si prende leggermente di più la scena. Ma resta sullo sfondo. Il che non significa che l’autrice non semini qualche sassolino, lasciando intendere come la pensi. Tocca al lettore unire i puntini. La moglie è un romanzo psicologico, la storia di un amore profondo che rischia di scricchiolare sotto i colpi impalpabili di un ambiente non certo ostile ma difficile da interpretare, dove la cultura araba e quella ebraica si fondono senza mai essere una cosa sola, anche perché a entrambe strizza inevitabilmente l’occhiolino il fagocitante capitalismo sempre più globalizzato di un Occidente che, piaccia o non piaccia, piace a molti, se non a tutti.

I riferimenti alle tradizioni e peculiarità locali arricchiscono una narrazione che, di primo acchito, potrebbe sembrare arida, distaccata. È una scelta stilistica voluta e, per come l’ho colta io, vincente. Sono le parole e i gesti dei protagonisti ad arricchirla. Sono le piccole relazioni umane che nascono in loco, soprattutto quella con l’anziano e malridotto Hadj, un giardiniere arabo che riesce a trasformare il cortile inospitale della casa assegnata alla coppia in un giardino, facendo spuntare con amore fiori e piante. La sua pudicizia fa il paio con la curiosità esuberante di Piper e strappa qualche sorriso.

C’è, purtroppo, meno da sorridere quando si capisce a quali piccole umiliazioni il popolo palestinese sia sottoposto quotidianamente, come ogni volta che i pendolari devono attraversare il famigerato valico di Erez per recarsi al lavoro in Israele, tutto in nome della sicurezza dei vicini di religione ebraica. E che dire delle promesse inevase riguardo alle fasce di “protezione” dei territori occupati? Dov’è la giustizia per chi si è visto strappare casa e terra? Qualcuno, nella realtà così come in questo romanzo, addita il peccato originale ai colonizzatori inglesi, che per primi avrebbero lasciato fare a Israele di testa propria. È un mondo complesso, ma, se la storia la scrivono soltanto i vincitori, anche chi non si sottrae all’idea di una sconfitta perenne e lotta da par suo può graffiare le pietre del deserto per indicare un’altra verità.

Link: Globalist


© SoloLibri.net, 02.10.2023

La moglie di Anne-Sophie Subilia

Gabriele Capelli Editore, 2023 – La moglie si è aggiudicato il Premio Svizzero di Letteratura di quest’anno. Con merito, perché è un libro da non perdere.
Di Mario Bonanno

La moglie
Autore: Anne-Sophie Subilia
Genere: Romanzi e saggi storici
Categoria: Narrativa Straniera
Anno di pubblicazione: 23.10.2023

Gaza, regione costiera in territorio palestinese. La sabbia è dappertutto, entra persino dentro le case: un’immanenza alla quale si finisce con l’abituarsi. La confinante Israele è l’altra entità con cui i palestinesi di quella striscia di terra devono misurarsi. Siamo nell’epicentro del conflitto israelo-palestinese: una lotta armata – ma anche politico-sociale – senza soluzione di continuità.
L’anno in cui è ambientato La moglie di Anne-Sophie Subilia (Gabriele Capelli Editore, 2023) è il 1974, il conflitto risulterà infinito, e forse Piper lo intuisce già. Piper è moglie di un delegato della Croce Rossa Internazionale: da quando si è trasferita nella sua casa isolata dal resto della città, reitera il suo corollario di giorni fatti di solitudine e di pensieri circolari, su se stessa e su un mondo che le appare estraneo.
A cominciare dalla lingua che non conosce affatto. Il marito è spesso via, e nella sua casa-gabbia da privilegiata, Piper vive quasi per interposta persona: le pesano la mancanza di un ruolo proprio, la frustrazione di essere soltanto la moglie di un importante delegato internazionale. Al progressivo modellarsi della sua cupezza d’animo concorre peraltro la violenza di Israele – le demolizioni delle misere abitazioni palestinesi, i posti di blocco improvvisi, gli abusi e gli arresti perpetrati sugli abitanti di Gaza.

Stando così le cose, la donna scivola fra le tele vischiose del buio interiore, fino a condizionare il rapporto coniugale. Unici, ma decisivi contraltari al disagio, risultano esser per lei, le frequentazioni simboliche (salvifiche?) del vecchio Hadj (traslato di una speranza che non muore), giardiniere capace al punto da rendere fiorente una terra altrimenti arida; e della psichiatra Mona (traslato di emancipazione femminile) che quella stessa terra la abita da sola, prescindendo dalla sicurezza che potrebbe venirle da un uomo. “Intoccabile” come, in una regione difficile come Gaza, il marito di Piper.

L’invasione della sabbia si espande. Più volte al giorno, la donna prende la scopa e passa qualche minuto a scacciarla sommariamente, vale a dire a ributtarla fuori in giardino. Sulle piastrelle della cucina i granelli di sabbia, fini quasi quanto la polvere, assumono una sfumatura violacea. A quel gioco lei perde. È obbligata ad accettare la sconfitta. La sua scopa non servirà ad estirpare il fenomeno, non fa che riconfigurare la presenza della sabbia nella casa.

In ultima analisi, La moglie si presenta come un romanzo dicotomico, per forma e contenuti: da una parte il lirismo funzionale della prosa, lo spirito resiliente del giardiniere, le rivendicazioni emancipative di Mona e, in fondo, della stessa Piper; dall’altra la tensione di sfondo data dal senso di insoddisfazione della protagonista, e dalla violenza del conflitto israelo-palestinese che, come la sabbia, lo percorrono sottotraccia. La moglie si è aggiudicato il Premio Svizzero di Letteratura di quest’anno. Con merito, mi viene da aggiungere: è un libro da non perdere.

Link: SoloLibri.net


© TuttoLibri – Radio Number One

Su Radio Number One, attraverso la rubrica storica TuttoLibri, Liliana Russo presenta il libro La moglie di Anne-Sophie Subilia


COMUNICATO STAMPA

In libreria da lunedì 23 ottobre

LA MOGLIE
di Anne-Sophie Subilia

PREMIO SVIZZERO DI LETTERATURA 2023

Romanzo / Gabriele Capelli Editore
PP: 160 / 18 € (I) – ISBN: 978-88-31285-39-1

Gaza, 1974. Il percorso esistenziale di una donna in cerca di emancipazione s’intreccia con la violenza del conflitto in un racconto dall’incredibile potenza poetica.

Mendrisio/Milano, mercoledì 20 settembre 2023
Arriva finalmente in Italia uno dei Premi svizzeri di letteratura 2023, tra le migliori opere di narrativa dell’anno, acclamata anche in Francia: è La moglie di Anne-Sophie Subilia, pluripremiata romanziera e poeta svizzera-belga. Pubblicata da Gabriele Capelli Editore con traduzione dal francese di Carlotta Bernardoni-Jaquinta, sarà in libreria da lunedì 23 ottobre.

Il romanzo è ambientato a Gaza nel 1974. Protagonista è Piper, moglie di un delegato della Croce Rossa internazionale, che vive una quotidianità solitaria nella casa ai confini della città: il marito è impegnato fino a sera, a volte si assenta per giorni di missione come osservatore nelle prigioni israeliane.
Lei si occupa dell’appartamento, pulisce continuamente la sabbia che s’insinua dappertutto, esce a fare spese in un mondo sconosciuto di cui non conosce la lingua. Si aggrappa alle poche relazioni possibili: conosce Hadj, vecchio giardiniere palestinese incaricato di far fiorire il giardino (fatto letteralmente di sabbia); la psichiatra Mona, che ha studiato all’estero e appare alla “moglie” ben più emancipata di lei, e Naima, figlia di pescatori che vive in una baracca sulla spiaggia, con cui può scambiare poco più che sorrisi.

Piper fa il possibile per crearsi relazioni e impegni ma si sente sempre e soltanto la moglie del delegato: soffre per la mancanza di un ruolo suo, vive con dolore il fatto di essere una privilegiata, è frustrata dall’impossibilità di ribellarsi alla violenza israeliana a cui assiste, che spezza la liricità del racconto concretizzandosi in posti di blocco improvvisi, demolizioni di abitazioni povere e arresti arbitrari.
“La moglie” rischierà di scivolare nella malinconia, allontanandosi dal marito. Saprà salvare se stessa e la sua relazione, evitando di diventare a sua volta vittima dell’ingiustizia che regna in quella terra martoriata? Sarà difficile quanto far fiorire un giardino di sabbia.

La moglie è una intensa riflessione sull’emancipazione femminile, tanto più coraggiosa perché collocata nel contesto del durissimo conflitto israelo-palestinese degli anni ‘70.
La scrittura di Subilia ha una potenza poetica straordinaria: asciutta, osservativa, sviluppa l’azione in sequenze brevi, fotografiche, che si alternano a penetrazioni profonde nelle emozioni della protagonista. Piper non viene mai chiamata col suo nome, è sempre “la donna” o “la moglie”.
Spiega Anne-Sophie Subilia: «Scrivere “la moglie” invece di “Piper” mi ha permesso di creare una figura più impersonale in cui molte donne potrebbero riconoscersi. Ho voluto evidenziare la lentezza del percorso di emancipazione femminile, oltre al senso di solitudine in terra straniera. La scelta di ambientare la storia a Gaza la rende immediatamente politica, la prospettiva che più mi interessa è quella della quotidianità delle vite, le relazioni, la ricerca di senso».

Presentazione anteprima sabato 21 ottobre, Lugano, Casa della letteratura per la Svizzera italiana, ore 16,30.
Presenti autrice e traduttrice, modera Yari Bernasconi. Letture di Jasmin Mattei.
Presentazione organizzata da Gabriele Capelli Editore col sostegno dell’Ufficio Federale della Cultura – Premi Svizzeri di Letteratura, Pro Helvetia e Collana ch.
Evento gratuito. Posti limitati, consigliata la prenotazione al link
www.casadellaletteratura.ch/21–10—anne-sophie-subilia.html


ESTRATTO
Vorrebbe passare del tempo con Mona, la psichiatra palestinese che ha incontrato durante un aperitivo organizzato dall’UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i profughi palestinesi. Le due donne si erano adocchiate in mezzo alla folla degli invitati e si erano presentate senza ricorrere a un intermediario. Mona Najjar. Parlava con tutti, rideva di gusto, con la testa buttata all’indietro, lasciando intravedere per un attimo la sua ugola vibrante. Sotto il velo di seta rosa, un leggero strato di gommina teneva a bada i suoi capelli ricci tagliati corti. Scelte di vita fuori dal comune, niente matrimonio, niente figli, la volontà di istruirsi e di lavorare, una formazione all’Università di Aleppo, il ritorno a Gaza per fondare un’associazione dedicata alle prigioniere e ai prigionieri rilasciati e alle loro famiglie. Poi, e senza rinunciare all’associazione, l’incarico come medico psichiatra nell’ospedale più grande di Gaza. Mona raccontava il suo percorso con sobrietà, fermezza, con le mani forti e squadrate che scortavano la moglie del delegato verso il buffet. «Un marito? Per fare cosa?», aveva detto scoppiando a ridere. E poi, più sottovoce: «Mi renderebbe prigioniera a mia volta». Frasi così, piene di baldanza, scandite da un rapido gesto dell’indice per sistemarsi gli occhiali pesanti sul naso e offrire poi i suoi grandi occhi bordati di kajal alla gente. «E lei, Piper?»


Anne-Sophie Subilia – © Editions Zoé-Romain Guélat

L’AUTRICE
Anne-Sophie Subilia (Losanna, 1982) è svizzera-belga. Ha studiato letteratura francese e storia all’Università di Ginevra. Si è laureata all’Istituto letterario svizzero di Bienne. Poeta e narratrice, è autrice di L’Épouse (Zoé, 2022), abrase (Empreintes, 2021, borsa di studio Pro Helvetia), Neiges intérieures (Zoé, 2020, Zoé poche 2022), Les hôtes (Paulette, 2018), Qui-vive (Paulette, 2016), Parti voir les bêtes (Zoé, 2016, Arthaud poche 2018, borsa Leenaards) e Jours d’agrumes (L’Aire, 2013, premio ADELF-AMOPA 2014). Con L’Épouse – La moglie – ha vinto un Premio svizzero di letteratura 2023.

TRADUTTRICE
Carlotta Bernardoni-Jaquinta si è laureata in letteratura francese e russa all’Università di Losanna. Traduttrice e moderatrice, collabora con diverse manifestazioni e istituzioni culturali.


BitBooks. Qualche minuto di ascolto
Ascolta una scena del libro in podcast.


Ufficio stampa
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