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© Ciao Como, 22.12.2021

Carlo Silini racconta la storia nascosta degli ultimi decenni del 1600 nel romanzo ambientato tra Canton Ticino, Como e Milano.
di Lorenzo Canali

Carlo silini Le ammaliatrici
di Davide Fent

Completando la trilogia iniziata con “Il ladro di ragazze” (2015) e proseguita con “Latte e sangue” (2019), Gabriele Capelli Editore è uscito nel 2021 con con “Le ammaliatrici”, (416 pp, Euro 21,00), nel quale, ancora una volta, lo scrittore e giornalista Carlo Silini ci regala una narrazione sorprendente e visionaria della storia nascosta, svelando la fine di un’era arcaica e selvaggia, tra amori, vendette e perdizioni, raccontate col ritmo forsennato di un thriller che tiene i lettori incollati ad ogni pagina. “Le ammaliatrici” è un libro che commuove, agghiaccia, diverte, indigna e fa riflettere in una luminosa via di mezzo tra l’opera buffa e la tragedia.

Carlo Silini è nato a Mendrisio nel 1965, laureato in teologia a Friburgo, sposato e padre di un figlio. Si definisce “giornalista per scelta e scrittore per caso” è editorialista responsabile delle pagine di Primo Piano, gli approfondimenti del Corriere del Ticino (www.cdt.ch), il maggior quotidiano svizzero in lingua italiana. Come inviato ha seguito, tra le altre cose, la crisi albanese, la guerra in Kosovo e varie tornate elettorali italiane negli anni Novanta. Sul piano locale ha curato reportages e inchieste sociali e culturali (il Ticino magico, l’Islam di casa nostra, i movimenti religiosi alternativi nel Cantone, i Duecento anni del Cantone, la pedofilia online in Svizzera, il razzismo elvetico, le condizioni di lavoro nei cantieri di AlpTransit , il Sessantotto in Ticino e molte altre). Sul Corriere del Ticino commenta regolarmente avvenimenti religiosi e sociali. Nel 1999 ha firmato con Giovanni Vigo il saggio “Dal mille al futuro” (ed. San Giorgio). Nel 2005 ha vinto il premio di “giornalista dell’anno” per la Svizzera italiana, titolo attribuito dalla rivista Schweizer Journalist. È stato inoltre il primo ticinese a vincere il maggior premio di giornalismo in Svizzera, lo Swiss Press Award, nel 2015,per la categoria carta stampata e nel 2017 per la categoria local. Uscito nel 2015, “Il ladro di ragazze”, sua prima prova narrativa, è stato per mesi ai primi posti delle classifiche della Svizzera italiana. Stessa sorte per il sequel del 2019 “Latte e sangue”.

In “Le ammaliatrici” due straordinarie figure di donne, metà “sante” e metà “streghe”, dominano una vicenda che attraversa la potente e incontaminata natura della Vallemaggia, il Ticino, le campagne del comasco e la grande Milano del Ducato, dominata dagli spagnoli.

Quando il bizzarro condannato a morte Bargniff, volgare ladro e truffatore, si siede sul ceppo prima di ricevere il colpo ferale del boia e racconta le incredibili vicende di Maria del Maté, la giovane musa ispiratrice dei carnevali di Milano e di Maddalena di Buziis, la Madonna-strega dei baliaggi svizzeri, nessuno gli crede. Ma il suo racconto svela l’esistenza della leggendaria Compagnia dei Campi: un gruppo di disperati e sognatori perseguitato da uno spietato manipolo di persecutori di streghe e creatori di sante. Con scrittura vivace, definizione intrigante dei personaggi e abile costruzione narrativa, l’autore conduce a seguire con trepidazione un racconto di ispirazione solidamente storica, creato grazie ad un approfondito lavoro di ricerca documentaria.

“Di quanti destini straordinari si sono perse le tracce nei secoli? Di quante storie di cui abbiamo smarrito memoria rimangono come unici e muti testimoni i luoghi in cui sono segretamente avvenute: i tavolacci delle vecchie osterie, i muri scalcinati delle chiese, le algide sale di tribunale, le celle conventuali, i manicomi, i bordelli, gli ostelli di santità e poi le valli ombrose, i campi di grano, gli anfratti più silenti delle caverne? Così, quando un bizzarro condannato a morte di nome Bargniff si siede sul ceppo dove dovrà appoggiare il capo per ricevere il colpo ferale del boia e racconta le incredibili vicende di Maria del Maté, la giovane musa ispiratrice dei carnevali di Milano e di Maddalena de Buziis, la Madonna-strega dei baliaggi svizzeri, capita che nessuno gli creda. Perché il Bargniff è un ladro, un truffatore, un volgare casciaball ed è bene che la sua vita sbandata finisca lì, nel campo del Nebbiano, il giorno del Signore 12 novembre 1664; prima che qualcuno prenda per buoni i suoi farneticamenti da ubriaco, prima che il mondo scopra che in un tempo indefinito di fine Seicento, a cavallo tra il Ducato di Milano e le più impervie valli prealpine, un gruppo di disperati e sognatori dava vita alla leggendaria Compagnia dei campi, e che uno spietato manipolo di persecutori di streghe e creatori di sante avviava una caccia ottusa e feroce per cancellarla dal mondo, insieme al piccolo Paradiso terrestre che era riuscita a creare tra i verdi spiracoli della pianura che attraversa il confine…”.

Come racconta Sileri ne “Le ammaliatrici”, le storie si possono perdere mentre i luoghi dove sono avvenute rimangono. Nonostante appartengano alla nostra quotidianità, anche le stazioni ferroviarie sono luoghi ricchi di fascino e in un certo modo anche di mistero. Tutto quel via vai di persone e treni, quelle storie di vita che si intrecciano su di una banchina o su di un vagone non possono lasciare indifferenti. Poi ci sono stazioni che sono veri e propri gioielli architettonici come la Centrale di Milano, inaugurata nel 1931 in pieno Ventennio. Oppure altri piccoli scali di campagna, isolati nel bel mezzo della pianura Padana, magari dotati di un solo binario, che a guardarle sembra quasi che possano trasportare il viaggiatore in un mondo lontano e da favola. Le stazioni ferroviarie sono luoghi dove si va di corsa, dove si passa con la testa presa dai pensieri della giornata, ma se ci si sofferma a osservarle da vicino, e con calma, ecco che possono inaspettatamente svelare storie che vale la pena raccontare. Alla centrale di Milano è possibile per esempio visitare il binario da dove partivano i convogli carichi di ebrei, a Brescia il fabbricato viaggiatori è stato sottoposto a vincolo da parte della Sovrintendenza ai beni architettonici e a Monza, sul binario uno, è possibile visitare la Saletta Reale con tanto di affreschi del Mosè Bianchi dove il re scendeva d’estate quando si recava in Villa Reale.

Poi c’è la stazione di Como. Uno scalo che visto così non dice molto, sembra una stazione come tante altre, frequentata quotidianamente da migliaia di pendolari, ma se doveste trovarvi nell’atrio fate caso al basso rilievo appeso a uno dei muri: è l’ultima testimonianza del convento domenicano che sorgeva al posto dello scalo fino ai primi anni del XIX secolo. Si trattava di una struttura massiccia formata da una chiesa, tre chiostri e una grande biblioteca dedicata a San Giovanni, ma soprattutto era uno dei tribunali dell’Inquisizione più efficienti di tutta la penisola, con una giurisdizione che comprendeva il lago, tutto l’arco alpino fino al confine svizzero e parte della Brianza. E quando scriviamo efficienti, intendiamo dire che fra il XIII e il XVII secolo vennero processate e mandate al rogo più streghe lì, che in tutti gli altri tribunali. Solo l’Inquisizione di Venezia teneva botta. Per il resto, gli inquisitori comaschi si applicavano con tale perizia al loro magistero da far impallidire i colleghi di Salem, il villaggio alle porte di Boston divenuto un caso emblematico grazie a Hollywood. Una notte buia e profonda rischiarata dai roghi che venivano accesi per bruciare le adoratrici del demonio.

Le fonti dicono che fra il Quattrocento e il Cinquecento venivano celebrati circa mille processi all’anno e pare che a un certo punto si scomodò persino l’amministrazione cittadina per dirgli di darsi una calmata. Fra i più attivi spiccano quattro nomi di inquisitori: frate Bernardo Rategno, originario di Schignano, un paesino sopra Como famoso per il suo carnevale, che da solo catturò e fece bruciare più di 300 donne e che durante la sua carriera compilò pure diversi manuali sul modus operandi da tenere durante il processo. Il testo di riferimento per questo tipo di attività pare fosse il Malleus Maleficarum, ovvero il Martello delle Malefiche, ma frate Bernardo scrisse alcuni saggi che, per diffusione, eguagliarono il ben più celebre Malleus. Al suo livello di efficienza, o comunque nelle immediate vicinanze, si erano distinti negli anni successivi altri frati come Lorenzo Solerio, Antonio da Casale e, soprattutto, frate Modesto Scrofeo, detto il “sanguinario”.

La Valtellina era il loro territorio di caccia preferito. Bormio, Chiavenna, Berbenno, Ponte in Valtellina sono solo alcune delle località dove il giudizio della Santa Inquisizione calò con più violenza. Il mito della Valtellina come luogo di sabba e streghe nasce e si consolida proprio in quegli anni. D’altro canto, un popolo che abitava una terra considerata strategica nello scacchiere della guerra dei Trent’anni, e per questo depredata, saccheggiata e infettata dalla peste, a qualcuno doveva pur darla la colpa della sua miseria. E i processi alle streghe si celebravano proprio lì, dove adesso sorge una stazione ferroviaria che assomiglia a molte altre. Interrogatori infiniti, ricatti morali, pressioni psicologiche e ovviamente torture dolorosissime. Il meccanismo che le governava era sempre lo stesso: confessione e delazione. Un circolo infernale che giustificava se stesso e che diventava prova dell’esistenza del maligno e della reale esistenza di una nuova setta di adoratori. Di quel convento domenicano oggi non rimane più nulla. La donna additata, accusata, torturata e infine strega. Così nascono le fattucchiere, prima concepite dall’immaginario popolare, poi plasmate da quello di una élite che pretende di vederle negative, cattive, distruttive e maligne e infine strette nella morsa di quella Chiesa, che decide di bruciarle. Al rogo le eretiche, le mangia-bambini, le fattucchiere, le adoratrici di Satana; al rogo tra gli insulti del pubblico, che assiste alle esecuzioni tra l’impaurito e l’estasiato. Brucia il femminino, il fuoco abbraccia e divora quello che rimane di una saggezza volutamente fraintesa da chi è quotidianamente chiamato a proteggere le Anime. Un’escursione in punta di piedi nel mondo delle streghe, passando dalla storia, dall’arte e dalla letteratura e attraversando quel dolore che mai potrà essere dimenticato.

Una figura negativa quella della strega, accusata di usare i poteri magici per danneggiare la comunità, di partecipare a raduni chiamati Sabba e di adorare il Demonio. La cosiddetta fattucchiera conosce origini molto antiche, di gran lunga antecedenti al cristianesimo. Basti pensare che sono stati rinvenuti atti di inchiesta redatti nel II millennio a.C. dove vengono menzionati dei rituali vudù, definiti simili a quelli utilizzati dalle incantatrici. Di non trascurabile importanza è il Codice di Hammurabi, quale preziosa fonte informativa in merito all’atteggiamento del periodo nei confronti delle pratiche magiche, palesemente diffuse nella società. In epoca classica, ormai, la presenza della magia nella collettività è massiccia, tanto che da alcuni decreti penali, si evince come la pratica dei rituali fosse punita con la pena di morte.

In campo letterario, la strega è fonte di ispirazione per diversi scrittori, in epoche differenti. In letteratura la si ritrova descritta in svariati modi. La mitologia greca e romana la disegna per metà umana e per metà animale, capace di assumere sembianze differenti a seconda dell’obiettivo della sua missione. La strega succhia il sangue dei bambini e anche quello degli uomini, che non possono sfuggire al loro destino. Le figure più emblematiche della mitologia greca, in fatto di streghe, sono le empuse o le lamiae, rappresentate da una donna con le ali e gli artigli. Degna di nota, a tal proposito, è la Strega di Endor, una negromante menzionata nella Bibbia, oppure le tristemente note streghe della Tessaglia dell’antica Grecia. Nel nostro Paese di racconti sulle streghe ne sono stati redatti tanti; tra i più famosi, quelli che corrono di voce in voce tra gli abitanti delle Isole Eolie, dove le maghe non vengono disegnate malignamente, ma come donne a cui l’antica sapienza ha lasciato una grande eredità. Nella fantasia popolare, le fattucchiere si cospargono il corpo con un unguento magico, che dona loro la possibilità di volare verso terre lontane, dove possono cogliere frutti esotici per il proprio consorte.

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