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Noëmi Lerch
La Contadina
Romanzo


A Vrena


Prologo

Quando la Contadina decise di fare la contadina, le dissero che era contro la legge. Che la contadina esiste solo come moglie del contadino. E una contadina senza marito sarebbe troppo complicato.
Ma la Contadina voleva fare la contadina da donna e da sola. Ispezionarono la sua fattoria. Trovarono qualche cavallo e una mucca illegale che la Contadina aveva importato da un’isola del nord. La mucca era però troppo piccola per essere davvero considerata tale. Fecero finta di non vederla.
La Contadina fu la prima donna a frequentare la scuola agraria. La concluse col massimo dei voti. Anni dopo, suo marito fu felice di non dover fare il contadino.

Nello stesso anno in cui la Contadina ribaltò la legge, mio nonno costruì Villa Laudinella. Per la nonna la costruì sul terrazzo soleggiato che sovrasta la valle. Voleva mostrarle la vista più bella, a lei che era arrivata dall’altro capo del mondo. Ma mia nonna non ha mai amato le montagne. Ed era felice di non dover fare l’alpinista.
A me, invece, sarebbe piaciuto fare l’alpinista come il nonno. Ma non fu così. E arrivai alla vecchia villa nei panni di qualcun altro. Le piante l’avevano ricoperta per intero. Aprii la porta senza sapere cosa stessi facendo. All’interno la nonna era seduta su una sedia e cantava la canzone dei cosacchi. Quando finì di cantare mi chiese se sapevo dove mi sarei fermata un giorno. Tornai all’aperto. Incontrai la Contadina, stava in groppa al vecchio cavallo bianco. In questo secolo dalle possibilità infinite, perché non fare la contadina? disse la Contadina. Per la nonna mi sarei fermata ovunque. Stare in alto, in groppa a un cavallo come la Contadina, ecco cosa desideravo.


Autunno

Oggi ho visto le prime formiche volanti. Arriva l’autunno, dice la Contadina. Guardo verso l’alto, il bosco, i prati. Sopra ci sono le montagne e dietro, dietro le montagne, il mondo si interrompe. L’estate scorsa siamo saliti fin qui noi due insieme, ricordi? Tu sempre un passo avanti con quel tuo zaino, quella piaga che ti tagliava le braccia, ti scorticava la schiena e che in salita ti impediva quasi di alzare lo sguardo. Ti ci eri affezionato, l’idea di comprarne uno nuovo non ti sarebbe nemmeno passata per l’anticamera del cervello. Non ti piacevano i nuovi colori, le nuove stoffe, il nuovo modo di sudare senza sapere di nulla. Ti piaceva avere un odore, avevi un odore forte e ogni cosa che si legava a te, col tempo, prendeva il tuo odore. Questa era la tua prima grande magia. Di notte strusciavo la mia testa contro la tua ascella per catturare di nascosto la magia coi capelli. Te ne rubavo un poco, come di un profumo che mi avrebbe avvolta più tardi, nei momenti in cui non c’eri. Perché la tua rara presenza era la tua seconda grande magia.
Quel giorno i bicchieri scandivano i passi con un bellissimo tintinnio. Contavo le ore che ci rimanevano, allungavo la distanza tra noi e in modo quasi impercettibile sono rimasta indietro, come se il mio corpo volesse prepararsi al commiato sempre più vicino. Ma falliva a ogni tentativo. Abbiamo fatto una sosta vicino alla grande roccia, bevuto vino e guardato salire il fumo dalla valle. Poi sono arrivati gli uccelli, li abbiamo sentiti volare, abbiamo sentito il battito delle loro ali nell’aria.
Oggi vengo qui da sola. Tra gli abeti le ombre si infittiscono, inghiottono gli ultimi stralci di luce.
Scende il buio. Ora mi sembra di vedere la Contadina giù in paese che si avvicina alla finestra della cucina. Il suo bicchiere deve essere sul tavolo, vuoto, con i bordi ricoperti di un sottile velo opaco di latte. Da qui vedo anche la vecchia villa dei nonni, il paese col campanile storto e, sopra il paese, le pietraie e il bosco coi ruderi della torre. Quando il buio è ormai totale torno indietro. Scendo attraverso il bosco, costeggio il torrente che porta al ponte e sono quasi a casa. Lungo la via le siepi mi accompagnano come una carovana di strane creature che ondeggiano al vento. Su in paese suonano le campane del campanile storto. Deve essere quasi mezzanotte quando mi tolgo lo zaino dalle spalle e apro la porta della villa.
Sul tavolo della cucina ci sono le nostre due tazzine. Cerco un significato nascosto nel loro modo di stare una di fronte all’altra, invano, l’oracolo non mi svela nulla. È possibile che sia stata io stessa a mettere la tua tazzina in quella posizione, quando pensavo che fossi tornato. Che tu aprissi la porta e nell’entrare lasciavi cadere tutto in una scia di scarpe, calzini, maglione fino alla cucina; fa caldo a casa tua, avresti detto, anche se in realtà fa freddo.

Al mattino il sole scende lungo i pendii mentre dal fiume sale la nebbia. Nella nebbia scorgo i cavalli. Cavalli selvaggi, li vedo impennarsi e disperdersi.
Nottetempo galoppano nelle tubature della vecchia villa. Li ho ascoltati a lungo e oggi so che i cavalli di nebbia non hanno zoccoli ferrati, al loro passo manca quel timbro metallico. Ora fanno il giro della valle come fosse un’arena, il sole un riflettore e il vento scompiglia le loro criniere. E le rondini, acrobate spericolate dalle pance bianche e dai berretti neri da pilota, si fiondano in mezzo a quel vortice. Finché volano non conoscono la paura, né dell’altezza né della profondità e, a differenza delle tazzine, le rondini mi dicono almeno qualcosa sul tempo.
Neanche le rondini rimangono per sempre, mi avevi detto quando alla stazione ti avevo mostrato come volteggiavano lassù, sopra la villa. E quindi? Oltre alle rondini ci sono le gazze, i corvi, i fringuelli, i picchi rossi. Ma in questo paese, avevi detto, ormai non ci abita più nessuno. Basta guardare il campanile, è talmente storto, sarà lui il primo ad andarsene a valle. E fra qualche anno, dopo il lavoro, non dovrai nemmeno più farti tutta la scarpinata. Perché la montagna, la vecchia villa e tutto il paese sarà sceso a valle. Mi caccio le mani in tasca. Cosa fare quando uno ti parla in questo modo e se ne sta lì nei suoi pantaloni da cacciatore? Stare zitti, mi ero detta. Si vedrà chi se ne andrà, e dove. Intanto il campanile storto e le pietraie sono ancora là, sopra la valle, questo è poco ma sicuro.
La vecchia villa dei nonni sovrasta la valle e con le sue enormi finestre guarda giù verso il fiume. Sulla parete sud della villa c’è un nome scritto sulla pietra, perché il nonno era dell’opinione che le case debbano avere un nome, come le cose e gli animali e che, se no, se ne andrebbero via. Così la villa porta il nome della famiglia e la famiglia porta il nome del cacciatore di uccelli. Il nonno ha scolpito nella pietra Villa Laudinella e ha lasciato vivere gli uccelli. Per andare in stalla metto la vecchia giacca da sci del nonno. In stalla sostituisco la giacca con la giacchetta blu e gli scarponi con gli stivaloni di gomma. Di notte, alla stalla sono cresciuti i baffi bianchi. Il termometro indica meno dieci, non può scendere più in basso. Quando la porta ha i baffi bianchi fa più freddo ancora, dice la Contadina. Nello sgabuzzino mi riempio le tasche della giacchetta di caramelle. Con la bocca piena di caramelle mi metto al lavoro.
Se soltanto fossi così veloce anche quando non ci sei, dice la Contadina. Mi immagino la Contadina con quattro braccia e quattro gambe. Me la vedo seduta tra due mucche come una dea indiana, con due mani sulla mammella di ciascuna. Le mani della Contadina sono enormi. Piene di solchi e pieghe e sembrano dieci anni più vecchie del suo viso. Ma quando munge, le sue mani si trasformano, diventano tenere e belle.
Fuori, uscite dal tempio! dice ai vitelli quando finiscono di bere. I vitelli si inchinano e picchiano insieme le teste. Preferiscono la lotta alla preghiera.
Fuori! dice la Contadina. E ancora una volta i vitelli picchiano insieme le teste. Si battono per il titolo di guardiano del tempio. La Contadina afferra i vitelli e li butta fuori, o almeno così dice. Qui c’è un solo guardiano del tempio e il guardiano è donna. Mephisto, il gatto, se ne sta seduto sulla tramezza. Se un vitello gli si avvicina troppo tende la zampa verso il suo muso come a misurare le rispettive altezze. Mephisto ne è convinto: sulla tramezza lui è, e sarà sempre, il vitello più altro di tutta la stalla. La sera nevica e la Contadina mi presta la Jeep per tornare a casa. Devi posteggiare in prima e togliere il freno a mano, altrimenti gela, mi dice. Attraverso la notte, in uno stato onirico salgo la strada innevata del passo. L’uomo della radio racconta di un nuovo radar capace di leggere i movimenti nel profondo delle montagne. Lo stanno testando in diverse località svizzere a rischio di caduta massi. Il sensore di uno di quei radar geologici sarà puntato anche sulle pietraie sopra il campanile storto. Lì ci sono milioni di metri cubi di roccia in movimento, dice l’uomo della radio. Alla nonna importa poco. Lei se ne sta seduta accanto a me e fa svolazzare al vento i suoi capelli bianchi. Quando arriviamo alla villa le dico di non andarsene con la Jeep prima di domattina. Sono sicura che se ne sta ancora seduta là. Torno indietro, controllo la marcia, il freno a mano, l’angolazione delle ruote. È tutto come dovrebbe essere. E il sedile accanto al posto di guida è vuoto.
Sulla parete della sala c’è una grande finestra. Nel vetro della finestra c’è il bosco. Guardare il bosco è come dormire ad occhi aperti. Gli abeti mi stanno di fronte come un muro e camminano come un esercito di soldati bizzarramente rigidi con berretti verdi a punta, camminano verso valle e da lì tornano indietro ricoprendo tutto, sotterrando ogni cosa con i loro mantelli verde scuro.


continua…

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One thought on “Estratto: La Contadina

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