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Merluz Vogn, testo della presentazione, 25.03.2020
A cura di Simone Bionda

Presentare a Preonzo un libro del Giorgio (e scusatemi l’audace similitudine) è come per un commissario di polizia sorprendere l’indiziato che torna sul luogo del delitto. In effetti, lo scenario in cui si svolgono i fatti narrati in questo libro è quello che tutti, qui, conoscono bene. Sarebbe fin troppo facile verificarlo dando uno sguardo alla mappa a colori tracciata con affettuosa abilità in fondo al libro. Non ce n’è bisogno. Del resto, l’autore non ha fatto nulla per celare i suoi riferimenti, certamente non (!) del tutto casuali, al contrario di quanto scrivono spesso in esergo i romanzieri quando hanno qualcosa di cui farsi perdonare. Non so se anche il Giorgio abbia qualcosa di cui farsi perdonare, ma non credo, in ogni caso, che ciò potrà verificarsi attraverso il potere mistificatorio della letteratura. Peraltro, non è la prima volta che accade con la sua opera, poiché sia Il becaària, sia La partita non dissimulano le coordinate spazio-temporali degli eventi narrati (a loro rischio e pericolo, si potrebbe aggiungere). Anche in questo caso, come nel Becaària, i toponimi non lasciano spazio al dubbio: Pasquei, Catmon, Piazza dal Terc, Carèe da mezz, Albiet, RiiAll, Rio Bass, Campì, Salvete, Casinete, Pian Caman, Pian Perdasc, Pian dala Roso, Cher, Teid, Valegion, Roscero, Purscì e via enumerando. Questa volta, però, anche i nomi di persona sono perfettamente identificabili: Puda, Pantoni, Santin, Zepri, Iumf, el Brusu, Vicente, Tognete, Remo, Miniett, Demarchi, Renatin, Mapis, Dani, … Insomma, per chi, come me, è nato e cresciuto a Preonzo questo libro del Giorgio avrà il sapore della cronaca strapaesana, una cronaca che si può però già definire leggendaria, in bilico tra storia e mitologia. Un libro che tuttavia, appena fuori dai nostri stretti confini, verrà letto come una sorta di romanzo picaresco, che potrebbe essere ambientato ovunque e da nessuna parte, dove nomi di luogo e di persona potrebbero benissimo essere sostituiti da altri, altrettanto validi e altrettanto leggendari, in tutte le lingue del mondo. È, questo, un processo inevitabile: ciascuno parla e scrive di ciò che conosce (o almeno dovrebbe) e conosce ciò di cui è in grado di parlare. Non gliene faremo una colpa, dunque, poiché colpa non è la sua. Gli faremmo invece un torto se leggessimo questo libro come la cronaca giornalistica di fatti reali, avvenuti in un preciso luogo e in un preciso momento, compiuti da Tizio e Caio. C’è, credo, molta invenzione in questo romanzo, come deve fare chi fa questo mestiere, quello del romanziere. Umberto Eco soleva dire che nessun lettore si chiederebbe se Cappuccetto Rosso sia esistita davvero: sono favole (e il romanziere ha il diritto se non il dovere di inventare), favole che però, spesso, dicono molto di più della realtà in cui viviamo della cronaca quotidiana in senso stretto.

E allora partirei dalla quarta di copertina, dove si dice che «Merluz Vogn è la cronaca, sognata e reale, di un’estate randagia alle soglie dell’adolescenza, in un Ticino presente e irrimediabilmente perduto nella “corrente del tempo”. Una realtà in cui il paese si fa “mondo” e dove il confine sfuma nell’epopea da fumetto». Una “cronaca”, dunque, vissuta tra sogno e realtà, entro un “confine” letterario sfumato, a metà strada tra il genere alto dell’epopea e quello considerato, forse a torto, basso del fumetto. L’epopea, se proprio si vuole, è quella omerica, dell’Odissea più che dell’Iliade, il poema del “ritorno”, nóstos in greco; il fumetto è senza dubbio l’amatissimo Tex Willer, che attraversa come un filo rosso i giochi e le vicende dei due protagonisti pre-adolescenti: la voce narrante (a focalizzazione interna), priva di un nome ma, a colpo sicuro, alter ego dell’autore, e l’amico di mille battaglie e scorribande, il Nandel, che a me ha subito ricordato, ma lo stesso discorso potrebbe valere per l’io narrante, il Riccetto dei Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini. I ragazzi, poco più che bambini, di cui narra il Giorgio sono proprio dei “ragazzi di vita” (vivi, vivaci, vivacissimi) e poco importa se lo scenario in cui si muovono sia piccolo, addirittura minuscolo, specie se confrontato con la Roma proletaria dei quartieri suburbani del secondo dopoguerra, quelli in cui si svolgono le vicende dei ragazzi pasoliniani. Le pulsioni e, vorrei dire, l’umanità profonda che vibrano nelle scorribande del Nandel, del Dani, del Uoter, della Sandra, del Savit sono esattamente le stesse che animano le imprese del Riccetto, del Caciotta, del Lenzetta, del Begalone ecc… Qui, adesso, non si tratta di cercare a tutti i costi dei modelli nobili per il Merluz Vogn, operazione che non pare necessaria. Ma sarà necessario avvertire, almeno, che scrivendo negli anni ’50 del Novecento Pasolini aveva descritto un’umanità del tutto analoga a quella che il Giorgio ha descritto nel 2020 in questo romanzo, significativamente ambientato, però, negli anni ’70 del secolo scorso (come già Il becaària), quasi cinquant’anni fa dunque, in un Ticino, come dice la quarta di copertina, «irrimediabilmente perduto», un Ticino ancora semirurale, in cui i primi segni (e scempi) dell’industrializzazione, in ritardo rispetto al resto della Svizzera (anche dell’Italia, occorre dirlo), si manifestavano, a sud del villaggio, nella «raffineria di petrolio con i possibili veleni che le facevano da fossato» (p. 23), tornata recentemente, e tristemente, agli onori della cronaca (che possiamo accostare, sia detto per inciso, al Ferrobedò del romanzo di Pasolini); a nord dai cantieri delle «case nuove che venivano su in fretta, incalzate da chissà quale sogno improvviso» (p. 11), le villette con siepe e giardino della nuova borghesia, e dei nostri padri (anche del mio), che si affrancavano così dal mondo contandino e dal paese vecchio dei loro, di padri. Proprio quella borghesia omologata e omologante, anche nel linguaggio, verso cui si scagliava la polemica socio-culturale di Pasolini. Erano, questi due luoghi, i confini estremi e opposti di quel “piccolo mondo antico” perduto per sempre e offrivano ai due protagonisti il materiale (di scarto) utile per i loro giochi d’infanzia, innocenti sì, ma anche al limite della temerarietà, come quella volta in cui il Nandel «aveva deciso di volare» (p. 17) lanciandosi dalla terrazza di cemento di una stalla, con un improbabile paracadute formato da neri ombrelli rimediati in discarica e un ombrellone dell’Alemagna preso in prestito da Cà dal Geni. Fine della corsa, un letamaio: «L’è un varèe da merde» (p. 18), avrebbe chiosato il Nandel.

Per non parlare, appunto, del dialetto: «romanzo post-dialettale» lo definisce sempre la quarta di copertina. Come il romanesco nel romanzo di Pasolini, il dialetto di Preonzo è onnipresente, in varie forme. È presente, certo, nei nomi e nei toponimi (anche se Prons non compare mai, neppure Preonzo del resto: suggerirei comunque, specie ai più giovani, di leggere il romanzo con la toponomastica di Preonzo a portata di mano e con l’avvertenza, però, che spesso restano i nomi e cambiano le facce, e l’incontrario, tutto può accadere). Ma è presente soprattutto nei racconti di secondo livello narrativo, per intenderci nei racconti secondari interni al racconto principale, secondo il modello delle scatole cinesi, quando a narrare non è l’io narrante ma è un personaggio del racconto primo, spesso il «nono», che racconta al nipote, cioè l’io narrante, un aneddoto del passato. In questi casi, il dialetto è predominante, al punto che, con una felice scelta tipografica, è offerta a fronte la traduzione in lingua e in corsivo, su due colonne parallele. Desidero leggervi uno di questi aneddoti (cfr. pp. 101-102, in dialetto, si capisce), anche perché riuscirà forse a stemperare, o inasprire, a seconda dei punti di vista, la delusione per il Carnevale triste di quest’anno:
[…]
Un Carnevale finito in tragedia, dunque, o in tragicommedia, se si preferisce. I racconti del “nono” (ma altre volte saranno quelli di altri personaggi) sono funzionali al recupero di vicende doppiamente leggendarie, poiché l’espediente sospinge ancor più nel passato e nel mito, quando cioè il protagonista non era ancora nato, episodi che si perdono nella notte dei tempi e che riemergono il tempo di un capitolo. Ma il dialetto si insinua ovunque, dentro e fuori i discorsi diretti dei personaggi, in parole quali saiotri (cavallette), marsciauro, el Camarel, marende, pizocon (gnocchetti), tolon, matelet, el bulo, Besava, Bruseves (le più ardue con traduzione a piè di pagina). Quando non è dialetto puro si tratta di formule o parole calcate sul dialetto, oppure di italiano regionale e di antonomasie. Qualche esempio: gazosa, postale, sagex, fotbal, far casotto, verdi verdenti, fa niente (per non fa niente), la tele, uno su in età, dischi da metter su, fare un po’ i da più, condrizzata, slozza, pomcips, carta gommata, zibak, le donne biotte. Una lingua che, in termini tecnici, vuole essere il più possibile mimetica, vuole cioè imitare le abitudini linguistiche non solo dei personaggi e del loro contesto sociale, come già faceva la letteratura verista prima e neorealista poi, ma anche della loro epoca. A questo scopo sono decisivi i riferimenti, costanti, alle marche dei prodotti: Opel, Simca, Alemagna, Omaltina (per Ovomaltina), specialine, Campari, Rivella, Toblerone, Simmenthal, Venturini; agli idoli della musica: Adriano Celentano e i Beatles; dello sport: Merckx, Banks e il Liverpool (dominante, ieri come oggi). Insomma, una fitta rete di rinvii a un preciso momento della storia, quegli anni ’70 in cui è ambientato anche Il becaària, periodo caro all’autore, non solo perché all’epoca poteva dirsi giovane e bello, ma perché era un periodo di grandi fermenti sociali, artistici, culturali, con uno slancio libertario e creativo, anche nello sport, che forse non ha eguali nella storia del Novecento e che certo non è paragonabile al nostro tempo di passioni ed estetiche tristi.

Si arriva così a uno dei temi portanti, lo sport, appunto: la box, il ciclismo e il calcio, in ordine crescente d’importanza. Il Giir dala Svizeri, per chi si trova sull’asse nord-sud che dal San Gottardo conduce al Monte Ceneri, apre l’estate come il Torneo della Riviera di Cresciano la chiude (o la chiudeva). Di quest’ultimo il Merluz Vogn non parla, ma parla del Giro della Svizzera, a cui è dedicato almeno un capitolo. La parte del leone la fa però il calcio (altra passione pasoliniana), in tutte le sue forme, da quello praticato dai “ragazzi di vita” in Pasquei o nel cortile della chiesa, alla Germania Ovest che sfidava l’Inghilterra, passando per i «nostri» che indossavano «maglie rosso scuro» (p. 59). Del resto, nell’aletta della quarta di copertina, l’autore è definito «falegname, giornalista, scrittore, blogger, telecronista sportivo e calciatore», anche questa volta, immagino, in ordine crescente d’importanza. Ma il calcio, in questo libro, più che praticato è guardato: alla tele (nell’Osteria), dal vivo (allo stadio) o da bordo campo. È il caso del Bandereta, felice di nome e di fatto, che il pa’ dell’io narrante aveva immortalato in un componimento di terza maggiore, letto dal figlio in un momento di malinconia, sotto le coperte dello zio in casa dei nonni. Anche questo un “racconto secondo”, ma in lingua, dove figurano parole letterariamente connotate quali ottenebrato, onta, mormorando e riottoso, che il giovane lettore non capisce fino in fondo, e infatti non sa «se ridere o piangere» (p. 68). Di fronte a queste storie, in effetti, ci si trova sempre sul crinale tra il riso e il pianto, come il volto di un pagliaccio, con un occhio che ride e uno che piange, all’immagine delle due antitetiche storie d’emigrazione, raccontate rispettivamente dalla “nona” (che legge una lettera dall’America, ripescata chissà come in un «cassetto impregnato di naftalina», p. 45) e dal “nono”: la prima finita bene, la seconda finita in un tragico naufragio al largo di Aspen Cove, «om sitocc dal gò, e bononot sonodou» (pp. 48-49). Quasi a ricordarci che un tempo eravamo noi i poveri disperati al largo di Lampedusa (e si aggiunga, per inciso, che anche l’acqua è uno dei temi portanti del libro, fin dal titolo, sul quale tornerò alla fine del percorso).

L’altro tema portante su cui mi voglio concentrare, che affiora continuamente a pelo d’acqua, è il rapporto conflittuale tra l’io narrante e la chiesa o, più in generale, la religione ufficiale. Si comincia così dall’affermazione, fiera e beffarda attribuita al Brusu, secondo cui «“Dio non esiste e non è mai esistito!”», urlata «dalla finestra al passaggio della Ulia, vergine avvolta nel panet e che sobbalzava al sacrilegio inveito per dispetto» (p. 97), per finire con il suo funerale, rigorosamente civile, con la «banda […] senza preti e con bandiere rosse», un funerale così diverso da tutti gli altri a cui l’io narrante aveva fin lì assistito. Eppure anche l’io narrante, come tutti gli altri, aveva compiuto la sua onesta carriera nell’istituzione ecclesiastica, quale chierichetto «in cotta bianca» (p. 41), e le cose erano andate avanti tutto sommato bene, fino a «quella volta fatale» (p. 43) che ora vi leggerò (cfr. p. 43, a partire da «In ginocchio»):
[…]
In questi capitoli, come in quelli sull’emigrazione, viene fuori abbastanza bene la lezione di Plinio Martini, certo quella del romanzo maggiore, Il fondo del sacco, ma anche quella del Requiem per zia Domenica: la Ulia, in fondo, altri non è che una zia Domenica della Riviera, così come il Don Lanzetti un severo e intransigente Don Giuseppe, «arrivato in paese a sostituire un reverendo libertario che piaceva alle donne», lui che «a pensarci di donne e libertà non pareva intendersene» (p. 41). Non pareva intendersene neanche di bambini, per la verità, come quando «a Molon» la ribellione spazientita di una bimba da battezzare, nello stesso giorno del matrimonio dei genitori che avevano già messo al mondo due gemelli (sacrilegio!), mandò a monte la festa e il banchetto che il Don Lanzetti pregustava: «La bambina non la battezzarono più. E vive benissimo» (p. 38), chiosa questa volta con sarcasmo il narratore. Gli eroi e i santi dell’io narrante, infatti, non sono quelli della Bibbia, ma quelli della mitologia classica e pagana o quelli laici di Tex Willer e del Far West, così lontani ma per certi versi così vicini alla realtà narrata, un po’ come diceva Francesco Guccini a proposito della via Emilia in un album che ha fatto la storia del cantautorato italiano. Ecco allora apparire, sulla via campestre che dal Bescon conduce alla Risera, il Fonso e il Delmo che si sfidano in una corsa a perdifiato su due cavalli decrepiti, che montano «come due sacchi di merda», sognando «la Carolina, quella del Nord, di cui gli avevano raccontato alcuni zii emigrati» (p. 25).

A questo punto, mi sono accorto che non ho ancora detto niente della cornice, o, se si preferisce, del racconto primo in cui si inseriscono questi quadretti bucolici, questi capitoli, che per la loro forma brevissima, privi di titolo e di numero, potrebbero essere letti anche in modo sparso. È il momento di parlare dunque dello spunto che innesca la macchina narrativa e di chiudere il viaggio. Alle soglie dell’estate, in quel breve periodo che sta fra la gioiosa fine delle scuole e l’odiato corso di nuoto, l’io narrante viene informato dal padre, con tono grave, che la madre andrà «in clinica, a riposare» (p. 6) fino a settembre e che lui, il padre, andrà «in mare» e poi all’alpe. Quindi, il figlio dovrà trascorrere le intere vacanze estive con i nonni. Alla gioia della prima reazione istintiva – finalmente la libertà! – si mescola subito «la punta di un dolore di cui appena si accorgeva», un senso di malinconia e di distacco, quasi di una perdita irrimediabile. La spensieratezza di un’estate randagia a casa dei nonni sarà sempre accompagnata dalla nostalgia per un’assenza dolorosa, solo parzialmente compensata dalle cartoline del padre. Di qui quell’incertezza costante che domina queste pagine, atteggiata ora al riso ora al pianto, la stessa che emerge dai singoli capitoli e dalle singole avventure, fino al 9 settembre, fino alla problematica agnizione finale che qui, per ovvie ragioni, non rivelerò. Insomma, su queste pagine si stende un profondo senso di nostalgia, quella nostalgia che, secondo la quarta di copertina, sarebbe «volutamente bandita» e che invece è la vera protagonista di queste storie. Ma questa non è la nostalgia di un nostalgico, è la nostalgia etimologica dell’Odissea, quella di Ulisse che, dopo mille peripezie in mare, come un Merluzzo ostinatamente controcorrente, ritorna nella sua Itaca a riconoscere la gente che ancora e sempre gli vuole bene.


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