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Premio svizzero di letteratura 2019

Alexandre Hmine
La chiave nel latte
Romanzo
15×21 cm, 208 pp, 18,00 Euro
ISBN 978-88-97308-64-5

Premio Studer/Ganz 2017

Disponibile anche in versione digitale su più piattaforme

Link: Breve estratto

“La chiave nel latte” racconta la storia di un ragazzo di origini marocchine che cresce in Ticino, nell’Alto Malcantone, dopo che la madre lo ha affidato a un’anziana vedova di nome Elvezia. Il romanzo procede per frammenti, ricordi che la voce narrante riporta alla luce: i giocattoli dell’infanzia, le feste religiose, le partite di hockey sull’asfalto, le infatuazioni; ma ci sono anche le vacanze a Casablanca, una città che il protagonista vede per la prima volta a dieci anni e che immediatamente suscita in lui sentimenti di spaesamento e di rifiuto. Pur sentendo sua la Svizzera, non potrà eludere una messa in discussione della propria identità che lo porterà a interrogarsi e a interrogare i lettori fino alle ultime pagine del libro.

Una scrittura essenziale e precisa, che mescola con naturalezza lingue e culture diverse, dal dialetto dell’Alto Malcantone a quello del Marocco, dal gergo sportivo ai classici della letteratura italiana.

Alexandre Hmine è nato a Lugano nel 1976. Dopo aver conseguito la maturità presso il Liceo 2 di Lugano, si è laureato in Lettere all’Università di Pavia. È stato redattore per la RSI, ha collaborato col settimanale “Azione” e dal 2004 insegna italiano nelle scuole superiori del Cantone, dal 2011 al Liceo 1 di Lugano. “La chiave nel latte”, il suo romanzo d’esordio, ha vinto il Premio Studer/Ganz 2017 per la migliore opera prima.


RECENSIONI

 

© Passim, Bollettino dell’Archivio svizzero di letteraturaPremi letterari

«Mentre scrivevo non pensavo di partecipare a un premio letterario»
Intervista a Alexandre Hmine
Di Daniele Cuffaro

 

 
Link: Archivio svizzero di letteratura


© Il colore dei libri, 20.03.2019

Recensione: La chiave nel latte di Alexandre Hmine

Trama

“La chiave nel latte” racconta la storia di un ragazzo di origini marocchine che cresce in Ticino, nell’Alto Malcantone, dopo che la madre lo ha affidato a un’anziana vedova di nome Elvezia. Il romanzo procede per frammenti, ricordi che la voce narrante riporta alla luce: i giocattoli dell’infanzia, le feste religiose, le partite di hockey sull’asfalto, le infatuazioni; ma ci sono anche le vacanze in Marocco, un paese che il protagonista vede per la prima volta a dieci anni e che immediatamente suscita in lui sentimenti di spaesamento e di rifiuto. Pur sentendo sua la Svizzera, non potrà eludere una messa in discussione della propria identità che lo porterà a interrogarsi e a interrogare i lettori fino alle ultime pagine del libro. Una scrittura essenziale e precisa, che mescola con naturalezza lingue e culture diverse, dal dialetto dell’Alto Malcantone a quello del Marocco, dal gergo sportivo ai classici della letteratura italiana.

IL MIO PENSIERO SUL LIBRO

Il protagonista si racconta in prima persona, colpisce la sua freschezza e l’immediatezza degli episodi che racconta.
Lui straniero cresciuto dall’anziana Elvezia :una ticinese doc che gli parla in dialetto e lo alleva con rude affetto.
La madre infatti lo ha “parcheggiato” da lei sin da piccolissimo per non risultare una ragazza/madre che vive in modo non decoroso agli occhi dei parenti, sfrutterà la sua bellezza per avere il meglio dalla vita e dagli uomini e sarà molto indipendente e poco presente.
Elvezia lo tratterà come qualsiasi altro bambino, non sarà mai messa in discussione che non sono parenti ma lei lo alleverà, gli starà accanto e lo sosterrà in silenzio ma costantemente.
Lui intuisce che lo vedono come un intruso grazie ai primi commenti che gli rivolgono i genitori degli avversari durante una partita di calcio, lo bollano come “cioccolatino” “el nerett” che lo lasciano perplesso ma gli scivolano quasi addosso anche se lo mettono a disagio.
Sarà durante il suo primo viaggio in Marocco che vedrà l’abisso culturale e sociale tra la sua terra d’adozione e la sua terra natia ringraziando mentalmente di essere cresciuto in Svizzera.
Il Marocco non lo entusiasma, non lo sente come un luogo dove potrebbe vivere e il non sapere la lingua lo fa sentire anche lì un estraneo tra i suoi stessi parenti.
Negli anni assisterà all’evoluzione della madre che da donna libera e anticonvenzionale si avvicinerà alla religione a tal punto da insistere continuamente nel volerlo più partecipe nelle preghiere, più ligio alle imposizioni poste sul regime alimentare dalla loro religione scatenando invece in lui un rifiuto netto estraniandolo maggiormente e allontanandolo.
Un racconto che sembra un continuo chiedersi chi sia e di cosa fa parte, non è Ticinese e non è Marocchino, non è italiano e non segue i dettami dell’islam….
Elvezia lascerà un’impronta indelebile in lui che lo aiuterà a decidere da solo il proprio percorso e destino ma una domanda resterà sospesa.
Tale domanda è il titolo del libro e solo alla fine ne scopriremo l’importanza e un nuovo tassello di quello che provava questo giovane ragazzo prenderà posto nel quadro generale.

Un libro a suo modo toccante ed attualissimo, dove un viaggio lungo una vita sarà descritto con poche scene ma emblematiche una su tutte quando scopre il suo nome marocchino sul passaporto che non sapeva fosse diverso da quello usato quotidianamente e non riusciva nemmeno a pronunciare correttamente.
Mi è piaciuto.
4/5

Link: Il colore dei libri


© culturificio.org

La chiave nel latte di Alexandre Hmine
Articolo a cura di Cesare Giordano

Vezio, alto Malcantone, Svizzera. Una giovane donna rimasta incinta prima del matrimonio lascia la sua terra natale, il Marocco, per fuggire al disonore in cui getterebbe la famiglia. Raggiunge la sorella in Svizzera e, per impossibilità economiche, è costretta ad affidare le cure del proprio bambino ad un’anziana vedova di nome Elvezia.

Questa è la storia del primo ed unico romanzo pubblicato dallo scrittore svizzero di origini arabe Alexandre Hmine, vincitore del premio Studer-Ganz 2017. Il testo è frutto di 10 lunghi anni di lavoro e rivisitazioni. Varie bozze saranno realizzate per poi essere corrette o modificate, ma soltanto nel 2017 arriverà la versione definitiva ed ufficiale del romanzo, pubblicato da Gabriele Capelli Editore.

Tutta l’opera è costruita su ricordi e memorie dell’autore, che ripercorre la sua biografia aggiungendo raramente elementi romanzati. Lo scrittore stesso, in varie interviste, ha dichiarato come il processo più difficile per la realizzazione del romanzo non sia stato tanto la ricostruzione biografica generale, quanto l’estrazione di nuclei fondamentali che permettano di ricreare un’ossatura su cui eventualmente inserire i fatti singoli.

Questo “scheletro” narrativo si fonda su alcuni nuclei di ricerca:

– il rapporto tra la cultura e i luoghi della formazione e le origini geografiche.

– L’autore si sente a pieno cittadino svizzero, ma ciò non impedisce che, anche forzosamente e a suo malgrado, debba avvicinarsi alla cultura araba, che per altro dichiara a lui estranea;

– anche in Svizzera, suo paese a tutti gli effetti, fin da piccolo, essendo somaticamente riconoscibile come arabo, è soggetto nel tempo a dover dare spiegazioni del perché faccia scelte che qualsiasi bambino, adolescente, uomo svizzero fa (esempio: ‘’ Perché sei in Svizzera?’’, ‘’perché hai lasciato il Marocco?’’) domande che per lui sono completamente inutili e che a nessun altro cittadino svizzero nelle sue condizioni vengono fatte;

– interessanti gli spunti antropologico-linguistici.

– Vivendo nel Cantone Ticino parla italiano e sa comunque interloquire con le realtà linguistiche locali. Rifiuta invece pervicacemente di imparare l’arabo, nonostante le insistenze della madre, perché quella lingua non lo rappresenta. Cerca una mediazione quando va in Marocco, parlando il francese, che però usa in modo accademico e solo come necessità di mediazione linguistica

La Chiave nel latte è la storia, in parte tormentata, della crescita di un bambino poi ragazzo ed infine uomo a metà fra due culture. Se le sue origini ed il colore della sua pelle dimostrano una certa etnia e cultura di provenienza, la sua lingua e le sue usanze ne dimostrano un’altra. Svizzera e Marocco: questi i due mondi con cui deve confrontarsi il protagonista della storia. La differenza culturale tra la madre biologica marocchina ed Elvezia per esempio o anche la lingua araba che continua a sentir parlare dai suoi ‘’familiari’’ e il dialetto svizzero e l’italiano impiegati dalla vedova. Tutto ciò rappresenta la chiara evidenza di una ricerca di multiculturalità, volontaria o involontaria, che il protagonista sente non appartenergli.

Anche lo stile del romanzo riflette quest’identità frammentaria e confusa. I periodi sono brevi, paratattici. Non esiste né subordinazione né coordinazione così come la divisione in capitoli. L’unico principio di organizzazione che sembra seguire la trama è il raggruppamento in paragrafi che trattano ogni volta di un nucleo tematico preciso, ma anch’essi non seguono un ordine logico-linguistico convenzionale, ma cronologico. È il tempo della narrazione a dare struttura alla narrazione stessa. Il tema è di quotidiana attualità. L’affondo culturale è uno degli elementi più tipici del romanzo novecentesco europeo, come il flusso di coscienza. È anche in questa scelta che l’autore sembra volersi inserire in modo definitivo in un contesto culturale europeo che solo sente suo. Accattivante è proprio la scelta stilistica che sembra apertamente voler dare un senso di opacità agli eventi narrati, come se fossero visti attraverso uno schermo nebbioso che riflette in qualche modo la vita dell’autore.

Link: culturificio.org


© Rivista di Lugano – 18.01.2019Pagina dedicata ad Alexandre Hmine, premio Studer/Ganz 2017 e premio svizzero di letteratura 2019.
A cura di Andrea Ventolaschermata 2019-01-24 alle 11.10.28
Link: Rivista di Lugano


The Key in the Milk – PRO HELVETIA – 12 SWISS BOOKS 2018 | NO. 7
Link: 12 SWISS BOOKS


© Leggere Tutti – agosto-settembre 2018La chiave nel latte – Alexandre Hmine
di Laura De Simone

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© pignataromusica.it
Luglio 2018Nostalgia di colore in terra elvetica: Alexandre Hmine.
a cura di Giovanni Nacca

Il romanzo autobiografico nasconde sempre l’insidia dell’autoreferenzialità, della fastidiosa deriva apologetica, col risultato di mettere a repentaglio criteri di oggettività e di imparzialità. Nel caso di La chiave nel latte di Alexandre Hmine (Lugano, 1976) il rischio è tenuto a bada, grazie a una scrittura costantemente sorvegliata, accorta, asciutta. È la storia di un ragazzo di origini marocchine che nasce e vive in Ticino, nell’Alto Malcantone, e che col passare degli anni dovrà fare i conti con un complesso percorso identitario.

La giovane madre, per evitare il disonore nel proprio paese, si reca in Svizzera dalla sorella e affida il bambino a Elvezia, anziana bisbetica e un po’ burbera, ma che lo colma comunque di affettuose premure. A lei l’autore ritornerà nel momento più delicato della sua vita, quando straziato da un sentimento di nostalgia, la cercherà per un ultimo e impossibile gesto di gratitudine. Il tappeto della memoria è srotolato con perizia. I ricordi, tratti dal pozzo della memoria, si susseguono veloci, a scatti: quasi la sequenza fotografica di un intimo album che, per molto tempo, l’autore ha custodito segretamente e che adesso, in tempi di generale imbarbarimento, decide di sfogliare in pubblico. Un libro che illustra una difficile integrazione. Un libro, peraltro, coraggioso che si affaccia in un’Europa sempre più sferzata da venti xenofobi.

La storia vede il bambino crescere coi coetanei a scuola, nei giochi, nelle feste, nello sport (gioca benissimo a tennis, calcio, hockey) e la diversità di colore sembra non essere un problema. Poi, cominciano i distinguo sin dai primi incontri di calcio, sin dai primi innamoramenti. Volano, con apparente innocuità, le indicazioni del mister di fermare «quellonero», «quellonegro», oppure serpeggiano le prime insidiose domande dei compagni sull’identità del padre, mai conosciuto. L’odio verso il diverso si scatena durante le schermaglie amorose: lui, il «Vucumprà», il «negro di merda» che osa rubare le ragazze (bianche) agli altri (bianchi).

Ricordi e impressioni che, seppure appena abbozzati, innescano immagini vivide di una difficile quotidianità in cui coniugare cultura occidentale e maghrebina, adattarsi al salotto arabo o a quello europeo, la diversità del cibo, il rifiuto di imparare l’arabo, la difficile scelta di essere ateo, anche se poi scopre di non riuscire a mangiare carne di maiale. Proprio in virtù di queste scelte, vive un rapporto conflittuale con la madre e col marito di lei, un perfetto estraneo che non potrà mai sostituire la figura paterna. La narrazione, che si avvale anche di una felice sintesi tra vari idiomi (italiano, arabo, dialetto ticinese) è spesso puntellata di precisi dettagli: la miracolosa pomata Euceta, gli immancabili biscotti Zwieback e l’Ovomaltina a colazione, il mitico Arbre Magique in macchina, le gigantesche videocassette. Elementi che riaffiorano da una sorta di fondale giurassico in cui l’autore si orienta per ricostruire vicende e circostanze tuttora cariche di vibrante tensione.

Lentamente, alla passione per lo sport subentra la passione per la letteratura italiana, suscitando sorpresa e perplessità non solo in famiglia, ma anche nell’ambiente universitario che mostra tutte le crepe di un radicato, quanto camuffato, pregiudizio. Le vicende sentimentali s’intrecciano con lo studio dei grandi autori della storia letteraria: Dante, Machiavelli, Foscolo, Leopardi, Moravia, Montale…. Oggi, il ragazzo marocchino è diventato uno stimato docente di lettere, anche se confessa di continuare a combattere con i demoni della sua «lunga notte» e di aver, finalmente, compreso l’enigma dell’azione compiuta anni addietro e che dà il titolo al libro.

Notevoli le pagine finali del romanzo. In una notte di capodanno, tra brindisi e auguri, il diffuso senso di spaesamento del giovane precipita in una disperata fuga dalla folla festante. Una fuga non solo dagli altri, ma anche dal tempo che nel suo avanzare, implacabile, divora i giorni della vita. La sfasatura tra tempo cronologico e tempo interiore genera l’irrefrenabile desiderio di un ritorno a ciò che è stato un tempo: un ritorno a chi, più di ogni altra persona, è stata per lui fonte d’amore: «Corro nella neve, deciso, sopra i morti, verso il suo loculo. Corro grintoso, assicurandomi con la sinistra che il romanzo non fuoriesca dalla tasca del giubbotto». Ad aspettarlo, come sempre, la sua amata vecchina a cui, commosso, sussurra: «A ta l’ lengi mì, Elvezia, pian pianìn, come ta fasevat tì quand che a sevi pinìn e a me setavi gió süi tò ginöcc, visìn a la stüa…».

Link: pignataromusica.it

 


© La Stampa – Tuttolibri – 30.06.2018Recensione del libro “La chiave nel latte” di Alexandre Hmine a cura di Piersandro Pallavicini.


© Cabaret Bisanzio

Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni, Letture

“La chiave nel latte” di Alexandre Hmine
di Silvana Arrighi

Vedo l’Elvezia. I capelli sono grigi, laccati all’indietro, gli occhi stretti e scintillanti, le vene del collo in rilievo. Indossa una gonna scura al ginocchio, le calze di lana che gli zoccoli. È seduta a capotavola, scomposta. Vedo anche la zia e suo marito. Lì, in piedi, davanti alla credenza del tinello. Lei è vestita di nero. Sulla sua pelle mulatta luccica l’oro. Lui porta una camicia chiara. È quasi calvo. Guardano tutti verso il basso. Sorridono amabilmente. Guardano me. Io sono sul tappeto, non so se seduto o sbagliato. Forse è solo una fotografia, forse l’ha scattata mia madre.

Siamo in un piccolo paese fra le montagne del Canton Ticino. Elvezia è una donna anziana, alle cui cure una ragazza affida il proprio bambino di sette mesi, fuggendo dal Marocco dove le toccherebbe, a soli diciassette anni, affrontare le conseguenze e il disonore di una gravidanza sconveniente. Da quel momento il bambino (innominato, ma si può giurare che si chiama Alexandre…) cresce in un microcosmo di paese, parlando unicamente un ruvido dialetto e ignorando del tutto la sua lingua madre, fra il tennis e il calcio giocato per strada, feste di piazza, le prime emozioni d’amore, con scarsi contatti con il mondo di città e brevi vacanze a Casablanca, incontrando sporadicamente la mamma e il resto della sua famiglia. A scuola, insegnanti e compagni sempre più spesso gli chiedono di dove sia, dando per scontato che comprenda l’arabo e lo parli. Ma lui mastica il tedesco e il francese, parla malamente l’italiano e non sa una parola di arabo. È abituato a mangiare la polenta ma non il maiale, il cui solo odore gli dà la nausea. Ha scarsi legami affettivi, e più che a chiunque altro vuole bene ad Elvezia che, con i suoi cibi semplici e le sue poche frasi asciutte, riesce a dargli il nido caldo di cui ha (tutti abbiamo…) bisogno. Nella confusione di affetti e relazioni, il giovane svizzero-marocchino sceglie l’Italia per i propri studi universitari: si laurea in letteratura italiana, nei classici e nello studio del latino trova una sorta di patria dell’anima che va oltre le molte patrie che la vita gli ha imposto.

Opera prima di grande sensibilità, La chiave nel latte utilizza una narrazione in prima persona, costruita per flash interiori che mescolano fra loro eventi sparsi dall’infanzia all’adolescenza alla maturità in un singhiozzo di lingue diverse e mischiate, capaci di riflettere la difficoltà di chi cresce in un mondo non suo e nel contempo ha radici lontane ineludibili e stampate sui lineamenti del viso. Il disagio delle origini poco conosciute, la fatica di sentirle proprie, il malessere nel percepire la diffidenza verso il “diverso” negli occhi del prossimo traspaiono limpidi pur nella esposizione frammentata, fatta di piccole inquadrature sul passato, sorta di didascalie in un album di fotografie sfogliato velocemente, in un fluire continuo di memorie e riflessioni. Il linguaggio utilizzato dall’autore non ha incertezze, e conduce il lettore attraverso un vero cesello di sentimenti e lacerazioni fino ad un’ultima pagina che, svelato finalmente il significato del titolo, gli lascerà una nota dolce e davvero emozionante.

Con questo suo romanzo d’esordio, Alexandre Hmine ha vinto il Premio Studer/Ganz 2017 per la migliore opera prima. Merita di poter varcare i confini nazionali ed avere notorietà più ampia.

Alexandre Hmine, “La chiave nel latte”, pp.208, euro 18, Gabriele Capelli Editore, 2018

Giudizio: 5/5

Link: Cabaret Bisanzio

 


© Ticino 7 – 22.06.2018

INCONTRI
di Stefania Briccola


© EXTRA SETTE del 1 giugno 2018

Uno svizzero di origini marocchine
a cura di Sergio Roic

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© Rivista di Lugano, 04.05.2018

Recensione del libro “La chiave nel latte” di Alexandre Hmine

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© Il Malcantone – aprile 2018

“La chiave nel latte” su Il Malcantone di aprile 2018

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© laRegione, 07.05.2018

“La chiave nel latte” di Alexandre Hmine, premio Studer/Ganz
Frammenti di una storia
di Roberto Falconi

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© La Lettrice Assorta

LA CHIAVE NEL LATTE di Alexandre Hmine
27 aprile 2018

La chiave nel latte è il romanzo d’esordio di Alexandre Hmine, vincitore del Premio Studer/Ganz 2017 per la migliore opera prima. La storia raccontata è quella del figlio di una diciassettenne di origine marocchina, fuggita dal suo paese d’origine per evitare le conseguenze e il disonore di una gravidanza indesiderata. Ad accoglierla in Svizzera c’è sua sorella, la quale vi risiede già da un po’ di tempo. A sette mesi dal parto, il bimbo viene affidato ad un’anziana signora, Elvezia, la quale se ne occuperà per gli anni a venire.

Devo ammettere che la lettura di questo romanzo mi ha piacevolmente sorpresa: la trama è semplice e nello stesso tempo coinvolgente. Lo stile della scrittura è essenziale, caratterizzato da appropriate interpolazioni di frasi in dialetto Ticinese e qualche parola in arabo. Questa tipologia testuale l’ho trovata limpida ed opportuna, in quanto riflette egregiamente il contesto di vita del protagonista.

Quello che si fa maggiormente apprezzare è la capacità dell’autore di descrivere i ricordi del personaggio principale, attraverso una scrittura fatta di lampi di luce proiettati su frammenti del passato, una sorta di sipario che si apre e si chiude, cristallizzando momenti, situazioni, sensazioni tattili e perfino odori e rumori particolari, come per esempio gli zoccoli di Elvezia che si trascinano sul pavimento di legno della casa. Una scelta di stile, questa, che restituisce un romanzo pregno di suggestioni e dal sapore fortemente evocativo: i ricordi sono vaporizzati sulla carta in modo da risultare in alcuni passaggi netti, nitidi, in altri invece più eterei.

Ho trovato piuttosto significativo il fatto che in tutto il racconto non si trovi alcun riferimento ai nomi propri dei vari personaggi: l’unico nome che s’impone granitico è quello della donna che si occupa del ragazzo: Elvezia. La donna è anche la sola a meritare una dettagliata descrizione fisica, quasi a voler sottolineare l’importanza del suo ruolo. Questa considerazione trova riscontro nell’episodio in cui il ragazzo scopre casualmente, ascoltando di nascosto una conversazione, che sua madre retribuisce Elvezia per il suo mantenimento: ne rimane ferito, un sentimento che non riesce a reprimere nonostante sia consapevole del fatto che si tratti di una cosa normale, nulla di cui rattristarsi, nessun inganno…

La chiave nel latte è la storia di un ragazzo che maturando acquisisce consapevolezza delle sue origini marocchine, ma fatica ad accettarle completamente e a sentirle sue in quanto cresciuto prevalentemente in Ticino, nell’Alto Malcantone. Una dualità che gli lacera l’anima e lo porta più volte a farsi delle domande sulla vera essenza della sua identità. Una dicotomia che si traduce in comportamenti, talvolta caratterizzati da contraddittorietà e ambivalenze; una dissonanza lacerante che lo porta a ripercorrere le strade consuete del paese dov’è cresciuto, con un senso di estraneazione. La riflessione sul suo io assume le proporzioni di un cruccio ricorrente che si esacerba quando si trova al centro di un pasticcio burocratico: in municipio, dopo trent’anni, scopre che il nome riportato sul suo certificato di nascita non corrisponde a quello sugli altri documenti d’identità… Tutto attorno a lui è in continuo mutamento: i fidanzati di sua madre, le donne, perfino il suo nome. L’unico punto fisso sembra sempre essere l’Elvezia, e quando perde anche lei è forse un po’ come perdere un pezzo di sé.

Il titolo è piuttosto originale. Mi sono interrogata per tutto il romanzo sul motivo per il quale è stato scelto, ma solo arrivata all’ultima pagina ho scoperto il suo intenso significato, che va oltre le parole e affonda le sue radici nell’inconscio.

Un’opera prima di pregevole fattura.

Buona lettura

La lettrice Assorta

Link: La Lettrice Assorta


© Giornale del Popolo, 21.04.2018


© tg-talk, teleticino
18.04.2018

Ospite della trasmissione Alexandre Hmine, Premio Studer Ganz 2017 con il libro “La chiave nel latte”.

Per rivedere (dal minuto 08.40): tgtalk


© Turné – RSI LA1
Sabato 14.04.2018

Per rivedere: Turné


© Librintasca, RSI RETE UNO
venerdì 13/04/18 09:30

Alexandre Hmine Premio Studer Ganz
A cura di Rossana Maspero

Per riascoltare la puntata: Librintasca


© Baobab attualità – RSI RETE TRE
Lunedì 16 aprile

Alexandre Hmine, autore del libro Premio Studer/Ganz 2017 “La chiave nel latte”, ospite a Baobab.

Per riascoltare: Baobab

4 thoughts on “Alexandre Hmine “La chiave nel latte”

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