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Virginia Helbling
Dove nascono le madri

Festa del paese. Ho chiamato mia madre per fare in modo che stia con Helena mentre io sono fuori casa. Sto pensando a quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che sono uscita la sera. Molti mesi, certamente. Senza Erik addirittura anni. È tanto che non esco da sola. Non so neppure come devo camminare. Cosa devo fare?
Fra le schiene e le teste non vedo Victoria. Torno a casa, penso, ma i piedi si muovono verso tutta la gente. Per fare che cosa? Per dire cosa? A chi? Perché? Mi ritrovo davanti a un bancone, piccola come una bambina: “Cosa prendi?”. Non lo so. “Acqua”. Non ho sete. Pago e vado a casa, penso. “Non si beve acqua a una festa!”, dice un signore alto, lucido in faccia, accanto a me. Parlava con un altro tizio, cosa s’immischia? “Un bicchiere di vino alla signora!”, ordina e mi portano un bicchiere nero fino all’orlo. Io allatto, ma non lo dico, lo penso soltanto. “Salute!”, fa quello, e solleva la sua birra verso di me. Poi mi volta le spalle. Salute, penso. Il vino è caldo, è il sangue di una bestia. Mi ripugna e mi incuriosisce, non saprei dire che sapore ha. Bevo a piccoli sorsi, pozione, veleno, no, è solo succo d’uva bruno, non farà male a Helena, stasera butto il latte e le do quello in polvere. Adesso torno a casa. Poso il bicchiere e vado. Fra le spalle, le chiome, le luci, le voci, la musica, fra scollature e camicie e saluti e sorrisi, fra tutti i volti, chi parla, chi ride, chi chiama e viene e va, Riccardo. Sta parlando con qualcuno. Ha una maglia nera con le maniche rimboccate sugli avambracci. Dalla mia trincea lo osservo, posizione privilegiata, con occhi di specchio e sangue di bestia in corpo.
Victoria mi scova all’improvviso: “Cosa fai qui? Vieni” e prendendomi per mano mi trascina fra corpi maschili e femminili, profumi, bicchieri, mani e braccia, “Cosa bevi?”, mi chiede davanti a un altro bancone. “Ho appena preso del vino…”. “Per la mia amica un bicchiere di rosso”, dice. Un altro calice di sangue di bestia. Butterò proprio via il latte stasera e domattina. Il sangue è ancora caldo, pulsa, berlo mi pare più semplice di prima, mi vela la bocca di pelli d’uva e resina. Riccardo è dietro di me. Non subito dietro. Qualche corpo d’uomo ci separa, io non oso voltarmi, sento solo le spalle più nude e le guance avvamparmi. “Andiamo a ballare”, dice Victoria dopo aver bevuto d’un fiato il suo bicchiere. “Io non so ballare!”. “Ti muovi solo un po’”, e mi prende la mano. “Vai tu”, dico, “finisco il bicchiere e arrivo”. Ma accanto al bancone cerco una nuova trincea per me e il calice di sangue di bestia che mi giustifica. Una mano, ma potrebbe essere il lembo di un mantello di velluto, mi sfiora, è Riccardo. La lingua inciampa: “Ciao Ricca-do”, dico storpiandogli il nome. “Ciao. Che sorpresa trovarti qui”. Sono le prime parole che mi rivolge spontaneamente. Rimango senza fiato. Il sangue di bestia comincia a girare. “In effetti non sapevo se venire o no”. “Perché? Non ti piacciono le feste?”. “Non l’ho ancora capito”. Sorride. “Ti va di ballare?”. È colpa del sangue di bestia e solo colpa sua se rispondo: “Sì”. Incosciente!
Lui davanti, io dietro, tagliamo a metà corpi maschili e femminili, si apre una strada contorta fra sorrisi e parole e poi pance, gambe che si muovono, natiche e seni, la musica, una luce azzurra cancella i volti e accende gli occhi. Seguo la sua maglia nera fino a che lui si volta, accenna a un sorriso e mi prende una mano come un riccio la castagna. Tutto è azzurro e nero attorno a me, annacquato in un istante che si dilata e si espande, il tempo è una pozza d’acqua piena di luccichii. Anche le persone si muovono sott’acqua lente, lontane. Solo la musica gira veloce, non so come io stia ballando, i movimenti mi sorgono in risposta a quelli di Riccardo, voce ed eco, non so altro: sono trattenuta in un vortice confuso e atemporale e non riesco a smettere di ridere. Solo dopo, a casa, mi renderò conto che gli ho guardato le mani e gliele ho toccate, che ho irrimediabilmente bisogno di contatto fisico. Victoria ci raggiunge e viene a ballare con noi, anche tutte le altre persone si avvicinano, escono dall’acqua e diventano reali. Riccardo e Victoria ballano insieme. Serpeggiando fra i corpi ritrovo la mia trincea. Di là lo osservo: il viso, ora che la barba è cortissima, è buono come quello delle statue dei santi. Ballano, ballano, Victoria si muove molto meglio di me e lui le concede diversi brani di musica. Intanto la bestia che usurpa il mio sangue continua a girare e s’impossessa del mio corpo. Mentre bevo un altro bicchiere mi accorgo di muovermi a ritmo, di lasciare la mia roccaforte e d’incamminarmi fra la massa di gente accaldata, nell’acqua azzurra che cancella il tempo. Troppo tardi per la mia coscienza: la bestia ha il sopravvento e mi metto a ballare da sola, in mezzo a tutti e lontana da tutti, completamente immersa nell’azzurro più profondo. Chiudo gli occhi e la musica mi stringe i polsi e le caviglie, mi fa sua prigioniera, non ho più scampo, non ho più riserve. Al termine della canzone gli occhi si spalancano voraci, ne voglio ancora. Aspetto ringhiando che incominci il prossimo pezzo e poi giù le saracinesche e dentro l’azzurro, non voglio più riemergere, voglio ballare fino a esaurirmi, che la musica mi scuota come un vecchio cuscino di piume, mi svuoti e mi faccia volare come un lembo leggero portato via dal vento. Chissà, magari su fino a dove il cielo è nero e non vi è più possibilità di ritorno. La bestia ruggisce e muovendosi si fa aggressiva, se potessi invece di ballare adesso picchierei, mi sbatterei contro un muro fino a svenire, urlerei fino a non avere più voce, mi frantumerei le mani coi pugni contro i vetri. Li stringo, un grido mi risale la gola velocissimo e lo ricaccio nel ventre aprendo gli occhi. Davanti a me un signore mi guarda e sorride, gli rispondo beffarda, se prova ad avvicinarsi lo sbrano. Richiudo gli occhi, la musica mi segue, siamo vecchie compagne, ci conosciamo bene, non c’è più confine che ci divida. Io sono musica, la musica è me e i suoni che sento, questo pulsare accanito è la mia voce, il mio respiro. Victoria mi prende per un braccio, ho due fessure al posto degli occhi. “Vado in bagno!”, mi dice, “torno subito”. Annuisco col capo, richiudo gli occhi. Non c’è più melodia ora, solo ritmo e qualche suono teso. Un lungo velo bianco di seta sonora leggera mi accarezza la testa e il volto, è musica fatta di piume di uccello e petali, avvolge le dita, il collo: la bestia cattiva si bea. Vado a bere. Ha sete.
Al banco neanche noto Riccardo. È lui che mi si avvicina: “Offro io, cosa prendi?”. “Vino”. Non sono io a parlare, è lei, sempre lei, la belva. “Ma allora ti piace ballare!”. Il sedere oscilla da solo, non riesco a star ferma neanche davanti a Riccardo. Finisco in un unico sorso il bicchiere, come aveva fatto Victoria, ringrazio e dico: “Io torno là”, indicando l’azzurro che inghiotte le persone e il tempo. Lui resta immobile, e io passandogli di fianco gli prendo una mano e lo conduco via con me. “Ma che fai?”, irrompe la mia coscienza. La bestia ride. “Cos’hai fatto? E adesso?”. La bestia ride. Rido anch’io in mezzo al limbo azzurro e vorticoso, rido e ballo attorno a Riccardo. Non è che mi muovo e basta: questa volta ballo davvero, con le braccia, le spalle, il bacino, tre minuti d’assedio. Riccardo mi osserva e subito mi afferra.

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