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Göri Klainguti
Marcel Dupond e i gemelli criminali

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8. Gianet e la società

Giachem Sulvèr era felice fino in fondo al cuore: Gianet era cresciuto meravigliosamente. Era intelligente, ingegnoso e veloce. Forte e solido lo era come nessun altro qui in Europa.
Giachem interpretava questo successo – invero con tutte le ragioni – come la miglior dimostrazione di tutte le sue teorie sulla scuola e la società.
Gianet si era fatto un uomo di tutto rispetto. Il taglio sull’orecchio si era cicatrizzato così bene che il padre doveva osservarlo minuziosamente per notarlo.
Negli ultimi anni si erano comunque sviluppate certe differenze tra Gianin e Gianet così che i genitori, in generale, li sapevano ormai distinguere.
Il vocabolario di Gianet, in primo luogo le imprecazioni, assomigliava di più a quello del babbo.
La differenza principale era però che Gianet portava spesso vestiti da caccia, contrariamente a Gianin.
Giachem e Nuotin erano incantati dall’agilità del rispettivo figlio e figlioccio. Godevano un mondo ad andare a caccia con Gianet, come due ragazzini che possono andare a caccia con il loro papà. Le conoscenze di Gianet sembravano loro sovrumane.
Neppure Gianet non accompagnava poi malvolentieri i due vecchi, anzi, per lui erano un’ottima compagnia. I loro scherzi e le loro baggianate in piena caccia non gli davano fastidio.
Assieme a quei due imparava sempre cose nuove: parlavano delle loro avventure a scuola, talvolta si lasciavano perfino scappare qualche storia d’amore e Gianet impazziva di gioia quando udiva storie di società.
Quando si trovava a caccia, solo, si immaginava come vivessero gli esseri umani nei paesi e nelle città. La sua curiosità cresceva sempre più.
Spesso, quando tornava da caccia, la sua mamma gli diceva: «Babbo è andato all’osteria».
Gianet pensava a cosa ci facesse suo padre, là, con gli altri contadini del villaggio. Sarebbe andato tanto volentieri con lui, almeno una volta. Ma non si poteva correre il rischio. Così, se ne stava sempre più spesso sulle sue montagne, giorno e notte, senza tornare a casa e provava a non lasciarsi distrarre dalla tentazione di pigliar le gambe in spalla e andare anche lui al paese, un giorno o l’altro.
Gianet cominciava anche a chiedersi con curiosità che cosa fosse il sentimento d’amore.
Gli era già capitato, talvolta, di sognare di una donna sconosciuta e ogni volta sentiva un dolce sentimento che gli faceva accapponare la pelle, come non gli era mai successo da bambino.
Grazie alle lezioni della sua mamma, sapeva almeno leggere e capire libri in romancio. Li aveva letti tutti.
Era terribilmente curioso di sapere che cosa fosse scritto nei libri tedeschi, francesi, spagnoli, italiani e inglesi che si trovavano in fila sugli scaffali. Per ora non aveva osato lanciarsi troppo con quelli, per paura che suo padre li bruciasse tutti, se si fosse accorto della cosa.
Ogni tanto prendeva con sé un libro illustrato e cercava di capire le didascalie. Ma era faticoso.
Dentro di lui era maturata l’impressione che gli fosse comunque mancato molto della vita con quel suo vivere da selvaggio. A poco a poco gli stava sorgendo il dubbio se suo padre avesse proprio ragione affermando che le scuole fossero la rovina degli esseri umani. Gianin non valeva molto più di lui? Lui non sapeva neppure come si prende il treno, che cosa sia un’osteria e come si guarda la televisione.
Più rifletteva e più aumentava la sua ribellione nei confronti di suo padre.
Discutere apertamente era impossibile, poiché non appena Gianet provava a chiedere qualcosina sul tema “società”, “scuola”, “Comune”, dalla bocca di suo padre sgorgava un fiume di parole; sempre le stesse, del resto. Le sue domande precise venivano evitate con piroette eleganti. Gianet lo notava sempre più chiaramente.
Provava a ricordare ciò che la sua mamma gli aveva detto della scuola durante la sua infanzia.
Molte discussioni e litigi d’allora, fra papà e mamma, cominciavano solo ora a essergli chiari.
[…]

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