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Marcel Dupond e i gemelli criminali
di Göri Klainguti


Indice

  1. Giachem e Babina Sulvèr
  2. Il battesimo
  3. Alla cancelleria comunale
  4. Primo incontro tra Duri Capunt e Gian Sulvèr
  5. L’infanzia dei gemelli
  6. Magia
  7. Gian Sulvèr all’inizio della scuola reclute
  8. Gianet e la società
  9. Gian Sulvèr, il disertore, viene arrestato
  10. Secondo incontro tra Duri Capunt e Gian Sulvèr
  11. Duri Capunt e Franz Tatsch tornano al villaggio
  12. L’anarchia si insinua perfino nell’esercito
  13. Tulaisch si fa più amichevole
  14. Il centro informatico deve essere corrotto
  15. Primo amore
  16. Giachem Sulvèr è curioso
  17. È tutto solo un sogno?
  18. Giachem Sulvèr compie cinquant’anni
  19. Gli studi
  20. Jon Duri può recarsi in visita da Duri Capunt
  21. Gianet torna
  22. Il professore misterioso
  23. Marcel Dupond e i gemelli criminali
  24. La fine

1
Giachem e Babina Sulvèr

«Maledetti formulari!» imprecò Giachem Sulvèr sbattendo la porticina della stufa, tanto che polvere e pezzi di calce si staccarono dal muro.
Babina conosceva l’astio furioso di suo marito nei confronti delle istituzioni burocratiche e cercava di calmarlo: «Caro Giachem, a che serve bruciare tutte le scartoffie per la domanda dei sussidi? Poi saremo costretti ad andare a cercarle di nuovo. E dovremo comunque completarle».
«Completarle una bella merda. Questi salami dell’amministrazione, questi cretini infami. Vadano a farsi friggere, i sussidi. Se lo fanno per ficcare il naso nei fatti miei, si risparmino quei ridicoli quattromila franchi che mi versano. Possiamo tirare avanti anche senza quei soldi.»
«Uéi, caro mio,» rincalzava Babina con voce dolce, «sai che dipendiamo da quei soldi. Ora che stiamo mettendo su famiglia ci saranno nuove spese. E un bambino, al giorno d’oggi, non puoi allevarlo come un capretto. Ci vuole molto denaro se vogliamo occuparcene correttamente.»
«Occuparcene correttamente! Mi dà il voltastomaco. Mandarlo a scuola, in scuole care, spendere per ogni porcheria che hanno gli altri, mettergli calzoncini eleganti, questo sì che costa! Ma noi, il nostro bambino, lo tireremo su senza scimmiottare ogni moda moderna! … Se va tutto bene alla nascita» aggiunse a bassa voce. Poi riprese: «Il bambino dovrà vivere semplicemente, come noi, e se gli diamo abbastanza sostegno a casa, sopporterà senza problemi le burle dei compagni di scuola e i complessi d’inferiorità – ammesso che questi non siano solo un’invenzione degli psicologi».
Giachem Sulvèr si era già calmato per bene. Non gridava più parlando alla sua Babina, che amava immensamente. Ora discuteva normalmente.
«Abbiamo la nostra fattoria, qui, ben discosta dal paese, e siamo ancora abbastanza liberi. Abbiamo i nostri campi e le nostre bestie. La selvaggina è a due passi da casa. E abbiamo tempo. Tempo per occuparci del bambino… Ci vuole tempo, non regali e scuole private… o pubbliche, che è lo stesso… figurati, questi imbecilli! Sembra perfino che vogliano rendere obbligatoria la scuola materna…» E di nuovo ribolliva di rabbia. «Che canaglie. Cacciare idiozie nel cervello dei bimbi di due anni, se possibile, affinché l’umanità non perda neppure un secondo di lavoro produttivo. Bastardi infami! Carogne! Bella umanità da quattro soldi!»
Babina Sulvèr aveva sentito spesso esplosioni di questo tipo. Giachem intonava ogni parola pomposamente e con chiarezza: meglio di quanto si fosse udito alla Scala di Milano. Ma oggi, improvvisamente le sembrava di sentire qualcosa di nuovo nella sua voce. Qualcosa che la spaventava: oggi le sue parole erano più calme e sicure. La “bella umanità” non era come di consueto. Sembrava che oggi gli fosse venuta in mente un’idea chiara. Aveva forse un piano per opporre resistenza alle istituzioni della società moderna? Naturalmente quel sospetto la impensieriva, perché quando il suo Giachem aveva qualcosa in mente, non si levava più l’idea né con le minacce né con le lacrime, tanto meno cercando di farlo ragionare.
Riesce sempre a scartare tutti i miei argomenti, come il più raffinato degli avvocati, si diceva.
Babina pensava di provare a simulare dolori al ventre per distrarre suo marito. Era incinta e il piccino non avrebbe più tardato, così che, lamentandosi un po’, avrebbe certamente avuto un certo effetto sul suo buon Giachem, che con lei era di natura dolce e premurosa. Ma Giachem aveva già finito la pausa che gli era occorsa per riordinare i pensieri, per un istante smarriti ricordando la scuola materna obbligatoria.
«Facciamo nel modo più semplice: invece di andare a partorire all’ospedale, come tutte le femmine moderne, lo fai qui a casa. Nuotin, il medico dell’ospedale, verrà di sicuro. Sono andato al liceo con lui e ti dico: quello è un tipo in gamba. Di lui ti puoi fidare. Sarà certamente d’accordo di dichiarare, se la sua visita dovesse destare dubbi presso le istituzioni responsabili, che l’abbiamo chiamato perché avevi l’otite. Naturalmente, invece dell’otite avrai avuto un bimbo e quello ce lo terremo nascosto.»
Giachem faceva ora una smorfia ed esibiva due occhietti che scintillavano di astuzia e di piacere e sembrava che dicessero: Che idea geniale mi è venuta.
Per Babina quest’idea era tutt’altro che geniale. Si era preparata a tutto, ma non a un’idea così impossibile. Non solo perché oggigiorno non ci si può assumere la responsabilità di dare alla luce un pargolo a casa per ovvi motivi sanitari, ma anche per questa pazza storia di nasconderlo!
Se ci beccano, puoi correre, pensava. Giachem stesso parla di tutti i controlli statali e di tutte le multe e le sanzioni che riceve chi contravviene appena all’ombra di una legge.
Era ormai lei ad arrabbiarsi, osservando lo sguardo malizioso che le chiedeva l’impossibile. Voleva protestare ma, invece di proferire una sola parola, si limitò a guardare suo marito con grandi occhi tristi.
Quest’ultimo si aspettava lunghe discussioni – a dire il vero, di solito si trattava di monologhi suoi – per convincere la sua Babina che l’idea era proprio fenomenale.
«Pensa che oggi gli enti pubblici tormentano ogni essere umano dal battesimo fino al funerale, per meglio dire fino a poco prima, tra scuole, tasse e formulari», disse per aprire il suo discorso. «Per essere indipendenti non basta più restare per i fatti propri senza farsi impressionare dai soldi e dalla politica. I tempi sono cambiati dall’epoca del commissario dalla cravatta verde1. Allora i soldi esteri erano il gran pericolo, oggi sono le nostre istituzioni. Oggi siamo tutti sotto il controllo dei compiuter, indipendentemente dal fatto che ci occupiamo di quegli affari o no. Gli affaristi e i politici e perfino i giudici usano e abusano senza rimorsi di coscienza dell’informazione raccolta in quei macchinari. Dal battesimo al crematorio, credimi, oggi è…»
Babina provava ormai a immaginare come fosse possibile allevare un bambino di nascosto e, senza ascoltare le migliaia di parole che Giachem proferiva nei momenti delle sue grandi idee, disse quieta: «Questo non posso farlo. Il nostro bambino, maschio o femmina che sia, deve poter giocare con gli altri e deve prepararsi a vivere con la gente».
Certo, non aveva letto libri sull’educazione né si era interessata a quelle teorie, ma aveva un giudizio naturale su queste cose.
Giachem era offeso che sua moglie non facesse il minimo sforzo per capire i suoi buoni argomenti. Avrebbe potuto disperarsi, ma sapeva benissimo che sua moglie era irremovibile quando parlava così piano e con calma. Uscì dunque dalla cucina per andare in legnaia a spaccare un po’ di legna. Era là che sfogava le sue ire, esclamando a ogni colpo di scure: “sciocca”, “tonta”, “povera ingenua” oppure “maledette canaglie”, “salami”, “merda” e altre parole più colorite.


2
Il battesimo

Il piccolo si chiamava “Gian Sulvèr”.
Era un bel battesimo, proprio un bel battesimo. L’osteria era piena zeppa.
Peccato però che Giachem avesse l’otite proprio quella domenica e che non avesse potuto partecipare. Non che apprezzasse particolarmente queste feste, ma era un tipo allegro quando stava in compagnia e, con lui, la festa sarebbe stata ancora più divertente.
Le vecchie zie e le ragazzine ammiravano il piccino e perfino gli zii dicevano, dopo un buon bicchiere di vino, che era proprio bellino.
Il sacerdote aveva potuto predicare senza che Gianin battesse ciglio. Solo un leggero squittire al momento del battesimo. Per il resto, proprio un bravo bimbo.
«Tutto suo padre», scherzavano.

* * *

Sì sì. Suo padre se ne stava tranquillo a casa, quella domenica.
A dire il vero, l’otite non gli dava grandi fastidi e almeno oggi poteva pensare in pace alle settimane trascorse e prepararsi al futuro.
I pensieri lo travolgevano e la sua fantasia galoppava.
Teneva fra le braccia un adorato pargolo.

* * *

Giachem non era stato in grado di convincere il medico Nuotin dei suoi piani per mantenere il segreto sulla nascita. Per motivi igienici naturalmente, non per paura di un piccolo inganno nei confronti dello “Stato”.
Così, Giachem aveva perfino condotto lui stesso la sua Babina all’ospedale, quando cominciarono le doglie.
Il piacere della nascita di suo figlio era comunque più intenso del disappunto che neppure il suo vecchio amico Nuotin avesse percepito il genio della sua idea.
Non appena Babina ebbe messo al mondo il bimbo, Nuotin sapeva che sarebbe nato un gemello e, desto com’era sempre stato, chiese all’infermiera di uscire dalla sala parto. Costei aveva già prelevato un campione di sangue e l’impronta digitale.
«Ne arriva un altro», aveva sussurrato Nuotin all’orecchio di Giachem, che già gongolava di gioia.
«Ma allora perché mandi fuori l’infermiera? Quella ti serve ancora fra poco, se ne arriva un altro.»
Già a scuola Giachem era quello dalle grandi idee, ma quando si trattava di realizzarle era impacciato come un gatto di marmo.
Nuotin era diverso. Con mano esperta e calma aiutò il secondo pupo a venire al mondo, poi disse:
«Eccolo qui, il tuo figlio inufficiale. Di nascosto, come volevi.»
«Che cosa intendi? Di nascosto?» chiese Giachem e si mise a riflettere. «Ma guarda un po’ che idee geniali che hai, Nuotin, gran diavolo che non sei altro. Chiaro! Questi due bimbi sono un unico bimbo. Magnifico… Ma adesso come facciamo a nasconderne uno se arriva l’infermiera?»
Nuotin aveva già tutto il piano in mente, fin da quando aveva notato il secondo bebè. Aveva organizzato tutto affinché Babina e i due gemelli potessero lasciare l’ospedale il giorno stesso, facendo in modo che neppure l’infermiera che aveva assistito al primo parto nutrisse il minimo sospetto.
I due maschietti si erano sviluppati da un unico ovulo e la loro somiglianza era dunque totale.
«Come un ufficio dell’amministrazione svizzero e un ufficio dell’amministrazione di Buenos Aires», dichiarava Giachem, che non aveva mai messo piede né nell’uno né nell’altro, ma che aveva abbastanza fantasia da immaginarsi che fossero identici.

* * *

I primi dati personali – nome dei genitori, data e ora di nascita, gruppo sanguigno, impronta digitale – erano registrati regolarmente per ogni neonato e inviati alla cancelleria comunale per telefonvisione. Ogni cancelleria comunale era in contatto con il Centro di Registrazione Federale e una copia dei dati veniva automaticamente inoltrata a quel Centro.
Così anche i dati del piccolo Sulvèr furono spediti alla cancelleria comunale del suo domicilio.
Quella cancelleria era nota in tutto il Cantone per il suo ordine esemplare. Non che gli altri comuni non fossero dotati di apparecchi moderni, che erano disponibili dappertutto, ma in nessun altro luogo lavorava un segretario come qui: Duri Capunt. Si serviva tanto bene e in modo tanto coscienzioso degli apparecchi che le più alte autorità l’avevano designato come uno dei segretari più abili. Duri Capunt – anche lui un compagno di liceo – controllava personalmente quasi ogni dato che giungeva alla cancelleria, evitando così che errori umani potessero far registrare dati errati nelle macchine.
Controllò anche i dati del Sulverino neonato.
Speriamo che la tua scheda non assomigli troppo a quella del tuo papà, pensò spegnendo il compiuter dell’amministrazione.

* * *

Da allora era passato un mese buono e Giachem, papà amorevole, cullava il figlio nascosto a casa mentre l’altro figlio stava per essere battezzato in paese.
«Sarebbe lo stesso una buona cosa se, a poco a poco, almeno io sapessi chi sei tu e chi è tuo fratello. Certo, vi chiamate entrambi Gian Sulvèr. Ma te ti chiamiamo Gianet e tuo fratello lo chiameremo Gianin… Gianet, mio caro pupo, aspetta un attimo. Ti battezzo io.»
Giachem cercò il suo coltello da cacciatore, posò il bordo dell’orecchio dell’adorato figlio sul tavolo e vi praticò un’incisione. Gianet si mise a urlare come si deve… altro che Gianin in chiesa. Il sangue sgorgava, ma ora era battezzato anche lui.
«Solo noi due siamo al corrente di questo battesimo», disse Giachem Sulvèr al suo figlioletto, come se fossero stati soci in affari. «Non lo diremo a nessuno. D’accordo, Gianet?»
Si trattava ormai di tergere il sangue e di mettere un cerotto. E, più importante della cura, occorreva preparare una scusa plausibile a questo piccolo incidente prima che Babina arrivasse a casa.


3
Alla cancelleria comunale

«Il lavoro più noioso è sempre con questi contadini», mugugnava Duri Capunt. «La comunicazione fra esseri umani funziona ormai senza intoppi da Pechino alla Terra del Fuoco, in fondo all’America, ma dalla nostra cancelleria comunale a Luzi Grand o a Clo Gisep non si riesce a stabilire una comunicazione sufficiente.»
Duri Capunt assumeva tutti gli incarichi della cancelleria comunale. Non era solo caposezione militare, ma anche direttore dello Stato Civile e amministratore generale.
La segretaria, Tina Risplun, lo aiutava a sbrigare la montagna di lavoro.
«Signorina Tina, oggi ci aspetta un bel lavoro. Domani scade il termine che ho fissato per inoltrare i formulari per i sussidi agricoli. Mancano ancora quasi tutti, ma entro questa sera vedrà che arriveranno. A poco a poco li conosco, i nostri abitanti, soprattutto i contadini: quando si tratta di incassare sanno perfettamente leggere le date prescritte. Fanno ancora un po’ fatica a pagare; ma da quando ho introdotto gli interessi del 15% per le fatture non saldate, gran parte di loro sono migliorati.
Duri Capunt era fiero di aver raggiunto una così buona disciplina in seno alla popolazione.
Rifletteva: «Da quando la teoria dell’informazione ha sviluppato modelli per amministrare una comunità in modo ideale, dovremmo introdurre linee di comunicazione diretta da ogni casa al nostro ufficio. Il telefono come sistema d’informazione ha ormai raggiunto i suoi limiti, la posta è troppo lenta e la trasmissione dell’informazione tramite privati costituisce la peggiore offesa nei confronti di un’amministrazione, nel nostro secolo di satelliti, compiuter e raggi laser…»
Duri Capunt – un ammiratore dell’umanità descritta in “1984”2 – si perdeva talvolta nelle visioni delle possibilità tecniche. Allora la signorina Tina doveva fingere di seguire le idee del suo capo, ma quest’ultimo si era accorto che parlava al muro.
«Adesso, signorina Tina, aspetti e si rallegri di vedere a che scene primitive dovremo assistere oggi, con questo sistema antiquato. Scommetto che al massimo il 30% dei contadini saranno stati capaci di spedire i formulari per posta. Gli altri…»
Il signor Duri fu interrotto da qualcuno che bussava e in quel preciso momento entrò Clo Gisep.
«Buongiorno sar3 Clo», disse Duri in tono gentile. «Abbiamo istallato un apposito campanello a lato della porta, con una spia elettrica che indica “Entrare”, oppure “Prego attendere”.»
«Ah, scusi. Volevo chiedere un paio di cose per via di queste scartoffie.»
«Giunfra4 Tina, per favore, si occupi dei problemi di sar Clo.»
Dopo un momento, il formulario per la richiesta di sussidi agricoli era stato riempito e Clo si era congedato.
«Arrivederci, sar Clo», fece la vocina cortese di Duri Capunt.
Non appena Clo fu uscito, disse: «Ha visto e pregustato? Scommetto che il formulario porta macchie di colaticcio. Saper riempire queste bazzecole, no; ma aspettare fino all’ultimo giorno, quello sì. Si direbbe che questa corvée di scrivere sia più faticosa della fienagione. Ma forse è così, viziati come sono.»
Entro sera si erano effettivamente presentati una dozzina di contadini a chiedere come completare e inoltrare il documento. La signorina Tina era piuttosto occupata ma non le sembrava che i contadini e le loro domande fossero così impossibili. Altri quattro formulari arrivarono con la posta serale.
«Adesso ci saranno tutti.»


continua…

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