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Fritz Zorn
Marte
Il cavaliere, la morte e il diavolo

Introduzione di Italo A. Chiusano

14,8 x 21 cm
224 pp
PB

ISBN13: 978-88-87469-51-6

CHF 24,–
Euro 17,–

Il 17 luglio 1976 Fritz Zorn concludeva a Comano, in Ticino, la stesura di questo libro. Il 2 ottobre 1976 lo scrittore Adolf Muschg inviava il manoscritto all’editore Helmut Kindler. Né Muschg né Kindler conoscevano l’autore. Muschg scriveva a Kindler: « Quando ho deposto questo manoscritto non ero più la stessa persona di prima di iniziare la lettura. Non sarà necessario che di questo le dia una spiegazione, perché ne farà lei stesso la prova. L’espressione per cui spesso si parla di un libro “necessario” in questo particolare caso non è affatto una frase, tanto meno un luogo comune. È anche un libro tremendamente doloroso. Ma, stranamente, lo stato d’animo ch’esso apporta è di liberazione, direi persino di gioia. Sì, la gioia che nasce dal sapere che qui un essere umano è stato in grado di arrivare a realizzare la sua esistenza, prima che essa, come era ormai scritto, gli venisse a mancare. La mia preghiera, in cui c’è un urgenza dettata dalla situazione, è questa: lei deve pubblicare questo libro, e molto presto; non sebbene da questo autore, in base a ogni umano giudizio, non ci si possa aspettare un secondo libro, ma proprio per questo. »
La sera del primo novembre l’autore apprendeva dal suo psicoterapeuta, che era andato a trovarlo in ospedale, che l’editore Kindler aveva accettato di pubblicare il suo manoscritto. Subito dopo, la sua mente si anebbiò e il mattino seguente, alle cinque, egli moriva.

Sin dalla prima frase del libro (« Sono giovane, ricco e colto, e sono infelice, nevrotico e solo ») Zorn pone tutte le premesse per ciò che in questo resoconto di una vita e di una morte dirà di doloroso, di vero e di necessario. Cresciuto in una famiglia ricca e borghese di Zurigo (genitori modello, ambiente modello, figlio modello; tutto comme il faut, egli spiega) Zorn comincia a vivere solo quando comincia a manifestarsi la malattia. Nella malattia – un tumore alla gola – egli vede la somatizzazione della sua condizione psichica. Il tumore sono “le lacrime non piante”, la vita non vissuta. E comincia la lotta, una disperata, lucida, rabbiosa battaglia: riuscire a tenere a bada la malattia per dar tempo alla psicoterapia di riportarlo alla vita.

Autoanalisi di una malattia e storia di un “caso clinico” paragonabile a quello del consigliere Schreber studiato da Freud, il libro ha altri risvolti. È una critica del perbenismo, della Svizzera opulenta e comme il faut, della famiglia vista come primo nucleo patogeno. E in questo senso ha risvegliato anche forti risentimenti, oltre a suscitare quella eco vastissima di studi e discussioni che ne hanno fatto un caso letterario nei paesi di lingua tedesca.

ESTRATTO

“Sono giovane, ricco e colto; e sono infelice, nevrotico e solo. Provengo da una delle migliori famiglie della riva destra del lago di Zurigo, chiamata anche la costa d’oro.”

“Era come un film che mi si dipanava sotto gli occhi con le sue immagini scintillanti e cessava nel momento in cui mi alzavo dal mio posto di spettatore e me ne andavo. Per la strada vedevo belle donne, molto eleganti, o molto belle, ma che mi passassero davanti e fossero molto belle e eleganti anche per me, a quello non arrivavo a pensare. Questa è certo la quintessenza del mondo nel quale sono nato e che doveva diventare anche il mio: la vita è una cosa molto bella, ma noi non siamo la vita, la vita sono gli altri.”

“A quel tempo non avevo alcuna capacità di giudizio, nessuna personale predilezione, nessun gusto individuale, ma seguivo stupidamente l’opinione degli altri, l’unica che poteva esser giusta, l’opinione di un consesso di persone che consideravo capaci di giudicare, che rappresentavano l’opinione pubblica e sapevano ciò che era giusto e ciò che era sbagliato. E ogni volta che pensavo di aver raggiunto anch’io il livello di questo immaginario ordine giudicante, ne ero felice e mi sentivo orgoglioso. Come avevo appreso nella mia famiglia, ciò che contava nella vita non era l’opinione del singolo, ma l’opinione dei più, e soltanto colui che era in grado di condividere, in maniera il più possibile illimitata, l’opinione dei più, solo quello era al giusto posto nella vita.”

“Fra le cose “difficili” c’erano però quasi tutti i rapporti umani, la politica, la religione, il denaro e, naturalmente, il sesso. Oggi credo che tutto ciò che è interessante fosse a casa nostra “difficile” e di conseguenza non se ne parlava. Se però cerco di ricordare di che cosa si parlava, devo dire che non mi viene in mente granché. Il cibo, probabilmente, quasi certamente il tempo, la scuola, naturalmente e, ovvio, la cultura (anche se soltanto quella classica e riguardante persone trapassate).”

“Tanto per fare un esempio, se vogliamo immaginare che ci fosse da fissare una data per fare una determinata cosa, poteva accadere che mia madre, per imprudenza, proponesse, diciamo, il martedì. Se però mio padre trovava che la giornata più adatta era invece il venerdì (che a mia madre però, senza che lui lo sapesse, non tornava comodo), per mia madre era la cosa più semplice del mondo farsi improvvisamente venire in mente che il venerdì andava senz’altro molto, molto meglio, le era infinitamente più comodo del martedì, anzi, ripensandoci, il martedì non era proprio la giornata giusta, il venerdì era preferibile sotto tutti i punti di vista. La cosa veramente ridicola in tutto ciò è che nella maggioranza dei casi per entrambi un altro giorno della settimana, per esempio il mercoledì, sarebbe stato di gran lunga più comodo, di modo che la scelta del mercoledì avrebbe rappresentato un ragionevole compromesso senza sacrifici da parte di nessuno.”

“Rispettabili erano naturalmente tutti coloro che avevano un ruolo degno di rispetto come insegnanti, medici, sacerdoti, direttori, dottori, professori, militari e in generale tutte le persone ricche. Credo che anche per noi valesse la frase: chi è ricco è anche per bene. Naturalmente non si diceva “per bene”, ma “giusto”, l’espressione tanto in uso nel nostro Paese. La gente “giusta” era la gente ricca. Anche “ricco” naturalmente non lo si diceva mai. Si diceva: “ha mezzi”. La gente non era mai “avara” ma “agiata”. I poveri non erano “poveri” ma “modesti”. Le cose – ma soprattutto i loro possessori – non erano “costose” ma piuttosto “non a buon mercato”. Perché dopotutto del denaro non si parla; lo si ha e basta.
C’è un importante categoria di persone di rispetto che merita qui una particolare attenzione: i politici. Per principio erano anche loro rispettabili, ma veniva fatta una distinzione: dovevano essere di destra. Quanto più a destra, tanto più rispettabili; quanto più si spostavano a sinistra, tanto più perdevano rispettabilità. L’unità di misura per le valutazioni politiche erano quei cattivi dei comunisti: quanto più uno era anticomunista, tanto più ci si poteva fidare; quanto più nasceva il sospetto che avesse qualcosa a che fare con il comunismo, tanto più era infido. In casa nostra il quadro politico mondiale era quindi molto chiaro: c’erano i buoni e i cattivi e la linea di demarcazione fra i due estremi era chiara e inequivocabile. La Svizzera, questo lo sapevo, era “buona” perché qui non c’erano comunisti, o per lo meno erano molto pochi. E anche quei pochi erano lontanissimi da noi, e cioè nel Cantone più lontano dalla mia casa paterna, e precisamente a Ginevra, che si poteva probabilmente immaginare come una Babele del peccato politico.”


RECENSIONI

Fritz Zorn
Marte, il cavaliere la morte il diavolo
Gabriele Capelli editore

“Sono giovane, ricco e colto, e sono infelice, nevrotico e solo. Provengo da una delle migliori famiglie della riva destra del lago di Zurigo, chiamata anche la costa d’oro.”

Nel lontano 1978 Mondadori dava alle stampe ottenendo subito una vasta eco, un notevolissimo libro autobiografico Il cavaliere la morte e il diavolo, di cui ho appena letto tre righe dalle prime pagine, scritto da un giovane zurighese trentaduenne cui il destino aveva giocato una beffa crudelissima. Il volume infatti uscì postumo tanto nell’edizione tedesca del 1977 quanto in quella italiana, l’autore nel frattempo si era spento stroncato da un tumore al sistema linfatico. Del libro nella versione italiana poi, nonostante le lusinghiere critiche e il discreto successo commerciale, si persero le tracce.
Oggi ne riparlo perché l’editore Gabriele Capelli di Mendrisio (eh sì avete capito bene), compiendo opera meritoria, l’ha appena ristampato. Il testo, oltre ad essere un prodotto letterario di alta qualità, è soprattutto una terribile testimonianza, un lucido atto di accusa contro i colpevoli della malattia che colpisce l’autore. Egli infatti ritiene che il cancro alle vie linfatiche che lo porta piano piano alla morte sia d’origine psicosomatica e trovi le sue radici nell’ambiente oppressivo in cui Zorn è nato ed è cresciuto: l’alta borghesia chic zurighese, rea secondo lo scrittore di ambire unicamente a un perbenismo ipocrita, pavido e immobilista che inibisce e respinge ogni manifestazione di spontaneità, frustra qualsiasi ambizione di scegliere uno stile di vita diverso da quello codificato dall’alta società. E i primi colpevoli secondo Zorn non possono essere che i suoi genitori i quali, desiderando un mondo asettico ma armonioso, senza attriti né stridori, senza polemiche né contestazioni, hanno bandito dall’educazione data al proprio figlio tutte le cose veramente importanti, quelle che in un modo o nell’altro scottano, che impongono una presa di posizione emotiva, che ti fanno arrabbiare o esultare, che ti spingono ad essere magari ineducato, passionale, contento o aggressivo. In breve tutto ciò che riguarda i rapporti umani, così come qualsiasi accenno attorno ai grandi temi della politica, della filosofia di vita, della religione o del sesso. I risultati di quest’educazione, le cui caratteristiche significative vengono decorticate con estrema crudezza nel racconto autobiografico, non si sono fatti attendere e, per una persona sensibile come l’autore, si sono tradotti in un’esistenza anemica, devitalizzata, insipida segnata in un primo tempo da frustrazione e depressione e sfociata infine nel tumore maligno che lo porterà alla morte. Il tempo a mia disposizione si ferma qui e stavolta è un po’ peccato perché per rendere appieno la ricchezza delle riflessioni che Il cavaliere la morte e il diavolo suggerisce occorrerebbe discuterne ancora a lungo.
Un solo consiglio allora: compratelo, ne vale veramente la pena.

Mauro Paolocci per Radio 3iii, 8.01.2007


Ripubblicato dall’editore Capelli di Mendrisio il libro di Fritz Zorn del 1976
Le colpe di una famiglia borghese
Di Simona Sala

«Sono giovane ricco e colto, sono infelice, nevrotico e solo». Mai incipit ha rappresentato programma più completo nel volubile mondo della letteratura. Di questo si deve essere reso conto anche Gabriele Capelli, che al momento di ristampare dopo molti anni in italiano il libro di Fritz Zorn sotto il titolo «Marte», ha voluto aggiungervi la prima frase del libro. Leggendo quello che non è esagerato definire una sorta di testamento spirituale e biografico del giovane autore zurighese (morì a soli trentadue anni e non ebbe la fortuna di vedere il proprio libro pubblicato), è facile capire perché suscitò un polverone tanto grande, perché finì sin dal primo momento al centro di accese polemiche e perché si iniziò a leggerlo anche nelle scuole.
Il libro di Zorn è semplicemente destabilizzante e mette in discussione quegli stessi principi su cui si basa la Svizzera, evidenziando il lato oscuro di quelle che nell’opinione comune sono sempre state considerate le virtù cardine della nostra società e di riflesso anche della sua impalcatura economica.

La paura che si fa rabbia

La denuncia di Fritz Zorn prende il via già a partire dal suo cognome: la «rabbia» che gli cresce dentro quando si accorge di quanto è andato irrimediabilmente perduto sostituisce il suo vero cognome, quell’Angst-paura che rappresenta una biografia già di per sé. Fritz Zorn nasce e cresce con quanto di apparentemente migliore si possa desiderare: un’infanzia dorata e protetta all’interno di una famiglia abbiente e assolutamente perbene, dalla parte giusta del lago, quella Goldküste zurighese accessibile solamente ai vip e molto snob verso il resto della città; una formazione letteraria con ottimo esito all’università di Zurigo; molti viaggi; un appartamento nel cuore vecchio della città.
Eppure sarà proprio il perbenismo dei genitori, la loro incapacità di prendere posizione di fronte ai fatti della vita, la decisione di tenersi fuori dalle cose che necessitano uno sforzo di comprensione, a compromettere irrimediabilmente la vita del giovane Zorn-Angst, a minargli alle fondamenta una vita apparentemente iniziata nel migliore dei modi e con tutte le carte in regola.
L’accumulo di frustrazioni, di frasi non dette e azioni non compiute – quelle che definisce «le lacrime non piante» – sommate alle pecche tipiche della società borghese in cui si troverà a vivere, porteranno il protagonista ad ammalarsi fisicamente e psicologicamente, come dichiarato sin dalle primissime righe: «Naturalmente ho anche il cancro, il che, per la verità, dopo quanto ho detto, mi pare una conseguenza abbastanza naturale (…) da un lato si tratta di una malattia organica(…) dall’altro è una malattia psichica» .

Il conflitto con Dio

Nella lucida analisi di Zorn esce un’infanzia totalmente a digiuno dal punto di vista emotivo e di formazione del carattere: per tutta la vita il giovane si troverà a sperimentare la difficile convivenza con l’incapacità comunicativa, con l’inabilità a provare vere emozioni e pulsioni affettive nei confronti degli altri esseri umani, il che lo porterà a vivere in una situazione di totale inadeguatezza sociale: «Non ho mai voluto bene a nessuno (…); Naturalmente non ero normale; naturalmente ero inferiore»(146)
Ma è al termine del resoconto, ossia quando si tratta di trarre le conclusioni da quanto analizzato e scoperto a proposito del proprio passato che Zorn, seguendo un percorso per lui naturale, individua il tema che definisce «essenziale» (215), cioè l’odio per Dio. «Con la mia letale malattia io sono la dimostrazione della malvagità del mondo di Dio e costituisco il punto debole nell’organismo “Dio” che, appunto, come organismo, non può essere più forte del suo membro più debole, cioè io». Il rapporto con Dio è ambiguo, Zorn fa capire di non crederci, ma già solo il fatto di accennarvi con tanta assiduità denota un forte desiderio, quasi un bisogno, che ci sia davvero una forza superiore che in qualche modo giustifichi l’ordine costituito delle cose.
Alla fine del libro, nonostante non l’abbandoni del tutto la speranza di potersi riavere psicologicamente e fisicamente, Zorn si abbandona comunque a una personale interpretazione del suo percorso esistenziale. In altre parole, laddove Dio non ha potuto dare delle risposte valide e soprattutto utili a Zorn, egli si appella a Satana, arrivando a identificarsi con lui: «posso persino identificarmi con Satana, perché, come ho scritto nella prima parte della mia storia, io la mia malattia, il mio cancro, l’ho voluta: ho voluto “essere precipitato nelle buie caverne degli inferi” per essere “altrove”, piuttosto che nel mondo della depressione in cui avevo vissuto i primi trent’anni della mia vita» .
Viene da chiedersi, dopo la lettura dell’ultima frase del libro – «Mi dichiaro quindi in stato di guerra totale», cosa sarebbe stato se Zorn, gli fosse stata data la possibilità di vivere, la sua guerra l’avrebbe vinta. Se sarebbe davvero riuscire a sovvertire l’ordine sociale, ad attuare la rivoluzione di cui si legge tra le righe. Oppure, come è accaduto a molti che hanno combattuto, se sarebbe alla fine rientrato nei ranghi, finendo nell’ingranaggio della società elvetica, che è poi la società di ogni paese occidentalizzato. Un gran libro con il pregio di accendere il pensiero del lettore spingendolo, a tratti anche brutalmente, verso delle riflessioni non sempre scontate, ma soprattutto spesso scomode.

Tratto da “Azione” N. 08/2007 (pag. 26


MARTE – IL CAVALIERE, LA MORTE E IL DIAVOLO, FRITZ ZORN
Come un cavaliere in marcia per una crociata…

“PROBABILMENTE QUELLO CHE FA QUALCOSA SI RENDE RIDICOLO AGLI OCCHI DI chi non fa nulla. Chi agisce si espone sempre al rischio di mettersi a nudo; chi non fa nulla non accetta neppure di correre questo rischio”.

Il cavaliere la morte e il diavolo è una nota incisione su rame dell’artista tedesco Durer. Rappresenta un cavaliere fiero che sospinto da una virile fede guerriera marcia verso Gerusalemme ignorando la Morte che gli indica l’avvicinarsi della sua ora e il Diavolo che tenta di attirarlo a se con corruttorie promesse.
Forse alla fine della sua breve vita Fritz Angst (angst in tedesco significa angoscia) si deve essere sentito proprio così.
Un cavaliere in marcia per una crociata. Diagnosticatogli un tumore a soli 30 anni Fritz ha sostituito l’angoscioso cognome con un battagliero Zorn (che significa rabbia) ha imbracciato la penna e a testa bassa s’è scagliato contro la sua vita.
Una vita vissuta in disparte, in una perenne e inumana asfissia.
Moderna borghesia svizzera, gente per bene. Gente che non s’immischia, che non s’interessa… non prende posizioni, non giudica. Al massimo può sbilanciarsi a bollare qualche zelante iniziativa personale, qualche voce vistosamente fuori dal coro come “ridicola”, ma senza cattiveria con un profondo rispetto che quando si è “brave persone” si deve a tutto e a tutti.
E così Fritz pur essendo un uomo del nostro tempo, il libro è ambientato dagli anni ‘30 ai primi ’70, vive in un tempo indefinito… ascoltando solo musica classica perché considerata elevata, fruendo solo d’arte rinascimentale perché altrettanto elevata e considerando “ridicole” la musica jazz, le avanguardie novecentesche e tutto quello che poteva essere considerato moderno. Mancava d’armonia, questo si diceva in famiglia. Ed in famiglia bisognava sempre essere d’accordo, sempre vivere in armonia. Nessuno aveva ne doveva avere mai opinioni discordanti in famiglia. Non per imposizione, ma semplicemente per convenzione.
Quindi Fritz è cresciuto fuori da Fritz, in un inverno emotivo che col tempo si faceva sempre più nitido ai suoi occhi. Passano gli anni anonimi delle scuole medie accompagnati dalla bruciante consapevolezza dell’incapacità di stringere rapporti umani e dalla viva speranza che all’università qualcosa sarebbe cambiato. Passano anche gli anni dell’università senza che nulla cambi. Nessun amico, e soprattutto nessun’amica. La paura d’essere omosessuale e una paura folle del sesso perché concepito come sozzura, vergogna. Una laurea in filologia ed una carriera d’insegnate che inizia. Una bella casa nel centro di Zurigo, soldi a palate e la sempre più viva speranza che accadrà qualcosa che finalmente farà iniziare la vita. Ma nulla accade. Fritz è sempre più solo, sempre più cupo, sempre meno umano.
Poi la beffa del destino. Il tumore. Ecco cosa cambia la sua vita. Finalmente qualcosa che da emozioni, che fa vibrare. La morte di fronte a Fritz, inesorabile. Ma lui vede quel qualcosa che gli cresce dentro come la somatizzazione di educazione mortifera. La morte non lo spaventa poi tanto, lui in fondo non è mai stato vivo. E così la sua breve vita collerica inizia quando prende la penna in mano e rigurgita odio cieco verso la sua famiglia e l’ ovattata borghesia che lo ha represso.
Così nasce questo libro, e il sempre più beffardo destino farà in modo che Fritz verrà a sapere della sua pubblicazione il giorno prima di morire.
Facile, facilissimo sciorinare giudizi retorici su questo libro.
Mi permetto solo di consigliarvi di leggerlo, senza aggiungere altro.

Daniele Peschiaroli, Stradanove.net


Fritz Zorn
Marte. Il cavaliere, la morte e il diavolo
(traduzione di Amina Pandolfi)
di Teo Lorini

Edito da Mondadori nel 1976, in coincidenza con l’uscita in lingua originale, questo romanzo fervido, amaro e sconvolgente è a tutt’oggi notissimo nell’area germanica, dove è giunto alla ventiduesima edizione. In Italia, viceversa, era pressoché scomparso dalle librerie. Gabriele Capelli, piccolo editore di Mendrisio, in Svizzera, colma questa lacuna ristampandolo ora con la notevole prefazione scritta all’epoca da Italo Alighiero Chiusano.
Eccettuati pochi riferimenti cronologici, Marte sembra composto appena ieri, tanto è ancora attuale l’attitudine che lo scrittore stigmatizza con la ferocia cui rimanda il suo pseudonimo (Zorn vale infatti “Collera”). Il romanzo narra, con pochissimi filtri, la vicenda autobiografica dell’autore che, appena 32enne, trascorre i suoi ultimi giorni ripercorrendo la propria esistenza e identificando nella sua storia personale, nella sua educazione, nella sua casta, le cause del cancro che lo sta consumando.
Erede d’una famiglia più che facoltosa, allevato nella prevedibile villa sulla Goldküst di Zurigo, Zorn impara fin da piccolo l’aureo precetto per cui “essere borghese significa essere tranquillo a qualunque costo nel terrore di turbare la quiete di qualcun altro”. In pagine straordinarie, per cui non è eccessivo evocare il nome di Thomas Bernhard, Zorn viviseziona, metodico e implacabile, tutte le sfumature di questa morbosa ossessione verso ogni contrasto, ma anche ogni coinvolgimento: politico, personale e, peggio, sentimentale. Il risultato è un affresco acre che nulla risparmia di un’ipocrisia non soltanto elvetica, ma da cui certo la Svizzera è meno che esente. Il rifiuto costante di ciò che costringe a prendere posizione, la falsa tolleranza nutrita di eufemismi, la paura morbosa di perdere un distacco che è invece distanza dalla vita vera, spingono il giovane Fritz nell’angoscia di una depressione costantemente rimossa e destinata a coagularsi nel nodulo di “lacrime non piante” che lo porterà alla morte.
Inno alla vita di chi sta per perderla, cachinno feroce nel momento della pena più straziante, Marte è un libro che rapisce intelletto e passione e che ha la forza di far dimenticare l’urlo di morte che lo innerva, lasciandoci ammirati davanti a una scrittura caustica e nitidissima.

Pulp Libri #66, marzo/aprile 2007, p.50


Tutto era «comme il faut», per questo è morto
Di Piero Selva

«Il 17 luglio 1976 Fritz Zorn concludeva a Comano, in Ticino, la stesura di questo libro. La sera del primo novembre l’autore apprendeva dal suo psicoterapeuta, che era andato a trovarlo in ospedale, che l’editore Kindler aveva accettato di pubblicare il suo manoscritto. Subito dopo, la sua mente si annebbiò e il mattino seguente, alle cinque, egli morì».
Bastano queste brevi note biografiche per far subito scattare l’interesse per questo strano e tragico personaggio morto a soli 32 anni di un linfoma maligno. Chi era Fritz Zorn, nato e vissuto a Zurigo, figlio di una ricca famiglia molto perbene, molto irreprensibile? Lo dice lo stesso autore. «Sono giovane, ricco e colto, e sono infelice, nevrotico e solo». Di per sé questa confessione può non essere drammatica. Gli infelici, i nevrotici che si sentono soli, sono milioni e sopravvivono senza eccessivi drammi. E anche Zorn pensava di essere una persona infelice ma in fondo normale. Poi arriva il terremoto che scuoterà tutte le sue certezze e aprirà voragini, buchi neri cui si affaccia con sorpresa e rabbia. Gli scoprono un linfoma, prima alla gola, poi sempre più esteso in tutto il corpo. Non ci sono speranze di guarigione e questa verità è per Zorn la luce che illumina la sua vita, il suo passato, gli anni dell’infanzia con la sua famiglia. Quando tutto era «comme il faut». I genitori gli volevano sinceramente bene, lo proteggevano e lo educavano con grande sensibilità, anche se con un certo distacco emotivo, gli trasmettevano i sani principi della cultura zurighese, il senso dell’onestà, della laboriosità. La malattia solleva quella nebbia indistinta e sentimentale nella quale era vissuto per quasi trent’anni e che non gli aveva fatto capire il perché della sua infelice solitudine. Niente sapeva e comprendeva delle sue nevrosi, della sua incapacità all’amicizia, a conoscere l’amore, a sperimentare la sessualità, ma anche a sentirsi libero. Per cercare di capire, Zorn decide di scrivere un libro autobiografico, una specie di autoanalisi, di grido disperato. Perché finalmente crede di sapere perché è stato colpito dal tumore. Quel male è la somatizzazione di una vita non vissuta, frustrata inconsapevolmente dai timorati genitori che a loro volta erano stati plasmati da quella borghesia zurighese, falsa e conformista, contro cui si scaglia con violenza, anche se con analitica freddezza. In non più di due mesi termina questo libro, bellissimo e «terribile», con struttura sapiente, da esperto narratore, quasi che il suo «tumulto interiore» avesse in sé tutte le magie di uno scrittore. È la storia di un’educazione, in fondo. Di come, senza usare violenza, ma comportandosi con affetto, senza mai eccedere, nascondendo sempre «le cose brutte della vita», o quelle «troppo difficili» da spiegare, come dicevano i suoi genitori, si può costruire un essere irrimediabilmente infelice.

Ticino 7, Nr. 14, aprile 2007, p. 11


Zorn e il “male oscuro” della borghesia. Ripubblicato in Svizzera «Marte», il romanzo postumo che nel ’77 uscì per Mondadori e fu subito un caso letterario. È l’invettiva asciutta e ironica di Fritz Angst, 32 anni, intellettuale controcorrente che mutò il suo cognome in Zorn.

«Sono giovane, ricco e colto, e sono infelice, nevrotico e solo». La sintesi di «Marte. Il cavaliere, la morte e il diavolo» di Fritz Zorn è già sulla copertina del libro: dolore, borghesia benestante, autobiografia, vittimismo. Mancano però in questo, che è l’incipit del libro, i suoi due punti di forza: la dolente, infallibile capacità di ironizzare sulle proprie miserie e disgrazie – in ordine puramente cronologico una grave nevrosi e il cancro – e la feroce, passionale, lucida eppure debordante invettiva che chiosa la tragica vicenda autobiografica e che prende di mira, in un crescendo furioso, i genitori, la società borghese, la Svizzera e Dio. Invettiva che fu il motivo del grande clamore che il libro suscitò alla sua uscita, nel 1977, diventando un vero e proprio caso letterario. In Italia lo pubblicò Mondadori l’anno successivo, ora lo ripubblica un piccolo editore di Mendrisio, Gabriele Capelli, nella traduzione di Amina Pandolfi, per i 30 anni dalla morte dell’autore. Perché Zorn morì di cancro, pochi mesi prima della pubblicazione del libro, a soli 32 anni, il 2 novembre 1976, proprio in Ticino, a Comano. La storia di quella morte – e di quella vita e del libro, che sono tutt’uno – è ripercorsa dal germanista Italo Alighiero Chiusano nella prefazione, oggi riproposta, a un’edizione del 1986. Un libro «postumo per natura – lo descrive Chiusano – il libro di un moribondo che non solo sa di esserlo, ma gioca tutte le sue carte esistenziali e letterarie sul lancio di un messaggio post mortem».  Zorn, zurighese nato in un ambiante facoltoso e conservatore, si chiamava in realtà Angst, parola che in tedesco significa angoscia, paura. «Un cognome talmente adatto a lui – scrive Chiusano – che non si oserebbe attribuirlo a un personaggio di romanzo o di dramma per evitare la taccia di simbolismo da quattro soldi, come nei nomi di certe macchiette da farsa o di certi indigesti personaggi allegrici». Eppure il giovane scelse uno pseudonimo altrettanto evocativo: Zorn, rabbia. «Si potrebbe anzi dire che il succo di tutto questo libro sia la trasformazione della Angst in altrettanto Zorn, ciè il rifiuto del terrore puramente passivo e vittimistico e la scelta di quella tremenda arma attiva che è la rabbia lucida e ragionata» «Marte» nasce dunque sull’onda di questa rabbia, dal desiderio dapprima di esporre in modo analitico la successione di eventi storici che hanno portato al manifestarsi della terribile depressione che lo affligge – atrofia di qualsiasi desiderio e della capacità di essere felice, impotenza sentimentale e sessuale – e in seguito – e si tratta secondo lui dello stesso male che evolve – del cancro. L’esplosione del furore iconoclasta non pare accompagnare tanto la presa di coscienza della natura inguaribile del male, quanto piuttosto – al contrario – la parziale guarigione dalla nevrosi, grazie a una psicoterapia intrapresa negli ultimi anni di vita che – perseguendo una specie di morte simbolica ai fini di una resurrezione in salute – gli smantella la storia personale e la corazza di difese costruita per sopravvivere. C’è forse compiacimento e inclinazione al patetico, ma anche un senso dell’umorismo e una sagacia che in certe pagine lasciano il segno come graffiate, nei lampi di genio che hanno quasi la misura dell’aforisma («Quasi tutte le virtù sono vizi inconfessati ed elaborati fino all’eleganza») come nelle lunghe, ridondanti analisi. All’origine di tutto Zorn colloca l’educazione ricevuta, in famiglia ma in senso più ampio da tutta la società di cui è figlio: «I danni causati da questa educazione possono diventare così gravi che nelle forme più estreme (come pare che sia il mio caso) possono anche manifestarsi come malatie organiche condizionate da uno stato nevrotico, ad esempio il cancro. Oggi non posso prevedere se sopravviverò a questa malattia. Se ne dovessi morire, di me si potrà dire che sono stato educato alla morte». Dirà altrove che il suo cancro sono «le lacrime non piante». «Dal punto di vista puramente medico – chiosa – questa diagnosi così poetica non ha naturalmente alcuna validità; ma riferita a tutta la persona esprime la verità: tutta la sofferenza che avevo accumulato dentro, il dolore che avevo ingoiato in tanti anni, d’un tratto non si lasciava più comprimere nel mio intimo; per la troppa pressione esplodeva e con la sua esplosione distruggeva il corpo». Ma non è solo il «suo» corpo: «Sono convinto che il cancro che mi divora non sono io, non è il mio io, ma la mia famiglia, la mia estrazione sociale, c’è in me una tara, un’ereditarietà che mi consuma. Messo in termini medico-politico o socio-politici ciò significa: fintanto che ho il cancro io continuo a restare legato all’ambito borghese e cancerogeno che è stato il mio, e se muoio di cancro, sarò appunto morto da borghese. Sociologicamente parlando è una perdita da poco, perchè che muoia un borghese non è mai un gran male: ma per quanto rigurda la natura della famiglia, quelli che hanno avuto più fiuto credo proprio siano stati i greci. Non per niente Edipo e la sua famiglia sono diventati simbolo della famiglia tout-court». Eccoli i grandi bersagli, contro i quali Zorn si scaglia con la passione del «rivoluzionario passivo»: la famiglia – la sua, ma non solo – e la società borghese – quella Svizzera, certo, ma non solo. La sua borghesia non è solo identificata dal censo o dall’ideologia. Per Zorn essere borghese vuol dire «essere tranquillo a qualunque costo, perchè altrimenti si potrebbe disturbare la quiete di qualcun altro». «E questo appunto è il male – continua, sfoderando ancora il suo surreale, amarissimo umorismo – È borghese ed è male avere qualcosa in contrario che gli elettroni ruotino attorno al nucleo dell’atomo “perchè forse potrebbero disturbare qualcuno”. Vuol dire essere contrari a che le formiche arranchino nel bosco “perchè il sentiero dove arrancano forse è un terreno privato e camminarci sopra è forse proibito e forse si rischia di prendere la multa”. Vuol dire essere contrari a che il leone divori la gazzella “prima di tutto perchè il leone è forestiero, secondariamente perchè la gazzella non è notificata alla polizia e terzo perchè entrambi sono minorenni”». E poi il comune denominatore, quel Dio che probabilmente non esiste ma che «bisognerebbe inventare solo per prenderlo a ceffoni», e contro il quale è obbligo morale ribellarsi. Sono le ultime pagine del libro, Zorn sembra dibattersi fra una lucidità lancinante e uno strazio visionario: «Nel mondo delle mie visioni mi sono già visto ingaggiato in una lotta con Dio, una lotta in cui entrambi combattevamo con la stessa arma, e cioè con il cancro. Dio mi colpisce con una malattia maligna e letale, ma al tempo stesso egli è anche l’organismo in cui io incarno la cellula cancerogena. Con la mia letale malattia io sono la dimostrazione della malvagità del mondo di Dio e costituisco il punto debole nell’organismo “Dio” che, appunto come organismo, non può essere più forte del suo membro più debole, cioè io. Io sono il carcinoma di Dio». Zorn termina il suo libro il 17 luglio 1976, a Comano, e lo invia a un illustre critico letterario, Adolf Muschg, che ne è colpito profondamente e ne caldeggia la pubblicazione. Dopo qualche incertezza, l’editore Kindler di Monaco di Baviera acconsente a stampare il libro. Quando Muschg telefona a Zorn per comunicarglielo, apprende che il giovane è morto quella stessa mattina. La notizia gli era stata però anticipata, in uno degli estremi momenti di lucidità, dal suo psicoterapeuta.

La Provincia di Lecco, 15.04.2007, p.37


Fritz Zorn
Marte. Il cavaliere, la morte e il diavolo

Fritz Zorn è uno pseudonimo. Lo scrittore, nato nel 1944, avrà una vita divisa tra malattia del corpo (linfoma) e della psiche (depressione): il libro è stato, ed è ancora, un caso letterario. Zorn ne concluse la stesura il 17 luglio 1976: morirà nel novembre dello stesso anno. L’opera, in tre parti, segue come un diario non datato la vicenda umana del suo autore: una scrittura serrata, senza cadute, nell’autoanalisi che s’intreccia con filosofia e cultura, creando quell’universo in cui l’io circoscrive le sue possibilità. Tra i capitoli più belli il VII (parte prima), ma in ogni pagina ci si sente calati in una realtà interiore che tenta di esorcizzare il male, fisico e spirituale, attraverso la parola, cogliendo tutte le sfumature dell’impotenza e del dubbio.
Luciano Nanni

Literary nr. 6/2007


Zorn Fritz

Marte – Il cavaliere, la morte e il diavolo

Mar, 19/04/2011 – 08:29 — luca ormelli

Una società guasta è una società che ha perduto il proprio orientamento, il proprio ordinamento. Nella società absburgica l’Imperatore costituiva con la Sua persona l’incarnazione, era la stella polare che rendeva possibile che una società impeccabilmente devota ad un Dio opprimente, ad una corona pervasiva ed onnicomprensiva, di fastose minuzie, del rito della passeggiata e della discrezione fino all’autolesionismo, degli edifici miracolosamente identici – ad eccezione delle dimensioni – dalla metropoli al villaggio di confine, sia pubblici che privati, stazioni scuole sanatori, una civiltà che ha elevato a culto il concetto stesso di appartamento. Dove ti aspetti di vedere sempre Bach suonare ancora il clavicembalo (una società dove si entrava al ristorante come in chiesa, un immenso, sterminato collegio dalle teste d’anatra e i sottobicchieri di peltro, in cui persino le discussioni più incendiarie si assopivano dinnanzi una sachertorte) si facesse eccezionalmente civiltà. Abbattuto che fu l’Impero tale società si è smarrita e con essa sono naufragati i suoi sudditi. Ecco perché Bernhard parlava di peste austriaca laddove ai cittadini veniva ancora impartita la fedeltà ad una Kultur, l’appartenenza ad una Gemeinschaft e la devozione a quel Dio, una società accostumata ad una tradizione solenne di austerità che non trovava più riscontro alcuno nella quotidianità, né sfogo al proprio soffocamento spirituale nella grandeur delle proprie conquiste, un morbo dello spirito, un neuroblastoma che si propaga da Vienna lì dove siede un presidente della Repubblica e dove i cittadini sono trattati ancora come sudditi ma di una corona imbastardita, fermi al centro di niente mentre tutto intorno vortica quella contemporaneità sempre più indecifrabile.

Bernhard, che come evidenza Italo Alighiero Chiusano nella sua lucida prefazione è il vero, autentico spirito guida di questo romanzo d’esordio postumo. Perché ci sono libri che germinano sul corpo del proprio autore sino al punto di ricoprirne, con il loro tegumento cartaceo, l’intera esistenza, assorbendolo tra le righe. Altri ancora nascono e muoiono insieme al loro scrivano, altri ancora prendono vita quando il loro amanuense da lungi è scomparso lascinado dietro di sé nient’altro che questa flebile traccia. Marte (la ristampa benemerita della Capelli Editore recupera nella sua integrità il titolo originale che l’edizione Mondadori aveva mutilato) è una miscela esplosiva di questi elementi e molto altro. E’ il resoconto di chi si sente esule nel mondo (l’Occidente degli anni ’70, percorso da conati di ripulsa per il proprio “gradiente di perfezione” complice la prima allarmante crisi petrolifera che sfregiò la vanitosa supponenza di chi si sapeva “vincente”; un Occidente tutto elvetico, evangelico ma sconsacrato ancorché dedito a quel Saturno che tutto divora – Goya! dipinto che per inciso ben campeggia nel caustico affresco da Götterdämmerung finanziario dell’ultimo Oliver Stone, Wall Street: il denaro non dorme mai – volendo giocare con i pianeti e con gli dèi e Saturno altri non è che il dio dell’Età dell’Oro ma di un oro che non si rinviene nei forzieri, da “Costa d’oro” appunto come viene definito sin dalle prime righe quel ramo del lago di Zurigo – la riconoscibilissima Crisopoli del morselliano Dissipatio H.G. – intrisa di conformismo e perbenismo elevati a culto dell’armonia il tutto nel nome di Calvino e di Jung – perché come scriveva Franco Volpi «la psicoanalisi e l’inconscio hanno dissolto i concetti di anima e di persona, perno dell’antropologia cristiana» – e sull’anima, secondo lo zurighese Jung, si potrebbe disquisire a lungo) e vuole farsi presule di una nuova agnizione, quella della falsità smascherata, apostolo di una nuova verità raggiunta al prezzo della sconfessione dell’io (la prima sezione del testo ha per titolo “L’io in esilio”) e del proprio portato biologico, un sarcofago che tramuta in oro – ancora! – con un attacco memorabile il piombo fuso di queste memorie: «Sono giovane, ricco e colto; e sono infelice, nevrotico e solo. […] Ho avuto un’educazione borghese e mi sono portato bene per tutta la vita. La mia famiglia è alquanto bacata e anch’io porto probabilmente tare ereditarie e conseguenze di danni ambientali. Naturalmente ho anche il cancro, il che, per la verità, dopo quanto ho detto, mi pare una conseguenza abbastanza naturale» [p. 17]. Come esaurientemente argomenta Andrea Sartori (cfr. lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/01/31/articolare-la-sofferenza-il-caso-di-fritz-zorn-di-andrea-sartori/) quella di Zorn è dunque la voce strozzata di chi dalla Paura (l’originario Angst del cognome) intende dare voce alla propria troppo a lungo rattenuta Ira (Zorn appunto), invocando Rivolta (più ontologica che sociopolitica, più Camus che Evola), articolando un ultimo disperato e perciò salvifico urlo.

lankelot.eu


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