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Patrick White
La mano di una donna

Traduzione di Simone Garzella

15 x 21 cm
96 pp
PB

978-88-87469-56-1

CHF 18,–
Euro 12,–

La mano di una donna narra la storia di un’anziana coppia di coniugi in pensione, i Fazackerley, che ritrovano dopo molto tempo un vecchio amico del marito, Clem Dowson, conosciuto anni prima in Egitto.
Anche se la moglie, Evelyn, si sente in qualche modo attratta dalla vita disordinata condotta da quest’ultimo, che è un ingegnere navale in pensione ed è scapolo, e nonostante non le importi molto né dell’uomo né dell’amicizia che lo lega a suo marito, decide di intervenire nella sua vita spingendolo ad avvicinarsi a una sua amica, Nesta Pine, anche lei non sposata.
In maniera piuttosto inaspettata, i due decidono a un certo punto di sposarsi con lo scopo di farsi compagnia e offrirsi reciproco sostegno durante la loro tarda maturità.

Il racconto mette in parallelo con notevole maestria le due coppie. White offre in queste pagine un ritratto spietato dell’istituzione del matrimonio, visto con occhio lucido e implacabile. I legami descritti sono corrosi dalla semplice convivenza, in cui il coniuge più debole si trova a soggiacere alla volontà repressiva dell’altro. È ciò che succede ad Harold Fazackerley, la cui esistenza viene completamente plasmata dalla moglie Evelyn.
Anche in quelle che sembrano manifestazioni d’affetto, Evelyn nasconde in realtà un marcato desiderio di possesso che si traduce nella manifesta propensione a controllare, a indirizzare la vita delle persone che la circondano verso le scelte a lei più congeniali.
Allo stesso modo Clem Dowson e Nesta Pine rimangono vittime dell’impulso che porta la donna ad intervenire sulle loro vite facendoli incontrare e suggerendo a Clem come Nesta possa essere la “mano di una donna” che Evelyn ritiene indispensabile nella vita di un uomo.
Clem e Nesta però non impostano un rapporto come quello che esiste tra i Fazackerley, ma vivono, come afferma lo stesso Clem “su uno stesso livello”.
Eppure il loro legame è destinato a fallire.
La loro esperienza comunica l’idea di una convivenza coniugale come esperienza distruttiva, al cui interno è impossibile mantenere una propria individualità. Questo risulta valido in modo particolare per Clem il quale, prima di conoscere Nesta, aveva scelto di vivere nella solitudine e nel silenzio, riuscendo alla fine a trovare un equilibrio.
Anche l’unione dei Fazackerley mostra le proprie crepe e il conflitto scoppia nel momento in cui Harold scopre i sotterfugi della moglie e le sue dirette responsabilità nel determinare la catena di eventi che seguono l’incontro degli amici. È allora che l’uomo dà libero sfogo all’astio accumulato nel corso degli anni.
Per la prima volta i coniugi si trovano realmente uno di fronte all’altra e scoprono di non essersi mai conosciuti a fondo e di non aver fatto altro che mentire e recitare una parte per tutta la vita.
Un altro dei temi principali di questo racconto breve ma complesso come un grande romanzo, è dunque l’incomunicabilità.
I Fazackerley scoprono di essersi mentiti per tutta la vita.
I personaggi positivi sono coloro che, come Clem Dowson e Nesta Pine, non accettano di veder annullata la propria personalità. Ed è proprio da questa lotta e dal nemico che combattono – il materialismo e l’assenza di valori della società che li circonda – che la coppia è destinata a rimanere schiacciata.
Positiva è anche l’immagine della Natura. È significativo che Harold Fazackerley, dopo aver dato sfogo al suo profondo odio per la moglie, fugga in un estremo tentativo di fondersi con la natura, ritrovando un’armonia con se stesso e compenetrandosi con il tutto.
Riscoprendo una sorta di legame con la Natura, ad Harold viene offerta una possibilità di riconciliarsi con se stesso.
Egli d’altronde, da giovane era molto simile a Clem Dowson, ma a differenza di quest’ultimo, non ha “imparato a pensare” e dopo il matrimonio con Evelyn ha rimesso la sua vita nelle mani della moglie, rinunciando definitivamente ad aspirare ad un livello di vita superiore.
Il racconto è quindi costruito su una serie di confronti/scontri, verso la confessione e la messa in discussione di una realtà che rivela i suoi lati più sordidi e dolorosi.
Biografia

Patrick Victor Martindale White (Londra, 25 maggio 1912 – Sydney, 30 settembre 1990) scrittore, drammaturgo e saggista australiano. È stato uno dei maggiori scrittori del ventesimo secolo.
Nella sua narrativa cambia frequentemente il punto di vista attraverso il quale la vicenda viene narrata e e fa uso della tecnica del flusso di coscienza. Nel 1973 è stato insignito con il Premio Nobel per la letteratura.

White nacque a Londra in una famiglia della borghesia terriera australiana di origini inglesi. Sei mesi dopo la sua nascita ritornarono in Australia.
A quattro anni White manifesta i primi sintomi dell’asma che lo accompagnerà per tutta la vita, una malattia che non gli permise di giocare e socializzare con gli altri bambini, obbligandolo ad una solitudine forzata, una condizione che lo costrinse ad usare l’immaginazione e che accentuò il suo carattere solitario. I suoi genitori cercarono di dargli la migliore istruzione e sua madre cominciò presto a portarlo a teatro, di cui White si innamorò immediatamente. Dopo due anni e mezzo di scuola a Cranbrook l’asma di White si acuì e i genitori lo iscrissero alla Tudor House School, un collegio sulle Southern Highlands, nel Nuovo Galles del Sud, dove l’aria era più salubre. Dato l’isolamento forzato in cui aveva vissuto faticò ad adattarsi alla presenza di altri bambini. Fu in questo periodo che scrisse i primi drammi. Nel 1924, il collegio incontrò alcuni problemi finanziari e il suo direttore convinse i genitori di White a mandarlo in un collegio in Inghilterra, i quali accettarono di buon grado anche perché ciò si conveniva nella borghesia australiana.
Nel 1925 iniziò la frequentazione del Southern College a Cheltenham. White lottò per adattarsi a questo nuovo ambiente, ma i compagni lo canzonavano per le sue origini australiane e questo lo isolò dal gruppo. Anni dopo definì l’esperienza al Southern come “una sentenza a quattro anni di prigione”. White aveva dei parenti in Europa, ma nonostante gli facesse visita in occasione delle vacanze furono una presenza sempre molto lontana. In questo periodo ebbe un unico amico, Ronald Waterall, anch’esso appassionato di teatro. Scrive il più autorevole biografi di White, David Marr, che i due erano soliti sostare vicino all’entrata degli artisti per vederli di sfuggita, sovente scacciati dalle ragazze del coro. Quando Waterall lasciò la scuola, White si chiuse nuovamente in sé stesso. Chiese ai genitori se poteva lasciare la scuola per diventare uno scrittore o un attore di teatro e giunsero ad un compromesso, obbligandolo a finire la scuola e ritornare in Australia per provare la vita da agricoltore, nonostante fosse una delusione per loro dato il suo scarso rendimento. Passa molto tempo a scrivere, componendo alcune poesie (che la madre pubblicherà a proprie spese in un volumetto intitolato Thirteen Poems.

Nei due anni successivi White lavorò come jackaroo prima in una fattoria sul fiume Monaro e successivamente da uno zio a Walgett. I genitori di White consideravano un dovere del il figlio occuparsi delle terre della famiglia e speravano che uno volta diventato jackeroo le sue ambizioni artistiche scemassero, ma al contrario riuscì a scrivere tre romanzi rimasti inediti e studiò per gli esami di ammissione ad un corso di storia al King’s College di Cambridge.
Data la sua palese inadeguatezza a quel tipo di lavoro White si trasferì in Inghilterra nel 1932 e iniziò a studiare tedesco e francese al King’s College, recandosi spesso in Francia e Germania per migliorare l’apprendimento della lingua. Durante il primo semestre White si innamorò di un ragazzo entrato al college per diventare un sacerdote anglicano, ma tenne nascosti i suoi sentimenti per paura di perdere la sua amicizia. Tale ragazzo dopo un’impacciata relazione con due donne confessò a White di essere omosessuale a sua volta, e cominciarono una relazione. Mentre era a Cambridge la madre pubblicò a sue spese la raccolta di poesie The Ploughman and Other Poems, alcune delle quali già edite in Thirteen Poems, e scrisse un dramma che fu messo in scena da attori dilettanti. Scrisse anche altre poesie che vennero pubblicate nella rivista The London Mercury.
Nel 1935, appena laureatosi, si trasferì a Londra a casa dell’amico pittore australiano Roy de Maistre, un’amicizia molto importante per la sua vita artistica. De Maistre risiedeva in una zona di Londra molto frequentata da artisti e in questo ambiente White cercò di diventare un attore, ma dopo qualche tentativo fallito la scrittura divenne il suo interesse principale. Nel 1937 morì il padre di White lasciandogli un’eredità di diecimila sterline che gli consentì di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. In questi anni scrisse alcuni racconti che rimarranno inediti e il dramma Return to Abyssinia, ma fu con Valle felice che riuscì a guadagnarsi la fiducia di un editore. Il romanzo venne pubblicato nel 1939 e riscosse un buon successo in Inghilterra, diversamente dall’Australia. Lavorò anche ad un’altro romanzo, Nightside, ma lo abbandonò dopo aver ricevuto dei commenti negativi, una decisione di cui si pentì.
Nella primavera del 1939 visitò gli Stati Uniti, in particolare Cape Cod e New York, dove scrisse The living and the Dead, pubblicato nel 1941. Allo scoppio della seconda guerra mondiale ritornò a Londra e venne arruolato nella Royal Air Force come funzionario dei servizi segreti ed inviato in Medio Oriente. Nel 1941 incontrò ad Alessandria d’Egitto Manoly Lascaris, il quale diventerà il suo compagno per tutta la vita. Durante il periodo passato nell’esercito la pressoché totale impossibilità di scrivere gli causò molte sofferenze. Scrisse soltanto tre racconti.

Nel 1946 White decise di trasferirsi in Australia col suo compagno nonostante sua madre, che nel frattempo si era trasferita a Londra, cercasse di dissuaderlo. Nell’ultimo periodo della sua residenza londinese inizia a scrivere The Ham Funeral. Alla fine dell’anno partì per l’Australia, dove risiedette per i successivi diciotto anni in una vecchia casa a Castle Hill, nella periferia semi-rurale di Sydney. Iniziarono la coltivazione di fiori e ortaggi e l’allevamento di cani schnauzer, un’attività che occupava molto tempo a White, il quale non riuscì più a scrivere e temeva che la sua attività letteraria fosse giunta alla fine, con suo grande sconforto. A peggiorare la condizione di White, che si era dichiarato omosessuale, anche il clima di aperta censura cresciuto in quegli anni in Australia.
Riprese a scrivere solo nel gennaio del 1950, quando aveva più tempo libero grazie all’aiuto che i coniugi Kubic davano nella fattoria. L’anno successivo sorsero alcuni problemi con i Kubic, i quali furono licenziati riducendo così nuovamente il tempo libero di White. Inoltre White e Lascaris non riescono a far fronte alle spese di gestione della fattoria e un forte attacco di asma mette in pericolo la vita di White.
Nel 1951 succede un avvenimento fondamentale nella vita di White. Mentre accudisce i cani scivola nel fango e inizia a bestemmiare. Questo avvenimento gli fa rivalutare la sua vita considerando la presenza di un Dio fino ad allora sempre negato. Dopo quest’episodio ricominciò a scrivere. Inoltre, frequenti attacchi d’asma lo costringevano a lunghe giornate di riposo. Nel 1954 terminò L’albero dell’uomo e lo inviò all’editore a Londra e New York.
L’albero dell’uomo venne pubblicato nel 1955 negli Stati Uniti e subito dopo in Ingihlterra dove ricevette delle entusiastiche recensioni, ma, come da tradizione, fu stroncato dai critici australiani. White ebbe dei dubbi se continuare a scrivere dopo che le sue opere furono largamente ignorate in Australia (tre delle quali furono definite non-australiane dai critici), ma si rimise subito al lavoro con la stesura del romanzo successivo, L’ esploratore, il romanzo con cui sfondò anche in Australia e con cui vinse la prima edizione del Miles Franklin Literary Award.
Nel 1958 pubblicò il saggio autobiografico The Prodigal Son e nell’ottobre del 1961 I passeggeri del carro, un best-seller e col quale vinse il secondo Miles Franklin Literary Award. Dopo la rappresentazione di The Ham Funeral all’Adelaide Festival gli venne riconosciuto anche il suo talento di drammaturgo. Scrisse la commedia La stagione a Sarsaparilla e contemporaneamente iniziò la stesura del romanzo Una Frangia di foglie. Negli anni sessanta White ambientò molte delle sue opere nella città immaginaria di Sarsaparilla. Lavora ancora per il teatro drammatizzando il racconto A Cheery Soul.
Da questo momento nessuno mette più in dubbio che sia uno dei migliori autori al mondo. White era una persona riservata, sempre restio a concedere interviste e alla mondanità, sebbene la sua cerchia di amici si allargasse in modo significativo.
Nel 1964 vendette la casa a Castle Hill e si trasferì a Sydney. Contemporaneamente iniziò la stesura di Il mandala solido, che verrà pubblicato nel 1966. Nel 1968 White inizia la stesura di Il vivisezionatore, il ritratto dell’indole di un artista. Alcuni videro nel protagonista l’amico Sidney Nolan, ma White ha sempre fortemente negato che il romanzo fosse basato su di lui. In questo periodo prese la decisione di rifiutare qualsiasi premio per i suoi lavori. Declinò sia i diecimila dollari del Britania Award che il terzo Miles Franklin Literaly Award. White fu contattato da Henry Miller per lavorare alla sceneggiatura di L’esploratore, ma il progetto andò alla deriva.
Dopo la morte della sorella nel 1969 White scrive la seconda stesura de Il vivisezionatore che verrà pubblicato l’anno successivo. Nello stesso anno prese posizione contro la censura e si unì ad altri personaggi pubblici contro la decisione del governo australiano di partecipare alla guerra del Vietnam.

Nel 1973 gli venne conferito il premio Nobel per la letteratura “per un’epica e psicologica arte narrativa che ha introdotto un nuovo continente nella letteratura”. White non andò di persona a ritirare il premio, ma mandò l’amico Sidney Nolan. L’annuncio del Nobel ebbe effetti immediati sulla sua carriera. Nel 1974 White istituisce il Premio Patrick White, un premio annuale che viene conferito a scrittori che dimostrano una grande creatività per un lungo periodo di tempo, ma non ricevono un adeguato riconoscimento. White viene anche nominato australiano dell’anno.

White sostenne il governo laburista di Gough Whitlam dal 1972 al 1975, e dopo la crisi costituzionale del 1975 e la conseguente cacciata di Whitlam divenne particolarmente antimonarchico ed espose quest’idea in alcune rare apparizioni televisive.
Nel 1976 termina Una frangia di foglie, un romanzo iniziato molti anni prima. Tra il 1977 e il 1978 scrive le sceneggiature di Monkey Puzzle e Last Words e il romanzo The Twyborn Affair, che uscirà nel 1979. Per questo romanzo fu candidato al Booker Prize, ma rifiutò la candidatura per lasciare spazio ai giovani scrittori.
Nel 1981 esce la sua autobiografia, Flaws in the Glass: A Self Portait, in cui esplora molti aspetti della sua vita, tra cui l’ omosessualità e le ragioni per cui rifiutò di ritirare personalmente il premio Nobel. Nello stesso anno inizia la stesura dell’ultimo romanzo, Memoirs of Many in One, che viene curiosamente attribuito alla penna “di Alex Xenophon Demirjan Gray, curato da Patrick White”, ma il lavoro procede a rilento per il peggioramento della sua salute che lo costringe a periodi di inattività. Il romanzo L’esploratore venne trasformato in uno spettacolo teatrale e White fu invitato per assistere alla rappresentazione all’Adelaide Festival, ma rifiutò per la presenza della regina Elisabetta II, andando invece a vederlo a Sydney.
Nel 1986 uscì Memoirs of Many in One e l’anno successivo Three Uneasy Pieces.

Nonostante la sua salute peggiori ulteriormente e sia costretto ad una degenza ospedaliera collabora con David Marr alla sua biografia, Patrick White. A Life.

Morì il 30 settembre nella sua casa di Sydney per complicazioni polmonari.


RECENSIONI

Gabriele Capelli Editore pubblica un grande scrittore australiano.
White: Nobel per la letteratura.
Gabriele Capelli Editore di Mendrisio annuncia l’uscita del libro “La mano di una donna” di Patrick White.

Il libro parla di un’anziana coppia di coniugi in pensione che ritrovano dopo molto tempo un vecchio amico del marito che conduce una vita non proprio ordinata, ma che grazie alla moglie dell’amico trova una sistemazione al solo scopo di non passare la fi ne della sua vita da solo. Il racconto descrive e mette in parallelo le due coppie. White in queste pagine offre un ritratto spietato dell’istituzione del matrimonio, i legami descritti sono corrosi dalla convivenza e dall’impossibilità di comunicare.
“La mano di una donna” è quindi costruito su una serie di confronti/scontri, verso la confusione e la messa in discussione di una realtà che rivela i suoi lati più sordidi e dolorosi.
L’autore, nato a Londra il 25 maggio 1912 in una famiglia della borghesia terriera australiana, è uno dei più grandi scrittori del ventesimo secolo. Fin dai primi anni di vita manifesta i sintomi dell’asma che lo portano a condurre un’infanzia caratterizzata da solitudine e che lo costringono a passare le giornate con la sua immaginazione. Anche la sua vita da ragazzo
non è proprio rose e fi ori, infatti deve cambiare diverse scuole e al college passa “una sentenza a quattro anni di prigione”, così defi nita da lui, perché i compagni lo canzonano per le sue origini australiane. Grazie alla sua passione per il teatro, già sviluppata in tenera età grazie alla madre che lo accompagna, riesce a trovare un amico ma, quando il ragazzo lascia la scuola, White si chiude nuovamente in se stesso e supplica i genitori di poter lasciare la scuola. Nonostante la richiesta, fi nisce la scuola e torna in Australia dove sperimenta la vita da agricoltore e dove riesce a scrivere molto e anche delle poesie.
A vent’anni, soffrendo di inadeguatezza a quel tipo di lavoro, si trasferisce a Londra dove comincia a studiare tedesco e francese e dove si innamora di un giovane. Completati gli studi, comincia a pubblicare diversi libri, sempre molto apprezzati in America e molto screditati in Australia, ma nonostante le continue critiche White decide di trasferirsi in Australia con il suo compagno. Negli anni sessanta riesce ad affermarsi come uno dei più grandi autori al mondo, anche se molto riservato e restio a concedere interviste. Nel 1973 gli viene conferito il premio Nobel per la letteratura “per un’epica e psicologica arte narrativa che ha introdotto un nuovo continente nella letteratura”. Patrick White muore il 30 settembre 1990 nella sua casa di Sidney per complicazioni polmonari.
L’Informatore, 9 maggio 2008


La mano di una donna

Pubblicato nel 1974, La mano di una donna è un romanzo breve di Patrick White, scrittore e drammaturgo australiano, premio Nobel nel 1973. Pubblicato da Gabriele capelli di Mendrisio, nella traduzione di Simone Garzella, il testo narra la vicenda di una coppia di anziani coniugi, Harold ed Evelyn che vivono, ma sarebbe forse meglio dire “sopravvivono”, dispersi nel vuoto della realtà australiana. All’apparenza la si potrebbe definire una coppia affiatata, ma man mano che si procede nella lettura si scopre che la loro convivenza è il risultato di un complesso gioco di stratagemmi e omissioni che consentono loro di sostenersi e proteggersi a vicenda. La loro solitudine, attutita da frequenti viaggi ed escursioni nell’immensità degli spazi australiani, viene infranta dall’incontro con un vecchio conoscente, Clem, un uomo solitario e misterioso, nonché ex compagno di scuola di Harold con cui quest’ultimo aveva vissuto durante l’adolescenza un’esperienza omosessuale, ovviamente taciuta alla moglie. L’occasione provoca in entrambi i coniugi un profondo turbamento. Ma mentre Harold sembra comprendere quasi empaticamente il bisogno di solitudine dell’amico e la sua aspirazione alla contemplazione della natura, per Evelyn, che aveva conosciuto Clem durante un viaggio in Egitto (un altro incontro casuale), egli rappresenta non solo una sorta di “errore”, una mostruosità da correggere, ma soprattutto l’occasione per ravvivare il vuoto di un’esistenza tracciata ai confini del mondo.
La soluzione è incarnata da Nesta Pine, un’amica della coppia, una donna semplice che viene presentata a Clem. I due finiranno per sposarsi ma sarà un’unione breve, destinata a concludersi tristemente.
In Harold, la tragedia provoca un dolore profondo mentre in Evelyn si riduce a una breve increspatura nella calma piatta della sua esistenza.
Grazie a un linguaggio estraniato e allusivo, in cui emergono qua e là elementi di pura visione, White riesce a trasmettere al lettore il senso di una realtà instabile e incerta in cui la possibilità di comunicare in modo diretto i propri sentimenti rappresenta un orizzonte irraggiungibile.
di Fabio Martini, Ticino7, 23 maggio 2008


La mano di una donna

Narrativa.

È un romanzo breve, dei meno noti di White (Londra 1912 – Sydney 1990), premio Nobel 1973. Eppure, dopo poche pagine, ci si accorge della qualità della sua scrittura, più che della storia, che è un lungo frammento di vita quasi-quotidiana. E proprio nel particolare, da osservazioni all’apparenza perfino banali, con acute similitudini (p. 47) o per clima narrativo si intravede una sfuggente realtà, avviata a conclusione senza finali ad effetto ma riassuntiva dell’identità di un protagonista nei ‘volti delle persone scomparse’. Splendida, a p. 89, la descrizione del paesaggio, misterioso e opaco, che si nasconde o si svela.

Luciano Nanni
Literary nr. 6/2008


Pubblicato dalla Gabriele Capelli editore un racconto del premio Nobel Patrick White

Lo sconfinato potere di una donna
di Simona Sala

Quanto può lo sguardo di una donna, un suo gesto, una sua parola? Il premio nobel Patrick White lo sa bene e lo racconta magistralmente ne La mano di una donna.

Basta una parola lasciata cadere come per caso, en passant, al termine di una discussione o di un dialogo, magari anche leggermente fuori contesto. A nessuno parrà di avere percepito quanto detto, e la frase rimarrà sospesa in aria, come polverizzata, salvo poi depositarsi da qualche parte nell’inconscio del destinatario, insediarsi, guadagnare lentamente consistenza per infine presentarsi in tutta la sua completezza e importanza e giungere a condizionare scelte e decisioni.

Evelyn Fazackerley è consapevole del suo potere femminile tanto quanto della sua presenza fisica, del suo background così come delle – biasimate – limitazioni finanziarie. Di suo marito Harold (con cui condivide la pensione in giornate di piacevole e languido ozio) disprezza i segreti, le cose che non sono al loro posto, la spontaneità crea­tiva, perché rischierebbero di minare il controllo che lei esercita su di lui:

« Le mattine in cui lei gli lasciava comprare le costolette e fare un giro da David Jones, Harold Fazackerley andava ai parchi, fino a sospettare che gli uomini anziani seduti sulle panchine presentassero l’aspetto più negativo della pensione » .

All’apparenza poco di rilevante accade nella vita dei due coniugi (trascorsa spesso a perlustrare il paesaggio australiano), fino al giorno in cui incontrano un vecchio amico del marito, il silenzioso Clem Dowson, con i suoi occhi azzurri, la zazzera rossa e la casa in bilico sulla scogliera. Fedele a se stessa e ai suoi archetipi comportamentali, Evelyn non può astenersi dall’impicciarsi nella vita di Dowson, facendolo alla sua solita maniera: quasi per caso. Gli presenta l’amica maldestra e un poco grigia Nesta Pine, nella speranza di un improbabile congiungimento che poi, in barba alle previsioni di Harold, avrà luogo davvero.

A stupire positivamente il lettore – dopo il primo momento di sconcerto – oltre la trama del libro è il modo in cui è scritto, la capacità di White di utilizzare uno stile narrativo e delle strutture particolari, di scegliere dei vocaboli insoliti, in grado per la propria natura di arricchire il testo, conferendogli qualcosa di misterioso:

« Quei capelli grigi tagliati a spazzola, senza dubbio un tentativo per mascherare la calvizie, gli davano un’aria ancora più rozza e gli facevano sembrare gli occhi più azzurri, la faccia più enorme ed esposta agli attacchi.
In quanto a questo, mentre se ne stavano lì in mezzo alle pietre e al silenzio, immobili come statue, tutti e tre si ritrovarono temporaneamente piuttosto esposti, incapaci di fare affidamento sull’inganno delle parole » .

La scelta di Gabriele Capelli

Se questo racconto da qualche settimana è apparso nelle librerie del cantone e italiane, lo si deve alla lungimiranza e al buon fiuto di Gabriele Capelli, fondatore di una piccola casa editrice di Mendrisio, distintosi in passato per avere deciso di ripubblicare Marte, il cavaliere, la morte e il diavolo del giovane e controverso autore zurighese Fritz Zorn. Oltre a una serie di libri di grafica e fotografia, tra cui ricordiamo Il Modulor + Modulor 2 di Le Corbusier, Nature silenziose di Flor Garduño (vincitore dell’«ADC 85th annual awards” – merit award – e semifinalista dell’indipendent publisher book awards 2006), Le spectacle dans la rue, 100 manifesti da 10 paesi realizzati tra il 1958 e il 1968 (vincitore del «The best Swiss books» 2005), Places di Stefania Beretta e Maurizio Anzeri e ultimo in ordine cronologico, Vertige, per la recente mostra alla Galleria Gottardo di Lugano con le opere di Jules Spinatsch, Cécile Wick, Nicolas Faure.

Una scelta in fondo nuova, questa più recente, di pubblicare un racconto del premio nobel (1973) Patrick White, scomparso da poco meno di vent’anni; autore che nella sua vita ha pubblicato dodici romanzi, raccolte di racconti e pièces teatrali. Finora infatti, oltre a Zorn, nella sezione dedicata alla letteratura erano comparsi solamente Quattro mele annurche di Maria Rosaria Valentini e Niente salvia a maggio di Flavio Stroppini.

L’editore Gabriele Capelli, racconta di essere da qualche tempo in contatto con diverse agenzie letterarie che propongono una serie di libri da cui lui sceglie cosa pubblicare. Requisito fondamentale delle opere proposte: non deve trattarsi di «blockbuster letterari» (che sono comunque da anni avvicinabili solo dai colossi dell’editoria a causa dei costi elevatissimi dei loro diritti).

In programma prossimamente vi sono Chris Ayres con il suo Corrispondenza di guerra per codardi (vere cronache di un «embedded» dotato di poco coraggio ma catapultato nel bel mezzo di una guerra) e Sanjay Nigam con L’uomo dei trapianti (che descrive le avventure di un giovane medico di un ospedale americano, con tutta una serie di trapianti, come annuncia il titolo).

« Ci stiamo spostando sempre più verso la pubblicazione di autori stranieri – spiega Capelli
– per creare una collana identificabile sia dal formato sia dalle copertine ».

La narrativa quindi come sfida, e, in questo caso, piccola preziosa apertura sulla finestra del mondo.

Azione, anno LXXI, nr. 24


La mano di una donna

La mano di una donna è il titolo della versione italiana del romanzo di Patrick White che rispecchia fedelmente quello dell’originale, senza possibile perdita di sfumature.

Nella bellissima prosa di White, è proprio la mano di una donna a condurre un gioco di luci ed ombre in cui far palpitare quattro personaggi, due coppie non più giovani colte in quella controra della vita in cui dovrebbe sostare da sazi, ormai assuefatti ai sentimenti più impetuosi e passionali.

La trama dello scrittore sovverte l’andamento tranquillo che sembra appartenere di diritto a un’età anziana ma anzi la rende palcoscenico di una storia densa di rabbia e desiderio raccontandola magistralmente, attraverso un linguaggio scorrevole e figurato, ricco di metafore efficaci.

La descrizione dei paesaggi è infatti per White un elemento essenziale per lo sviluppo di un racconto in cui la quotidianità e le gestualità della coppia vengono trasmesse proprio attraverso un rimando continuo alla natura (meraviglioso il richiamo ai pavoni che di volta in volta assume un significato differente nel climax della narrazione) e ai fatti minimi di un’esistenza a due, accettabile in tutto e per tutto se non fosse per il mondo interiore dei protagonisti che si affaccia mirabilmente nella semplice trama.

White indaga e scruta l’esistenza a doppio fondo dei suoi personaggi, rivelandone il volto più intimo e fragile con una scrittura asciutta e realistica che mantiene vigile l’attenzione e il coinvolgimento del lettore.

Alla maniera dei grandi narratori del 900 lascia raccontare la realtà come è, raccogliendone l’espressione più densa nei dialoghi e nella formula descrittiva che aderisce magistralmente ai protagonisti, decretandone uno spessore che lievita sulla carta man mano che si scorrono le pagine.

Elisa Davoglio, LITERARY.IT


Storie di ipocrisia e salvezza

L’Australia è la patria – oltre che di Colleen McCullough, indimenticabile autrice di Uccelli di rovo e di massicci romanzoni storici – anche di Patrick White, coltivatore di terre, allevatore di cani schnauzer, premio Nobel per la letteratura nel 1973, e autore, tra l’altro, di Passeggeri nel carro e di un epistolario notevole.

Per molto tempo trascurato dalla nostra editoria, ora di White è disponibile La mano di una donna (Capelli editore, pagg. 96, euro 12, trad. Simone Garzella): crudele racconto di una coppia ormai anziana – al cui interno tutto è sempre stato deciso da una moglie con la mania del controllo – che favorisce la costituzione di un’altra coppia. Entrambe finiranno male.

Di Tommi Cappellini, 07.09.2008, il Giornale.it


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