«L’implacabile necessità di vivere e di sopravvivere», “Il movimento elementare” – Azione
Azione, 22.07.2026
Cronaca di un padre mancato
Di Manuel Rossello
Romanzo in versi: il memoir poetico di Fabiano Alborghetti attraversa un legame familiare irrisolto mentre la storia italiana si rifrange nella quotidianità.
La dicitura «romanzo in versi» del pregevole Movimento elementare di Fabiano Alborghetti impone un’osservazione preliminare: quello della poesia narrativa è sempre stato un genere sostanzialmente estraneo alla tradizione poetica in lingua italiana, molto più rigogliosa sul versante idillico-elegiaco. L’ingombrante eredità petrarchesca ha pesato non poco nel far pendere la bilancia nel campo della liricità e dell’irrealtà. Volendo indicare antecedenti illustri a cui richiamarsi vengono a mente, certo, La camera da letto di Bertolucci, La ragazza Carla di Pagliarani e poco altro. A meno che non si ricorra alla produzione dialettale, per esempio i poemetti di Carlo Porta, nei quali la critica ha peraltro ravvisato dei capolavori. Viceversa, in area anglosassone la ballata gode di una lunga tradizione, e per fare due nomi tra i tanti menzionerei almeno il Don Juan di Byron o il Tam ’O Shanter di Burns, un horror ante litteram.
Acclaratane la peculiarità formale, come valutarne il risultato? Il pur inflazionato termine di «memoir» pare adeguato in prima battuta a circoscriverne i confini. La vita di un uomo è riepilogata alla luce del legame con il narratore, che temerariamente ne è anche il figlio. Ai versi è demandato il compito di «fare i conti» con il proprio padre, di rimarginare le ferite di un rapporto insieme profondo e manchevole, viscerale e incompiuto. Ma c’è di più.
Intanto si prova ritegno nello scandagliare e valutare la qualità di un testo calato fin nei recessi di un rapporto che, benché esibito al lettore, rimane privatissimo. La materia è presto detta: il figlio-autore registra quasi giorno per giorno i fallimenti e le frustrazioni del padre-protagonista. Ma il fatto che segua (e insegua) in un perenne presente la sua vita stentata e inappagata, dalla natia Valsesia alla periferia di Milano, dagli anni giovanili del secondo dopoguerra fino all’epilogo di pochi anni addietro, fa del narratore una sorta di «testimone assente». Malgrado l’assillo paterno di avanzare lungo i gradini della scala sociale, ogni tentativo è frustrato e il sogno di un pur modesto benessere svanisce.
L’astio della madre per un marito considerato inetto e incapace di trarre vantaggio dal boom economico finisce per provocare la fine del matrimonio. Intanto gli accadimenti della realtà brulicante di vita, quella più brutale come quella più banale, scorrono paralleli all’esistenza di suo padre, come intravisti da un finestrino appannato: il Carosello, la Primavera di Praga, il frigorifero Ignis, gli anni di piombo, Lotta continua, Seveso, la banda della Magliana, Ustica, la stazione di Bologna… Mentre la vita si consuma in un susseguirsi di giorni forsennati e insensati, l’autore registra il perdersi degli usi conviviali per l’implacabile necessità di vivere e di sopravvivere (la nonna che «ha dismesso da anni i canti affettuosi»).
A fare da sfondo c’è una Milano grigia e implacabile, ma non per questo meno vivace, con la Chinatown di via Sarpi ancora chiamata «il borg di scigulàtt» perché vi si coltivavano le cipolle; o con la nebbia ormai dissolta (la «scighera»), con il suo caratteristico odore.
Ogni esistenza è irripetibile, eppure è simile a tante altre vite stentate. Celato sotto la pietas verso il genitore si intuisce un sottotesto incandescente, un rimuginare incessante attorno a quel rapporto ora tenero, ora straziante, ma segnato per entrambi dal dubbio di essere stati inadeguati. Non si può insomma non avvertire a ogni pagina, quasi a ogni verso, una vibrazione sotterranea eppure tenace: il pulsare sismografico di quel rapporto irrisolto che in fondo è il destino di ogni relazione padre-figlio.
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