«Casella crea un intreccio di eventi documentati, di storie umane…» – “L’uragano di pietra” – tellusfolio.it
© tellusfolio.it, 28.11.2025
Mario Casella, “L’uragano di pietra”
Di Marisa Cecchetti
“Correva l’inizio degli anni Settanta del diciannovesimo secolo quando, nel cuore delle Alpi, in Svizzera, le volate di dinamite iniziarono a forare il granito del San Gottardo. Nello stesso periodo, ma su un altro pianeta, al di là dell’Atlantico, la polvere da sparo, i martelli pneumatici e i colpi di mazza degli scalpellini iniziarono ad affettare la compatta roccia dell’isola di Hurricane”.
Così Mario Casella, giornalista, guida alpina e autore pluripremiato, mette in parallelo due contesti lontani negli anni di fine ottocento e inizio novecento, caratterizzati dallo stesso lavoro dei picasass, lavori sfiancanti e, soprattutto in valle Riviera, a salario troppo basso. Vi lavoravano anche i bambini, addetti al mantice che alimentava la forgia.
C’era lavoro per tutti nel Canton Ticino, in valle Riviera, e anche Beppe, all’età di venti anni, attirato dalle voci sentite nel bar del paese, lasciò Schignano in Valle d’Intelvi, per fare lo scalpellino in Svizzera.
Ma “chi aveva attraversato l’Oceano scriveva che al di là del Gran Buzùn – la Grande Pozza atlantica – giravano salari molto più alti di quelli svizzeri”. L’isola rocciosa di Hurricane, al largo delle coste del Maine, aveva un granito perfetto per lo sviluppo urbanistico di quel periodo, un granito usato, fra l’altro, per la costruzione della Posta di Baltimora e per i pilastri del ponte di Brooklin: “Uno scoglio lungo poco più di un chilometro, con un granito non grigio e cristallino come quello della Riviera, ma ferrigno e con sfumature rosa”. Gli italiani, emigranti per miseria, fame, per lo sfruttamento dei padroni e la persecuzione degli usurai, approdarono a Hurricane insieme ad altri europei.
“Nelle cave occorrevano d’urgenza più braccia, meglio se già abituate al lavoro con la pietra. Mani come tenaglie, abili nello spaccar sassi, e braccia di ferro, abituate a spostare macigni. Era destino che la calamita Hurricane attirasse a sé la manodopera impegnata ai piedi del San Gottardo. Nemmeno la distanza di un oceano poté annientare la forza d’attrazione del dollaro”.
Al di sopra delle informazioni geografiche e storiche, Casella crea un intreccio di eventi documentati, di storie umane, di personaggi realmente esistiti, calandoli nella finzione letteraria. Sono personaggi coraggiosi che affrontano l’Atlantico verso un mondo ignoto, una lingua sconosciuta, un ambiente inospitale battuto dalle onde e dai venti, con lo stesso coraggio disperato di chi oggi affronta traversate pericolose sulle carrette del mare.
Una grande storia d’amore nasce tra le rocce di Hurricane: loro sono Giuanìn e Mira. Orfano di padre e di madre, lui è arrivato con lo zio Beppe, al suo secondo viaggio per l’isola, e nella Merica si chiamerà Gionni. A otto anni già lavorava alle cave.
Mira, cioè Miranda, arriva più tardi, suo padre ricattato dal datore di lavoro perché difendeva i diritti degli operai, indebitato per affrontare il viaggio, obbligato a scegliere tra il sindacato e il posto di lavoro, costretto per contratto da La Mano Nera a fare il crumiro sull’isola.
In un alternarsi di prima e terza persona, in queste pagine dove ogni personaggio è scolpito a tutto tondo accanto ai protagonisti della storia d’amore, il ricordo di allora si intreccia con i primi anni venti del novecento, quando ormai l’isola è tornata al suo stato primitivo, senza voci, senza la polvere e il frastuono dei martelli pneumatici, senza il pulviscolo di granito che volava dovunque.
Una vita di fatica, solitudine, nostalgia di casa, è quella della comunità sullo scoglio roccioso, ma con la soddisfazione del quotidiano ritrovo dalla locandiera austera e materna, con le voci dei bambini e dei gabbiani, il silenzio quando il gelo blocca i lavori, la bellezza della fioritura che torna a primavera. C’è amore, ma anche il senso doloroso della separazione e dell’attesa; ci sono le lotte sindacali e gli scioperi, il rischio del contrabbando affrontato con noncuranza e il dramma che stronca la vita.
Ma l’isola di granito, che si era trasformata in un abitato fiorente di oltre ottocento persone, con la scuola, la locanda, il teatro, con tutti i riti di una comunità organizzata, fu abbandonata dopo un uragano che aveva fatto colare a picco una chiatta carica di milleduecento tonnellate di granito. domenica pomeriggio, otto novembre 1914, e dopo la morte di chi procurava il lavoro, il vero timoniere.
“Dal reportage scritto il 29 ottobre 1916 dal giornalista John Coggswell inviato sull’isola di Hurricane dal Boston Sunday Post: Questa è la storia di una cittadina scomparsa. Un tempo fu un fiorente abitato di 800 persone. Le case e le strade sono ancora lì, ma due uomini e una mucca sono i soli segni di vita rimasti su quest’isola deserta”.
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