«Le vite scorrono, si sfiorano, si infrangono e si riformano come onde» – “Come onde di passaggio” di Begoña Feijoó Fariña – viceversa letteratura


© viceversa letteratura, 21.07.2025

Come onde di passaggio
Romanzo
Begoña Feijoó Fariña

Recensione di Teresa Chiriacò

Come onde di passaggio di Begoña Feijoo Fariña è un romanzo corale, un mosaico di storie raccontate da un narratore esterno che, all’inizio apparentemente slegate, finiscono per intrecciarsi nella cornice tragica del crollo del ponte Morandi a Genova.

Il romanzo segue le vicende di cinque personaggi nei giorni che precedono il crollo del ponte, dal 10 al 15 agosto. In questi giorni cruciali, le loro vite si intrecciano in modo inevitabile, costruendo una trama di tensione crescente. La struttura del libro riflette questa intensità: ogni giornata è raccontata in capitoli distinti, suddivisi a loro volta in sottocapitoli dedicati a ciascun personaggio – Sandy, Dario, Dante, Marisa e Luca. Questa scelta strutturale agisce come un conto alla rovescia, creando un ritmo che accompagna il lettore verso un esito inevitabile. Il romanzo si trasforma così in un crescendo drammatico, in cui la consapevolezza dell’imminenza della tragedia alimenta una continua attesa, pur mantenendo il mistero su come e con quali conseguenze essa si concretizzerà. Le storie si sviluppano su binari paralleli – anche se a volte qualcuna si intreccia casualmente. Ogni protagonista è immerso nei propri drammi, aspirazioni, fragilità. Tuttavia, già in questa prima parte si percepisce un filo invisibile che collega i personaggi: il tema della solitudine, del desiderio di cambiare, della fatica a trovare un posto nel mondo, ma, soprattutto, la città di Genova – sfondo che accoglie le vite di tutti loro.
Attraverso questa costruzione narrativa che alterna storie individuali e che fa crescere la tensione man mano che ci si avvicina al 14 agosto, il libro mostra i diversi modi in cui le vite dei personaggi, pur lontane, possono sfiorarsi nel momento di una tragedia collettiva. Inoltre, tramite una narrazione intensa e frammentata, il romanzo esplora solitudini, desideri e fragilità, mostrando come la tragedia possa infrangere progetti e al contempo generare trasformazioni profonde.
Il 14 agosto segna un punto di svolta: la narrazione si frammenta in paragrafi brevi scanditi dagli orari, seguendo in tempo reale le azioni dei vari protagonisti nel giorno del crollo del viadotto Polcevera. Il ritmo si fa incalzante, quasi cinematografico, e il lettore avverte l’inevitabilità della catastrofe. Nonostante non si verifichi nessuna perdita definitiva, l’evento lascia segni indelebili nei personaggi, segnando un punto di rottura tra ciò che è stato e ciò che verrà.

Particolare attenzione è dedicata alla caratterizzazione dei personaggi, ognuno dei quali è contraddistinto da una serie di contrasti – che contribuiscono a renderli umani – e costruito con una grande sensibilità ai dettagli. Attraverso gesti minimi, ricordi frammentari e desideri inespressi, l’autrice riesce a delineare figure complesse, capaci di suscitare immediata empatia nel lettore. Ogni personaggio porta con sé una ferita, un conflitto interiore che si intreccia ai temi più ampi della narrazione, rendendo il tessuto del romanzo ancora più vivido e stratificato. È proprio nella cura dei cavilli emotivi, nei silenzi e nelle esitazioni, che emergono nitidi i tratti caratteristici di ciascuno di loro. Nonostante l’accuratezza nella definizione psicologica, i personaggi possono apparire leggermente stereotipati: la giovane fragile e insicura, il padre in cerca di redenzione, l’uomo ossessionato dall’apparenza, la donna combattuta tra paura e desiderio di rinascita. Tuttavia, questi elementi non intaccano l’efficacia complessiva della narrazione. Anzi, è forse proprio attraverso figure riconoscibili e comuni che l’autrice riesce a rappresentare l’ordinarietà dell’esistenza, conferendo forza emotiva alla straordinarietà della tragedia che irrompe improvvisa nelle loro vite. I personaggi, pur nella loro semplicità archetipica, si fanno specchio delle fragilità comuni, permettendo a chi legge di rispecchiarsi nelle loro paure, nei loro sogni, nelle loro perdite.

Tra i protagonisti c’è Sandy, giovane donna intrappolata in un rapporto complesso con la madre, che da anni si è chiusa in quella che si intuisce essere una forte depressione. Sandy combatte ogni giorno tra il bisogno di felicità e il senso di inadeguatezza che la perseguita: osserva le altre ragazze con invidia, finge con le amiche Marta e Sara di vivere una spensieratezza che in realtà non le appartiene, mentre si rifugia spesso nel bar di Marisa per assaporare, almeno per qualche istante, il calore di una normalità che sente distante.

Entrerà nei negozi, sopporterà voci e sguardi, si farà scudo con il sorriso più grande di cui è capace e cercherà di arrivare al lavoro se non felice almeno ancora un po’ fiera di sé. Pranzerà con lo sguardo perso nel vuoto oltre il porto, con una fetta di pizza e una pesca comprate strada facendo. (p. 13)

L’inadeguatezza di Sandy è evidente anche nella sua abitudine di guardare al passato, rappresentativa del suo desiderio di fuggire dal presente che abita. Il contrasto tra il bisogno di essere amata e l’assenza affettiva della madre è una delle dinamiche più dolorose della sua storia.

Sono brava sai? Sono tra i migliori agli esami, anche se devo lavorare perché papà da solo non ce la fa. Vorrei che fossi fiera di me. Vorrei che mi chiedessi come sto, com’è andata la giornata, se sono innamorata di qualcuno, come sono i professori in università, cosa voglio fare da grande. (p. 82)

Paradossalmente, sarà proprio la tragedia a risvegliare la madre dal suo sonno immobile, spingendola ad alzarsi dal letto e a provare a ricominciare a vivere, per sé stessa, per il marito e per Sandy.

La stessa potenza salvifica della catastrofe si manifesta anche nella storia di Dario, ex detenuto che tenta disperatamente di essere un buon padre per la figlia Serena, mentre resta estraneo al figlio Sandro. Anche qui, in modo paradossale, il crollo del ponte, pur segnando una tragedia, si rivela anche un’occasione di riscatto per lui. In un momento di caos e paura, la perdita imminente apre la possibilità di riparare un legame interrotto da anni. La catastrofe, in un contesto di grande dolore, diventa così un’occasione di redenzione: un momento in cui Dario si trova finalmente costretto a fare i conti con se stesso e con la sua famiglia, riscoprendo, attraverso la paura e la sofferenza, una nuova possibilità di connessione e di ricostruzione, in particolare con il figlio Sandro.

Dante, invece, è un uomo ossessionato dall’apparenza e dal giudizio altrui, incapace di trasmettere amore in modo sano, soprattutto verso la figlia di sette anni, Giulia, che colpevolizza per il suo crescente sovrappeso. Un atteggiamento che, come in ogni suo giudizio netto e privo di mediazione, rivela la sua stessa fragilità interiore.

Dante dice che Giulia non dovrebbe mangiarle. […] No, la cipolla non mi piace e dopo una pausa grazie nonna, prima di volgere al padre lo sguardo, cercando un’approvazione che confonde con qualche forma di amore. Sette anni compiuti da poco, Giulia non sa che suo padre da piccolo era molto più in sovrappeso di lei. Lo sapesse, forse troverebbe il coraggio di dirgli che lei è quello che è e lui, con il suo farle guadagnare ogni grammo d’affetto, non fa che rischiare di essere amato di meno. Ma non lo sa e avere l’amore del padre è il suo scopo più grande. Così consuma il pasto fingendo che le carote davvero le bastino e alla fine le viene concessa anche una piccola fetta di torta, a colmare una fame che diventa in realtà sempre più grande. (pp. 76-77).

Marisa, la barista che vive nel ricordo di un amore perduto, si confronta con la solitudine – attenuata dal suo gatto, perché «non ha figli e Furia è il surrogato migliore che ha saputo inventarsi» (p. 25) – trovando conforto solo nel bar che gestisce e a cui riserva gran parte dell’amore di cui è capace, prendendosi cura dei clienti.

Infine vi è Luca che, schiacciato dal peso delle responsabilità familiari in seguito alla morte del padre, a soli venticinque anni coltiva il sogno fragile di mantenere la madre e di garantire un futuro al fratello minore. Il suo è un senso del dovere antico, quasi istintivo, che tuttavia convive con il desiderio inespresso di una vita diversa, più libera e più leggera. Nel sogno di una fuga a Berlino — città lontana, idealizzata, simbolo di un altrove possibile — Luca proietta tutte le sue speranze di cambiamento. Eppure, sotto la superficie della determinazione, affiorano la paura dell’incertezza, la consapevolezza dei propri limiti e il sospetto che quel sogno sia, in fondo, solo un’illusione costruita per resistere al peso della realtà.
Il rapporto conflittuale con la sua città d’origine, Genova — percepita come ostile, soffocante, ma anche come una parte insostituibile di sé —, riflette l’ambivalenza che segna il suo cammino: il bisogno di partire si scontra con il timore di tradire le proprie radici, rendendo Luca uno dei personaggi più struggenti nel suo tentativo di conciliare gli obblighi interiori con il diritto alla felicità.

Le atmosfere del romanzo oscillano tra un senso di immobilità soffocante e brevi lampi di speranza. L’uso dei tempi verbali, in particolare il futuro, crea un effetto di sospensione emotiva che amplifica l’empatia del lettore:

Martedì sera saranno arrivati sull’isola. Riposerà poco, ma potrà fare il bagno, mangiare del pesce e scattare fotografie alla spiaggia, a sua moglie e alle figlie. Saranno fotografie bellissime. Ne sceglierà una di cui fare una stampa su tela da mettere in salotto, accanto alla scelta dell’anno passato e degli anni prima di quello. (p. 22).

Il fatto che i personaggi nel presente narrativo si proiettino continuamente nel futuro pensando a ciò che faranno crea un forte distacco rispetto alla tragedia incombente. Dal punto di vista strutturale, questo amplifica il senso di imprevedibilità: essi si muovono inconsapevoli verso un evento che spezzerà bruscamente i loro progetti; sul piano emotivo, l’uso del futuro genera una forma di ironia drammatica: il lettore, che sa della tragedia intorno a cui ruota il libro, avverte l’amarezza e la fragilità di quelle speranze. Inoltre la pianificazione dà ai personaggi l’illusione di avere il controllo sul proprio destino, che però si oppone fortemente all’imprevedibilità dell’evento: il futuro non è mai come si pensava e questo scarto tra ciò che ci si immagina e la realtà genera una tensione narrativa molto interessante, alimentata anche da alcune immagini – i sorrisi come «crepe dorate nel buio» (p. 82), l’odio per la città che si trasforma in desiderio di abbraccio, il dolore come compagno silenzioso – che contribuiscono a costruire un universo narrativo compatto e profondamente umano.

Infine il titolo, Come onde di passaggio, richiama perfettamente il senso profondo del romanzo: le vite scorrono, si sfiorano, si infrangono e si riformano come onde, in un movimento incessante che lega passato, presente e futuro. Il crollo del ponte diventa metafora della fragilità delle costruzioni umane – materiali e interiori –, ma anche della possibilità di ricominciare nonostante tutto. Accanto a questi temi si innesta il motivo centrale della memoria e del ricordo: i grandi eventi sembrano, nell’immediatezza, impossibili da dimenticare; ci si illude che il loro peso resti per sempre inciso nella coscienza collettiva. Eppure, con il passare del tempo, la vita riprende il suo corso, la distanza dall’accaduto si allunga, e il rischio dell’oblio si fa sempre più reale.
In questo senso, il romanzo assume anche un valore simbolico e metaletterario: esso si oppone all’effimero fluire del tempo, fissando nella narrazione il ricordo di un evento che non deve essere ridotto a semplice “onda di passaggio”. Scrivere diventa allora un atto di resistenza contro la dimenticanza, un modo per rendere indelebile, attraverso la letteratura, ciò che nella vita reale tende inevitabilmente a svanire.

Link: viceversaletteratura.ch


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