La Regina del Carnevale – Milano – “Le ammaliatrici” di Carlo Silini


In vista del “Carnevale di Milano”, ecco un breve estratto dal romanzo “Le ammaliatrici” di Carlo Silini, nel quale un paio di personaggi propongono alla protagonista di impersonare la Regina del Carnevale.
Romanzo ambientato a metà del 1600.

Lì nei sotterranei della chiesa di San Marco, sede segreta della Compagnia dei Facchini della Val di Blenio, Nabad Spacaoss la osservava compiaciuto. Lei non sapeva cosa pensarne. Intuiva che quel tizio voleva un gran bene al Bargniff e questo, in teoria, la tranquillizzava: se era amico dell’uomo che l’aveva portata con sé a Milano, allora era anche amico suo. Ma le ripugnava il modo in cui lasciava scivolare gli occhi su di lei. Senza contare che ogni occasione era buona per brevi e inequivocabili invasioni di campo. «Ma quanto sei carina, Maria» e faceva scorrere l’indice sulla peluria invisibile delle sue braccia. «Oh, che bella figlia della Valle di Blenio» e le metteva una mano sulle cosce. «Vieni qua, fringuello svizzero» e indirizzava le sue falangi da qualche parte tra il collo e i seni.
«Adesso basta!» era esplosa lei. «Tieni le zampe a posto.»
«Calma, Maria» era intervenuto il Bargniff, «il mio compare è solo un amante del bello e tu sei così…» ma, ricordando gli assalti andati a vuoto nell’ossario di Cevio, lasciò la frase a metà.
«… Insomma» aggiunse l’altro, «voglio solo farti diventare la Regina del Carnevale di Milano, non c’è niente di male se controllo la merce.»
Questa storia che lei doveva essere la Regina del Carnevale non la capiva proprio. L’unico re di cui avesse contezza era il ramarro Artù, che in quel momento, ammesso che fosse ancora vivo, stava zoppicando da qualche parte su nelle sue valli.
Il Carnevale, poi, per quanto ne sapeva era un peccato mortale. Vero che non aveva mai avuto modo di viverne uno, soprattutto uno smaccatamente caciarone e gaudente come quello di Milano, ma scavando nella memoria ricordò che dal pulpito della sua vecchia chiesa il prete era stato paurosamente chiaro. Pensò bene di informare i suoi interlocutori.
«Mi dispiace, signori, ma quand’ero piccola il parroco mi ha spiegato che il Carnevale è un tempo propizio ai peccati, al sollazzo e al demoniaco trastullo. Diceva proprio così: “demoniaco trastullo”, anche se non so cosa significhi.»
I due risero con gli occhi.
Poi la istruirono con una certa pompa dicendole che in realtà il Carnevale era «una cosa sacra voluta dal Cielo per rallegrare almeno una volta l’anno le povere anime e i gracili corpi degli uomini». Anche se a vedere loro due, considerò la ragazza, di gracile non c’era nulla. «Prima si fa festa per qualche settimana, e si chiama Carnevale, poi si fa penitenza per un mese e si chiama Quaresima. Infine torna il tristo tempo dei giorni comuni. Dieci mesi, come dire? così così…» Il Bargniff non trovava le parole giuste.
«Dieci mesi di merda» concluse l’altro dando perfetto compimento al teorema.
«Ma scusate» obiettò Maria, «dopo la Quaresima non c’è la Pasqua?»
«Festa casta per preti e suore. E si sa: i vertuos in omen de strapazz» 1, sentenziò quasi schifato Nabad Spacaoss. «Per gli altri è già tempo di tristezza.»
Maria masticò tra sé quei concetti dicendosi che i giorni erano giorni e basta. La tristezza sì, la conosceva, ma non aveva mai preso in considerazione che fosse un sentire evitabile. E per quanto aveva sperimentato fino a quel giorno, non esistevano tempi di festa più lunghi di una mezza pagnotta tutta per sé mangiata in fretta e furia di nascosto.
«Quindi, carina» incalzò il Bargniff, «non fare la smorfiosa e vedi di apprezzare le sacre usanze del nòst bèll Milán. Tutti vengono qui a vedere il Carnevale perché non ne esiste uno più sontuoso. Lo organizzano alcuni nostri amici, i compari della Badia dei Facchini del Lago Maggiore, che fanno sfilare per le vie del centro carri pieni di meraviglie. Noi li aiutiamo a reclutare i personaggi necessari e tu potresti essere una di loro. Anzi: la più importante.»
La solida e arcaica visione del mondo dentro la quale era cresciuta Maria stava per vacillare sotto le descrizioni sapienti dei due lestofanti, che si alternavano nel descriverle il loro universo alternativo lasciandola senza fiato.
«Devi sapere che non esistono cortei più fantasiosi e divertenti. La facchinata, come la chiamiamo noi, si apre con un gruppo di facchini in maschera ornati da foglie di lauro, che portano sulle spalle gerle stracolme d’ogni bene.»
«Poi arriva il bello: entrano in scena i navètt, che sono poi le carrozze di gala, con donne e bambini accompagnati dai marasc…»
«Tocca allora ai facchini a cavallo che nelle fonde della sella, invece dell’archibugio o dello spadone portano gli strumenti del loro lavoro: il sacco, la corda e la fusella. Dappertutto vedi le facchinelle che ballano per strada, mentre i suonatori di tromba e di timpano ci danno dentro che quasi ti si spaccano le orecchie. E poi ci sono altri carri che portano gabbie piene d’uccelli colorati che al tramonto vengono liberati in aria. Attraversano la città e alla fine la gente si ritrova in osteria a mangiare, a bere, a ballare e a fare altre cose piacevoli, altri “trastulli”, appunto, che non hanno mai ucciso nessuno, anzi!»
«Sì» intervenne il Bargniff che non voleva enfatizzare le allusioni sessuali del compare, «ma dimentichi di dire che nell’ultimo carro, quello che celebra il trionfo di Bacco, c’è la Regina! Una ragazza bellissima con la sua brava corona in testa, lo scettro in mano, un leggero manto rosso che la copre appena e svolazza nel vento e intanto lei si scatena e canta e balla scalza dentro una tinozza piena di grappoli d’uva, e tutta chiazzata di viola, ogni tanto alza un calice verso il cielo e beve felice accanto al dio del vino. Tutti l’ammirano, le mandano baci, si inginocchiano e le chiedono la grazia di un sorriso o di un bicchiere di succo direttamente dalla tinozza.»
Lei chiuse gli occhi e provò a immaginare se stessa che danzava accanto al dio Bacco avvolta da vesti splendenti, un diadema d’oro calcato sui capelli corvini, sopra un carro tirato da destrieri bianchi e impettiti mentre d’intorno il popolo di Milano si inchinava al suo passaggio. Davanti a lei! Alla vallerana fuggiasca, alla figlia maledetta di…
Aprì di colpo gli occhi imponendosi di arrestare il flusso dei pensieri. Si poteva fidare di quei due? Soprattutto dell’untuoso amico del Bargniff? Poteva dare credito a una fiaba nella quale lei, l’ultima degli uomini, diventava la prima delle donne, la più venerata, fosse anche solo per un giorno, un giorno pazzo in cui il mondo funziona alla rovescia e le concede tutto quello che non ha? Tutto quello che non è?
«Sì, certo, figuriamoci!» reagì sarcastica. «E poi che succede? Mi coprono d’oro e mi fanno vivere dentro un castello?»
«Guarda che tu hai tutte le carte in regola per diventare la Regina del Carnevale, se siamo noi a proporti ai nostri amici… Tu non lo sai, ma durante la facchinata, dai carri vengono gettati fogli stampati sulla folla. E sui fogli ci sono scritte poesie in lengua fachina, cioè nella lingua che si parla in Val di Blenio, tutte da ridere…»
«Della mia valle? Qui a Milano?»
«Certo, carina! Proprio per questo potresti diventare la regina della sfilata: sei donna, sei giovane, sei bella e vieni esattamente dalla Valle di Blenio! Chi meglio di te?»
«Questo è il Carnevale, piccola. È gioia, è cibo in abbondanza, sono fiumi di vino, sono abbracci e baci, è il bello della vita. Altro che demoniaco trastullo, bambina.»
«Bambina mica tanto» contestò Nabad Spacaoss continuando a fissare Maria in quella maniera che dava istintivamente il voltastomaco alla ragazza.
«Me fa vegní n mént la puesía de l’Antognûra
«Che poesia?»
Spacaoss aprì un cassetto, rovistò con calma tra varie scartoffie e ne estrasse un foglietto unto e bisunto. «Questa è una delle poesie che vengono buttate dai carri durante il Carnevale. È un capolavoro e l’ha scritta uno dei nostri vecchi amici, cumpà Slurigliagn, pace all’anima sua che sicuramente se la sta spassando all’Inferno.» 2
Nabad Spacaoss si schiarì la gola e declamò, commosso:

Ra vittascia e i tetògn e gl’ ûgg fugn quigl’
Ch’o ’m fegn inamorò de tì, Antognûra,
Ma in scient gropp me ligònn i tû cavigl’
Quand dor casogn o ’t vist a vegnì fûra,
Nè magl’ savró com’ fa a disgroppigl’
Perché o gl’ hign tròpp strecc, ra mia figliûra;
Parsciò s ’te m ’igl’ slargh tì con i tò magn,
Slargaró an mì or tò strecc s ’t’o vû domagn.
3

Maria non capiva bene quel dialetto, anche se le avevano assicurato che fosse lo stesso che si parlava nella sua valle, ma capì gli occhi di Nabad Spacaoss e si attaccò spontaneamente al braccio del Bargniff. Il Re Magio dapprima sussultò, stupito. Poi le strinse la mano con fermezza, come a dire: tranquilla, ti proteggo io.
In un qualche modo il messaggio passò.
«Posso chiamarti papà?»
Il Bargniff grugnì indignato, ma dopo la prima reazione istintiva, per la prima volta da quando ne aveva memoria considerò che tra un uomo e una ragazza potesse esistere un rapporto che non finisse necessariamente dentro un letto.


Note

1 Compà Slurigliagn era il nome d’arte di Bernardo Rainoldi, uno dei membri eminenti della Compagnia dei Facchini della Valle di Blenio.

2 I virtuosi sono uomini da strapazzo.

    3 Ecco la traduzione della poesia del Rainoldi, che fu pubblicata nella raccolta Rabisch del 1589 (la grafia “û” è grafia antica per “ö”):
    Quei fianchi prosperosi e le tettone e gli occhi furono quelli / Che mi fecero innamorare di te, Antognietta, / ma in cento groppi mi legarono i tuoi capelli / quando ti ho vista uscire dal casone, / Né mai saprò come fare a sgarbugliarli / perché sono troppo stretti, figlia mia; / perciò se me li allarghi con le tue mani, / allargherò anch’io la tua strettoia, se vuoi domani.

      Link: L’Accademia dei Facchini della Val di Blenio


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