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© pappeceblog.it, 18.01.2022

L’altra faccia della Svizzera: Per una fetta di mela secca
Di Maurizio Nappa

Cosa vi viene in mente quando pensate alla Svizzera? Probabilmente, oltre a cioccolato, formaggi e orologi, la precisione dei treni e dei mezzi di trasporto in generale. Ma anche eccellenze come il CERN, le ottime università, le tante aziende impegnate della ricerca. Tutto vero. Ma la Svizzera, come qualsiasi altro Paese, ha anche i suoi lati oscuri, che vengono scoperti più facilmente quando ci si vive.

Mi capitò di imbattermi in uno di questi diversi anni fa, poco dopo il mio arrivo a Horgen. Un ragazzo, che avevo appena conosciuto, mi confidò che, da bambino, era stato tolto alla madre perché quest’ultima era povera. Era cresciuto in un istituto e, da adolescente, era stato adottato da una famiglia locale. Solo dopo la maggiore età aveva potuto incontrare la madre, che non lo aveva mai dimenticato, e ricostruire un rapporto con lei. Non feci domande, la situazione mi sembrava troppo dolorosa per chiedere, e allo stesso tempo io ero troppo estraneo per fare domande confidenziali. Devo ammettere però che non credetti a tutta la storia: doveva esserci sicuramente dell’altro, per aver tolto un bambino alla sua mamma.

Dimenticai questo episodio fino all’aprile 2013, quando, al telegiornale, ascoltai la Consigliera federale Simonetta Sommaruga scusarsi, a nome non solo del Governo elvetico ma dell’intero Paese, con le vittime delle misure coercitive a scopo assistenziale. Pronunciò, tra le altre, le seguenti parole: “Sono cose realmente accadute, ma che non dovranno accadere mai più. Perché sono ferite che non rimarginano mai del tutto; ferite insanabili”. Decisi di saperne di più, e così scoprii che, fra l’inizio degli anni ’40 e quello degli anni ’80 del XX secolo, in Svizzera c’era la prassi di affidare, contro la volontà degli interessati, bambini e giovani a istituti o contadini. I bambini colpiti da questo provvedimento appartenevano a famiglie povere, oppure vivevano situazioni familiari precarie, o ancora erano figli illegittimi, o avevano semplicemente caratteri scomodi, difficili, ribelli. In altre parole, non si combatteva la povertà, ma il povero, non il disagio, ma il disagiato. Questo fenomeno prendeva il nome di “collocazione a servizio e misure coercitive a scopo assistenziale”. Molte delle vittime di tale prassi furono mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o subirono, a loro insaputa, sterilizzazioni. Una volta uscite da questo incubo, le persone raramente parlano. Perché preferiscono dimenticare? Forse, ma soprattutto perché hanno sviluppato un forte senso di colpa (sei un bambino cattivo, perciò tua madre non ti ha voluto) fin dalla tenera età. Pensano che ci sia qualcosa di sbagliato in loro, si vergognano, e pertanto preferiscono tacere.

Per fortuna ne ha parlato Begoña Feijoo Fariña, scrittrice spagnola, che vive in Svizzera fin dall’età di dodici anni. Con il suo libro “Per una fetta di mela secca”, pubblicato dall’editore Gabriele Capelli, ha dato luce a questi drammi nascosti o dimenticati. L’autrice non ha riportato testimonianze, così difficili da condividere, ma ha messo in un romanzo le disavventure patite dalle diverse vittime raccontando la storia di una di loro, Lidia Scettrini, personaggio inventato che rappresenta tutti. Lidia nasce e cresce nel canton Grigioni, amata da entrambi i genitori, che conducono una vita povera ma dignitosa. Il rapporto tra i suoi genitori dopo qualche anno si esaurisce, e così di Lidia si occupa solo la mamma. A scuola, Lidia viene continuamente presa in giro perché figlia di divorziati; un giorno, per vendicarsi, decide di rubare, a uno dei compagni che più la prendono in giro, il fazzoletto con la sua merenda. In realtà il bambino ha già mangiato la merenda, e nel fazzoletto è rimasta solo una fetta di mela secca. La marachella di Lidia viene comunque riportata al preside, che la denuncia alle autorità. E’ per una fetta di mela secca che Lidia viene allontanata dalla madre. Crescerà in un istituto, e poi verrà mandata a servizio in casa di un contadino; dovrebbe occuparsi principalmente della moglie, che giace a letto malata, ma leggendo il libro scopriremo che non sarà così.

Non vi racconto tutti i dettagli dell’infanzia e dell’adolescenza di Lidia, ma vi invito a leggere questo libro, per diversi motivi: dal punto di vista letterario, per la scrittura limpida e scorrevole, ma anche perché, attraverso un romanzo, si viene a scoprire una pagina nera della storia elvetica, che va assolutamente conosciuta, per evitare di ripetere gli stessi errori in futuro. Soprattutto, questo libro va letto per quello che scrive Fabiano Alborghetti in apertura: “E dicendo di quell’uno, di quanti altri avrai parlato?”

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