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Begoña Feijoo Fariña
Per una fetta di mela secca
Romanzo
15×21 cm, 144 pp, Euro 16,00
ISBN 978-88-97308-90-4

Disponibile anche in versione digitale su più piattaforme.

Fra l’inizio degli anni Quaranta e quello degli anni Ottanta del XX secolo, in Svizzera vigeva la prassi di affidare, d’ufficio e contro la volontà dei diretti interessati, bambini e giovani a istituti o contadini. I numerosi collocamenti che avvennero in quel lunghissimo periodo interessarono bambini provenienti da famiglie povere, figli illegittimi o appartenenti a situazioni familiari precarie, ragazzi considerati difficili, scomodi o ribelli. Molte delle vittime di tali decisioni di collocamento coercitivo sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate in istituti psichiatrici o penitenziari, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni.

Per una fetta di mela secca racconta la storia di una di queste bambine: Lidia Scettrini. Un nome e una storia di fantasia utilizzati per raccontare quella che è stata la storia di molti.

TRAMA. In seguito al divorzio dei genitori, Lidia resta a vivere con sua madre a Cavaione (un piccolo borgo della Svizzera orientale). Stanca delle prese in giro da parte di alcuni dei suoi compagni un giorno ruba la merenda a Piero. Accusata dai genitori di lui e a causa della povertà in cui lei e la madre vivono, viene mandata in istituto, dove subirà maltrattamenti da parte di alcune delle suore che lo gestiscono e sarà poi data in affidamento a un contadino. Nella nuova “casa” c’è anche Anne, la moglie malata e costretta a letto del contadino, unico spiraglio d’amore per Lidia. Alla morte di Anne, Lidia, ormai diciannovenne e prossima alla maggiore età, può finalmente liberarsi dall’orrore di quella vita e tornare a Cavaione. Da questo ritorno al villaggio, che ormai non sente più suo, parte il tentativo di rifarsi una vita. Con non poche difficoltà costruirà una nuova sé cercando di tenere a bada il dolore dei ricordi.
Nel 2018 e in seguito all’istituzione del fondo di solidarietà istituito dalla Confederazione e dai Cantoni a sostegno di ex vittime delle cosiddette “misure coercitive a scopo assistenziale”, Lidia si troverà a dover compilare il modulo di richiesta, rievocando tutto ciò che le è stato rubato e scoprendo in sé la forza di vivere il presente.

ESTRATTO
Il mio letto si trova in mezzo a molti altri letti. Sopra il materasso ci sono le lenzuola, una coperta di lana grigioverde e un piccolo cuscino. Le parole escono dalla bocca di Arietta con un’intonazione nuova. La voce è decisa e il ritmo lento. Mentre spiega compie le azioni che descrive. Poi disfa il letto e mi chiede di rifarlo. Ad ogni sbaglio mi corregge, con pazienza. Dopo vari tentativi dice brava e sorride di nuovo. E in quel sorriso io la vedo, ora per la prima volta. Il viso è grazioso, i seni sono rotondi come quelli della mamma e i capelli, rossi e ricci, raggiungono appena le spalle ossute. È magra, molto alta. Ed è bellissima. Restiamo a guardarci per qualche secondo. Fra poco scenderemo nell’ampio atrio, le altre saranno ancora in piedi e sarà in piedi anche Madre Sofia. Allora verrò istruita su tutte le altre regole della casa e accadrà attraverso un interrogatorio serrato, come un’interrogazione a scuola ma senza la grande lavagna. Madre Sofia porrà domande e le bambine risponderanno, spesso in coro. Talvolta una sola, se così vorrà chi avrà appena fatto la domanda. Alla fine dello spettacolo istruttivo mi verrà spiegato, mentre a fatica trattengo le lacrime poiché allora saprò che piangere fa parte delle cose vietate, perché sono lì. Verrà spiegato a me e ricordato a tutte le altre che siamo ragazze incivili, che abbiamo bisogno di essere istruite. Ci verranno elencati i nostri difetti e ci verrà ricordato che siamo lì perché fuori nessuno ci vuole, perché le nostre madri sono incapaci di gestire bambine così maleducate, così impure, così lontane da Dio e dalle sue leggi. Io non capirò quasi nulla di quel discorso, non quel giorno.


Biografia
Begoña Feijoo Fariña. Nata a Vilanova De Arousa (Galicia, Spagna) il 7 marzo 1977, a 12 anni si trasferisce in Svizzera, dove tuttora vive. Dopo la laurea in Biologia, lavora per alcuni anni in ambito entomologico.
Nel 2015 abbandona definitivamente la professione di Biologa, lascia il Ticino e si trasferisce in Valposchiavo. Da allora si dedica quasi esclusivamente a teatro e scrittura. È cofondatrice della compagnia teatrale inauDita, per cui si occupa prevalentemente di drammaturgia e regia.
Ha all’attivo due romanzi: Abigail Dupont (Demian edizioni, Teramo, 2016) e Maraya (AUGH!, Viterbo, 2017). Suoi racconti sono stati pubblicati su Almanacco del Grigioni Italiano (Almanacco del Grigioni Italiano 2018, pp. 128-130) e Carie Letterarie (Speciale bianco e nero, ottobre 2019, pp. 42-46).
Nel 2018 ha vinto la borsa letteraria di Pro Helvetia e il Concorso Grandi Progetti del Cantone dei Grigioni, entrambi riconoscimenti per il progetto di questo romanzo. Sempre per questo progetto è stata ospite della Residenza Franz Edelmaier per la letteratura e i diritti dell’uomo (Merano, Italia).
È presidente della sezione Valposchiavo della Pro Grigioni Italiano e direttrice artistica della stagione teatrale I MONOLOGANTI di Brusio (Grigioni)


 

RECENSIONI/SEGNALAZIONI

 

© syndicom rivista, n. 17, 06/07.2020

Alla ricerca delle radici – Per una fetta di mela secca
di Valeria Camia

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Link: syndicom


© Andreaconsonniwrong, 25.06.2020

“Per una fetta di mela secca” di Begoña Feijoo Fariña

Ho scoperto questa tragica storia appena ho cominciato a lavorare in Svizzera. Me l’ha raccontata un collega che aveva gli occhi pieni di lacrime. Anche a me vennero le lacrime perché subito pensai al mio bisnonno materno e alle sua vita difficile. Ricollocamenti per ripulire la società e costruirne una migliore, sana, pura, silente, obbediente.

“Per una fetta di mela secca” di Begoña Feijoo Fariña (Gabriele Capelli Editore) racconta in chiave romanzata e con uno stile molto semplice e diretto la storia di una di queste bambine, Lidia, che viene trattata come una bestia, come braccia da lavoro, come reietta, come peccatrice, come scarto della società. Una bambina che vive soprusi di ogni genere ma che cerca di lottare, vivere e respirare per tutta la vita e che una volta adulta cerca di riprendersi tutto quello che le hanno tolto, di andare oltre le cicatrici, di bruciare il passato in un cammino e guardare avanti.

Mentre leggevo questo romanzo ho pensato anche a tutte le meschinità e violenze che la mia famiglia materna ha dovuto sopportare in paese. Ho pensato a quel prete del paese, amatissimo e benedetto da Dio e dalle chiacchiere di cortile, che non era nient’altro che un despota prevaricatore che niente aveva a che fare col messaggio del Vangelo. Ho pensato a tutte quelle famiglie contadine che trattavano i propri figli come bestie da lavoro o come femmine da scaricare subito al miglior offerente. Ho pensato alla mia nonna Maria Bernardina Romilda, nata nel 1902, che si è sempre opposta a questo genere di mondo gretto, alle superstizioni, ai giudizi e che ha riposto sempre fiducia e speranza nelle trasformazioni sociali e dei costumi.

Un mondo, quello presente in questo libro, idealizzato ancora oggi da troppe persone in maniera acritica e superficiale e che, pur ovviamente avendo alcuni aspetti positivi (la natura, i ritmi lenti), mi auguro non ritorni mai piu’.

“Fra l’inizio degli anni Quaranta e quello degli anni Ottanta del XX secolo, in Svizzera vigeva la prassi di affidare, d’ufficio e contro la volontà dei diretti interessati, bambini e giovani a istituti o contadini. I numerosi collocamenti che avvennero in quel lunghissimo periodo interessarono bambini provenienti da famiglie povere, figli illegittimi o appartenenti a situazioni familiari precarie, ragazzi considerati difficili, scomodi o ribelli. Molte delle vittime di tali decisioni di collocamento coercitivo sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate in istituti psichiatrici o penitenziari, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni.”

Link: Andreaconsonniwrong


© Pro Grigioni Italiano – Coira

Dovevo scrivere su questo argomento!
Intervista a Begoña Feijoo Fariña
Intervista a cura di Arianna Nussio, operatrice culturale Pgi Coira

«L’hanno fatto perché qualcuno ha potuto farlo e nessuno si è opposto.»
Begoña Feijoo Fariña

Il nuovo romanzo di Begoña Feijoo Fariña «Per una fetta di mela secca» (2020, Gabriele Capelli Editore), racconta attraverso una protagonista immaginaria l’atroce destino vissuto da migliaia di vittime dei collocamenti coercitivi praticati in Svizzera fino a 40 anni fa.
La Pgi Coira aveva previsto per la primavera 2020 una serata con Begoña Feijoo Fariña. Non avendo potuto tenere un incontro pubblico, abbiamo intervistato l’autrice per telefono.

Begoña Feijoo Fariña, cosa l’ha spinta ad occuparsi di un tema così doloroso?
Il primo motore è stato il documentario di Mariano Snider (ndr. Cresciuti nell’ombra, RSI, 2015). Fino ad allora io non sapevo niente degli internamenti coercitivi. Era un giorno d’estate del 2016, sono capitata su questo documentario e l’ho guardato e riguardato, non so quante volte. Non potevo crederci! Il mio primo pensiero è stato: quando i miei genitori si sono separati, una decina di anni dopo la fine di queste misure, io, i miei fratelli e la mia mamma eravamo in assistenza. Che fine avrei fatto io, se fossero state ancora in vigore questo tipo di misure? Avrebbero permesso a mia mamma di tenermi? Ho sentito che dovevo scrivere su questo argomento, così tutto ciò che stavo facendo è passato in secondo piano e ho iniziato a documentarmi. Allora c’erano dei testi in tedesco, ma non mi risulta ne esistessero in italiano. Di seguito è stata tradotta la testimonianza di Sergio Devecchi (ndr. Infanzia rubata, Casagrande, 2019) e sono stati pubblicati Silenzi (di Luca Brunoni, Gabriele Capelli Editore, 2019) e Il mio nome era 125 (ndr. di Matteo Beltrami, Edizioni Ulivo, 2019).

Pensa che i riconoscimenti da lei ottenuti con questo progetto rispecchino una volontà collettiva di elaborare una pagina di storia svizzera vergognosa?
Per quanto riguarda il sostegno ricevuto dal Cantone dei Grigioni (ndr. Concorso Grandi Progetti, 2018), penso che il tema abbia avuto un peso, anche perché la storia, pur essendo inventata, è possibile e legata ai Grigioni. Per Pro Helvetia (borsa letteraria, 2018) conta invece piuttosto la qualità dell’elaborato proposto che non il tema in sé.
Più persone mi dicono che sarebbe il caso di portare il romanzo anche nelle scuole e si stanno muovendo in questo senso. Penso che per i ragazzi leggere il testo avrebbe senso soprattutto come monito: bisogna stare attenti ai giochi di potere nella società, nelle situazioni istituzionalizzate dove ancora c’è un guardiano e un guardato.

Ha già ricevuto dei riscontri da vittime dei collocamenti coercitivi che hanno letto il romanzo?
Non ancora, ma ho avuto un riscontro da una figlia di una vittima, collocata in un istituto di suore da piccolissima, perché la madre era rimasta vedova con diversi figli. Questa signora mi ha detto che leggendo il libro fino in fondo ha capito alcune cose di sua mamma. Grazie a quello che io ho scritto ha capito dei comportamenti di sua madre e per me questo è molto bello.

La protagonista del romanzo è una bambina di Cavaione. Cosa l’ha portata a scegliere questo piccolo villaggio della Valposchiavo?
L’idea originale era di far partire tutto da Corippo. Questo minuscolo villaggio della Val Verzasca, il comune più piccolo della Svizzera, mi affascinava. Inoltre ho conosciuto delle persone provenienti da lì, molto più anziane di me, che per come le ho conosciute, avrebbero potuto essere state vittime di queste misure. Poi iniziando a parlare del tema in valle (ndr. Valposchiavo), una delle prime cose che mi è stato detto è stato: “Da noi non succedeva!”. Ma non ci si ricorda, non succedeva veramente, oppure c’era dell’omertà? Ho dunque voluto cercare notizie negli archivi, ma non vi ho avuto accesso, perché non sono persona direttamente interessata ai fatti. Una persona mi ha però detto che conosce una signora anziana del comune di Brusio a cui sono stati portati via due bambini da piccoli. Qualcun altro mi ha detto di essere sicuro che ci fossero stati dei casi…quindi ho capito che succedeva, ma non se ne parlava, oppure le persone della generazione a cui mi sono rivolta non se ne ricordano o non avevano realizzato, perché all’epoca erano bambini. Quindi ho deciso di ambientarlo in Valposchiavo, poi ho scelto Cavaione per le analogie con Corippo.

È stata aiutata da qualcuno per l’ambientazione storica?
Ipoteticamente io ho fatto nascere Lidia (la protagonista) nel ’56 e poi sono andata d’istinto. Non mi sono fatta aiutare un granché ma ho fatto alcune domande per esempio sulla scuola e sulla costruzione della strada di Cavaione ad Anna e Secondo Balsarini, che sono nati nel villaggio in quegli anni. Prima delle correzioni finali loro hanno letto il libro per vedere se c’erano delle cose che non funzionavano con la Cavaione che hanno vissuto da bambini. Nel testo c’è anche una canzone che loro cantavano da ragazzi.
Immaginare quella che poteva essere allora la vita di un piccolo villaggio non mi è risultato particolarmente difficile perché, pur essendo vero che io sono di un’altra generazione, sono nata in un paese (ndr. la Spagna) uscito dalla dittatura nel ’75 e che quindi è rimasto a lungo arretrato. Io l’ho fatta quella vita lì, da bambina! Vivevo con i nonni in un piccolo paese, non di montagna, ma molto rurale, dove tutti sapevano tutto di tutti. A casa di mia nonna, dove ho vissuto per anni, c’erano tre stanze più la cucina e non avevamo il gabinetto, finché i miei hanno mandato i soldi dalla Svizzera. Il bagno si faceva in un grosso secchio, che si usava anche per raccogliere le patate. Si dormiva in tre in un letto. Era veramente un’altra vita, arrivare a Lugano per me è stato uno shock.

Non sarebbe stato più facile da scrivere e da vendere un romanzo rosa?
Più facile da scrivere? Per me probabilmente no. Penso di non esserne capace! Da vendere, lo capiremo fra alcuni mesi. Personalmente sono molto fiera di questo lavoro, del prodotto finale, di essere riuscita a trovare quell’ingenuità che cercavo. Se vende più o meno di «un rosa», lo scopriremo.

Il contesto storico
Dagli anni ’40 fino al 1981, in Svizzera vigeva la prassi di affidare, d’ufficio e contro la volontà dei diretti interessati, bambini e giovani a istituti o contadini. Le migliaia di collocamenti interessarono bambini provenienti da famiglie povere, figli illegittimi o appartenenti a situazioni familiari precarie, ragazzi considerati difficili, scomodi o ribelli. Molte delle vittime di tali decisioni di collocamento coercitivo sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate in istituti psichiatrici o penitenziari, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni. Nel 2013 la Confederazione ha chiesto pubblicamente scusa per la sofferenza inflitta.

Begoña Feijoo Fariña
Nata in Galizia nel 1977, vive in Svizzera da quando aveva 12 anni. Laureata in biologia, si è occupata per anni dello studio degli insetti. Nel 2015 lascia l’ambito scientifico per dedicarsi al teatro e alla scrittura e si trasferisce in Valposchiavo. Nel 2016 pubblica il romanzo Abigail Dupont (Demian edizioni, Teramo) e nel 2017 Maraya (AUGH!, Viterbo). Per una fetta di mela secca (Gabriele Capelli Editore, Mendrisio, 2020) è il suo terzo romanzo, che nel 2018 le è valso il Concorso Grandi Progetti del Cantone dei Grigioni e una borsa letteraria di Pro Helvetia. Per lo stesso progetto è stata ospite della Residenza Franz Edelmaier per la letteratura e i diritti dell’uomo a Merano.

Link: Pgi Coira


© Librintasca RSI RETE UNO, 12.06.2020

Una storia toccante. Un’infanzia che si trasforma in un incubo.
A cura di Daniele Oldani

 

Ospite di questa nuova edizione di Libri in tasca, la scrittrice Begoňa Feijoo Fariňa. Nata in Galicia, Spagna nel 1977, all’età di 12 si trasferisce in Svizzera dove tuttora vive. Si occupa di drammaturgia e di regia ed è la cofondatrice della compagnia teatrale inauDita. È presidente della sezione Valposchiavo della pro grigioni italiano e direttrice artistica della stagione teatrale I monologanti di Brusio.

Il suo nuovo romanzo, pubblicato da Gabriele Capelli editore, si intitola Per una fetta di mela secca.

La presentazione scritta dall’editore offre un’ottima descrizione del contesto storico nel quale è ambientato il libro:
“Fra l’inizio degli anni Quaranta e quello degli anni Ottanta del XX secolo, in Svizzera vigeva la prassi di affidare, d’ufficio e contro la volontà dei diretti interessati, bambini e giovani a istituti o contadini. I numerosi collocamenti che avvennero in quel lunghissimo periodo interessarono bambini provenienti da famiglie povere, figli illegittimi o appartenenti a situazioni familiari precarie, ragazzi considerati difficili, scomodi o ribelli. Molte delle vittime di tali decisioni di collocamento coercitivo sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate in istituti psichiatrici o penitenziari, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni.”

Per una fetta di mela secca racconta la storia di una di queste bambine: Lidia Scettrini. Un nome e una storia di fantasia utilizzati per raccontare quella che è stata la storia di molti.

C’è stato un documentario – ci ha raccontato l’autrice del libro – che è stato molto importante nella realizzazione di Per una fetta di mela secca. È il documentario Cresciuti nell’ombra di Mariano Snider, andato in onda sulla nostra televisione nel programma Falò.

Link: Librintasca


© chronicalibri.it, 25.05.2020

“Per una fetta di mela secca”, i bambini raccontati da Begoña Feijoó Fariña
Di Olimpia De Girolamo *

SVIZZERA – Le date che si fissano sul diario della storia di una nazione sono determinanti per ricostruirne l’identità, il coraggio civile, il desiderio di non compiere in futuro i medesimi errori. L’11 aprile del 2013 è un giorno non facile per la Storia Svizzera, un giorno in cui bisogna chieder scusa a tutte le vittime di misure coercitive a scopo assistenziale che si sono protratte almeno fino al 1981. Fino a quell’anno, infatti, poteva accadere che un bambino fosse strappato alla famiglia per varie ragioni, perché si trattava di famiglie povere, monoparentali, o appartenenti a etnie giudicate non degne dell’educazione dei figli.

I bambini sottratti alle famiglie venivano collocati forzatamente al lavoro presso fattorie o aziende o venivano rinchiusi in istituti rieducativi dalle misure violente e in cui venivano deprivati, in molti casi, di qualsiasi gesto di affetto o addirittura abusati sessualmente, si poteva giungere, in diversi casi, a interventi di sterilizzazione forzata.

Si sa, la grande storia di un paese è composta dalle piccole storie individuali dei suoi cittadini e l’intenso romanzo di Begoña Feijoó Fariña, Per una fetta di mela secca, Gabriele Capelli Editore, attraverso un viaggio nell’anima di una bambina che diventerà donna nel suo calvario tra un istituto di suore e la collocazione come lavorante presso una famiglia incapace di prendersene cura, tenta di aprirci una porta sulle storie di tanti altri ex bambini che hanno potenzialmente attraversato lo stesso inferno.

L’autrice sapientemente gestisce un linguaggio essenziale e a tratti infantile, restituendoci la genuinità della lingua di un personaggio verosimile, un linguaggio scarno ed essenziale come potenzialmente sarebbe potuto essere quello di una bambina che non è stata educata a mettere le parole guaritrici nelle proprie ferite. Lidia crescerà, metterà, anno per anno, tassello per tassello le tessere utili alla ricostruzione della propria identità, dovrà imparare a riannodare i fili del proprio io. Chiedere scusa da parte dello Stato potrà apparire come un risarcimento, ma ce ne sarà uno ben più profondo e grande del quale la protagonista potrà avvalersi e parlerà una lingua non istituzionale, ma la lingua del cuore.
Lidia Scettrini diventerà consapevole di non avere alcuna colpa? Ciò le permetterà di evolvere, di crescere, di non restare bloccata nel dolore esasperante che, invece, rimane ferita inguaribile nella storia di tanti bambini vittime di abusi e violenze?
Tra le pagine di questa storia si annidano, misteriose, le risposte. Grande merito dell’autrice è saper condurre per mano il lettore in un viaggio di riconoscimento che supera i tratti della storia nel suo specifico, per farsi messaggio universale.

Begoña Feijoó Fariña sembra volerci ricordare il valore che per ciascun essere umano deve avere la sua infanzia e il suo bambino interiore, sembra volerci sussurrare piano che abbiamo il dovere di prenderci cura di quel bambino per diventare le persone adulte che desideriamo essere.


* Olimpia De Girolamo. Nasce a Napoli, città in cui studia e si laurea in Filosofia. Perfeziona le sue ricerche in linguaggi cinematografici e pedagogia e didattica teatrale tra Napoli, Roma, Torino, Milano e Parigi. Co-dirige l’Agorà Teatro di Magliaso, un piccolo teatro costruito in giardino nel 2005. È insegnante, attrice, formatrice adulti e ragazzi e curatrice della Rassegna Annuale “Autunno a Teatro”. Debutta come drammaturga con “La Mar” nel 2017 e vince il Premio Donne e Teatro (2017) e il Premio Fersen nel (2018).

Link: chronicalibri.it


© L’Osservatore, 16.05.2020

Quella ferita nella storia svizzera
di Elena Spoerl

Per una fetta di mela secca di Begoña Feijoo Fariña

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PDF articolo:

L’Osservatore PDF
Link: L’Osservatore


© La Provincia di Sondrio, 14.05.2020

Quei bimbi ripudiati e mandati a servizio
Di Clara Castoldi

Tirano. Una scrittrice valposchiavina ha raccolto le storie in un libro presentato on line con la libreria “Il mosaico”.
Fariña: «Era usanza in Svizzera, ma la gente preferisce non pensarci». “Per una fetta di mela secca” li ricorda.

Un testo onesto, non furbo, dallo stile asciutto e chiaro.
Una storia forte e leggera nel contempo. Che commuove. E si legge d’un fiato e che lancia un’ancora di salvataggio nell’avere fiducia nel cambiamento.
Presentazione pubblica, tramite la diretta Facebook della libreria Il mosaico di Tirano, per il libro fresco di stampa dell’autrice valposchiavina Begoña Feijoo Fariña “Per una fetta di mela secca” pubblicato da Gabriele Capelli Editore.
La storia tocca un argomento delicato della storia Svizzera, ma che ha la capacità di assurgere a vicenda universale.
Fra gli anni Quaranta e Ottanta del XX secolo, in Svizzera vigeva la prassi di affidare – contro la volontà dei diretti interessati – bambini e giovani a istituti o contadini.

«Se la mamma non poteva mantenere il figlio lo dava ai contadini per farlo lavorare»

De Girolamo: «Grande libro»
Molte delle vittime di tali decisioni sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni.
«Verrà spiegato a me e ricordato a tutte le altre che siamo ragazze incivili, che abbiamo bisogno di essere istruite – si legge fra le pagine –. Ci verranno elencati i nostri difetti e ci verrà ricordato che siamo lì perché fuori nessuno ci vuole, perché le nostre madri sono incapaci di gestire bambine così maleducate, così impure, così lontane da Dio e dalle sue leggi».
Un «libro che ha una grande dignità e profondità», ha affermato Olimpia De Girolamo, insegnante di teatro e di italiano, durante la presentazione, dove si è evidenziato il non semplice percorso seguito da Fariña sia nel reperimento delle informazioni (a volte la scrittrice ha dovuto mandare molte mail per ottenere un’informazione) sia nella stesura stessa del libro.
«Ho scoperto le misure coercitive nei confronti dei bambini in atto fino al 1981 tramite un documentario – ha svelato l’autrice –. Fare la scelta di scrivere questo romanzo è stata conseguente. Mi sono domandata se fossi autorizzata a parlare di qualcosa che non mi tocca, con il rischio di invadere la sfera privata di persone che hanno portato sulle proprie spalle questa sofferenza. Mi sono sentita obbligata per far sentire e conoscere quanto successo; ho sentito responsabilità come scrittrice di dare voce al dolore».

«Sono stati sfruttati, rinchiusi in istituti, maltrattati e anche sterilizzati»

La voglia di cambiamento
«Le persone sapevano che queste cose accadevano – aggiunge –, ma preferivano non pensarci. Per certi versi era più facile nascondere un problema piuttosto che risolverlo e provare ad affrontarlo. Ai tempi capitava che una mamma divorziata finisse in povertà e non riuscisse a mantenere il figlio, pur amandolo, oppure il padre si risposava e non sembrava giusto dare al figlio una nuova madre».
In questo libro, la parola diventa un balsamo, uno strumento di cura in tutti i sensi. La protagonista legge e sfoga le ingiustizie del mondo. «Ci sono persone che sono ancora arrabbiate con la vita e con chiunque, mentre la protagonista vuole uscirne e vuole trovare una giustificazione – prosegue Fariña –. Lei ha fiducia nel cambiamento».


In istituto solo per aver preso la merenda a un compagno

“Per una fetta di mela secca” è la storia di Lidia Scettrini. Un nome e una storia di fantasia utilizzati per raccontare quella che è stata l’esperienza di molti.
In seguito al divorzio dei genitori, Lidia resta a vivere con sua madre a Cavaione. Stanca delle prese in giro da parte di alcuni suoi compagni un giorno ruba la merenda a Piero (una fetta di mela secca, appunto). Accusata dai genitori del bambino – e a causa della povertà in cui lei e la madre vivono – viene mandata in istituto, dove subirà maltrattamenti da parte di alcune suore e sarà poi data in affidamento a un contadino.
Nella nuova “casa” c’è anche Anne, la moglie malata del contadino, unico spiraglio d’amore per Lidia. Alla morte di Anne, Lidia, ormai diciannovenne, può finalmente liberarsi dall’orrore di quella vita e tornare a Cavaione per rifarsi una vita cercando di tenere a bada il dolore dei ricordi. Nel 2018 e in seguito all’istituzione del fondo di solidarietà istituito dalla Confederazione e dai Cantoni a sostegno di ex vittime delle cosiddette “misure coercitive a scopo assistenziale”, Lidia si troverà a dover compilare il modulo di richiesta, rievocando tutto ciò che le è stato rubato e scoprendo in sé la forza di vivere il presente.
L’autrice è Begoña Feijoo Fariña, nata a Vilanova De Arousa, nel nordovest della Spagna, vive in Svizzera dall’età di 12 anni ed è laureata in scienze biologiche. Trasferitasi a Brusio nel 2015, ha fondato, con Chiara Balsarini, la compagnia «inauDita» e ha pubblicato il suo primo libro, una raccolta di racconti dal titolo “Potere p-ossesso dello Zahir e altre storie”.
Nel corso del 2018 Begoña ha ricevuto la borsa letteraria della Fondazione Pro Helvetia, è stata nominata organizzatrice di eventi all’interno della commissione Casa Besta del Comune di Brusio, ha collaborato con la Pgi per la rappresentazione di alcuni spettacoli teatrali per e con ragazzi. Ha messo in scena anche a Spazio Centrale ad Arquino la pièce “Maraya, dell’amore e della forza”, di cui è autrice e attrice unica. È presidente della sezione Valposchiavo della Pro Grigioni Italiano e direttrice artistica della stagione teatrale “I monologanti” che si è interrotta a causa dell’emergenza virus.

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