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Begoña Feijoo Fariña
Per una fetta di mela secca
Romanzo
15×21 cm, 144 pp, Euro 16,00
ISBN 978-88-97308-90-4

Disponibile anche in versione digitale su più piattaforme.

Fra l’inizio degli anni Quaranta e quello degli anni Ottanta del XX secolo, in Svizzera vigeva la prassi di affidare, d’ufficio e contro la volontà dei diretti interessati, bambini e giovani a istituti o contadini. I numerosi collocamenti che avvennero in quel lunghissimo periodo interessarono bambini provenienti da famiglie povere, figli illegittimi o appartenenti a situazioni familiari precarie, ragazzi considerati difficili, scomodi o ribelli. Molte delle vittime di tali decisioni di collocamento coercitivo sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate in istituti psichiatrici o penitenziari, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni.

Per una fetta di mela secca racconta la storia di una di queste bambine: Lidia Scettrini. Un nome e una storia di fantasia utilizzati per raccontare quella che è stata la storia di molti.

TRAMA. In seguito al divorzio dei genitori, Lidia resta a vivere con sua madre a Cavaione (un piccolo borgo della Svizzera orientale). Stanca delle prese in giro da parte di alcuni dei suoi compagni un giorno ruba la merenda a Piero. Accusata dai genitori di lui e a causa della povertà in cui lei e la madre vivono, viene mandata in istituto, dove subirà maltrattamenti da parte di alcune delle suore che lo gestiscono e sarà poi data in affidamento a un contadino. Nella nuova “casa” c’è anche Anne, la moglie malata e costretta a letto del contadino, unico spiraglio d’amore per Lidia. Alla morte di Anne, Lidia, ormai diciannovenne e prossima alla maggiore età, può finalmente liberarsi dall’orrore di quella vita e tornare a Cavaione. Da questo ritorno al villaggio, che ormai non sente più suo, parte il tentativo di rifarsi una vita. Con non poche difficoltà costruirà una nuova sé cercando di tenere a bada il dolore dei ricordi.
Nel 2018 e in seguito all’istituzione del fondo di solidarietà istituito dalla Confederazione e dai Cantoni a sostegno di ex vittime delle cosiddette “misure coercitive a scopo assistenziale”, Lidia si troverà a dover compilare il modulo di richiesta, rievocando tutto ciò che le è stato rubato e scoprendo in sé la forza di vivere il presente.

ESTRATTO
Il mio letto si trova in mezzo a molti altri letti. Sopra il materasso ci sono le lenzuola, una coperta di lana grigioverde e un piccolo cuscino. Le parole escono dalla bocca di Arietta con un’intonazione nuova. La voce è decisa e il ritmo lento. Mentre spiega compie le azioni che descrive. Poi disfa il letto e mi chiede di rifarlo. Ad ogni sbaglio mi corregge, con pazienza. Dopo vari tentativi dice brava e sorride di nuovo. E in quel sorriso io la vedo, ora per la prima volta. Il viso è grazioso, i seni sono rotondi come quelli della mamma e i capelli, rossi e ricci, raggiungono appena le spalle ossute. È magra, molto alta. Ed è bellissima. Restiamo a guardarci per qualche secondo. Fra poco scenderemo nell’ampio atrio, le altre saranno ancora in piedi e sarà in piedi anche Madre Sofia. Allora verrò istruita su tutte le altre regole della casa e accadrà attraverso un interrogatorio serrato, come un’interrogazione a scuola ma senza la grande lavagna. Madre Sofia porrà domande e le bambine risponderanno, spesso in coro. Talvolta una sola, se così vorrà chi avrà appena fatto la domanda. Alla fine dello spettacolo istruttivo mi verrà spiegato, mentre a fatica trattengo le lacrime poiché allora saprò che piangere fa parte delle cose vietate, perché sono lì. Verrà spiegato a me e ricordato a tutte le altre che siamo ragazze incivili, che abbiamo bisogno di essere istruite. Ci verranno elencati i nostri difetti e ci verrà ricordato che siamo lì perché fuori nessuno ci vuole, perché le nostre madri sono incapaci di gestire bambine così maleducate, così impure, così lontane da Dio e dalle sue leggi. Io non capirò quasi nulla di quel discorso, non quel giorno.


Biografia
Begoña Feijoo Fariña. Nata a Vilanova De Arousa (Galicia, Spagna) il 7 marzo 1977, a 12 anni si trasferisce in Svizzera, dove tuttora vive. Dopo la laurea in Biologia, lavora per alcuni anni in ambito entomologico.
Nel 2015 abbandona definitivamente la professione di Biologa, lascia il Ticino e si trasferisce in Valposchiavo. Da allora si dedica quasi esclusivamente a teatro e scrittura. È cofondatrice della compagnia teatrale inauDita, per cui si occupa prevalentemente di drammaturgia e regia.
Ha all’attivo due romanzi: Abigail Dupont (Demian edizioni, Teramo, 2016) e Maraya (AUGH!, Viterbo, 2017). Suoi racconti sono stati pubblicati su Almanacco del Grigioni Italiano (Almanacco del Grigioni Italiano 2018, pp. 128-130) e Carie Letterarie (Speciale bianco e nero, ottobre 2019, pp. 42-46).
Nel 2018 ha vinto la borsa letteraria di Pro Helvetia e il Concorso Grandi Progetti del Cantone dei Grigioni, entrambi riconoscimenti per il progetto di questo romanzo. Sempre per questo progetto è stata ospite della Residenza Franz Edelmaier per la letteratura e i diritti dell’uomo (Merano, Italia).
È presidente della sezione Valposchiavo della Pro Grigioni Italiano e direttrice artistica della stagione teatrale I MONOLOGANTI di Brusio (Grigioni)


 

RECENSIONI/SEGNALAZIONI

 

© Voci del Grigioni italiano, RSI RETE UNO, 31.07.2020

“Per una fetta di mela secca”

Questa edizione monografica delle nostre voci è dedicata al romanzo presentato in queste ultime settimane dal titolo “Per una fetta di mela secca”. L’autrice, Begoña Feijoo Fariña – originaria della Spagna ed emigrata in Svizzera da bambina – ha affrontato un tema davvero molto spinoso.

Di quelli che si vorrebbero cancellare, nascondere. Parliamo delle misure coercitive che nella Confederazione sono state messe in atto fino al 1981 in campo assistenziale.

E come riporta il sito dell’Ufficio Federale di Giustizia, si tratta di decine di migliaia di bambini e adolescenti, allontanati dalle loro famiglie e collocati d’ufficio in aziende artigianali o agricole dove venivano sfruttati come manodopera a basso costo, oppure affidati ad enti gestiti severamente, oppure – ancora – internati in istituti chiusi o addirittura in penitenziari, senza che si fosse pronunciato un giudice.

Begoña Feijoo Fariña è nata in Spagna, il 7 marzo 1977, a 12 anni si è trasferita in Svizzera, dove tuttora vive, a Brusio. Laureata in biologia ha lavorato come entomologa ma nel 2015 ha abbandonato la professione per dedicarsi alle sue passioni: il teatro e la scrittura. È cofondatrice della compagnia teatrale inauDita, ed ha già scritto tre romanzi oltre ad una serie di racconti.

Link: Voci del Grigioni italiano


© Il mestiere di leggere, 26.07.2020

Letteratura, Letteratura svizzera, recensioni
Begoña Feijoo Fariña, Per una fetta di mela secca

La colpa non sta in noi. È in loro. Lo so, lo sapevamo tutte in fondo ai nostri cuori. È stato solo più facile prendersi colpe che ammettere di subire ingiustizie. E anche se lo so il pensiero ha messo radici troppo profonde in me e torna. Torna il una come me il buona a nulla e il ladra. E così eccomi qui ora, il giorno del mio trentesimo compleanno, ad avere paura del mondo fuori dalla porta. Compio trent’anni e sono sola dentro questa piccola casa e sola al mondo. Perché il mondo fuori dalla porta non sa, non ha visto. Il mondo fuori dalla porta pensa che se sei stato punito hai commesso degli errori. Il mondo fuori dalla porta vuole credere che la giustizia, per il nome che porta, sia giusta. E che siano giusti l’ordine, la pulizia, le messe la domenica e il sonno la notte. (pag. 103)

Per una fetta di mela secca, di Begoña Feijoo Fariña, Gabriele Capelli editore 2020

Il romanzo della scrittrice Begoña Feijoo Fariña porta alla luce una pagina buia della storia sociale svizzera. Attraverso la vicenda della protagonista Lidia Scettrini – un nome inventato ma dietro cui si celano storie vere – racconta le vicissitudini che hanno dovuto subire molti bambini e adolescenti in un arco temporale che va dagli inizi degli anni Quaranta del Novecento fino addirittura agli anni Ottanta.

Una storia dolorosa, raccontata in prima persona da Lidia che, ormai donna di mezza età, ripercorre il suo passato: dalla Lidia bambina e via via, coprendo l’arco della sua vita, fino alla donna di oggi; una vita segnata per sempre dal trauma che ha subito e da tutte le conseguenze che ne sono derivate. La storia di una per alzare il velo di omertà sulle storie di molti.

Nel suddetto periodo in Svizzera veniva applicata una prassi che, seppur sulla carta poteva sembrare un modo di tutelare l’infanzia disagiata, nella realtà dei fatti dava luogo a crudeltà inaudite. I bambini e i ragazzi che per qualche motivo venivano ritenuti difficili, o perché vivevano in famiglie molto povere, o per fatti bollati come reati o pseudo tali, o perché i genitori si separavano, o si trattava di figli naturali di madri sole, o orfani, questi bambini e ragazzi venivano affidati ad istituti e poi dati in affido a famiglie di contadini. Tutto questo avveniva contro la volontà dei genitori, d’ufficio e senza possibilità d’appello; i bambini venivano letteralmente strappati alle loro famiglie d’origine , chiusi in istituti in cui subivano maltrattamenti fisici e psicologici, per finire poi in famiglie che li accoglievano al solo scopo di aumentare la forza lavoro nelle proprie fattorie. Ragazzini malnutriti, picchiati e, peggio ancora, abusati. Tutto questo sotto l’apparente e paternalistico consenso delle autorità che chiudevano gli occhi di fronte all’evidenza, che ritenevano così di “salvarli” da condizioni difficili, e di educarli a diventare onesti e timorati cittadini.

Una pagina davvero aberrante, a cui in tempi recenti si è cercato di fare ammenda, con la pubblica ammissione della crudeltà, con le scuse offerte a chi ha patito tanta sofferenza, e con la messa a disposizione di un risarcimento monetario (come si può quantificare il dolore?). Atto dovuto, ma purtroppo non in grado di cancellare il passato.

Dunque, un romanzo che tocca i sentimenti di chi lo legge, lasciando un’amarezza impotente di fronte ad un qualcosa che sembra frutto del peggiore incubo. Una scrittura che non tralascia niente, che mette sulle pagine ogni singolo particolare, senza compiacimento, ma anche con forza e onestà.

Conosciamo dunque Lidia bambina, che vive felice in una famiglia modesta, in campagna; di fianco a lei la giovane madre amorevole e un padre che però, dopo pochi anni, decide di abbandonare la moglie e rifarsi una vita con un’altra donna, in un’altra località. Ecco che la parola divorzio entra nel lessico familiare; un’ombra scura gettata sulle spalle della madre – se lui l’ha lasciata, un motivo ci sarà, commentano i paesani – una colpa che madre e figlia dovranno scontare duramente.

Lidia, a scuola, dopo l’ennesima vessazione da parte di un compagno, gli ruba la merenda – una fetta di mela secca – e per questo, viene allontanata dalla madre che, a detta dell’ispettore incaricato, sta crescendo una figlia ladra. Un atto senza possibilità di replica, una sopraffazione da parte di chi è più forte, lo Stato, ai danni del più debole, una donna povera e sola, anche se una madre in grado di badare a sua figlia, e con amore. Una decisione dell’autorità a cui nessuno, nemmeno il padre, si può opporre.

Rinchiusa in un istituto di suore che funziona come un lager, Lidia subisce maltrattamenti di ogni genere; si consola almeno del fatto di avere intorno a sé altre bambine e ragazze con cui stringere un patto di mutuo soccorso e dalle quali ricevere un po’ di quell’affetto che le è stato strappato a forza, allontanandola dalla madre.

Ma il peggio non è l’istituto, il peggio verrà quando sarà affidata ad una coppia di contadini. Un vero e proprio inferno attraverso il quale dovrà passare, fino al raggiungimento della maggiore età, quando, infine, sarà liberata. Liberazione che però non sarà capace di cancellare quello che ha subito.

Un romanzo che si legge con trepidazione, ma anche con rabbia: come è possibile che questa prassi sia andata avanti per così tanto tempo? Come è possibile che nessuno di quelli che dovevano sorvegliare il destino di questi bambini si sia mai reso conto delle reali condizioni in cui vivevano e dei maltrattamenti che subivano?

Link: Il mestiere di leggere


© Il Grigione Italiano, 23.07.2020

SOTTO GLI ARCHI DEL VIADOTTO IL ROMANZO VERITÀ
Begoña Feijoo Fariña racconta la storia di Lidia
di ANTONIA MARSETTI

Figli di famiglie povere, figli illegittimi, ragazzi difficili o ribelli, o appartenenti ad etnie ritenute incapaci di educarli in modo «civile». Sono loro le vittime dei collocamenti coercitivi perpetrati tra gli anni Quaranta fino al 1981. Allentamenti forzati dalle famiglie di origine che spesso gettavano giovani vite precarie in un baratro che avrebbe segnato per sempre la loro esistenza. Venivano mandati a servizio, sfruttati da aziende agricole o internati in istituti psichiatrici o penitenziari e in alcuni casi venivano pure sottoposti ad adozioni forzate o a sterilizzazioni.

Per una fetta di mela secca, il romanzo di Begoña Feijoo Fariña (Gabriele Capelli Editore) presentato al pubblico nello scorso fine settimana, sotto gli archi del viadotto di Brusio, ci parla proprio di questo, e anche se si tratta di un romanzo, quindi con una protagonista inventata di sana pianta, il messaggio che questo libro lancia al pubblico è forte come un grido di dolore e diretto come un pugno nello stomaco.

Lidia Scettrini, questo il nome della protagonista, viene trattata come una bestia, come braccia da lavoro, come reietta, come peccatrice, come scarto della società. Una bambina che vive soprusi di ogni genere ma che cerca di lottare, vivere e respirare per tutta la vita e che una volta adulta cerca di riprendersi tutto quello che le hanno tolto, di andare oltre le cicatrici, di bruciare il passato in un cammino e guardare avanti.

Il romanzo, per il quale l’autrice ha ricevuto anche il sostegno dal Cantone dei Grigioni (ndr. Concorso Grandi Progetti, 2018), e una borsa di studio da Pro Helvetia (borsa letteraria, 2018), è ambientato in gran parte in Valposchiavo.

In seguito al divorzio dei genitori, Lidia resta a vivere con sua madre a Cavaione. Stanca delle prese in giro da parte di alcuni dei suoi compagni un giorno ruba la merenda a Piero (questo episodio dà il titolo al romanzo, ndr). Accusata dai genitori di lui e a causa della povertà in cui lei e la madre vivono, viene mandata in istituto, dove subirà maltrattamenti da parte di alcune delle suore che lo gestiscono e sarà poi data in affidamento a un contadino. Nella nuova «casa» c’è anche Anne, la moglie malata e costretta a letto del contadino, unico spiraglio d’amore per Lidia. Alla morte di Anne, Lidia, ormai diciannovenne e prossima alla maggiore età, può finalmente liberarsi dall’orrore di quella vita e tornare a Cavaione. Da questo ritorno al villaggio, che ormai non sente più suo, parte il tentativo di rifarsi una vita. Con non poche difficoltà costruirà una nuova sé cercando di tenere a bada il dolore dei ricordi.

Nel 2018 e in seguito all’istituzione del fondo di solidarietà istituito dalla Confederazione e dai Cantoni a sostegno di ex vittime delle cosiddette «misure coercitive a scopo assistenziale», Lidia si troverà a dover compilare il modulo di richiesta, rievocando tutto ciò che le è stato rubato e scoprendo in sé la forza di vivere il presente.

Begoña Feijoo Fariña, lei è nata nel 1977 in Spagna. Quindi parliamo di un luogo e di un tempo abbastanza lontani rispetto a questa pratica coercitva sulla quale la Confederazione ha fatto ammenda. Eppure, se ne è voluta occupare. Perché?
Quando sono venuta a conoscenza di questi fatti ne sono rimasta molto colpita. Ma se vogliamo, la molla che più mi ha spinto ad occuparmene è che quando ero adolescente i miei si separarono e la mia famiglia finì quindi in assistenza perché mio padre ci aveva lasciati e mia madre si è ritrovata da sola e senza un lavoro. E così mi è venuto spontaneo chiedermi: se questa crisi familiare ci fosse capitata 15 anni prima, dove sarei io oggi?

Ha ricevuto dei feedback da parte dei lettori? Tra loro ci sono anche vittime di questi allontanamenti coatti?
Ricevo quasi quotidianamente messaggi da parte dei lettori e in particolare mi ha colpito il messaggio della figlia di una donna che fu internata da piccola. Mi ha detto che dopo aver letto il mio libro riesce a comprendere meglio alcune decisioni prese da sua madre. E questo è per me una grande soddisfazione, anche se stiamo parlando di vicende molto dolorose.

Perché la scelta di ambientare il romanzo in Valposchiavo?
Inizialmente volevo far partire la storia da Corippo (il più piccolo comune della Svizzera con soli 13 abitanti, nel distretto di Locarno, in Ticino, ndr) che ha alcune analogie con Cavaione sia come dimensioni sia come dislocazione, ma poi ho deciso che era giunto il momento per me di scrivere qualcosa che parlasse anche di questa valle che mi ha «adottata» e così ho fatto nascere Lidia qui, in Valposchiavo.

Come si è preparata a questo romanzo? Quali ricerche ha fatto?
Sono partita dal documentario di Mariano Snider (ndr. Cresciuti nell’ombra, RSI, 2015) e poi mi sono documentata leggendo tutti i verbali della tavola rotonda che ha messo a confronto tutte le parti chiamate in causa da questo tema. Ho letto i rapporti pubblicati da diversi istituti e ho letto e ascoltato testimonianze e ho parlato con alcune delle vittime.

Questo è il suo terzo romanzo, i primi si intitolano Abigail Dupont (Demian edizioni, Teramo, 2016) e Maraya (AUGH!, Viterbo, 2017). Due storie diverse da quella di Lidia Scettrini…
In tutti i miei romanzi si racconta sempre di una donna che ad un certo punto deve prendere in mano le redini della propria vita e l’altro minimo comune denominatore è che parlo sempre degli ultimi, ossia di questi personaggi borderline che assolutamente vale la pena conoscere. Per il resto è stato un percorso di crescita, anche sotto il profilo della ricerca, visto che ad ogni romanzo è stato necessario approfondire sempre di più e il prossimo lavoro richiederà ancora più tempo e concentrazione.

Siamo proprio curiosi: di cosa parlerà?
Sto studiando autori translingue, autori cioè che hanno lasciato il loro Paese d’origine e con esso anche la lingua madre e voglio raccontare anche l’emigrazione spagnola tra gli anni 60- 80 e voglio raccontare il vissuto di chi è emigrato non per lavorare, ma per seguire la famiglia, lasciandosi così alle spalle un’infanzia, amici, scuola… e stare qui a ridosso del confine, a Brusio, paese di confine storicamente e geograficamente confrontato con lo straniero, con l’altro, certo mi aiuterà nel mio prossimo romanzo.

Link: Il Grigione Italiano


© Il vizio di leggere, 22.07.2020

PER UNA FETTA DI MELA SECCA di Begoña Feijoo Fariña
La lettrice assorta

“Nel petto percepisco un dolore, lo sento in quella che credo sia l’anima e lo sento nel corpo. Fa male. Le lacrime, inizialmente silenziose, scendono. Sono calde, lente e dense. Fatte di paura e tristezza, diverse dalle lacrime di rabbia di giorni fa fuori dalla scuola.”

A raccontare questa storia drammatica è la voce diretta della protagonista, Lidia Scettrini, un nome di fantasia intessuto attorno a vicende dolorose che hanno realmente riguardato la vita di molte persone. All’inizio degli anni Quaranta e quello degli anni Ottanta infatti, in Svizzera vigeva la prassi di affidare d’ufficio, anche contro la volontà, bambini e giovani a istituti o contadini.

PER UNA FETTA DI MELA SECCA di Begoña Feijoo Fariña descrive in modo commovente e intenso alcuni accadimenti nella vita della piccola Lidia, la cui unica colpa è stata quella di aver subito il divorzio dei genitori. Stanca delle continue prese in giro da parte dei compagni di scuola e in particolare di quelle di Piero, decide di rubargli la merenda. Sarà quest’azione avventata e ingenua a innescare una catena di eventi negativi che porteranno la ragazzina ad essere strappata dall’adorata seppur povera mamma e condotta in un istituto di suore.

Per tutto il tempo di questa lettura mi sono chiesta perché togliere una ragazzina a sua madre, anche se cresce in condizioni difficili, per poi condurla in un istituto a mangiare una minestra abominevole, patire ugualmente il freddo e subire maltrattamenti? Come si è potuto arrivare a questo? Sarebbe stato molto meglio lasciarla a vivere con una mamma amorevole e un tozzo di pane di segale, che Lidia ricorda con affetto come il pane più buono del mondo. Un romanzo che indigna in modo doloroso, soprattutto alla luce del fatto che si basa su eventi reali. La protagonista impara a caro prezzo a rimanere in silenzio, testa bassa e occhi aperti, sopportare le umiliazioni e lavorare senza mai lamentarsi e senza aspettarsi nulla. Una vita segnata per sempre, la sensazione di non valere, di essere stata abbandonata anche da Dio, un senso di vergogna che non abbandona mai e danni irreversibili, soltanto per un pezzo di mela secca.

Commovente e intenso.
Link: Il vizio di leggere


© Sil-ently aloud, 20.07.2020

Recensione: Per una fetta di mela secca, di Begoña Feijoo Fariña
Di Antonella

Voto: 5/5

Questo ebook ci è stato gentilmente offerto da Gabriele Capelli Editore in cambio di una recensione onesta.

Recensione di Antonella:

Posso descrivere questo romanzo con tre aggettivi: toccante, vero, spesso. Toccante, perché la tematica, tutt’altro che leggera, arriva dritta al cuore (quando non allo stomaco) e ti avvince, ti rende partecipe, ti commuove e ti fa arrabbiare, soprattutto ti fa riflettere. Vero, perché l’autrice ha svolto un attento lavoro di ricerca prima di affrontare la stesura, ed è un fatto evidente. Spesso, perché è un libro ben scritto e contiene un po’ tutto quello che serve per creare una buona lettura: una trama ben strutturata, personaggi credibili e molto ben costruiti, uno stile impeccabile e pulito, non parco di immagini riuscite e sprazzi di poesia. Non sento di esagerare se dichiaro che questo romanzo ha tutte le carte in regola per diventare un testo di riferimento, da suggerire come lettura nelle scuole superiori per avvicinare i giovani a un capitolo molto oscuro della storia sociale svizzera. Al di là dell’argomento trattato, gli spunti di riflessione offerti da queste pagine sono, a mio parere, un valido supporto per la formazione del pensiero critico.
La trama della Feijoo Fariña è costruita attorno all’esistenza della piccola Lidia, che seguiamo nel difficile percorso che la porterà alla maturità. Un percorso sofferto, doloroso, che comincia con l’allontanamento dall’amata mamma, giudicata inadeguata per occuparsi di lei (anche perché divorziata in un’epoca in cui il divorzio era ancora un tabù), e il conseguente collocamento in un orfanotrofio gestito da suore molto poco ben disposte verso le piccole ospiti. Non si può non affezionarsi subito a Lidia, non si può non patire con lei, non sperare per lei, anche quando si ha l’impressione che non ci sarà nulla di buono per questa povera ragazza. Eppure, nonostante le brutture, le ingiustizie, i soprusi, la speranza permane. Ed è a questa speranza che ci si aggrappa, divorando una pagina dopo l’altra, per arrivare a trovare uno spiraglio di luce.
Le ambientazioni costruite dall’autrice sono estremamente realistiche, si evince una ricerca che non è stata solo storica, ma anche geografica. Vengono citate diverse località tra i Grigioni e il Ticino, descritte peraltro molto bene. I personaggi si muovono all’interno di questo scenario in maniera impeccabile, rivelando tutte le loro peculiarità, soprattutto psicologiche. Si riescono a intuire le loro credenze, i loro limiti, i loro drammi. Sono ben tratteggiati, a volte all’autrice bastano poche parole per mostrarceli in tutta la loro umanità, nel bene e nel male.
Lo stile della scrittrice è pulito, scorrevole, eppure regala piacevoli immagini, talvolta permeate di una poesia lieve come il tocco di una farfalla, talaltra aprendo una riflessione che va oltre i fatti narrati, facendosi anticamera di pensieri più profondi, più ampi. Ogni parola è al suo posto, la struttura narrativa regge dall’inizio alla fine, il ritmo è buono, mai troppo lento o troppo veloce.

“Per una fetta di mela secca” è un ottimo romanzo, sotto molti punti di vista. Un’unica nota mi pare doverosa: la tematica trattata è forte, dura. Occorre affrontare la lettura consapevoli del fatto che non sarà affatto una passeggiata, anche perché si tratta di fatti ispirati alla realtà. Non è il primo lavoro di quest’autrice così promettente che, con esso, ha toccato un livello molto alto. Sarò curiosa di leggere le sue prossime opere, nella speranza di trovare la stessa verità, la stessa toccante ricerca di speranza.


Quarta di copertina:

Fra l’inizio degli anni Quaranta e quello degli anni Ottanta del XX secolo, in Svizzera vigeva la prassi di affidare, d’ufficio e contro la volontà dei diretti interessati, bambini e giovani a istituti o contadini. I numerosi collocamenti che avvennero in quel lunghissimo periodo interessarono bambini provenienti da famiglie povere, figli illegittimi o appartenenti a situazioni familiari precarie, ragazzi considerati difficili, scomodi o ribelli. Molte delle vittime di tali decisioni di collocamento coercitivo sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate in istituti psichiatrici o penitenziari, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni.

Per una fetta di mela secca racconta la storia di una di questi bambini: Lidia Scettrini. Un nome e una storia di fantasia utilizzati per raccontare quella che è stata la storia di molti.

In seguito al divorzio dei genitori, Lidia resta a vivere con sua madre a Cavaione (un piccolo borgo della Svizzera orientale). Stanca delle prese in giro da parte di alcuni dei suoi compagni un giorno ruba la merenda a Piero. Accusata dai genitori di lui e a causa della povertà in cui lei e la madre vivono, viene mandata in istituto, dove subirà maltrattamenti da parte di alcune delle suore che lo gestiscono e sarà poi data in affidamento a un contadino. Nella nuova “casa” c’è anche Anne, la moglie malata e costretta a letto del contadino, unico spiraglio d’amore per Lidia. Alla morte di Anne, Lidia, ormai diciannovenne e prossima alla maggiore età, può finalmente liberarsi dall’orrore di quella vita e tornare a Cavaione. Da questo ritorno al villaggio, che ormai non sente più suo, parte il tentativo di rifarsi una vita. Con non poche difficoltà costruirà una nuova sé cercando di tenere a bada il dolore dei ricordi.
Nel 2018 e in seguito all’istituzione del fondo di solidarietà istituito dalla Confederazione e dai Cantoni a sostegno di ex vittime delle cosiddette “misure coercitive a scopo assistenziale”, Lidia si troverà a dover compilare il modulo di richiesta, rievocando tutto ciò che le è stato rubato e scoprendo in sé la forza di vivere il presente.

Titolo: Per una fetta di mela secca
Autore: Begoña Feijoo Fariña
Editore: Gabriele Capelli Editore
Pagine: 129
Prezzo: 6,00 € (ebook), 16,00 (cartaceo)

Link: Sil-ently aloud. Libri, scrittura, editoria


© syndicom rivista, n. 17, 06/07.2020

Alla ricerca delle radici – Per una fetta di mela secca
di Valeria Camia

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Link: syndicom


© Andreaconsonniwrong, 25.06.2020

“Per una fetta di mela secca” di Begoña Feijoo Fariña

Ho scoperto questa tragica storia appena ho cominciato a lavorare in Svizzera. Me l’ha raccontata un collega che aveva gli occhi pieni di lacrime. Anche a me vennero le lacrime perché subito pensai al mio bisnonno materno e alle sua vita difficile. Ricollocamenti per ripulire la società e costruirne una migliore, sana, pura, silente, obbediente.

“Per una fetta di mela secca” di Begoña Feijoo Fariña (Gabriele Capelli Editore) racconta in chiave romanzata e con uno stile molto semplice e diretto la storia di una di queste bambine, Lidia, che viene trattata come una bestia, come braccia da lavoro, come reietta, come peccatrice, come scarto della società. Una bambina che vive soprusi di ogni genere ma che cerca di lottare, vivere e respirare per tutta la vita e che una volta adulta cerca di riprendersi tutto quello che le hanno tolto, di andare oltre le cicatrici, di bruciare il passato in un cammino e guardare avanti.

Mentre leggevo questo romanzo ho pensato anche a tutte le meschinità e violenze che la mia famiglia materna ha dovuto sopportare in paese. Ho pensato a quel prete del paese, amatissimo e benedetto da Dio e dalle chiacchiere di cortile, che non era nient’altro che un despota prevaricatore che niente aveva a che fare col messaggio del Vangelo. Ho pensato a tutte quelle famiglie contadine che trattavano i propri figli come bestie da lavoro o come femmine da scaricare subito al miglior offerente. Ho pensato alla mia nonna Maria Bernardina Romilda, nata nel 1902, che si è sempre opposta a questo genere di mondo gretto, alle superstizioni, ai giudizi e che ha riposto sempre fiducia e speranza nelle trasformazioni sociali e dei costumi.

Un mondo, quello presente in questo libro, idealizzato ancora oggi da troppe persone in maniera acritica e superficiale e che, pur ovviamente avendo alcuni aspetti positivi (la natura, i ritmi lenti), mi auguro non ritorni mai piu’.

“Fra l’inizio degli anni Quaranta e quello degli anni Ottanta del XX secolo, in Svizzera vigeva la prassi di affidare, d’ufficio e contro la volontà dei diretti interessati, bambini e giovani a istituti o contadini. I numerosi collocamenti che avvennero in quel lunghissimo periodo interessarono bambini provenienti da famiglie povere, figli illegittimi o appartenenti a situazioni familiari precarie, ragazzi considerati difficili, scomodi o ribelli. Molte delle vittime di tali decisioni di collocamento coercitivo sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate in istituti psichiatrici o penitenziari, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni.”

Link: Andreaconsonniwrong


© Pro Grigioni Italiano – Coira

Dovevo scrivere su questo argomento!
Intervista a Begoña Feijoo Fariña
Intervista a cura di Arianna Nussio, operatrice culturale Pgi Coira

«L’hanno fatto perché qualcuno ha potuto farlo e nessuno si è opposto.»
Begoña Feijoo Fariña

Il nuovo romanzo di Begoña Feijoo Fariña «Per una fetta di mela secca» (2020, Gabriele Capelli Editore), racconta attraverso una protagonista immaginaria l’atroce destino vissuto da migliaia di vittime dei collocamenti coercitivi praticati in Svizzera fino a 40 anni fa.
La Pgi Coira aveva previsto per la primavera 2020 una serata con Begoña Feijoo Fariña. Non avendo potuto tenere un incontro pubblico, abbiamo intervistato l’autrice per telefono.

Begoña Feijoo Fariña, cosa l’ha spinta ad occuparsi di un tema così doloroso?
Il primo motore è stato il documentario di Mariano Snider (ndr. Cresciuti nell’ombra, RSI, 2015). Fino ad allora io non sapevo niente degli internamenti coercitivi. Era un giorno d’estate del 2016, sono capitata su questo documentario e l’ho guardato e riguardato, non so quante volte. Non potevo crederci! Il mio primo pensiero è stato: quando i miei genitori si sono separati, una decina di anni dopo la fine di queste misure, io, i miei fratelli e la mia mamma eravamo in assistenza. Che fine avrei fatto io, se fossero state ancora in vigore questo tipo di misure? Avrebbero permesso a mia mamma di tenermi? Ho sentito che dovevo scrivere su questo argomento, così tutto ciò che stavo facendo è passato in secondo piano e ho iniziato a documentarmi. Allora c’erano dei testi in tedesco, ma non mi risulta ne esistessero in italiano. Di seguito è stata tradotta la testimonianza di Sergio Devecchi (ndr. Infanzia rubata, Casagrande, 2019) e sono stati pubblicati Silenzi (di Luca Brunoni, Gabriele Capelli Editore, 2019) e Il mio nome era 125 (ndr. di Matteo Beltrami, Edizioni Ulivo, 2019).

Pensa che i riconoscimenti da lei ottenuti con questo progetto rispecchino una volontà collettiva di elaborare una pagina di storia svizzera vergognosa?
Per quanto riguarda il sostegno ricevuto dal Cantone dei Grigioni (ndr. Concorso Grandi Progetti, 2018), penso che il tema abbia avuto un peso, anche perché la storia, pur essendo inventata, è possibile e legata ai Grigioni. Per Pro Helvetia (borsa letteraria, 2018) conta invece piuttosto la qualità dell’elaborato proposto che non il tema in sé.
Più persone mi dicono che sarebbe il caso di portare il romanzo anche nelle scuole e si stanno muovendo in questo senso. Penso che per i ragazzi leggere il testo avrebbe senso soprattutto come monito: bisogna stare attenti ai giochi di potere nella società, nelle situazioni istituzionalizzate dove ancora c’è un guardiano e un guardato.

Ha già ricevuto dei riscontri da vittime dei collocamenti coercitivi che hanno letto il romanzo?
Non ancora, ma ho avuto un riscontro da una figlia di una vittima, collocata in un istituto di suore da piccolissima, perché la madre era rimasta vedova con diversi figli. Questa signora mi ha detto che leggendo il libro fino in fondo ha capito alcune cose di sua mamma. Grazie a quello che io ho scritto ha capito dei comportamenti di sua madre e per me questo è molto bello.

La protagonista del romanzo è una bambina di Cavaione. Cosa l’ha portata a scegliere questo piccolo villaggio della Valposchiavo?
L’idea originale era di far partire tutto da Corippo. Questo minuscolo villaggio della Val Verzasca, il comune più piccolo della Svizzera, mi affascinava. Inoltre ho conosciuto delle persone provenienti da lì, molto più anziane di me, che per come le ho conosciute, avrebbero potuto essere state vittime di queste misure. Poi iniziando a parlare del tema in valle (ndr. Valposchiavo), una delle prime cose che mi è stato detto è stato: “Da noi non succedeva!”. Ma non ci si ricorda, non succedeva veramente, oppure c’era dell’omertà? Ho dunque voluto cercare notizie negli archivi, ma non vi ho avuto accesso, perché non sono persona direttamente interessata ai fatti. Una persona mi ha però detto che conosce una signora anziana del comune di Brusio a cui sono stati portati via due bambini da piccoli. Qualcun altro mi ha detto di essere sicuro che ci fossero stati dei casi…quindi ho capito che succedeva, ma non se ne parlava, oppure le persone della generazione a cui mi sono rivolta non se ne ricordano o non avevano realizzato, perché all’epoca erano bambini. Quindi ho deciso di ambientarlo in Valposchiavo, poi ho scelto Cavaione per le analogie con Corippo.

È stata aiutata da qualcuno per l’ambientazione storica?
Ipoteticamente io ho fatto nascere Lidia (la protagonista) nel ’56 e poi sono andata d’istinto. Non mi sono fatta aiutare un granché ma ho fatto alcune domande per esempio sulla scuola e sulla costruzione della strada di Cavaione ad Anna e Secondo Balsarini, che sono nati nel villaggio in quegli anni. Prima delle correzioni finali loro hanno letto il libro per vedere se c’erano delle cose che non funzionavano con la Cavaione che hanno vissuto da bambini. Nel testo c’è anche una canzone che loro cantavano da ragazzi.
Immaginare quella che poteva essere allora la vita di un piccolo villaggio non mi è risultato particolarmente difficile perché, pur essendo vero che io sono di un’altra generazione, sono nata in un paese (ndr. la Spagna) uscito dalla dittatura nel ’75 e che quindi è rimasto a lungo arretrato. Io l’ho fatta quella vita lì, da bambina! Vivevo con i nonni in un piccolo paese, non di montagna, ma molto rurale, dove tutti sapevano tutto di tutti. A casa di mia nonna, dove ho vissuto per anni, c’erano tre stanze più la cucina e non avevamo il gabinetto, finché i miei hanno mandato i soldi dalla Svizzera. Il bagno si faceva in un grosso secchio, che si usava anche per raccogliere le patate. Si dormiva in tre in un letto. Era veramente un’altra vita, arrivare a Lugano per me è stato uno shock.

Non sarebbe stato più facile da scrivere e da vendere un romanzo rosa?
Più facile da scrivere? Per me probabilmente no. Penso di non esserne capace! Da vendere, lo capiremo fra alcuni mesi. Personalmente sono molto fiera di questo lavoro, del prodotto finale, di essere riuscita a trovare quell’ingenuità che cercavo. Se vende più o meno di «un rosa», lo scopriremo.

Il contesto storico
Dagli anni ’40 fino al 1981, in Svizzera vigeva la prassi di affidare, d’ufficio e contro la volontà dei diretti interessati, bambini e giovani a istituti o contadini. Le migliaia di collocamenti interessarono bambini provenienti da famiglie povere, figli illegittimi o appartenenti a situazioni familiari precarie, ragazzi considerati difficili, scomodi o ribelli. Molte delle vittime di tali decisioni di collocamento coercitivo sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate in istituti psichiatrici o penitenziari, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni. Nel 2013 la Confederazione ha chiesto pubblicamente scusa per la sofferenza inflitta.

Begoña Feijoo Fariña
Nata in Galizia nel 1977, vive in Svizzera da quando aveva 12 anni. Laureata in biologia, si è occupata per anni dello studio degli insetti. Nel 2015 lascia l’ambito scientifico per dedicarsi al teatro e alla scrittura e si trasferisce in Valposchiavo. Nel 2016 pubblica il romanzo Abigail Dupont (Demian edizioni, Teramo) e nel 2017 Maraya (AUGH!, Viterbo). Per una fetta di mela secca (Gabriele Capelli Editore, Mendrisio, 2020) è il suo terzo romanzo, che nel 2018 le è valso il Concorso Grandi Progetti del Cantone dei Grigioni e una borsa letteraria di Pro Helvetia. Per lo stesso progetto è stata ospite della Residenza Franz Edelmaier per la letteratura e i diritti dell’uomo a Merano.

Link: Pgi Coira


© Librintasca RSI RETE UNO, 12.06.2020

Una storia toccante. Un’infanzia che si trasforma in un incubo.
A cura di Daniele Oldani

 

Ospite di questa nuova edizione di Libri in tasca, la scrittrice Begoňa Feijoo Fariňa. Nata in Galicia, Spagna nel 1977, all’età di 12 si trasferisce in Svizzera dove tuttora vive. Si occupa di drammaturgia e di regia ed è la cofondatrice della compagnia teatrale inauDita. È presidente della sezione Valposchiavo della pro grigioni italiano e direttrice artistica della stagione teatrale I monologanti di Brusio.

Il suo nuovo romanzo, pubblicato da Gabriele Capelli editore, si intitola Per una fetta di mela secca.

La presentazione scritta dall’editore offre un’ottima descrizione del contesto storico nel quale è ambientato il libro:
“Fra l’inizio degli anni Quaranta e quello degli anni Ottanta del XX secolo, in Svizzera vigeva la prassi di affidare, d’ufficio e contro la volontà dei diretti interessati, bambini e giovani a istituti o contadini. I numerosi collocamenti che avvennero in quel lunghissimo periodo interessarono bambini provenienti da famiglie povere, figli illegittimi o appartenenti a situazioni familiari precarie, ragazzi considerati difficili, scomodi o ribelli. Molte delle vittime di tali decisioni di collocamento coercitivo sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate in istituti psichiatrici o penitenziari, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni.”

Per una fetta di mela secca racconta la storia di una di queste bambine: Lidia Scettrini. Un nome e una storia di fantasia utilizzati per raccontare quella che è stata la storia di molti.

C’è stato un documentario – ci ha raccontato l’autrice del libro – che è stato molto importante nella realizzazione di Per una fetta di mela secca. È il documentario Cresciuti nell’ombra di Mariano Snider, andato in onda sulla nostra televisione nel programma Falò.

Link: Librintasca


© chronicalibri.it, 25.05.2020

“Per una fetta di mela secca”, i bambini raccontati da Begoña Feijoó Fariña
Di Olimpia De Girolamo *

SVIZZERA – Le date che si fissano sul diario della storia di una nazione sono determinanti per ricostruirne l’identità, il coraggio civile, il desiderio di non compiere in futuro i medesimi errori. L’11 aprile del 2013 è un giorno non facile per la Storia Svizzera, un giorno in cui bisogna chieder scusa a tutte le vittime di misure coercitive a scopo assistenziale che si sono protratte almeno fino al 1981. Fino a quell’anno, infatti, poteva accadere che un bambino fosse strappato alla famiglia per varie ragioni, perché si trattava di famiglie povere, monoparentali, o appartenenti a etnie giudicate non degne dell’educazione dei figli.

I bambini sottratti alle famiglie venivano collocati forzatamente al lavoro presso fattorie o aziende o venivano rinchiusi in istituti rieducativi dalle misure violente e in cui venivano deprivati, in molti casi, di qualsiasi gesto di affetto o addirittura abusati sessualmente, si poteva giungere, in diversi casi, a interventi di sterilizzazione forzata.

Si sa, la grande storia di un paese è composta dalle piccole storie individuali dei suoi cittadini e l’intenso romanzo di Begoña Feijoó Fariña, Per una fetta di mela secca, Gabriele Capelli Editore, attraverso un viaggio nell’anima di una bambina che diventerà donna nel suo calvario tra un istituto di suore e la collocazione come lavorante presso una famiglia incapace di prendersene cura, tenta di aprirci una porta sulle storie di tanti altri ex bambini che hanno potenzialmente attraversato lo stesso inferno.

L’autrice sapientemente gestisce un linguaggio essenziale e a tratti infantile, restituendoci la genuinità della lingua di un personaggio verosimile, un linguaggio scarno ed essenziale come potenzialmente sarebbe potuto essere quello di una bambina che non è stata educata a mettere le parole guaritrici nelle proprie ferite. Lidia crescerà, metterà, anno per anno, tassello per tassello le tessere utili alla ricostruzione della propria identità, dovrà imparare a riannodare i fili del proprio io. Chiedere scusa da parte dello Stato potrà apparire come un risarcimento, ma ce ne sarà uno ben più profondo e grande del quale la protagonista potrà avvalersi e parlerà una lingua non istituzionale, ma la lingua del cuore.
Lidia Scettrini diventerà consapevole di non avere alcuna colpa? Ciò le permetterà di evolvere, di crescere, di non restare bloccata nel dolore esasperante che, invece, rimane ferita inguaribile nella storia di tanti bambini vittime di abusi e violenze?
Tra le pagine di questa storia si annidano, misteriose, le risposte. Grande merito dell’autrice è saper condurre per mano il lettore in un viaggio di riconoscimento che supera i tratti della storia nel suo specifico, per farsi messaggio universale.

Begoña Feijoó Fariña sembra volerci ricordare il valore che per ciascun essere umano deve avere la sua infanzia e il suo bambino interiore, sembra volerci sussurrare piano che abbiamo il dovere di prenderci cura di quel bambino per diventare le persone adulte che desideriamo essere.


* Olimpia De Girolamo. Nasce a Napoli, città in cui studia e si laurea in Filosofia. Perfeziona le sue ricerche in linguaggi cinematografici e pedagogia e didattica teatrale tra Napoli, Roma, Torino, Milano e Parigi. Co-dirige l’Agorà Teatro di Magliaso, un piccolo teatro costruito in giardino nel 2005. È insegnante, attrice, formatrice adulti e ragazzi e curatrice della Rassegna Annuale “Autunno a Teatro”. Debutta come drammaturga con “La Mar” nel 2017 e vince il Premio Donne e Teatro (2017) e il Premio Fersen nel (2018).

Link: chronicalibri.it


© L’Osservatore, 16.05.2020

Quella ferita nella storia svizzera
di Elena Spoerl

Per una fetta di mela secca di Begoña Feijoo Fariña

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PDF articolo:

L’Osservatore PDF
Link: L’Osservatore


© La Provincia di Sondrio, 14.05.2020

Quei bimbi ripudiati e mandati a servizio
Di Clara Castoldi

Tirano. Una scrittrice valposchiavina ha raccolto le storie in un libro presentato on line con la libreria “Il mosaico”.
Fariña: «Era usanza in Svizzera, ma la gente preferisce non pensarci». “Per una fetta di mela secca” li ricorda.

Un testo onesto, non furbo, dallo stile asciutto e chiaro.
Una storia forte e leggera nel contempo. Che commuove. E si legge d’un fiato e che lancia un’ancora di salvataggio nell’avere fiducia nel cambiamento.
Presentazione pubblica, tramite la diretta Facebook della libreria Il mosaico di Tirano, per il libro fresco di stampa dell’autrice valposchiavina Begoña Feijoo Fariña “Per una fetta di mela secca” pubblicato da Gabriele Capelli Editore.
La storia tocca un argomento delicato della storia Svizzera, ma che ha la capacità di assurgere a vicenda universale.
Fra gli anni Quaranta e Ottanta del XX secolo, in Svizzera vigeva la prassi di affidare – contro la volontà dei diretti interessati – bambini e giovani a istituti o contadini.

«Se la mamma non poteva mantenere il figlio lo dava ai contadini per farlo lavorare»

De Girolamo: «Grande libro»
Molte delle vittime di tali decisioni sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni.
«Verrà spiegato a me e ricordato a tutte le altre che siamo ragazze incivili, che abbiamo bisogno di essere istruite – si legge fra le pagine –. Ci verranno elencati i nostri difetti e ci verrà ricordato che siamo lì perché fuori nessuno ci vuole, perché le nostre madri sono incapaci di gestire bambine così maleducate, così impure, così lontane da Dio e dalle sue leggi».
Un «libro che ha una grande dignità e profondità», ha affermato Olimpia De Girolamo, insegnante di teatro e di italiano, durante la presentazione, dove si è evidenziato il non semplice percorso seguito da Fariña sia nel reperimento delle informazioni (a volte la scrittrice ha dovuto mandare molte mail per ottenere un’informazione) sia nella stesura stessa del libro.
«Ho scoperto le misure coercitive nei confronti dei bambini in atto fino al 1981 tramite un documentario – ha svelato l’autrice –. Fare la scelta di scrivere questo romanzo è stata conseguente. Mi sono domandata se fossi autorizzata a parlare di qualcosa che non mi tocca, con il rischio di invadere la sfera privata di persone che hanno portato sulle proprie spalle questa sofferenza. Mi sono sentita obbligata per far sentire e conoscere quanto successo; ho sentito responsabilità come scrittrice di dare voce al dolore».

«Sono stati sfruttati, rinchiusi in istituti, maltrattati e anche sterilizzati»

La voglia di cambiamento
«Le persone sapevano che queste cose accadevano – aggiunge –, ma preferivano non pensarci. Per certi versi era più facile nascondere un problema piuttosto che risolverlo e provare ad affrontarlo. Ai tempi capitava che una mamma divorziata finisse in povertà e non riuscisse a mantenere il figlio, pur amandolo, oppure il padre si risposava e non sembrava giusto dare al figlio una nuova madre».
In questo libro, la parola diventa un balsamo, uno strumento di cura in tutti i sensi. La protagonista legge e sfoga le ingiustizie del mondo. «Ci sono persone che sono ancora arrabbiate con la vita e con chiunque, mentre la protagonista vuole uscirne e vuole trovare una giustificazione – prosegue Fariña –. Lei ha fiducia nel cambiamento».


In istituto solo per aver preso la merenda a un compagno

“Per una fetta di mela secca” è la storia di Lidia Scettrini. Un nome e una storia di fantasia utilizzati per raccontare quella che è stata l’esperienza di molti.
In seguito al divorzio dei genitori, Lidia resta a vivere con sua madre a Cavaione. Stanca delle prese in giro da parte di alcuni suoi compagni un giorno ruba la merenda a Piero (una fetta di mela secca, appunto). Accusata dai genitori del bambino – e a causa della povertà in cui lei e la madre vivono – viene mandata in istituto, dove subirà maltrattamenti da parte di alcune suore e sarà poi data in affidamento a un contadino.
Nella nuova “casa” c’è anche Anne, la moglie malata del contadino, unico spiraglio d’amore per Lidia. Alla morte di Anne, Lidia, ormai diciannovenne, può finalmente liberarsi dall’orrore di quella vita e tornare a Cavaione per rifarsi una vita cercando di tenere a bada il dolore dei ricordi. Nel 2018 e in seguito all’istituzione del fondo di solidarietà istituito dalla Confederazione e dai Cantoni a sostegno di ex vittime delle cosiddette “misure coercitive a scopo assistenziale”, Lidia si troverà a dover compilare il modulo di richiesta, rievocando tutto ciò che le è stato rubato e scoprendo in sé la forza di vivere il presente.
L’autrice è Begoña Feijoo Fariña, nata a Vilanova De Arousa, nel nordovest della Spagna, vive in Svizzera dall’età di 12 anni ed è laureata in scienze biologiche. Trasferitasi a Brusio nel 2015, ha fondato, con Chiara Balsarini, la compagnia «inauDita» e ha pubblicato il suo primo libro, una raccolta di racconti dal titolo “Potere p-ossesso dello Zahir e altre storie”.
Nel corso del 2018 Begoña ha ricevuto la borsa letteraria della Fondazione Pro Helvetia, è stata nominata organizzatrice di eventi all’interno della commissione Casa Besta del Comune di Brusio, ha collaborato con la Pgi per la rappresentazione di alcuni spettacoli teatrali per e con ragazzi. Ha messo in scena anche a Spazio Centrale ad Arquino la pièce “Maraya, dell’amore e della forza”, di cui è autrice e attrice unica. È presidente della sezione Valposchiavo della Pro Grigioni Italiano e direttrice artistica della stagione teatrale “I monologanti” che si è interrotta a causa dell’emergenza virus.

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One thought on “Begoña Feijoo Fariña “Per una fetta di mela secca”

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