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© Andreaconsonniwrong, 25.06.2020

“Per una fetta di mela secca” di Begoña Feijoo Fariña (Gabriele Capelli Editore)

Ho scoperto questa tragica storia appena ho cominciato a lavorare in Svizzera. Me l’ha raccontata un collega che aveva gli occhi pieni di lacrime. Anche a me vennero le lacrime perché subito pensai al mio bisnonno materno e alle sua vita difficile. Ricollocamenti per ripulire la società e costruirne una migliore, sana, pura, silente, obbediente.

“Per una fetta di mela secca” di Begoña Feijoo Fariña (Gabriele Capelli Editore) racconta in chiave romanzata e con uno stile molto semplice e diretto la storia di una di queste bambine, Lidia, che viene trattata come una bestia, come braccia da lavoro, come reietta, come peccatrice, come scarto della società. Una bambina che vive soprusi di ogni genere ma che cerca di lottare, vivere e respirare per tutta la vita e che una volta adulta cerca di riprendersi tutto quello che le hanno tolto, di andare oltre le cicatrici, di bruciare il passato in un cammino e guardare avanti.

Mentre leggevo questo romanzo ho pensato anche a tutte le meschinità e violenze che la mia famiglia materna ha dovuto sopportare in paese. Ho pensato a quel prete del paese, amatissimo e benedetto da Dio e dalle chiacchiere di cortile, che non era nient’altro che un despota prevaricatore che niente aveva a che fare col messaggio del Vangelo. Ho pensato a tutte quelle famiglie contadine che trattavano i propri figli come bestie da lavoro o come femmine da scaricare subito al miglior offerente. Ho pensato alla mia nonna Maria Bernardina Romilda, nata nel 1902, che si è sempre opposta a questo genere di mondo gretto, alle superstizioni, ai giudizi e che ha riposto sempre fiducia e speranza nelle trasformazioni sociali e dei costumi.

Un mondo, quello presente in questo libro, idealizzato ancora oggi da troppe persone in maniera acritica e superficiale e che, pur ovviamente avendo alcuni aspetti positivi (la natura, i ritmi lenti), mi auguro non ritorni mai piu’.

“Fra l’inizio degli anni Quaranta e quello degli anni Ottanta del XX secolo, in Svizzera vigeva la prassi di affidare, d’ufficio e contro la volontà dei diretti interessati, bambini e giovani a istituti o contadini. I numerosi collocamenti che avvennero in quel lunghissimo periodo interessarono bambini provenienti da famiglie povere, figli illegittimi o appartenenti a situazioni familiari precarie, ragazzi considerati difficili, scomodi o ribelli. Molte delle vittime di tali decisioni di collocamento coercitivo sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate in istituti psichiatrici o penitenziari, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni.”

Link: Andreaconsonniwrong


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