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Giorgio Genetelli
Merluz Vogn
Romanzo
15×21 cm, 112 pp,
ISBN 978-88-97308-89-8
Euro 15,00

Disponibile anche in formato digitale su più piattaforme

Il racconto di un’estate speciale e sognante, perché vissuta dal protagonista con la leggerezza dei suoi undici anni. Un romanzo caratterizzato da uno stile sperimentale che, nella sua commistione tra idiomi dialettali e il lirismo di certi passaggi narrativi, sa tenere il lettore sospeso sul filo di un’ironica nostalgia. Una storia di crescita con un protagonista giovanissimo ma ormai consapevole di essere giunto alla fine di un percorso, oltre il quale sarà sempre più difficile confondere il sogno con la realtà.

Stavamo ancora al di là del bene e del male io e il Nandel, in quei luoghi dell’infanzia dove tenerezza e crudeltà si confondono. Ma era diventato difficile scansare i discorsi sulla decadenza del mondo. Aspettavamo solo il giorno buono per scappare dai quesiti senza allegria, indigesti anche per due come noi che ancora ignoravano il flagello dei ricordi […].

Merluz Vogn si potrebbe definire un romanzo “d’atmosfera”, nel quale le suggestioni e le vivide immagini trasmesse dalla storia raccontata sono decisamente più importanti della trama in sé. L’autore si serve di uno stile di scrittura originale che inserisce nella prosa delle parole in dialetto ticinese, e questa scelta serve a dare autenticità alla vicenda narrata, e ad accorciare le distanze tra il protagonista e il lettore. E con un’operazione intelligente che mira alla comprensione totale della storia, quando vengono proposti brani più lunghi in dialetto, essi sono accompagnati dalla traduzione del testo a fronte.

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Protagonista della vicenda è un bambino di quasi undici anni, che ha davanti a sé un’intera estate di libertà. La madre deve ricoverarsi per motivi a lui sconosciuti, il padre sarà lontano e quindi si trasferirà dai nonni, che di norma sono sempre più permissivi dei genitori. La vicenda è ambientata negli anni Sessanta in un piccolo paese del Canton Ticino, con le sue case di sasso e le carraie polverose, il fiume pescoso e le aspre montagne; nel torpore di un’estate all’insegna di pantaloncini strappati e gelati squagliati, il giovane protagonista percorre forse per l’ultima volta la strada della spensieratezza, prima che la realtà arrivi ad invadere e a cancellare i sogni infantili. L’ambiente in cui egli si muove è un microcosmo perfetto, rappresentato con cura nelle ultime pagine del romanzo come il disegno di una mappa fatta da un bambino. Un microcosmo che contiene in sé mille e più avventure, quelle che può immaginare solo un fanciullo, ai cui occhi tutto è magico, tutto è sogno. Il romanzo parla della genuina follia dei bambini, che vivono la vita con leggerezza perché sono ancora privi del filtro dell’amarezza e del disincanto, che offusca ogni esperienza adulta e che limita l’immaginazione. Il protagonista, insieme ai fidati amici Nandel e Dani, si tuffa in una parentesi temporale privilegiata, nella quale è semplice e confortante mescolare realtà e finzione mentre si gioca a fare i grandi, o i cowboy, o gli indiani. E nella fantasia si vive anche attraverso i racconti del nonno, che come il bambino non ha interesse nella brutale realtà dei fatti; nei ricordi deformati dell’anziano, nelle memorie mitizzate di una vita semplice, si inserisce quella vena di malinconia per ciò che è andato perduto che attraversa tutta l’opera, benché sia tenuta a bada dalla freschezza e dall’ironia della voce narrante. Una malinconia che si acuisce con il passare dei giorni per la mancanza dei genitori e in particolare della mamma, che nella sua ignota malattia sembra voglia ricordare che la crudeltà della vita è sempre dietro l’angolo e non risparmia nessuno, neanche i bambini. Il protagonista vive la sua estate spensierato e felice, ma “la punta di un dolore di cui appena mi accorgevo” sembra evocare l’impercettibile ma inesorabile fine delle sue illusioni.

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Oggi il Nandel aveva deciso di volare. Da mesi ne parlava, da settimane trafficava. Per una volta volle fare tutto da solo. Quando si intestardiva piegava la testa di lato, nervoso, e tanto valeva assecondarlo.
I preparativi per il volo gli presero la giornata. Il Nandel è meticoloso ma irascibile, per via del Rhesus negativo che, diceva citando i suoi, gli aveva fatto rischiare la pelle al momento di nascere. Quindi fece tutto lui e zero obiezioni.
Io servivo solo da assistente e un po’ mi annoiavo e un po’ ero curioso di vedere come sarebbe andata a finire. Aveva un piano di dettaglio: traiettoria altezza atterraggio pubblico onorificenze, gloria. Calcoli mattutini rivisti dopopranzo quando, lanciando un sasso attaccato all’apparecchio, notò che andava giù un po’ troppo svelto. Il botto dell’atterraggio lo lasciò dubbioso.
«Se sbatti le braccia magari funziona…»
«Noio mighi!» (Non annoiare)
Ampliò la capienza della vela: da Cà dal Geni prendemmo in prestito un ombrellone dell’Alemagna. Riprovò col sasso e gli parve che la gravità fosse, se non vinta, almeno messa in discussione.
Passammo dai suoi nonni (che se i miei erano vecchi, i suoi parevano preistorici) per una merenda, verso le quattro. Una banana mangiata sbattendo la lingua sul palato lo aiutò ad avere idee al potassio sulle cose che cadono.
La giornata era limpida e nel campo di atterraggio fiorivano i denti di leone, un tappeto giallo che sembrava una distesa di bucce di banana. Gettò quella della sua, a completare il panorama. Dalla terrazza di cemento della stalla, tre metri più in su, osservò il mondo piccolo così. Ridiscese e armeggiò al velivolo, come un Icaro pronto a bruciarsi. Ovviamente non sapeva chi fosse Icaro. Eravamo ancora fermi a Mefisto.
Facemmo il giro delle carraie e delle piazze convocando spettatori della nostra età, anche più piccoli. Si affollarono ilari, pronti a vederlo spiaccicarsi. Salì le scale fino al trespolo, una studiata esibizione di sé e dell’apparecchio: l’ombrellone al quale stavano attaccati, sopra, quattro ombrelli “direzionali” neri e, sotto, una gerla sfondata a far da imbragatura. Qualcosa come una mongolfiera. Lo aiutai a infilarsi nella gerla. Poi mi scacciò, ispirandosi alla solitudine dei Kiowa (aveva sempre in mente la riuscita e i nemici di Tex Willer) e chiese silenzio.
Mentre il sole del tardo pomeriggio lo salutava propizio, proclamò:
«L’é oro da varèe, merdoi» (è ora di volare, merdoni) scatenando motteggi e curiosità nei ragazzini giù in basso. Sembrava un capo inca pronto al sacrificio. O un condor deforme.
Contò un conto alla rovescia in avanti: «Un – un e mez – dui – dui e mez…». Poi, con le mascelle serrate e l’apparecchio gonfio d’aria, mosse un passo nel vuoto. Volteggiando interminabile tra gli ohhhhh! sopra le teste roteanti, planò come una gallina oltre la distesa di denti di leone e la buccia di banana. Dritto nel letamaio.


TRAMA
Merluz Vogn è la cronaca, sognata e reale, di un’estate randagia alle soglie dell’adolescenza, in un Ticino presente e irrimediabilmente perduto nella “corrente del tempo”. Una realtà in cui il paese si fa “mondo” e dove il confine sfuma nell’epopea da fumetto. Figure surreali e leggende da osteria fanno da cornice alle avventure di un paio di amici, immaginate per “sbaragliare” le giornate estive e lenire l’ingombrante assenza di una madre. Con Merluz Vogn Giorgio Genetelli rivisita luoghi e atmosfere della sua opera prima, Il becaària, e ci offre un romanzo post-dialettale da cui la nostalgia è volutamente bandita.


Il Genetelli è nato a Preonzo e l’hanno chiamato Giorgio, forse perché c’era tanta campagna. Falegname, giornalista, scrittore, blogger, telecronista sportivo, calciatore.
Per la GCE ha pubblicato la raccolta di racconti La conta degli ostinati.
http://www.libertario2016.wordpress.com
Twitter: @giorgiogene


Dello stesso autore:

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RECENSIONI, SEGNALAZIONI, TESTI

© andreaconsonniwrong, 25.08.2020

“Merluz Vogn” di Giorgio Genetelli (Gabriele Capelli Editore) e divagando sul dialetto

“Il territorio a sud del paese era quasi inesplorato, ostruito dai torrioni in ferro della raffineria di petrolio e dai possibili veleni che le facevano da fossato. Ci si arrivava per una stradina minacciosa per le spine di robinia. Più giù la discarica dei rifiuti, che raggiungevamo in bici in cerca d’oggetti preziosi: barattoli da attaccare con lo spago ai portapacchi, per sferragliare; camere d’aria da farci munizioni per i fucili ad elastico; pentole per pozioni magiche; copertoni da bruciare nei bivacchi; enormi ratti da prendere a sassate; misteriosi pezzi di ricambio per macchinari ancora da inventare. Fili di fumo acre si levavano qua e là tra la spazzatura aggrovigliata. Il Gat, in una delle poche volte che venne con noi distogliendosi dal truccare motorini, portò un fucile ad aria compressa che da dieci passi spappolò un ratto. Senza scrupoli da parte di nessuno, men che meno dopo il paragone del Nandel con quegli sporchi coyote dei fumetti. Però poi tirammo alle bottiglie, faceva meno schifo. Altre croste di cui vantarsi.” (pag. 23)

Mi sono avvicinato con alcuni dubbi e un po’ di circospezione al romanzo di Giorgio Genetelli, “Merluz Vogn” (Gabriele Capelli Editore) per la definizione trovata nel retro che lo definisce “romanzo post-dialettale”. Come più volte ho ripetuto non sono innamorato del dialetto, tutt’altro. Anche se capisco perfettamente i dialetti brianzolo, milanese e legnanese/varesotto non lo parlo e quasi mai nella mia vita, salvo i miei parenti, ho frequentato persone che lo parlassero abitualmente. Sono anni che rifletto sul motivo della mia non conoscenza del dialetto: forse perché provengo da una famiglia coi nonni che in mia presenza e in pubblico prediligevano utilizzare l’italiano, forse perché son nato e cresciuto in un’epoca (fine anni Settanta-inzio anni ’80) che tendeva a mal sopportare, almeno dalle mie parti, il dialetto, oppure perché a scuola ho avuto insegnanti tendenzialmente del Sud o forse anche perché in cortile e nelle varie squadre di calcio dove ho giocato tantissimi ragazzi e famiglie non erano brianzole. Ho pensato anche alla mia insofferenza per la vita di provincia e a come al liceo non avessi alcun compagno che comprendeva il dialetto lecchese. Devo però constatare come mio padre, da quando è in pensione e frequenta maggiormente il paese, è tornato a utilizzare il dialetto con maggiore insistenza rispetto al passato. Non mi è mai piaciuto il suono del dialetto e questo vale per la quasi totalità dei dialetti che ho sentito nella mia vita. Quanto lo sento finisco quasi per irritarmi. Un’amica diceva che è perché son snob, un cittadino mancato. Contenta lei di pensarlo contenti tutti.

E allora perché, direte voi, ho deciso di leggere un romanzo “post-dialettale”?

Perché ero interessato a leggere un romanzo ticinese e perché avevo voglia di un romanzo ambientato nell’infanzia/adolescenza ma “Merluz Vogn” ha soddisfatto solo in parte le mie aspettative. È un romanzo che racconta l’ultima vera estate di un ragazzino in un mondo in trasformazione. Il padre è salpato per lavoro, la madre è finita in clinica perché “ha bisogno di riposare” e allora il ragazzino finisce dai nonni che stanno a poca distanza ma che sembrano vivere in un altro mondo.

Genetelli ci fa vivere le giornate estive fatte di avventure insieme al fedele amico Nandel, vissute come se ogni giorno fosse un numero di Tex fra Kiowa e Mefisto con tentativi di volo che finiscono nel letame, gare di barche costruite con gli scarti, agguati, costruzioni di castelli, partite calcio, puntate in discarica a recuperare piccoli e utili tesori, furtarelli, litigi, ghiaccioli, il passaggio del Giro di Svizzera, alternati a disperati racconti sui ticinesi che cercarono la fortuna in America o a storie di paese con i suoi personaggi strani eppure mitici.

L’utilizzo del dialetto non si fa mai veramente invasivo e nemmeno troppo respingente e si intreccia perfettamente alla storia anche se talvolta il romanzo arranca in passaggi sin troppo naif che alla lunga diventano stucchevoli e lasciano la sensazione di un romanzo con dei quadretti che non riescono a stabilire una vera empatia con la storia raccontata e i personaggi. La voce narrante mi è quasi sempre parsa distante, fredda. Insomma non sono riuscito ad affezionarmi ai personaggi e poche volte ho recuperato l’atmosfera della mia infanzia (l’ho trascorsa in cortile, chiuso in camera a leggere, in giro per le colline da solo con la bici di mia madre e non ho alcuna voglia di rivivere quei giorni che tanto dolorosi sono stati per me), forse anche proprio per il dialetto che mi ha raffreddato il piacere della lettura e parecchi passaggi mi hanno anche annoiato. A furia di amore per le piccole storie si finisce talvolta per evaporare.

Salvo poi una parte finale che è di una malinconia così struggente che è impossibile non commuoversi.

“Stavamo ancora al di là del bene e del male io e il Nandel, in quei luoghi dell’infanzia dove tenerezza e crudeltà si confondono. Ma era diventato difficile scansare i discorsi sulla decadenza del mondo. Aspettavamo solo il giorno buono per scappare dai quesiti senza allegria, indigesti anche per due come noi che ancora ignoravano il flagello dei ricordi. I nostri vecchi lasciavano che le cose rovinassero nella gramigna, e che le risate di un tempo si strozzassero nelle lamentele degli sconfitti senza battaglia. Troppi morti.” (pag. 105)

Link: andreaconsonniwrong


© Viceversaletteratura, 13.07.2020

Recensione – Merluz Vogn
di Matteo Ferrari

L’ultimo romanzo di Giorgio Genetelli, dialettalmente intitolato Merluz Vogn (‘Merluzzo unto’), è ambientato all’inizio degli anni Settanta, in un Ticino di paese ancora in parte ancestrale. Il protagonista del libro ha quasi undici anni, l’età in cui si è sempre pronti a stupirsi, e trascorre i mesi estivi affidato ai nonni, anzi ai noni, due anziani buoni e remissivi che vivono una loro quotidianità cementata dagli anni, con «abitudini comuni e vecchie di mezzo secolo. La nona sempre un po’ agitata e dimentica, il nono in viaggio da tempo verso l’olimpo della calma» (p. 10). Libero da qualsiasi controllo, il ragazzo occupa giornate infinite a scoprire il mondo in compagnia del Nandel, suo coetaneo e amico. Senza una vera trama, i capitoli riportano il susseguirsi di giornate e avventure. Dei genitori del protagonista si sa invece poco: la mama è ricoverata perché deve «riposarsi» (così viene ripetuto al ragazzo, ogniqualvolta la malinconia lo spinga a domandare) mentre il pa’ gira il mondo come marinaio: si tratta in entrambi i casi di presenze evanescenti, volutamente marginalizzate nella trama. Così, travalicata la generazione di mezzo, quella dei padri, il protagonista si trova affidato alla generazione precedente, quella dei padri dei padri, che è come dire in questo caso che si trova solo con se stesso e con gli amici.

Il paese dove si svolgono le vicende, non nominato ma riconoscibile, è quello natale dell’autore, Preonzo, piccolo villaggio della campagna bellinzonese, che nello sguardo del protagonista appare perso nel tempo. «Case di sasso addossate l’una all’altra, carraie polverose o infangate, il riale come confine indistinto, il fiume come l’oceano ignoto, i boschi tutelari, lo stradone un deserto, la montagna impennata» (p. 11). È il paese in cui l’autore è cresciuto e con il quale, pur non vivendoci più, continua a intrattenere un legame viscerale, come dimostrano i suoi titoli precedenti, tutti bene o male gravitanti proprio attorno a Preonzo, dall’esordio de Il becaària (2010) ad alcuni racconti de La conta degli ostinati (2017) fino a La partita (2018). Lo confessa per altro Genetelli stesso nel risvolto della Conta degli ostinati, parlando di sé in terza persona: «Il rapporto con il suo paese natale è fortissimo, anche se non ci va quasi mai e quando ci va si autodelude nel non ritrovare cose e fatti che invece crede siano ancora lì, piantati come i platani in piazza». Più che una presentazione – alla luce dell’ultima pubblicazione – questa nota biografica appare come una premessa, un proposito. Perché Merluz Vogn rievoca proprio «cose e fatti» di un’infanzia mitica come solo sanno esserlo quelle che stanno tra le nebbie dei primi anni e i tumulti dell’adolescenza.

Se i luoghi del romanzo (riprodotti per altro in conclusione in una rustica e forse non del tutto aggraziata cartina) sono compresi nel cerchio magico del villaggio, lo stesso appare nelle pagine travestito da selvaggio west: da una parte perché la civiltà è e pare ancora lontana, dall’altra perché tale è l’immaginario del protagonista, cresciuto cibandosi soprattutto di fumetti. Tra le pagine fanno dunque capolino Tex Willer, Topolino, Zagor o il Comandante Mark, e una pietra sulla montagna che sovrasta il paese, il Valegion, può persino somigliare alla Mesa de los Diablos. Molto western, insomma, a ricordare come la frontiera americana, prima dell’arrivo della fantascienza, abbia rappresentato per intere generazioni il vero luogo dell’altrove. Il titolo stesso del romanzo, Merluz Vogn, riproduce il nome che il protagonista attribuisce a se stesso nella tribù locale, quando immagina avventurose esplorazioni lungo un fiume Ticino travestito da Potomac.

Lo stesso universo del protagonista è tribale-dialettale, come di un mondo che ancora vive sospeso sulle soglie del presente. L’italiano del romanzo, di conseguenza, è volutamente spurio («due come noi che giravamo», si legge ad esempio a p. 69), intuitivo, non privo tuttavia di una sua grazia ritmica, come se sgorgasse libero da costrizioni. Al suo fianco, costante, il dialetto: prima di tutto in molti discorsi diretti, tradotti in nota, e nei toponimi (non solo i singoli luoghi del paese, ma anche i paesi circostanti, come Molon-Moleno o Crei-Claro, sono citati nel romanzo con il loro toponimo dialettale). Poi anche per singole parole («Le cavallette fanno pif pif e balzano a decine per traiettorie che non si possono sapere. Un bimotore torna col suo rombo ricurvo nel silenzio che parrebbe assoluto se il pilota non stuzzicasse il cielo e i saiotri non facessero pif e ancora pif», p. 5) e addirittura per interi blocchi testuali, quando a raccontare è la figura del nono. Si tratta a dir la verità in quest’ultimo caso di un impasto tra il dialetto più arcaico di Preonzo e l’italiano che gli fa a tratti da cornice («Il bancone di Cà dal Geni non si muoveva anche se il Tilio sembrava spingerlo con tutte le sue forze. Ag tremava apene i sgiunecc. L’è molò ’na man par branchèe el barbera ma u l’à scversò e l’è nacc a cupich col muson sol spigol vìu dal bancon e peu in schene par tere, ’me om scrovat», p. 101). Nel libro tali inserti vengono presentati con un’impaginazione inedita e curiosa, su due colonne, con il dialetto a sinistra e la sua traduzione a destra. Si tratta di brevi storie nella storia, e anche limitandosi alla sola versione dialettale (chè la sua traduzione, come tutte le traduzioni letterali, sebbene necessaria, suona artificiosa), si può apprezzare la naturale commistione senza soluzione di continuità tra le due lingue, che si mescolano e convivono con la freschezza intuitiva del racconto fermato sulla carta.

Più che romanzo di formazione, Merluz Vogn è dunque istantanea di un’infanzia: nessuna vera crescita del protagonista, ma la testimonianza scanzonata della scoperta del mondo da parte di bambini «ancora al di là del bene e del male […], in quei luoghi dell’infanzia dove tenerezza e crudeltà si confondono» (p. 105). Sebbene si racconti una stagione della vita facile a idealizzazioni quale l’infanzia, il romanzo vuole «bandita» – come si premura di specificare la quarta di copertina – la nostalgia. Merluz Vogn è per il suo autore un «romanzo post-dialettale», dove quest’ultimo aggettivo, per ammissione dello stesso Genetelli, definisce un’atmosfera vitale e non nostalgica (l’equazione è quella che vuole nostalgica qualsiasi produzione che tocchi il dialetto). Un’evoluzione dunque, sempre per ammissione dell’autore, rispetto alla tristezza che permea le pagine di Plinio Martini, l’autore del Fondo del sacco e del Requiem per zia Domenica, o all’idillio che trapunta quelle di Giuseppe Zoppi, i due autori per eccellenza che hanno raccontato in modi e tempi diversi il Ticino rurale delle valli. Se il secondo appartiene ormai a un’epoca e a un gusto troppo lontani dal presente, il primo, che gode ancora oggi di grande fortuna, non è un nome casuale, dal momento che Genetelli vi fa spesso l’occhiolino nelle sue opere; in Merluz Vogn compaiono ad esempio due emigranti di nome Gregorio e Maddalena (p. 46), come i protagonisti del Fondo del sacco; nel Becaària erano invece due inibiti adolescenti, Mario e Anna, a ricordare Marco e Giovanna nella scena chiave del Requiem quando, bloccati da un temporale in quota, sono costretti a trascorrere una notte di promiscuità al riparo di una baita.

Eppure, anche se la nostalgia si vuole bandita, un fondo di malinconia permea lo stesso Merluz Vogn: è l’assenza dei genitori e il silenzio, che è quasi omertà, che accompagna quest’assenza per tutto il libro. Da questo punto di vista, la libertà totale di cui il protagonista può godere finisce per essere macchiata da un mai pienamente verbalizzato e tuttavia sempre presente senso di abbandono. Narrativamente, è un punto a vantaggio del romanzo.

L’uscita di Merluz Vogn ha offerto a Gabriele Capelli l’occasione per ristampare Il becaària (senza, purtroppo, le belle illustrazioni di Laura Pellegrinelli che impreziosivano la prima edizione). Protagonista di quest’altro romanzo (anch’esso con un titolo dialettale, per altro, che si potrebbe tradurre con ‘lo sfaccendato’) è Mario Zanetti, un diciassettenne in cerca di sé durante un’estate di amori, ribellioni e malinconie nel Ticino degli anni Settanta (ancora una volta è l’estate, con i suoi spazi liberi, a fungere da momento rivelatore). Simili gli anni, sovrapponibile (forse) il protagonista: là un diciassettenne che cerca sé stesso litigando con i genitori e fuggendo dalla famiglia, qui un undicenne da cui è invece la famiglia stessa a “fuggire”. E se Il becaària è tematicamente più audace, perché tematizza il rapporto incrinato del protagonista con famiglia e società, la formazione di un’identità e la scoperta dell’amore, Merluz Vogn, che pure evacua i problemi dell’adolescenza in favore di un’infanzia dai contorni mitici, risulta stilisticamente più avanzato, e non solo nella ricerca di una polifonia tra italiano e dialetto.

Dopo il rancore incompiuto che emerge dal recente La partita, in cui Genetelli aveva raccontato la storia di una famiglia avvelenata da feroci dissidi – un esperimento a sé stante (per la lingua oltre che per i temi) e anche poco fortunato della sua produzione – lo scrittore di Preonzo torna dunque con Merluz Vogn all’ispirazione più genuina e picaresca dei suoi primi lavori e in particolare proprio del Becaària. La ristampa di quest’ultimo titolo offre l’occasione per appaiare i due tempi di quello che, sebbene scritto a distanza di una decina d’anni, potrebbe somigliare a un romanzo continuo. Non si legga però Merluz Vogn credendo che l’idea secondo cui ‘una volta si stava meglio’ (idea che sembra trasparire a volte dalle pagine del romanzo) sia da riferirsi a un generico passato prossimo o, peggio, a un Ticino maggiormente in armonia con la natura. Si provi invece a immaginare tale affermazione come riferita semplicemente all’infanzia: il romanzo riesce infatti meglio quando affronta l’infanzia tout court, intesa come scoperta del mondo, che non quando descrive l’infanzia in un Ticino del passato. Qualcuno leggerà magari il romanzo con quest’ultima aspettativa, inseguendo un Ticino perduto e forse anche idealizzato; finirà però per smarrire l’aspetto picaresco del romanzo, la spensieratezza che guida i suoi personaggi. E sarebbe peccato, perché è questo, crediamo, il tratto più riuscito e godibile del romanzo.

Link: Viceversaletteratura


© fashionnewsmagazine, 03.07.2020

Giorgio Genetelli torna in libreria con Merluz Vogn, un romanzo ambientato in Canton Ticino
Merluz Vogn è l’ultimo romanzo di Giorgio Genetelli, edito da Gabriele Capelli Editore.

Giorgio Genetelli, scrittore originario di Peonzo, un paese del Canton Ticino, ci offre la storia di un ragazzino che vivrà una estate indimenticabile a casa dei nonni, lontano dai genitori che per motivi a lui non ben chiari, godendo della libertà e della spensieratezza tipica dell’età giovanile, in cui ancora non sono presenti il disincanto e il crudo realismo.

Infatti, l’intera narrazione ruota intorno a degli elementi che sono tipici della fascia di età dei personaggi del libro.

La trama
Il protagonista ha circa undici anni e presso questo paesino pittoresco si muoverà in una vera e propria esplorazione, la quale si trasforma in uno scenario da caccia al tesoro. Anche la natura circostante diventano motivo di scoperta, con il suo fiume pescoso e le imponenti montagne. In questa avventura il protagonista non è solo, con lui ci sono due compagni, Dani e Nandel, i suoi due fidati amici. Se da un lato la trama può apparire semplice e banale, ad una lettura più attenta, comprendiamo bene che il romanzo di Giorgio Genetelli è tutt’altro che banale. Subito saltano all’occhio delle caratteristiche importanti: innanzitutto lo sperimentalismo linguistico.

Genetelli inserisce nel testo spezzoni di dialogo e di narrazione in dialetto, i quali, però, sono tradotti a fronte per rendere il romanzo fruibile a tutti. Questa caratteristica permette all’autore di calare perfettamente le vicende narrate nel contesto geografico, identitario e storico – gli anni Settanta del ‘900 – a cui il romanzo fa riferimento. Un altro aspetto importante è il ruolo della memoria, che non si configura solo come mero racconto del passato, ma come vera e propria indagine psicologica. Il narratore/protagonista ricorda un tempo passato e l’atto di ricordare gli dà l’opportunità di comprendere in pieno il senso profondo di tutto ciò che ha vissuto. Così il testo si arricchisce di passaggi narrativi estremamente introspettivi, che ci restituiscono i contorni di una dimensione percettiva che potremmo definire nuova. «Mi sembrava di doverlo anche al pa’, e alla mama che necessitava riposo. E lo dovevo anche a me, che pensavo a fare il bravo forse per lenire la malinconia. In sostanza, appena il pa’ avrebbe preso la strada del porto sarei stato libero, e ci avrei pensato io a maturare, altroché. Avrei convinto anche il Nandel. Ma poi avremmo disatteso. Quasi sicuro. Non è facile abbandonare l’infanzia».

E il passaggio dall’infanzia all’adolescenza è il terzo grande tema che Genetelli affronta in questo suo ultimo lavoro. È sempre una sfida, a volte inconsapevole, quella dei passaggi di età e questa sfida nel libro di Genetelli viene ben raccontata, attraverso le vicende dei protagonisti, che a volte possono apparire fanciullesche e a volte sono invece cariche di una certa maturità. Con Merluz Vogn, Giorgio Genetelli conferma il suo talento di narratore contemporaneo della memoria.

Link: fashionnewsmagazine


© LFmagazine, 22.06.2020

“Merluz Vogn” di Giorgio Genetelli, storia di un’infanzia agli sgoccioli.
Di Loredana Filoni

Il libro è la cronaca, sognata e reale, di un’estate randagia alle soglie dell’adolescenza, in un Ticino presente e irrimediabilmente perduto nella “corrente del tempo”.

Nel romanzo Merluz Vogn di Giorgio Genetelli si racconta la storia del giovane protagonista di undici anni, che si prepara a trascorrere una fantastica estate di giochi e di libertà.

Trasferitosi dai nonni perché la madre deve ricoverarsi in ospedale per una malattia non specificata, comincia ad assaporare la possibilità di mesi di divertimento con i fedeli amici Nandel e Dani. Con sguardo ironico e incantato, il giovane ragazzo si muove nel piccolo paese in cui vive come se fosse alla ricerca di un fantomatico tesoro: ogni pietra, ogni casa, ogni albero diventano una possibilità di gioco e di invenzione. Tanto è importante il contesto in cui la storia è ambientata che gli vengono dedicate due pagine a fine romanzo, in cui la mappa dei luoghi sembra vergata dalle incerte mani di un bambino.

In un’atmosfera contadina cristallizzata nel tempo, ogni azione diventa leggenda, ogni racconto un’epopea. Nella scoperta giornaliera di questo microcosmo, i tre giovani giocano ad essere qualcun altro: alcune volte sono indiani o cowboy, altre sono personaggi di quei fumetti che li trasportano in un mondo mitico, fino a interpretare anche il ruolo di adulti, imbastendo strambi matrimoni. E nel mentre le loro strade si intrecciano con quelle di coloro che portano avanti le proprie consuetudini, interpreti di un copione che in certi contesti è sempre identico: nella girandola delle continue esequie (è pur sempre un paese di anziani) e dei racconti popolani che si tramandano di generazione in generazione, il giovane sente che anche il gioco prima o poi dovrà finire: “comincia a pesarmi l’estate, tra funerali e assenze”.

La separazione dalla madre diventa un piccolo dolore che si installa nel cuore, una malattia appena accennata che fa appannare i sogni. Per quanto ancora inesperto, il ragazzo si rende conto di non essere ancora in quella fase della vita in cui si deve fare amaramente conto con i ricordi, ma di non essere neanche più in quella fase in cui le illusioni sono salde e da sole tengono in piedi il senso dell’esistenza. Ma non ci si deve far ingannare: Merluz Vogn non è un romanzo amaro e cinico; il giovane protagonista è scanzonato e ironico a tal punto da far digerire con un sorriso anche i momenti di nostalgia, in cui la cruda realtà fa capolino.

Giorgio Genetelli racconta di un’infanzia agli sgoccioli, facendo avvertire la malinconia che ogni fine si porta dietro, ma facendo anche intravedere le tante porte che si aprono dopo ogni cambiamento.

Link: LFmagazine


© Paeseroma.it, 17.06.2020

Recensione: ‘Merluz Vogn’ il libro di Giorgio Genetelli

L’ultima estate delle illusioni per un giovane ragazzo, un romanzo di letteratura contemporanea che racconta, con ironia e leggerezza, un percorso di crescita.
Di Lisa Di Giovanni

Merluz Vogn di Giorgio Genetelli è un romanzo originale, di quelli che si vuole leggere più volte per comprendere nel profondo il messaggio dell’autore. Sicuramente la brevità dell’opera, insieme allo stile scorrevole e colloquiale, si prestano bene a una rilettura del testo, reso ancora più interessante dall’inserimento nella prosa di termini dialettali. L’uso del dialetto ticinese è infatti un ottimo espediente per rendere il racconto del giovane protagonista ancora più autentico; anche quando le frasi in gergo non sono di immediata comprensione (e comunque vi è sempre una traduzione del testo a margine o a fronte), la sola musicalità delle parole riesce a far percepire istintivamente i sentimenti del personaggio.

Il protagonista del romanzo è un fanciullo di quasi undici anni; in quella che, per vari motivi, sarà l’ultima estate di totale spensieratezza della sua vita, si trova a riflettere spesso ironicamente sulla sua semplice quanto elettrizzante quotidianità, su quel piccolo paese di campagna che è tutto il suo mondo, sulle persone, coetanei e adulti, con i quali interagisce. Un’estate che diventa spartiacque tra l’infanzia e l’adolescenza, che pone fine a certe illusioni e fa entrare di prepotenza la realtà. Non si è mai pronti a tale momento, e probabilmente proprio questa inadeguatezza è la chiave di volta che conduce, seppur violentemente, alla crescita. È lo stesso protagonista ad affermare: “non è facile abbandonare l’infanzia” perché nonostante sia ancora immerso nei suoi giochi puerili, sente dentro sé che qualcosa sta inesorabilmente cambiando.

Tutta l’opera è impregnata di una sottile nostalgia per un tempo che si sta lentamente sfaldando, per una condizione esistenziale che sta mutando rotta e meta. E proprio per questo motivo il giovane protagonista si abbandona a fantasie consolanti che addolciscono una realtà in cui è costretto a stare lontano dai propri genitori per la malattia di sua madre, che gli manca ogni giorno di più. Il romanzo è imperniato sulla lotta pacifica che si disputa tra la realtà e la fantasia: il protagonista e i suoi amici giocano a interpretare dei ruoli, come fanno tutti i bambini; il nonno racconta storie del passato nelle quali non si comprende cosa sia inventato e cosa sia invece reale. Alla fine poco importa, perché in questa ultima, magica estate c’è ancora posto per i sogni, per quelli che non devono essere giudicati e per quel sentimento di vaghezza che se da un lato spaventa, dall’altro rende ogni giorno un’avventura.

Link: Paeseroma


© Illustrazione ticinese, CdT, 06.2020

L’estate randagia di due ragazzini tra le cavallette
Di Natascha Fioretti

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© Voilà, 10.06.2020, Intervista a Giorgio Genetelli

“Mi sembrava bello costituire un’epica delle minime cose”

Quest’anno ha pubblicato il romanzoMerluz Vogn, edito da Gabriele Capelli Editore, che è la cronaca, sognata e reale, di un’estate randagia alle soglie dell’adolescenza, in un Ticino presente e irrimediabilmente perduto nella corrente del tempo. Come mai ha scelto di trattare questa tematica?
Per contrapporre il passato al presente, per testimoniare di un mondo perfetto, che è quello dell’infanzia, dove si esplorano limiti e libertà, oltre che il valore sovrano dell’amicizia. È ambientato negli anni Settanta, in piena provincia appena appena fuoriuscita dal mondo contadino, dove le tematiche pedagogico-educative quasi non esistevano e dove i bambini allestivano mondi senza interferenze. Si tratta di un mondo così lontano da sembrare alieno, e quindi potrebbe essere anche un’ipotesi di futuro. Mi sembrava bello costituire un’epica delle minime cose, un romanzo di viaggio restando quasi sul posto.

Si tratta di un romanzo caratterizzato da uno stile sperimentale nella sua commistione tra idiomi dialettali e il lirismo di certi passaggi narrativi che sa tenere il lettore sospeso sul filo di un’ironica nostalgia. Come ha scelto lo stile narrativo per il suo romanzo?
Non è stata una scelta a tavolino, ma un procedere naturale, in simbiosi col mondo raccontato. Mi è piaciuto scuotere la lingua italiana da salottino con interventi popolari, intrisi di dialettismi. Ci sono intere parti, quando parla il vecchio nonno, che sono completamente in dialetto, per esaltare il furore e la passione dei racconti (per inciso, a lato c’è la traduzione in italiano). Il dialetto usato è fuori dal comune, una specie di lombardo alpino che resiste alla massificazione. Del resto, tutto il romanzo è antisistema, nel senso esistenziale del termine. Perfino i protagonisti sembrano provenire da altri mondi, e forse è proprio così, se osserviamo e paragoniamo la realtà sciatta in cui viviamo adesso. Il tutto raccontato, almeno nelle intenzioni, con l’ironia e di chi guarda da fuori l’arrabattarsi “poetico” dell’essere umano che si incammina verso la maturità senza peraltro sapere che potrebbe non venirne nulla di buono.

La sua è una storia di crescita con un protagonista giovanissimo ma ormai consapevole di essere giunto alla fine di un percorso, oltre il quale sarà sempre più difficile confondere il sogno con la realtà. Qual è la sua opinione sul passaggio dall’infanzia all’età adulta?
Non saprei definire questo passaggio, non è come varcare una porta, ma piuttosto un viaggio. Che potrebbe anche non finire mai, se solo riuscissimo a tenere vive le semplicità colorate che contraddistinguono l’infanzia. Nel mio romanzo ci sono tutte le pulsioni dei ragazzini, ma anche il terribile ignoto dell’assenza. Chi non ha mai pensato, da bambino, che senza la mamma sarebbe morto di dolore e di fame? Ecco, se ravviviamo sempre queste emozioni, l’età adulta sarà sopportabile. Se io non fossi così, non avrei scritto questa storia. Se riuscissimo a lasciare indietro tutte le sovrastrutture che ci schiacciano saremmo più liberi, forse anche con qualche punta di felicità.

Giorgio Genetelli (Preonzo, 1960) è un giornalista, scrittore, blogger e telecronista sportivo. Per Gabriele Capelli Editore ha pubblicato nel 2017 la raccolta di racconti “La conta degli ostinati” e nel 2020 la nuova edizione de “Il becaària” e il romanzo “Merluz Vogn”.

Link: Voilà


© EXTRA SETTE, 29.05.2020

Tra le righe
Nuove uscite in libreria
A cura di Sergio Roic

Avventure picaresche nel cortile di casa

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© Albachiara, RSI RETE UNO, 20.05.2020

Cronaca di un’estate randagia
con Julie Arlin e Alessio Veronelli

Per riascoltare:

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Oggi, in occasione della recente uscita del suo nuovo libro per Capelli Editore, abbiamo incontrato Giorgio Genetelli giornalista, scrittore, calciatore, falegname e molto altro. Ci presenta il suo “Merluz Vogn”, un romanzo che racconta la storia di crescita di un bambino che tra marachelle, esperienze e momenti difficili diventa adulto, il tutto con lo sfondo delle nostre Valli della Svizzera Italiana. Un libro sul cambiamento.
Il titolo lo capirete leggendolo.

Link: Albachiara


© Turné, RSI La1, 02.05.2020

Dal minuto 12:50 si parla di Merluz Vogn di Giorgio Genetelli.

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Il magazine settimanale del Quotidiano dedicato agli eventi culturali della Svizzera italiana. Ogni sabato in una cornice diversa viene raccontato cosa è successo nel mondo dei libri, delle arti e dello spettacolo: iI film del momento, gli attori e i registi della scena teatrale, le mostre, gli incontri con gli artisti e con gli scrittori. Il tutto a dimostrazione di quanto sia ricca l’offerta culturale della regione e di quanto ci sia sempre ancora da scoprire.

Link: Turné


© La lettrice assorta, 30.04.2020

MERLUZ VOGN DI GIORGIO GENETELLI

Giorgio Genetelli firma Merluz Vogn, un romanzo che racconta di un ragazzino di undici anni e dell’afosa estate trascorsa con i nonni, mentre la mamma è ricoverata in una clinica.

Il difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza del ragazzino è scandito dalla punta di dolore mai esternato per l’assenza della madre e dalla contentezza per la libertà che gli sembra di assaporare.

Lo sfondo ha il torpore della stagione estiva, colorato dalle imprese vere e immaginate del ragazzino e del suo amico fidato Nandel; il paese diventa un territorio da esplorare, e i racconti dei nonni infiammano la sua fantasia.

Un paese del Ticino fermo nel tempo a fare da cornice, tante giornate di giochi all’aperto, personaggi strambi e storie avventurose raccontate da Nandel e dai nonni, sono gli ingredienti che permeano l’atmosfera di questo breve romanzo, arricchito dal linguaggio genuino con frequenti incursioni nel dialetto.

Link: La lettrice assorta


© Dialett in sacocia, 19.04.2020, RSI RETE UNO

Parola d’ordine: cià
con l’allieva Isabella Visetti e il maestro Nicola Ferretti

“Parola d’ordine: cià” è il titolo di un breve testo che lo scrittore Giorgio Genetelli detto Gene ha pubblicato nel suo blog “libertario2016 tuttologia in direzione contraria”. In pratica un inno a questa espressione gergale ticinese, fulminante, che è come un timbro definitivo per cassare smargiassate e piagnistei. Il suo pezzo ci ha dato lo spunto per presentare alcuni di questi intercalari o interiezioni, quella categoria di parole invariabili che, come spiega la Treccani, “hanno il valore di frase e sono usate per esprimere emozioni o stati soggettivi del parlante”. Molto presenti e molto utilizzate in dialetto che, essendo una lingua orale, ricorre spesso a queste parole “buttate in mezzo al discorso”, capaci di assumere significati mutevoli in base all’intonazione di chi le pronuncia.

In conclusione, due parole sul romanzo “Merluz Vogn”, l’ultimo libro di Giorgio Genetelli, pubblicato da Gabriele Capelli Editore, che parla di un ragazzino che attraversa in libertà un’estate alla fine degli anni ’60, dove le giornate vanno riempite con dosi incredibili di fantasia e di immaginazione. Una vicenda in un tempo passato, ma che potrebbe anche essere fuori dal tempo. Si può ordinare in libreria, oppure in formato libro elettronico o cartaceo sul sito dell’editore.

Link per riascoltare: Dialett in sacocia


Giorgio Genetelli, Merluz Vogn
Di Massimo Frapolli, aprile 2020

Ho pensato che fosse beneaugurante prendere in mano questo bel Merluzzo, incartato – nell’iperrealismo dell’immagine – tra la copertina e il suo risvolto come provenisse fresco dal mercato del Borgo, in quest’epoca rabbuiata dall’emergenza sanitaria del coronavirus in cui ha avuto la sorte inopinata di essere pubblicato; ne ho poi avuta conferma percorrendone le pagine e i capitoli: brevissimi, esilaranti e scanzonati flash aneddotici di un’infanzia paesana libera e spensierata, perline colorate su un filo narrativo altrimenti esile che compongono una collana variopinta buona da sgranare a contraltare di questa Quaresima accresciuta, gridando alla vita.

Il protagonista, a cui si adeguano la prospettiva e la voce narrante a tratti sincronica ai fatti, è un bambino di quasi undici anni (“ora che compivo quasi gli undici…” p. 35), possibile alter-ego dell’autore e forse un po’ ritratto dell’artista da giovane in una realtà aumentata dalla fantasia, che narra di un’estate trascorsa nel villaggio nativo in compagnia dei noni, meno assillanti e più indulgenti di genitori che si sono dovuti assentare: il pa’ e la mama, due fantasmi di densa consistenza nell’economia simbolica della narrazione, che nella loro latitanza lasciano intravedere una sorta di trama altra, sotterranea, di una profondità sentimentale o financo psicoanalitica in cui la giocosa leggerezza della superficie si stempera in una vena malinconica alla quale, appoggiando il libro sul comodino dopo aver letto l’ultima pagina, è difficile non cedere.

Gli indizi testuali ancorano le vicende nei secondi anni Sessanta, quando alla radio e nei dischi della Sandra imperversano Celentano e i Beatles, alla TV c’è Corrado con Un’ora per voi e ci si può appassionare alle vicende pugilistiche di Nino Benvenuti, in un paesino nominato soltanto per orgogliosa contrapposizione identitaria ai dirimpettai (Molon, Crei: oggi “cittadini” di “quartieri” di Bellinzona), che è poi il luogo dell’educazione (sentimentale) dell’autore. Rimanere aggrappati alla memoria di quello che era insieme un paese per vecchi e un paese di giovani non è certo, per Genetelli, un’operazione nostalgica, ma diventa quasi un grido d’allarme ideologico, la ricerca spasmodica di un antidoto ad una modernità (e applicabile a questa inattesa attualità, se pensiamo alle norme di “distanziamento sociale” prescritte per il contenimento della pandemia di queste settimane) che disgrega il tessuto sociale intralciando in particolare l’incontro intergenerazionale. Una modernità che l’io narrante osserva arrivare ignaro, tutto assorbito dalle ludiche scorribande e dai racconti del pa’, del nono, del Bianco papà del Nandel (storie di cui è sempre arduo cogliere “il confine tra fantasia e verità” p. 85), e l’autore cristallizza invece in alcuni emblemi del boom economico (basta poco: un giradischi, una piscina); si sarebbe detto, dopo, quasi nunzi di quella globalizzazione alla quale forse è ancora possibile resistere. È forse anche per questo che il tema, solo accennato nel romanzo, della malora e del dramma dell’emigrazione del primo Novecento è introdotto con il ritrovamento di lettere di famigliari della nona in cui fanno capolino, quasi spia intertestuale, i nomi di Gregorio e Maddalena, ad evocare la coscienza critica valmaggese di quel Ticino in transizione, il Martini del Fondo del sacco, presente anche, in controluce, nel tema dell’insofferenza all’ortodossia religiosa di quel mondo rurale, incarnata qui dalla figura monumentale del don Lanzetti; in un moto genuino di anticlericalismo integrale l’autore si può fondere con il narratore e, commentando un sacramento rocambolesco non andato a buon fine, fargli chiosare, tra ieri e oggi: “La bambina non la battezzarono più. E vive benissimo” (p. 38).

Ma forse è un abbaglio del recensore. Sappiamo che la memoria non è mai lineare, e procede piuttosto per reticolati e agglomerazioni: così l’operazione del Genetelli si presenta come un carotaggio nell’humus memoriale (che è un tutt’uno con la naturale mistificazione della finzione creativa) le cui emergenze l’autore si dà licenza di giustapporre e sovrapporre, senza mai però cadere in confusione. Questa memoria solo apparentemente aleatoria del Gene si fa letteratura aggrappandosi a brandelli possibili di geografia e storia strapaesane, che diventano tasselli di un paesaggio interiore, di una cultura della distrazione strategica dove le finestre sull’altrove (gli eroi dello sport, della canzone, della letteratura, dei film e dei fumetti, senza soluzione di continuità) aprono possibilità infinite di lettura dell’esistenza quotidiana (e di interpretazione: quasi uno script e un kit di sopravvivenza) a cui uno non vorrebbe mai rinunciare. E chi mai vorrebbe perdere quello sguardo fanciullesco sul mondo, sguaiato, virginale e dunque salvifico e consolatorio, come un’edenica forza generatrice?

Questa forza è rappresentata al meglio dal compagno d’infanzia più spregiudicato e spericolato (tutti noi ne abbiamo avuto uno), l’incontenibile Nandel, a pieno titolo co-protagonista del romanzo (cui è dedicato il secondo esergo; il primo è per Lindsay e per chi coglie), sparring partner ideale nell’improbabile estate anche perché “sapeva corredare il mondo come nessun altro” (p. 106). Nandel l’incontenibile prova a costruirsi un dispositivo di volo da cui risulta un fallimentare “volo di Icaro” che è, più prosaicamente, un “varèe da merde” (un “volo di merda”, p. 18), infila gavettoni al giro della Svizzera, fino ad organizzare col protagonista una fuga da casa in bicicletta che è un “esodo” alla Thelma&Loiuse, a “divorare lo spazio”, fino al confine del mondo adulto e oltre. Con la stessa irruenza immaginativa, per il protagonista trasportare legna con una carretta troppo pesante, salire ai monti dagli zii o in Cher dal Renato (e tornarne vivi), guadare il fiume o bagnarvisi dopo pranzo senza fare una congestione, sono sfide immani dalle quali ricavare, semmai, come stelle su una divisa, “altre croste di cui vantarsi” (p. 23). Così attraversare il paese dal Pontasel alla Ca’ dal Nandel, o dalla cascata al bosco, è un’epopea memorabile (“La casa dei noni”, che si trova oltre la stalla del Peo, è “come se fosse in un altro continente” p. 9): la mappa del paese disegnata dal protagonista e annessa al romanzo, cosmografia delle sue spedizioni, solo o col Dani e con Nandel, ingigantisce nella percezione infantile il mezzo chilometro quadrato del perimetro municipale rendendolo degno di un’esplorazione come quella della Patagonia; ma c’è di più: con le sue zone off limits, le sue insidie (“sassi vampiri alberi fiumi castelli baratri canyon pareti montagne nevi” p. 105), le sue Terre di mezzo inospitali, le colonne d’Ercole spaventose (Valegion, Bescon, diroccati, raffineria: “Il territorio a sud del paese era quasi inesplorato, ostruito dai torrioni in ferro della raffineria di petrolio e dai possibili veleni che le facevano da fossato” p. 23) la vicenda si colloca in uno spazio anche simbolico per cui sarà appena necessario evocare la grande letteratura d’avventura che solletica l’inconscio infantile e i suoi mostri, da Stevenson, a Tolkien, a Stephen King.

Tutta la narrazione persegue un’epica del quotidiano che passa attraverso la mitizzazione e la sublimazione di personaggi e vicende che hanno il loro più legittimo pantheon “nelle leggende da osteria” (p. 12), sempre sul filo sottile di un’allusività autobiografica; la fotografia – che sarà certo una polaroid – dei personaggi e dei luoghi applica dei filtri che possono amplificare, saturare, distorcere il volto delle cose, sempre lasciando inalterata la “luccicanza” sentimentale degli attori della commedia della vita e del loro palcoscenico locale, che diviene Teatro del Mondo – molti dei quali dall’altissimo tasso di referenzialità (il Renatin, il don Lanzetti, il Mapis; Pasquei, Ca’ dal Geni, la “raffineria di petrolio” Petrolchimica: chi è cresciuto da quelle parti li conosce benissimo, e si divertirà a ri-conoscerli).
Una pietas che trova tanti antecedenti nella letteratura novecentesca, Steinbeck, Fenoglio, Meneghello, fino a De Andrè, per non fare che pochissimi nomi certamente cari al Genetelli, che ne sa impiegare alcuni ferri del mestiere rodati ed imprescindibili, come il ricorso al potere archetipico del mito, antico e moderno, e una ricercata coloritura linguistica, solo apparentemente ingenua e debordante.

Quanto al primo aspetto, la trasfigurazione del quotidiano attraverso il mito classico (acquisito tramite la scuola, le letture) e inglese o americano (nella linfa vitale dei fumetti, della musica) è continua e sbandierata: nell’ascesa ai monti col Nandel convivono, negli orizzonti di gloria dei piccoli protagonisti e nella stessa pagina (p. 53), Kit Carson e gli Achei, la Monument Valley e l’Epoca Minoica; la pervasiva dicotomia indiani-cowboy diventa chiave di lettura del reale nella sua conflittualità ma anche nei suoi risvolti più banali dei giochi fanciulleschi (“nelle epopee del West, siano film o fumetti, non si vedeva mai un eroe o un comprimario andare al cesso. Perché mai dovevano farlo i giocattoli? E poi non avevamo mai costruito un forte che avesse anche il gabinetto” p. 61); se il protagonista gioca a calcio con lo stemma del Liverpool raffazzonato sulla maglietta alla bell’e meglio (p. 23), Pasquei può divenire, come d’incanto, Anfield Road. Ma la menzione, diretta o velata, dei molti prodotti e riferimenti culturali dell’epoca va oltre questa funzione eroicizzante: torna alla mente il romanzo forse più ingiustamente bistrattato di Umberto Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana, in cui il protagonista riesce a recuperare la memoria che aveva perduto soltanto tornando alla casa della sua infanzia ed esaminando e ripercorrendo scaffali e scaffali di dischi, libri, fumetti, albi, minuziosamente citati (e riprodotti) nel volume: figurine e depositi di memoria come di identità. Tuttavia, non si pensi che il romanzo del Genetelli abbia le mire di un bildungsroman o di una recherche le cui madeleine siano magari gli amatissimi caffè latte col pane inzuppato, zibak con l’O(vo)maltina, fontina o tilsiter. Ci torneremo in conclusione.

È celebre l’illustrazione di Francesco Guccini al verso fra la via Emilia e il West (che è anche il titolo di un suo disco dal vivo) del brano “Piccola città”, in cui parla della sua Modena, nelle note all’album, in questi termini: “La via Emilia tagliava Modena in due; la strada dove abitavo, da una parte, si incrociava con essa. Dall’altra parte c’erano già gli ampi campi della periferia. Erano un po’ il nostro ‘West’ domestico: bastava fare due passi, o attraversare una strada, e c’erano già indiani e cow-boys, cavalli e frecce; c’era, insomma, l’Avventura, tradotta in ‘padano’ dai film e dai fumetti…”. Sono parole, queste, utili anche a tratteggiare il quadro di riferimento creativo dell’autore del Merluz Vogn, che al verbo gucciniano è devoto e si è lungamente abbeverato. Non gli sarà sfuggito nemmeno il modo in cui l’arguto e colto cantautore emiliano mette al centro del discorso il tema della lingua e della traduzione, che per alcuni anni ha declinato come divertito problema nei suoi concerti con i Nomadi introducendo l’atipico blues in italiano “Statale 17”: “Gli americani ci fregano con la lingua!” – apostrofava Guccini immaginando un’ipotetica trasposizione troppo letterale dell’onomastica di On the road-Sulla strada di Kerouac, in cui tutta la magia sarebbe andata persa – “Quella sera partimmo John, Dean e io sulla vecchia Pontiac del ’55 del babbo di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson… e poi lo traduci in italiano e dici: quella sera partimmo sulla vecchia 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant’Anna Pelago”.

Sembra proprio muoversi in questo solco Genetelli quando sceglie la lingua, dunque, come nodo cruciale della credibilità del suo Far West addomesticato, come sembra suggerire anche l’ambiziosa quanto criptica formula nella quarta di copertina, che definisce il romanzo come “post-dialettale”, prospettando sicuramente una forma di consapevole sperimentalismo. Certo è che questo romanzo non riduce l’impasto linguistico (italiano, tra impennate liriche e calchi dialettali, dialetto “della ferrovia”, o pan-ticinese, dialetto locale iperconnotato) ad un pur gustoso e apparentemente immediato idioletto mimetico, espressivo o addirittura espressionista, indulgendo piuttosto ad uno studiato divertissement metalinguistico, con cui l’autore si sollazza e intende, ammiccando, gratificare il lettore. Il testo introietta la lingua dei protagonisti, spuria, riportando loro lettere, invettive, racconti, a volte dividendo la pagina in due con la formula editoriale del “testo a fronte”; l’autore predispone poi note al testo a chiarire il significato di alcuni termini dialettali, ma non di tutti né dei più imprendibili, a volte giocando a carte scoperte il gioco del paradosso: gli “intraducibili garof” (p. 29) sono tradotti (“Diroccati”). Se il lettore ha poi la fortuna (come chi scrive qui, per ascendenza materna) di avere quel dialetto locale nell’orecchio, si compiacerà sapendo che marende vale “pranzo”, matelet “ragazzino”, in verdi verdenti “verdenti” è il superlativo, ma anche che Nugru Biuvete, il soprannome di battaglia del Nandel nelle gare con le barchette nel fiume (mentre Merluz Vogn è – finalmente l’abbiamo detto – il nomignolo del protagonista), vale “Nuvola Blu”, ciò che rende quella translitterazione di lingua e di mondi di cui parlava Guccini più perspicua. Ma Genetelli va oltre, puntando sapientemente sulla potenza evocativa dei significanti: il riale che solca il paese diventa “Rii-All” assumendo così, per imperio fonico e analogico, le parvenze roboanti di un tumultuoso Rio Grande nostrano. Da Preonzo al Far West e ritorno, in carrozza come in diligenza.

Si diceva del romanzo di formazione: filone a cui è difficile ascrivere il presente racconto se non per qualche scoria di genere (la mappa richiama una caccia al tesoro, c’è un mistero da scoprire: come scorre la vita nel mondo parallelo della mama e del pa’?) e soprattutto per una spiccata venatura gnoseologica, votata però ad un programmatico nichilismo. “Giovinezza senza vecchiaia, vita senza morte” è l’auspicio che campeggia sul libro che “i signori della raffineria” regalano agli abitanti del paese per Natale, motto che il protagonista legge “senza capire veramente le idee racchiuse dietro alle parole” (p. 61), abbrivio questo ad una perplessità che è anche esistenziale e che perdura fino alla conclusione del romanzo (“Non potevo capire. Chiedere al Nandel sarebbe stato inutile. E non avrei capito nemmeno più avanti…”).

Mi piace immaginare che il Nandel col suo inseparabile amico, il Dani e gli altri, ancora “indaffarati a far niente” (p. 51) e a “sgominare le giornate” (p. 60) o a sfidare l’autorità ponendo “alla postina, al gendarme o al sindaco” quella domanda indiscreta (si veda, con discrezione, p. 81), diventati ormai adulti ma del novero di quegli ostinati che tanto piacciono al Genetelli (che ne aveva fatta la conta in una sua bella raccolta di racconti) vadano piuttosto predicando in qualche osteria di paese il loro credo imperituro, che mi figuro non troppo dissimile da quello ridotto in aforisma dal caustico umorista Gianni Monduzzi: “Odio la maturità: il trionfo dell’ovvio sull’assurdo”.


Tra Native America e casa natia
Di Walter Rosselli

Giorgio Genetelli, Merluz Vogn, romanzo, Gabriele Capelli Editore, 2020

Ne succedono di tutti i colori. Di cose verosimili e inverosimili. Ovvio, si dirà. Si tratta di finzione, altrimenti che romanzo sarebbe? Ma nel Merluz Vogn di Giorgio Genetelli talvolta la finzione si sdoppia e ci si trova di fronte a una finzione nella finzione, a una parziale mise en abyme del romanzo, come nella scena di un pomeriggio al riale: «“Da una riva all’altra del Potomac c’erano almeno cento iarde e il grande capo Nugru Biuvete osservava carico di piume lo scorrere impetuoso. In mezzo alle rapide una piroga come un fuscello, governata da Merluz Vogn con una sola pagaia scheggiata. Nello sguardo di Nugru Biuvete tutta l’apprensione del padre. Al suo fianco Coreisge Lusente, l’uomo della medicina, fumava una foglia di tabacco recitando il Sacro augurio: Scperemm c’ug ruii. […]” Tutto in cronaca diretta, col Nandel a impazzare nelle vesti di Nugru Biuvete, Merluz Vogn a trascrivere le gesta e il Dani nella parte complicata di Coreisge Lusente. […]»
Dai nomi dei presunti pellerossa e ancor più dall’augurio del pacato e altrettanto presunto uomo della medicina si intuisce che ci si trova in un ambiente di paese in cui il dialetto è ancora la lingua franca. E dalla situazione narrata si capisce che i giochi tra bambini (veri protagonisti del romanzo) si fanno all’aria aperta, con gli scarsi o inesistenti mezzi a disposizione, con l’ausilio della configurazione del territorio e soprattutto lavorando sodo con l’immaginazione che qui si palesa nella narrazione momentaneamente colta al volo dal personaggio chiamato Nandel.
Occorre ora precisare che il Nandel è il miglior amico dell’io narrante e che assieme a quest’ultimo attraversa tutto il romanzo condividendo quasi tutto, compresi parecchi passaggi narrativi?
Un certo don Chisciotte era uscito di senno leggendo troppi romanzi di cavalleria. Al Nandel del romanzo la lettura dei pochi e consunti Tex che girano di mano in mano in paese ha invece alimentato la fantasia e la creatività. Sì, perché il Nandel (da pronunciare rigorosamente con l’accento sulla ‘a’, salvo nei momenti di maggior gloria in cui può essere accostato al grande attore di Marsiglia) è un raccontatore senza pari. Voce off nelle scaramucce tra visi pallidi e pellirosse messe in scena dal vivo o con le figurine di plastica, cronista sportivo nelle regate su ruscello o roggia con modellini in polistirolo e teatrale regista capace di trasformare una banale sgambata in montagna in un’epica attraversata delle grandi pianure del Nuovo Mondo.
Due protagonisti e un pugno di personaggi infantili che appaiono più sporadicamente, alcuni adulti perlopiù maldestri, due nonni in sottofondo, un papà e una mamma in filigrana, la libertà di un’estate senza controlli né vincoli e un’assenza che pesa. Un vero ambiente di paese di alcuni (parecchi) decenni fa, in cui il giro ciclistico della Svizzera è ancora un avvenimento da non perdere, soprattutto per gli opulenti campioncini distribuiti dagli sponsor, in cui si gioca a pallone sul sagrato della chiesa o sulla carreggiata e le rare automobili che passano non sono fastidi ma motivi di celia, un ambiente in cui i nonni raccontano storie e i bambini si divertono anche quando si annoiano. E accanto ai divertimenti le lezioni di vita, quasi en passant, negli insegnamenti di alcuni adulti benevoli, nei sinceri e incredibili racconti del nonno e nei suoi laconici commenti, ma soprattutto nelle esperienze dirette del narratore protagonista e del suo pard Nandel, avventure vissute e altre sognate, e lezioni di vita perfino nelle sigarette e nei toscanelli rubati e fumati di nascosto tra ragazzi o con la formativa complicità del nonno.
Il tutto narrato con vivida freschezza e senza nostalgia, seppur con la consapevolezza di aver vissuto qualcosa di unico che non si ripeterà.


© mattinonline.ch

Preonzo, Locarno, Londra, Parigi e Friborgo: i luoghi e le loro storie

Giorgio Genetelli, Merluz Vogn

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Il piccolo Merluz Vogn
Di Omar Ravani, giornalista

“A Lindsey, per quel che sappiamo noi due”. È la prima frase che si trova nel libro del Gene, il “scior Geni” come lo chiama la mia mamma. Se avete capito la finezza (1), vuol dire che siete pronti per affrontare il suo “Merluz Vogn”, romanzo nel quale c’è tutto il Giorgio Genetelli che già abbiamo trovato nelle sue opere precedenti. Sono onesto, pensavo di gettarmi in un’opera nostalgica, di quelle che ti fanno rimpiangere l’essere cresciuto ed esserti costruito delle sovrastrutture inutili nel tuo modo di fare e pensare. E invece il gene-libro non è per nulla questo. O meglio, non è solo questo. C’è sì quel gusto di “rétro” che fa tanto bene al cuore, ma c’è, soprattutto, una forza nei personaggi che non è arginabile nelle poche righe di questa modesta e indegna “recensione”.

Il piccolo Merluz Vogn è un pellerossa, ma non solo, è anche un cowboy, un marinaio, un ciclista, un ladruncolo, un chierico, un discolo, un… Insomma in quell’estate di un anno indeterminato attorno ai Sessanta, nella quale il protagonista passa il tempo dai nonni, succede tutto quello che nel mondo di un bambino sia giusto debba succedere. I “noni”, molto meno presenti (eufemismo), della “mama” e del pa’, non si occupano molto di quello che il nipotino fa durante il giorno. Ma non per questo sono assenti: il “nono” con i suoi racconti e il suo modo di comportarsi è un faro, e guida il Merluz Vogn sulla via che, secondo il sentire comune di una società di paese ancora profondamente osservante e bigotta, non è sempre retta.

Il centinaio abbondante di pagine del volumetto edito da Capelli scivola velocissimo, ma non per questo non va a scavare nel fondo delle coscienze. Alla fine di ogni giornata di avventure, la chiusa del Gene è geniale e pungente. Tanto che quando si inizia un nuovo racconto, immancabilmente preceduto dal pesce in cima alla pagina, si ha voglia di leggerlo anche solo per sapere come andrà a finire. E va sempre a finire che si sorride o si mastica amaro. Si riflette, in ogni caso. Ma soprattutto quello che c’è all’interno è una collezione di perle: una fra le più splendenti è la ramanzina, in dialetto da “Prons”, del “nono” davanti al feretro di un amico, che termina in maniera tragicamente comica “… Aloro tel sa chel ca faghi? A vaghi a cà e in trii dì, giustu el tem de saludèe, a crapi an mi e peu a vegni a catat. Ganasa.”  Potente.

In ogni caso, il Genetelli ha fatto centro. Avete solo una scusa per non ordinare il “Merluz Vogn”: dovete non essere mai stati bambini. Sennò fatelo. Non ve ne pentirete.

(1) se non avete capito la finezza, allora già che ci siete leggetevi anche il Becàaria, La conta degli ostinati e La Partita, sempre del “scior Geni”. Male non fanno di sicuro…


“Merluz Vogn”
Di Isabella Visetti, giornalista RSI

In questi giorni di transizione verso l’ignoto, qualcuno ha scritto che la gran parte dei libri sembra non avere più niente da dire, solo parole in fila, di maniera, quasi menzognere. Un po’ perché la realtà che descrivevano non esiste più, un po’ perché forse si è già risvegliato qualcosa nel profondo di ognuno di noi che fa apparire tutto diverso.

Ho letto “Merluz Vogn” due volte. La prima volta con un’interruzione dovuta all’esplosione dell’emergenza Corona virus in Ticino. Quando ho ripreso in mano il libro, con testa e cuore in allarme, con il sentimento di un’apocalisse incerta e fumosa, ho scoperto che il racconto teneva, le frasi continuavano a parlarmi. E ditemi se questo non è poco. La seconda lettura l’ho fatta nel pieno della crisi e l’effetto è stato quello di avere fra le mani un’opera di fantascienza, proiettata in un futuro lontano, non in un passato scomparso.

“Merluz Vogn” – lasciamo al lettore il piacere della scoperta sul significato del titolo – parla infatti di un mondo che non c’è più e che per i giovanissimi non è mai esistito, tratteggiato in modo efficace senza nessuna concessione al passatismo nostalgico. Un mondo dove “case nuove vengono su in fretta, incalzate da chissà quale sogno improvviso”; dove lo stemmino del Liverpool è “ritagliato alla brutus da una federa lisa”; dove a cena c’è sempre caffè e latte per inzuppare il pane del giorno prima; dove il fotbal è un “jolly buono per tutte le occasioni”, ma per impararne le vere regole occorre andare allo stadio, nel borgo; dove il telefono, attaccato alla parete di una stanza sempre chiusa, non si sente e non serve a niente. Dove però serve l’atlante per individuare i luoghi da dove arrivano le cartoline del papà lontano e dove non c’è alcun supporto per dar voce al dolore dell’assenza materna, che è un buco silenzioso, in cui un undicenne potrebbe annegare e dunque cerca di starci alla larga finché ci riesce. Non c’è il ritornello “si stava meglio quando si stava peggio”, qui vibra anche quello che manca, quello che non c’è, quello che potrebbe addolcire o facilitare la vita pratica, ma anche lenire (il verbo torna spesso) la tristezza cacciata in un angolo del cuore, la paura del mostro sotto il letto, il rimpianto di un abbraccio che non c’è stato.

Terminata “la prigione della scuola”, i due protagonisti, l’io narrante – affidato alle cure dei “noni” per l’estate – e il Nandel occupano spazi di libertà con la foga di chi deve inventarsi tutto per sconfiggere la noia. Ogni giorno un’avventura dal niente: gareggiare con le barchette lungo il fiume, raccattare camere d’aria per fionde infallibili, imitare le epiche battaglie degli eroi dei fumetti del lontano West, incantarsi con narratori da bettola, ridere a crepapelle (meglio in chiesa o ai funerali: dissacranti e anticlericali senza saperlo); ammirare le gesta di Merluz Vogn, che governa una piroga in mezzo alle rapide; giocare a nascondino in piazza, per una volta anche con le bambine… E poi il dono dell’estate, il “giir dala Svizeri”, che rompe la routine di giorni sempre uguali e distribuisce gadget come “un convoglio umanitario in zone sinistrate”.
Del resto, dice il protagonista, “che cosa si poteva fare se non inventare?”. Una domanda che non è retorica ora. L’immaginazione e la fantasia, ingredienti che crescendo dimentichiamo e che sono così vividi nel libro, sono anche quelli che ci tornerebbero utili come forma di resistenza in questo presente strano. Il ricorso all’invenzione, agli espedienti dei due undicenni che “allestiscono dialoghi” e sono una fucina di idee, carica la storia di un’atmosfera straniante, in un’epoca indefinita ed eterna.

“Merluz Vogn” è anche un laboratorio linguistico originale. Merito (ma lo sappiamo già da prima di questo libro) di Giorgio Genetelli, che rifugge da quella lingua che odora di scuola di scrittura. La sua penna freme, nasce come le previsioni meteo nel libro: “osservando le nuvole e misurando il vento nei capelli”. Un’autenticità che stordisce, un’autenticità a cui contribuisce il dialetto e l’uso che Giorgio ne fa, distillandolo in gocce preziose tra le pagine, con la sapienza di chi sa maneggiare benissimo la sua forza espressiva, così fulminante e definitiva. Con coraggio, lui e l’editore sono però andati oltre, introducendo interi paragrafi dialettali. La pagina divisa in due colonne, una per accogliere la traduzione che corre in parallelo al testo italiano, senza così interrompere il flusso narrativo. Una sfida vinta, un regalo al lettore che si concretizza appieno in uno dei passaggi più forti del libro, il discorso al Brusu, “il defunto Brusu Roselli come l’esule socialista, anche se non lo sapevamo”. E così tutti possiamo rimanere “terrorizzati da un incendio di parole”, parole in dialetto pronunciate dal “nono” davanti alla bara dell’amico morto.

I capitoli, contraddistinti da un pesciolino guizzante, sono simili a scene teatrali, già pronte per essere rappresentate, perfette grazie a una narrazione essenziale e mordente. Il capitolo finale del libro è invece una poesia, una lunga poesia dove c’è tutto. Anche quel dolore da capire che nemmeno il Nandel può spiegare e che, lo sappiamo, non basta una vita per venirne a capo.


Merluz Vogn, testo della presentazione, 25.03.2020
A cura di Simone Bionda

Presentare a Preonzo un libro del Giorgio (e scusatemi l’audace similitudine) è come per un commissario di polizia sorprendere l’indiziato che torna sul luogo del delitto. In effetti, lo scenario in cui si svolgono i fatti narrati in questo libro è quello che tutti, qui, conoscono bene. Sarebbe fin troppo facile verificarlo dando uno sguardo alla mappa a colori tracciata con affettuosa abilità in fondo al libro. Non ce n’è bisogno. Del resto, l’autore non ha fatto nulla per celare i suoi riferimenti, certamente non (!) del tutto casuali, al contrario di quanto scrivono spesso in esergo i romanzieri quando hanno qualcosa di cui farsi perdonare. Non so se anche il Giorgio abbia qualcosa di cui farsi perdonare, ma non credo, in ogni caso, che ciò potrà verificarsi attraverso il potere mistificatorio della letteratura. Peraltro, non è la prima volta che accade con la sua opera, poiché sia Il becaària, sia La partita non dissimulano le coordinate spazio-temporali degli eventi narrati (a loro rischio e pericolo, si potrebbe aggiungere). Anche in questo caso, come nel Becaària, i toponimi non lasciano spazio al dubbio: Pasquei, Catmon, Piazza dal Terc, Carèe da mezz, Albiet, RiiAll, Rio Bass, Campì, Salvete, Casinete, Pian Caman, Pian Perdasc, Pian dala Roso, Cher, Teid, Valegion, Roscero, Purscì e via enumerando. Questa volta, però, anche i nomi di persona sono perfettamente identificabili: Puda, Pantoni, Santin, Zepri, Iumf, el Brusu, Vicente, Tognete, Remo, Miniett, Demarchi, Renatin, Mapis, Dani, … Insomma, per chi, come me, è nato e cresciuto a Preonzo questo libro del Giorgio avrà il sapore della cronaca strapaesana, una cronaca che si può però già definire leggendaria, in bilico tra storia e mitologia. Un libro che tuttavia, appena fuori dai nostri stretti confini, verrà letto come una sorta di romanzo picaresco, che potrebbe essere ambientato ovunque e da nessuna parte, dove nomi di luogo e di persona potrebbero benissimo essere sostituiti da altri, altrettanto validi e altrettanto leggendari, in tutte le lingue del mondo. È, questo, un processo inevitabile: ciascuno parla e scrive di ciò che conosce (o almeno dovrebbe) e conosce ciò di cui è in grado di parlare. Non gliene faremo una colpa, dunque, poiché colpa non è la sua. Gli faremmo invece un torto se leggessimo questo libro come la cronaca giornalistica di fatti reali, avvenuti in un preciso luogo e in un preciso momento, compiuti da Tizio e Caio. C’è, credo, molta invenzione in questo romanzo, come deve fare chi fa questo mestiere, quello del romanziere. Umberto Eco soleva dire che nessun lettore si chiederebbe se Cappuccetto Rosso sia esistita davvero: sono favole (e il romanziere ha il diritto se non il dovere di inventare), favole che però, spesso, dicono molto di più della realtà in cui viviamo della cronaca quotidiana in senso stretto.

E allora partirei dalla quarta di copertina, dove si dice che «Merluz Vogn è la cronaca, sognata e reale, di un’estate randagia alle soglie dell’adolescenza, in un Ticino presente e irrimediabilmente perduto nella “corrente del tempo”. Una realtà in cui il paese si fa “mondo” e dove il confine sfuma nell’epopea da fumetto». Una “cronaca”, dunque, vissuta tra sogno e realtà, entro un “confine” letterario sfumato, a metà strada tra il genere alto dell’epopea e quello considerato, forse a torto, basso del fumetto. L’epopea, se proprio si vuole, è quella omerica, dell’Odissea più che dell’Iliade, il poema del “ritorno”, nóstos in greco; il fumetto è senza dubbio l’amatissimo Tex Willer, che attraversa come un filo rosso i giochi e le vicende dei due protagonisti pre-adolescenti: la voce narrante (a focalizzazione interna), priva di un nome ma, a colpo sicuro, alter ego dell’autore, e l’amico di mille battaglie e scorribande, il Nandel, che a me ha subito ricordato, ma lo stesso discorso potrebbe valere per l’io narrante, il Riccetto dei Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini. I ragazzi, poco più che bambini, di cui narra il Giorgio sono proprio dei “ragazzi di vita” (vivi, vivaci, vivacissimi) e poco importa se lo scenario in cui si muovono sia piccolo, addirittura minuscolo, specie se confrontato con la Roma proletaria dei quartieri suburbani del secondo dopoguerra, quelli in cui si svolgono le vicende dei ragazzi pasoliniani. Le pulsioni e, vorrei dire, l’umanità profonda che vibrano nelle scorribande del Nandel, del Dani, del Uoter, della Sandra, del Savit sono esattamente le stesse che animano le imprese del Riccetto, del Caciotta, del Lenzetta, del Begalone ecc… Qui, adesso, non si tratta di cercare a tutti i costi dei modelli nobili per il Merluz Vogn, operazione che non pare necessaria. Ma sarà necessario avvertire, almeno, che scrivendo negli anni ’50 del Novecento Pasolini aveva descritto un’umanità del tutto analoga a quella che il Giorgio ha descritto nel 2020 in questo romanzo, significativamente ambientato, però, negli anni ’70 del secolo scorso (come già Il becaària), quasi cinquant’anni fa dunque, in un Ticino, come dice la quarta di copertina, «irrimediabilmente perduto», un Ticino ancora semirurale, in cui i primi segni (e scempi) dell’industrializzazione, in ritardo rispetto al resto della Svizzera (anche dell’Italia, occorre dirlo), si manifestavano, a sud del villaggio, nella «raffineria di petrolio con i possibili veleni che le facevano da fossato» (p. 23), tornata recentemente, e tristemente, agli onori della cronaca (che possiamo accostare, sia detto per inciso, al Ferrobedò del romanzo di Pasolini); a nord dai cantieri delle «case nuove che venivano su in fretta, incalzate da chissà quale sogno improvviso» (p. 11), le villette con siepe e giardino della nuova borghesia, e dei nostri padri (anche del mio), che si affrancavano così dal mondo contandino e dal paese vecchio dei loro, di padri. Proprio quella borghesia omologata e omologante, anche nel linguaggio, verso cui si scagliava la polemica socio-culturale di Pasolini. Erano, questi due luoghi, i confini estremi e opposti di quel “piccolo mondo antico” perduto per sempre e offrivano ai due protagonisti il materiale (di scarto) utile per i loro giochi d’infanzia, innocenti sì, ma anche al limite della temerarietà, come quella volta in cui il Nandel «aveva deciso di volare» (p. 17) lanciandosi dalla terrazza di cemento di una stalla, con un improbabile paracadute formato da neri ombrelli rimediati in discarica e un ombrellone dell’Alemagna preso in prestito da Cà dal Geni. Fine della corsa, un letamaio: «L’è un varèe da merde» (p. 18), avrebbe chiosato il Nandel.

Per non parlare, appunto, del dialetto: «romanzo post-dialettale» lo definisce sempre la quarta di copertina. Come il romanesco nel romanzo di Pasolini, il dialetto di Preonzo è onnipresente, in varie forme. È presente, certo, nei nomi e nei toponimi (anche se Prons non compare mai, neppure Preonzo del resto: suggerirei comunque, specie ai più giovani, di leggere il romanzo con la toponomastica di Preonzo a portata di mano e con l’avvertenza, però, che spesso restano i nomi e cambiano le facce, e l’incontrario, tutto può accadere). Ma è presente soprattutto nei racconti di secondo livello narrativo, per intenderci nei racconti secondari interni al racconto principale, secondo il modello delle scatole cinesi, quando a narrare non è l’io narrante ma è un personaggio del racconto primo, spesso il «nono», che racconta al nipote, cioè l’io narrante, un aneddoto del passato. In questi casi, il dialetto è predominante, al punto che, con una felice scelta tipografica, è offerta a fronte la traduzione in lingua e in corsivo, su due colonne parallele. Desidero leggervi uno di questi aneddoti (cfr. pp. 101-102, in dialetto, si capisce), anche perché riuscirà forse a stemperare, o inasprire, a seconda dei punti di vista, la delusione per il Carnevale triste di quest’anno:
[…]
Un Carnevale finito in tragedia, dunque, o in tragicommedia, se si preferisce. I racconti del “nono” (ma altre volte saranno quelli di altri personaggi) sono funzionali al recupero di vicende doppiamente leggendarie, poiché l’espediente sospinge ancor più nel passato e nel mito, quando cioè il protagonista non era ancora nato, episodi che si perdono nella notte dei tempi e che riemergono il tempo di un capitolo. Ma il dialetto si insinua ovunque, dentro e fuori i discorsi diretti dei personaggi, in parole quali saiotri (cavallette), marsciauro, el Camarel, marende, pizocon (gnocchetti), tolon, matelet, el bulo, Besava, Bruseves (le più ardue con traduzione a piè di pagina). Quando non è dialetto puro si tratta di formule o parole calcate sul dialetto, oppure di italiano regionale e di antonomasie. Qualche esempio: gazosa, postale, sagex, fotbal, far casotto, verdi verdenti, fa niente (per non fa niente), la tele, uno su in età, dischi da metter su, fare un po’ i da più, condrizzata, slozza, pomcips, carta gommata, zibak, le donne biotte. Una lingua che, in termini tecnici, vuole essere il più possibile mimetica, vuole cioè imitare le abitudini linguistiche non solo dei personaggi e del loro contesto sociale, come già faceva la letteratura verista prima e neorealista poi, ma anche della loro epoca. A questo scopo sono decisivi i riferimenti, costanti, alle marche dei prodotti: Opel, Simca, Alemagna, Omaltina (per Ovomaltina), specialine, Campari, Rivella, Toblerone, Simmenthal, Venturini; agli idoli della musica: Adriano Celentano e i Beatles; dello sport: Merckx, Banks e il Liverpool (dominante, ieri come oggi). Insomma, una fitta rete di rinvii a un preciso momento della storia, quegli anni ’70 in cui è ambientato anche Il becaària, periodo caro all’autore, non solo perché all’epoca poteva dirsi giovane e bello, ma perché era un periodo di grandi fermenti sociali, artistici, culturali, con uno slancio libertario e creativo, anche nello sport, che forse non ha eguali nella storia del Novecento e che certo non è paragonabile al nostro tempo di passioni ed estetiche tristi.

Si arriva così a uno dei temi portanti, lo sport, appunto: la box, il ciclismo e il calcio, in ordine crescente d’importanza. Il Giir dala Svizeri, per chi si trova sull’asse nord-sud che dal San Gottardo conduce al Monte Ceneri, apre l’estate come il Torneo della Riviera di Cresciano la chiude (o la chiudeva). Di quest’ultimo il Merluz Vogn non parla, ma parla del Giro della Svizzera, a cui è dedicato almeno un capitolo. La parte del leone la fa però il calcio (altra passione pasoliniana), in tutte le sue forme, da quello praticato dai “ragazzi di vita” in Pasquei o nel cortile della chiesa, alla Germania Ovest che sfidava l’Inghilterra, passando per i «nostri» che indossavano «maglie rosso scuro» (p. 59). Del resto, nell’aletta della quarta di copertina, l’autore è definito «falegname, giornalista, scrittore, blogger, telecronista sportivo e calciatore», anche questa volta, immagino, in ordine crescente d’importanza. Ma il calcio, in questo libro, più che praticato è guardato: alla tele (nell’Osteria), dal vivo (allo stadio) o da bordo campo. È il caso del Bandereta, felice di nome e di fatto, che il pa’ dell’io narrante aveva immortalato in un componimento di terza maggiore, letto dal figlio in un momento di malinconia, sotto le coperte dello zio in casa dei nonni. Anche questo un “racconto secondo”, ma in lingua, dove figurano parole letterariamente connotate quali ottenebrato, onta, mormorando e riottoso, che il giovane lettore non capisce fino in fondo, e infatti non sa «se ridere o piangere» (p. 68). Di fronte a queste storie, in effetti, ci si trova sempre sul crinale tra il riso e il pianto, come il volto di un pagliaccio, con un occhio che ride e uno che piange, all’immagine delle due antitetiche storie d’emigrazione, raccontate rispettivamente dalla “nona” (che legge una lettera dall’America, ripescata chissà come in un «cassetto impregnato di naftalina», p. 45) e dal “nono”: la prima finita bene, la seconda finita in un tragico naufragio al largo di Aspen Cove, «om sitocc dal gò, e bononot sonodou» (pp. 48-49). Quasi a ricordarci che un tempo eravamo noi i poveri disperati al largo di Lampedusa (e si aggiunga, per inciso, che anche l’acqua è uno dei temi portanti del libro, fin dal titolo, sul quale tornerò alla fine del percorso).

L’altro tema portante su cui mi voglio concentrare, che affiora continuamente a pelo d’acqua, è il rapporto conflittuale tra l’io narrante e la chiesa o, più in generale, la religione ufficiale. Si comincia così dall’affermazione, fiera e beffarda attribuita al Brusu, secondo cui «“Dio non esiste e non è mai esistito!”», urlata «dalla finestra al passaggio della Ulia, vergine avvolta nel panet e che sobbalzava al sacrilegio inveito per dispetto» (p. 97), per finire con il suo funerale, rigorosamente civile, con la «banda […] senza preti e con bandiere rosse», un funerale così diverso da tutti gli altri a cui l’io narrante aveva fin lì assistito. Eppure anche l’io narrante, come tutti gli altri, aveva compiuto la sua onesta carriera nell’istituzione ecclesiastica, quale chierichetto «in cotta bianca» (p. 41), e le cose erano andate avanti tutto sommato bene, fino a «quella volta fatale» (p. 43) che ora vi leggerò (cfr. p. 43, a partire da «In ginocchio»):
[…]
In questi capitoli, come in quelli sull’emigrazione, viene fuori abbastanza bene la lezione di Plinio Martini, certo quella del romanzo maggiore, Il fondo del sacco, ma anche quella del Requiem per zia Domenica: la Ulia, in fondo, altri non è che una zia Domenica della Riviera, così come il Don Lanzetti un severo e intransigente Don Giuseppe, «arrivato in paese a sostituire un reverendo libertario che piaceva alle donne», lui che «a pensarci di donne e libertà non pareva intendersene» (p. 41). Non pareva intendersene neanche di bambini, per la verità, come quando «a Molon» la ribellione spazientita di una bimba da battezzare, nello stesso giorno del matrimonio dei genitori che avevano già messo al mondo due gemelli (sacrilegio!), mandò a monte la festa e il banchetto che il Don Lanzetti pregustava: «La bambina non la battezzarono più. E vive benissimo» (p. 38), chiosa questa volta con sarcasmo il narratore. Gli eroi e i santi dell’io narrante, infatti, non sono quelli della Bibbia, ma quelli della mitologia classica e pagana o quelli laici di Tex Willer e del Far West, così lontani ma per certi versi così vicini alla realtà narrata, un po’ come diceva Francesco Guccini a proposito della via Emilia in un album che ha fatto la storia del cantautorato italiano. Ecco allora apparire, sulla via campestre che dal Bescon conduce alla Risera, il Fonso e il Delmo che si sfidano in una corsa a perdifiato su due cavalli decrepiti, che montano «come due sacchi di merda», sognando «la Carolina, quella del Nord, di cui gli avevano raccontato alcuni zii emigrati» (p. 25).

A questo punto, mi sono accorto che non ho ancora detto niente della cornice, o, se si preferisce, del racconto primo in cui si inseriscono questi quadretti bucolici, questi capitoli, che per la loro forma brevissima, privi di titolo e di numero, potrebbero essere letti anche in modo sparso. È il momento di parlare dunque dello spunto che innesca la macchina narrativa e di chiudere il viaggio. Alle soglie dell’estate, in quel breve periodo che sta fra la gioiosa fine delle scuole e l’odiato corso di nuoto, l’io narrante viene informato dal padre, con tono grave, che la madre andrà «in clinica, a riposare» (p. 6) fino a settembre e che lui, il padre, andrà «in mare» e poi all’alpe. Quindi, il figlio dovrà trascorrere le intere vacanze estive con i nonni. Alla gioia della prima reazione istintiva – finalmente la libertà! – si mescola subito «la punta di un dolore di cui appena si accorgeva», un senso di malinconia e di distacco, quasi di una perdita irrimediabile. La spensieratezza di un’estate randagia a casa dei nonni sarà sempre accompagnata dalla nostalgia per un’assenza dolorosa, solo parzialmente compensata dalle cartoline del padre. Di qui quell’incertezza costante che domina queste pagine, atteggiata ora al riso ora al pianto, la stessa che emerge dai singoli capitoli e dalle singole avventure, fino al 9 settembre, fino alla problematica agnizione finale che qui, per ovvie ragioni, non rivelerò. Insomma, su queste pagine si stende un profondo senso di nostalgia, quella nostalgia che, secondo la quarta di copertina, sarebbe «volutamente bandita» e che invece è la vera protagonista di queste storie. Ma questa non è la nostalgia di un nostalgico, è la nostalgia etimologica dell’Odissea, quella di Ulisse che, dopo mille peripezie in mare, come un Merluzzo ostinatamente controcorrente, ritorna nella sua Itaca a riconoscere la gente che ancora e sempre gli vuole bene.

5 thoughts on “Giorgio Genetelli “Merluz Vogn”

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