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Lauto Grill
Giallo industriale
di Diego Bernasconi


Mutare mutanda semper bonum est.


Indice
Capitolo uno – Accidia
Capitolo due – Gola
Capitolo tre – Avarizia
Capitolo quattro – Lussuria
Capitolo cinque – Ira
Capitolo quattro (bis) – Lussuria
Capitolo sei – Superbia
Capitolo sette – Oreste Fidelis
Capitolo otto – Invidia
Capitolo nove – Malinconia
(Nel medioevo la Chiesa l’aveva inclusa tra i vizi capitali)
Capitolo dieci – Lux
Epilogo
(Anche i sogni a volte hanno un epilogo)


Capitolo uno
Accidia

Il sole, nascosto nell’oscurità, sembra non essersi ancora mosso.
Il rumore del chiavistello dà il via alla giornata lavorativa di Adelmo. Con innata apatia apre la porta del museo, entra, richiude e dà un giro di chiave. Accende le lampade al neon che illuminano di luce artificiale, ma regolare, l’entrata e lo spogliatoio che si trova in un angolo a poca distanza. Adelmo apre l’armadietto in metallo, ci infila la giacca e indossa un camice da lavoro grigio topo sbiadito. Di luce naturale nemmeno l’ombra. L’assenza di cambiamenti cromatici rincuora il custode.
Prima di partire per il giro preapertura, come d’abitudine, controlla l’orologio da polso ricevuto in regalo il giorno della cresima da un ignoto parente. Osserva l’ora con un mezzo sorriso, troppo lungo per non essere falso e che ha più l’aria di una paresi facciale. Quel sorriso è una delle pochissime espressioni di Adelmo che, beato, si siede sulla sedia nell’angolo, proprio accanto agli armadietti. Mancano ancora tre minuti e venti secondi all’apertura del museo, calcolando che il giro preapertura comprende la verifica di tutti gli oggetti e l’accensione dell’interruttore di ben due vetrine espositive per una durata totale di esattamente due minuti e quarantasei secondi, può stare tranquillo ancora trentaquattro secondi. E di questo si rallegra.
Nel paese di Sant’Eligio, patrono dei metalmeccanici festeggiato il 1° dicembre, il Museo di storia contadina era nato più che altro per ragioni finanziarie. La verità è che di storia contadina o di ambienti agresti questa località, prettamente industriale, non ha mai sentito neppure l’odore. Le industrie Tassoni, infatti, crearono questo accessorio museale al paese negli anni Settanta solo per ricevere i sussidi statali e detrazioni fiscali. Dopo l’inaugurazione, ma soprattutto dopo aver ricevuto i benefici finanziari, il museo e il custode rimasero soli e abbandonati a loro stessi, di visitatori non ci fu mai traccia. Tanto meglio: meno pensieri e imprevisti per il custode, a quel tempo il padre di Adelmo.
Non si capisce se le indoli dei custodi siano innate o si formino con la pratica della professione. Sta di fatto che padre e figlio hanno una naturale avversione al cambiamento, a qualsiasi alterazione della quotidianità. Amano a tal punto la monotonia da rendere monotono anche l’amore per la stessa. La loro inutilità, vista dall’esterno, potrebbe sembrare egoismo allo stato puro. Invece, esaminandola più da vicino, si arriva a concludere che sia da considerarsi volontà di non esistere. Se non esisti non puoi essere disturbato.
È l’ora.
Adelmo controlla l’accensione del meccanismo che fa muovere un manichino vestito da contadino il quale, spingendo un pulsante, alza e abbassa una forca per tre volte. Questo ameno congegno elettromeccanico dovrebbe rappresentare l’essiccatura del fieno nei campi, ma siccome di campi in quella regione non ce ne sono mai stati, di fieno, sulla forca, per coerenza non ce n’è neppure un filo. Adelmo prosegue accendendo le luci di due teche colme di cartoline con immagini di animali. Sono disposte in ordine alfabetico: a suo tempo era stato chiamato un biologo da Torino per questa incombenza. Con ben 186 foto, tutte a colori, si inizia dall’asino per arrivare alla zebra.
Seguono dei tavoli stretti dove sono appoggiate le rubriche telefoniche. Una collezione di dieci pezzi dal 1966 al 1977, il 1971 manca. I tomi, assicurati con una catenella, si possono consultare anche senza guanti bianchi. Adagiati sotto a questo patrimonio letterario si trovano dei grandi sacchi in juta con la scritta Café do Brasil. Nessuno ne conosce il vero contenuto. Appesi al muro della parete sud, una fila di copricapi di varia natura e genere, anche questi ordinati alfabeticamente per nome partendo dal Basco, passando per il Colbacco e il Fez per terminare con la Tuba.
La ricognizione termina proprio sotto l’unica cosa che potrebbe avere a che fare con il mondo contadino della regione: un aratro. Appeso con robuste cordine in metallo sopra l’entrata principale si può godere della vista di questo vomere dei primi anni Cinquanta proveniente – ecco la ragione del “potrebbe” – dal Belgio. Un legame con Sant’Eligio però c’è: questo attrezzo è stato costruito con acciaio forgiato proprio qui, dalle acciaierie Tassoni. Appendere questo cimelio del Novecento è stato il primo e unico lavoro manuale eseguito dal padre di Adelmo. Giustappunto tutti i Natali, dopo il taglio del panettone, non mancava di raccontare l’impresa… tralasciando però il dettaglio che alla fine del lavoro, tornato nel suo appartamento al piano superiore, si accorse di aver forato anche il pavimento del salotto! Preso dal panico più profondo fu vittima di un blocco completo. Rimasto inerme e con una sola piccola parte del cervello ancora in grado di formulare un pensiero, si convinse che qualsiasi tipo di attività faccia male; meglio quindi l’inerzia. Ciò che temeva maggiormente era la reazione del direttore del museo. Per quanto incredibile possa sembrare, questo inutile museo aveva anche un inutile direttore. Avvicinato dal padre di Adelmo in una sola occasione, ossia il giorno dell’assunzione, dopo un timido saluto il custode gli chiese di conoscere i dettagli pratici dell’attività e gli orari di lavoro. Ne ottenne una semplice, chiara, risposta: «Le farò sapere», ma al museo non fu mai più visto.
Qualche tempo dopo la disavventura bucolica – nel senso dei buchi –, arrivò una notizia che azzerò tutte le preoccupazioni: i Tassoni avrebbero lasciato il paese. Non solo: il genitore di Adelmo ereditò lo stabile con il museo e l’appartamento, nonché una cospicua rendita vitalizia.
Un dono per la grande fedeltà dimostrata negli anni e l’intenzione della filantropica famiglia Tassoni di voler continuare a mantenere alto il livello culturale del paese. Questo, secondo il padre di Adelmo, i motivi dell’origine del lascito.
In verità di paese ne restò ben poco. La partenza dei Tassoni, con la logica chiusura delle omonime industrie, portò con sé lo spopolamento di Sant’Eligio, che così come era nato per ragioni prettamente opportunistico-professionali morì quando gli vennero tolte queste opportunità. Neppure la nascita di Adelmo riuscì a risollevare la curva demografica di quegli anni. Via la gente, via i commerci. Via le chiese, via gli oratori. Via i bambini, via le scuole. Via i malati, via l’ospedale. Via gli anziani, via il cimitero, finendo per essere il paese stesso una via: Via Sant’Eligio.
Terminato il giro di Adelmo, il museo può aprire i battenti.
La pigrizia e l’inutilità sono snervanti sotto ogni punto di vista. Dopo l’apertura delle porte Adelmo rimane seduto per otto ore, non consecutive, su uno scomodo sgabello nell’angolo vicino al contadino semovente, fissando il nulla, felice. La sua occupazione principale è quella di determinare il trascorrere del tempo, osservando il riflesso del sole che al mattino entra da una finestra per poi a metà giornata passare all’altra.
Questa alterazione di luce al nostro custode dà fastidio, come tutti i cambiamenti che in generale lo snervano, così chiude gli occhi per diverso tempo, poi li riapre indirizzando lo sguardo dove immagina dovrebbe essere, e dove immancabilmente trova, il riflesso del sole. Questo il suo regolare tran tran quotidiano, tenuto conto delle ovvie variazioni annuali. Nei grigi giorni di pioggia la sua inattiva felicità è alle stelle, anche se in qualche raro caso gli capita di allenarsi anche senza sole: è successo due volte in tutto, in primavera e probabilmente a causa di squilibri ormonali.
Anche il passare del tempo irrita Adelmo, per non parlare della crescita di barba, capelli e unghie, che lo mette a dura prova. Si pensa non si sia mai ammalato solo per non creare una qualsivoglia novità. Non riesce a sopportare nemmeno l’atto di addormentarsi o di svegliarsi. Si crede perfino che provi fastidio nel vivere. Forse l’unica soluzione sarebbe la morte che è il solo modo di esistere senza cambiamenti, né alterazioni. Il nulla dal nulla. Ma dopo la morte ci sarà davvero il vuoto? E se non ci fosse? Cosa ci sarà? Un altro cambiamento? O magari un mutamento di stato continuo?
Meglio non rischiare.
Vederlo seduto lì, accanto al contadino in movimento, rende ancora più evidente la sua impressionante staticità. L’inattività di quell’uomo può sicuramente mandare al manicomio qualsiasi essere umano. Tanto che sta venendo il nervoso anche a me che scrivo!
Ma per fortuna nostra – visto che per lui è una maledizione – ecco una piccola, quasi impercettibile variazione in quella vita fatta di nulla.
Da una finestra si intravede un alone di fumo, una specie di nebbiolina colorata che infastidisce la coda dell’occhio di Adelmo. Giratosi quasi involontariamente in quella direzione, non può evitare di vedere un uomo che osserva le auto parcheggiate proprio lì di fronte e annota con grande precisione qualcosa sul suo taccuino.
Non riesce a definire bene i tratti dell’uomo anche perché, tra lui e la finestra che dà sul parcheggio, c’è la vetrinetta del piccolo emporio dove sono esposti i gadget del museo: aratri della Lego, statuine di mucche adagiate su conchiglie cosparse di brillantini argentati, bocce effetto neve con un trattore celato all’interno, piccoli busti barometrici raffiguranti Napoleone che, lo sappiamo, se diventano azzurri sarà sereno, se invece si colorano di rosa pioverà e infine gli immancabili opuscoli del museo rigorosamente in bianco e nero.
Anche se nulla è mai stato venduto, questa parte ludico-commerciale del museo è in ordine e senza la minima traccia di polvere. Naturalmente, Adelmo non è il tipo da prendere iniziative del genere. Per queste faccende il merito va a sua moglie Ginevra.
In seguito all’autopensionamento del padre di Adelmo, fu deciso di assumere Ginevra con il ruolo di Incoming Controller e Head of Marketing o per meglio dire: cassiera tutto fare. Adelmo non poteva certo farcela da solo. La scelta fu opera della madre di Adelmo, l’unica ad avere potere decisionale in famiglia, anche perché quale altro membro di questa famiglia ne avrebbe mai la capacità?
Dicevamo, la scelta ricadde su Ginevra per il semplice fatto che quest’ultima già girava per casa aiutando nelle pulizie e nella gestione ordinaria delle faccende domestiche.
La questione romantico-sentimentale-nozzifera di Adelmo e Ginevra si riassume in due punti: la frequentazione costante, data dalla monotonia del posto di lavoro, e la certezza di lei di ereditare lo stabile dal suocero. Per queste due semplici ragioni, dopo pochi anni, i due piccioncini si unirono in matrimonio.
Un matrimonio, diciamolo, abbastanza freddino. Di fatto le abitudini sessuali della coppia rientrano appieno nello stile tanto caro ad Adelmo: il nulla, che non impegna e di certo evita di far sudare.
A dire la verità nessuno si era mai preoccupato di spiegare al nostro amico il funzionamento della vita intima tra uomo e donna – argomento trattato più avanti nel capitolo quattro – e Ginevra si era ben guardata dal farlo. Le sue esigenze di donna? Questioni secondarie. Al momento non aveva tempo, doveva pensare agli affari. Ginevra, detta la Signora per la grande presenza scenica, fisica e spirituale ha un’energia così densamente folgorante da togliere il fiato. Dire di lei che sia una donna tutta d’un pezzo sarebbe un eufemismo quasi offensivo, un volerla sminuire. Di una donna del genere si può solo dire che sia come minimo di tre o meglio quattro pezzi. È energia allo stato puro che, abbinata alla potenza creativa e al bisogno di realizzare, nel senso pratico del concetto, fanno della Signora il deus ex machina di tutto e di tutti.
Qualsiasi cosa tocchi diventa oro, qualsiasi progetto partorisca la sua mente prende forma superando di molto le aspettative. Quando si lancia con un’idea, nessuno la può fermare. Un treno in corsa le fa un baffo! Con lo sguardo sempre rivolto al futuro e consapevole del fatto che alla morte del suocero il vitalizio verrà a mancare, decide di diversificare le sue attività. Sfruttando la posizione strategica della struttura, con la parte opposta al museo che dà su una delle arterie principali del traffico merci europeo e un ampio parcheggio pronto a ospitare innumerevoli vetture, l’idea è quasi vergognosamente scontata: aprire un autogrill. Non le serve altro. Di certo non si scomoda a chiedere l’approvazione del marito o del suocero e infatti, pochi mesi dopo il matrimonio, l’autogrill ha preso forma ed è pronto per l’apertura.


continua…

Link: Lauto Grill

One thought on “Estratto: Lauto Grill

  1. Pingback: Diego Bernasconi “Lauto Grill” | gabriele capelli editore

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