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© Azione,16.09.2019

UNA STORIA DI COLPE DECLINATA AL PLURALE
La seconda parte della saga di Carlo Silini ambientata nel Seicento ticinese
di Pietro Montorfani

Da qualche tempo il panorama letterario svizzero di lingua italiana si è andato arricchendo di un elemento nuovo, un fenomeno in realtà notissimo in Italia e molto frequente altrove, soprattutto nel mondo anglosassone: la narrativa mainstream. Il termine è intenzionalmente ambiguo perché vorrebbe comprendere il maggior numero possibile di prosatori che abbiano scommesso non tanto sulla letterarietà, sull’espressionismo, sulla ricerca linguistica, sull’introspezione autobiografica o su questioni di natura identitaria (era stata sin qui la via maestra della prosa svizzero-italiana: Piero Bianconi, Felice Filippini, Plinio Martini, Giovanni Orelli), quanto su un rapporto piano e semplice con i propri lettori, cui offrono storie piacevoli, ben congeniate, più o meno giocate sull’emotività e concepite in genere attorno a una trama gialla, senza troppi patemi né ambizioni.

Nulla impedisce naturalmente che si diano anche sane commistioni tra questi due poli, ma è pur vero che il secondo finisce per pesare assai più del primo. È la vittoria della trama sul linguaggio, del format di successo sull’eccezione della poesia, volendo semplificare al massimo gli elementi dell’equazione.

Un filone a parte, inscritto però in queste dinamiche, è quello dei romanzi storici, che hanno sì ampie zone di sovrapposizione con il poliziesco, ma permettono in più uno scavo documentario, un «forse non tutti sanno che…», capace di intercettare la curiosità di quei lettori più attenti al paesaggio, alla toponomastica, ai beni culturali, ai segreti che riemergono pian piano dalle nebbie del tempo.

Carlo Silini, caporedattore del «Corriere del Ticino» e giornalista di approfondimento molto stimato, è il migliore rappresentante di questo nuovo corso: lo si era intuito già nel 2015 con l’uscita del suo primo romanzo (Il ladro di ragazze) e se ne è avuta conferma recentemente con il secondo capitolo di quello che sta oramai diventando un ampio affresco storico, Latte e sangue, quasi del tutto indipendente dal primo e preludio forse, chissà, a un terzo tempo ancora di là da venire.

Una trama ricca di colpi di scena porterà il lettore ad attraversare più volte il confine, dentro e fuori i baliaggi svizzeri di Mendrisio e Lugano, con puntate fino a Roma e Civitavecchia, in un’epoca cui gli studiosi di storia locale hanno dedicato ben poche energie ed era, forse anche per questo, narrativamente vergine. Seguendo i più saggi consigli del genere, Silini alterna figure storicamente attestate (la famiglia Fontana di Brusata, il balivo Hans Ulrich Ulrich, l’inquisitore Camillo Campeggi) a personaggi d’invenzione suggeriti però da nomi e documenti reali, senza allontanarsi troppo cioè da un’intuizione, e da un’atmosfera, che indubbiamente funzionano.

Non esente da qualche inevitabile stereotipo, specie quando si parli di cose d’amore, o nel frequente ricorso a scene cruente, il libro ha impennate notevoli negli interrogatori e nei dibattiti del processo per stregoneria cui è sottoposta la protagonista Maddalena de Buziis. È tale il procedere serrato delle argomentazioni, il coraggio della verità contrapposto alla vigliaccheria di delazioni e menzogne, da ricordare le sceneggiature di un Robert Bolt (Un uomo per tutte le stagioni, Lawrence d’Arabia, Mission). Si sarebbe quasi tentati di consigliare a Silini, data questa sua peculiare abilità, la stesura di qualche pagina teatrale, una casella ancora tristemente vuota a queste latitudini.

Dire processi e dire Seicento fa pensare subito a Manzoni, cui l’autore guarda per l’ambientazione lombarda e per l’alternarsi di storia e invenzione, sebbene siano forse altri gli archetipi più prossimi alla sua scrittura, da Umberto Eco al Vassalli della Chimera, non per nulla una rivisitazione iperrealistica favorita proprio da una lettura (aproblematica e sostanzialmente sbagliata) dei Promessi sposi.

Pur dovendo molto a Vassalli, Silini se ne smarca grazie all’equilibrio con cui sa affrontare un tema complesso come quello della stregoneria, che ha molti piani di lettura e colpe equamente condivise tra giustizia ecclesiastica, giustizia laica e società civile, con le paure e le invidie che sempre la caratterizzano. Lontanissima da queste pagine è insomma la banalità scandalistica di un Dan Brown: nessuna leggenda nera attraversa le terre ticinesi, soltanto una grande pietà per le vicende sempre intricate e sofferte di ogni consorzio di essere umani.

Link: Azione


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