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Rigor mortis per Lupe
di Tommy Cappellini


– Sergente? – chiamò Perkins. – Qual è la vostra attrice preferita?
– Lupe Vélez, – dichiarò McGrath.
Beppe Fenoglio, L’imboscata


 

Ricordo ancora la sera di maggio in cui – senza rendermene conto – incominciò la mia adolescenza.
Sul divano del soggiorno, la mia mente era assorta nelle avventure di un cane che rispondeva al nome di Buck e che gli uomini tormentavano in preda a cieca ingordigia.
Non mi accorsi nemmeno del telefono che squillava fino a quando la voce di zia Dorothy non proruppe:
«Chi è a quest’ora?»
Alzai lo sguardo dal libro.
La zia aveva già il mento proteso, decisa a giudicare privo di educazione chiunque fosse all’altro capo del filo. Era sempre sull’attacco. Nervosa.
Mio padre, riposto il giornale, dalla poltrona di pelle color vinaccia – che nessuno avrebbe osato occupare, nemmeno la sorella – raggiunse il tavolino dell’ingresso. Levò la cornetta con un gesto che mi suggerì calma interiore e allo stesso tempo stanchezza. Forse quel giorno aveva interrato un gran numero di piante – di solito betulle, aceri, meli selvatici – e di fiori – i suoi preferiti: astri, begonie, salvia splendens – e falciato erba di prati e aiuole, «fino a non sentire più le braccia», come mi ripeteva sovente zia Dorothy.
«Donaz» disse mio padre.
Lo osservai in piedi nella penombra, gomito piegato. Portava pantaloni di lino e un jersey marrone diretto sulla pelle. Lo ricordo come se fosse oggi, perché non immaginavo ciò che stava per accadermi.
Quando riprese a parlare mi colpì la vibrazione della sua voce:
«Già tornata?»
Per la prima volta – non era mai accaduto – mi accorsi che mio padre stava parlando con una donna. Naturalmente conversava con donne tutti i giorni, per lavoro o diletto, ma un moto sconosciuto nell’animo mi spinse a immaginare le labbra che in quel momento dicevano chissà cosa a quell’uomo vestito leggero, nell’ingresso di casa, le maniche rimboccate sulle braccia scurite dal sole.
«D’accordo. Domani mattina saremo lì, alle dieci».
Lo vidi spostare l’equilibrio del corpo prima su un piede poi sull’altro.
«Le undici, allora. Le auguro una eccellente serata».
Tornando nel cono di luce che illuminava il soggiorno catturò il mio sguardo di modo che non riprendessi subito a leggere:
«David, domattina mi aiuti a riportare in vita il parco di Miss Vélez. Joel ha chiesto giornata libera. Non ci sei che tu».
E verso Dorothy: «È già rientrata dal Messico».
La zia replicò subito: «Poteva anche rimanerci! Telefonare a quest’ora! Tutti al suo servizio! A Beverly Hills credono di poter esigere a piacimento la soddisfazione di ogni loro capriccio. Le undici di sera! Tanto farà le ore piccole… Chi non le fa in quell’ambiente?»
«Dorothy» sospirò mio padre, e non aggiunse altro. Faceva sempre così. Una specie di invito a interrompere il sermone che già le traboccava dall’animo. «È sabato. Domani David non va a scuola».
Feci cadere sul petto Il richiamo della foresta che tenevo ancora sollevato e risposi che sì. Non domandai chi fosse Miss Vélez, il cui cognome mi aveva solleticato. Dissi soltanto:
«Ora vado a letto».
Portai Buck con me. Volevo continuare a leggere qualche pagina, per non ascoltare zia Dorothy che in soggiorno redarguiva come di consueto suo fratello circa la mia educazione: da proseguirsi lontano da «quella specie di lupanare che è Beverly Hills».
Conoscevo il significato di lupanare, la zia lo impiegava spesso quando voleva esprimere il proprio disgusto. Me lo aveva spiegato il padre di Otto. Al corrente della vita di Hollywood, egli non perdeva un film, mentre io dovevo attendere che Dorothy mi ci portasse, dove e quando voleva lei. E se non erano Charlot, Stanlio e Ollio o Mischa Auer, era l’inevitabile Loretta Young, per mia zia il solo angelo caduto in quel lupanare senza esserne sfiorata. L’avevo vista di recente nel Richiamo della foresta, riproposto nella minuscola sala di proiezione accanto a St. Paul. Mi era tanto piaciuto da prenotare il libro presso il negozio di Bradley, per poi scoprire che tra romanzo e pellicola c’era parecchia diversità: forse per concedere più spazio proprio a Loretta. Però, per mia fortuna, all’insaputa di Dorothy, qualche volta mi portava Marion al cinema: era appassionata di Jeanette MacDonald, e grazie a lei l’avevo vista in San Francisco e nella Lucciola.
Il giorno dopo mi svegliai all’ora solita e rimasi con la testa rivolta verso la finestra, una liscia lastra di azzurro appesa alla parete e incorniciata di legno bianco. Pensavo a cosa avrei fatto quel pomeriggio, dopo il lavoro. Compiti? C’era la domenica per quelli. Volendo, anche la sera della domenica. Avevo piuttosto desiderio di uscire, come facevo quasi ogni sabato. Camminare, osservare le abitazioni, sbirciando qua e là la vita che vi si conduceva. Oppure pedalare lontano, raggiungere un prato, estrarre Jack London dal giubbino e vedere come andava a finire l’avventura di Buck aggredito dai cani eschimesi.
Sentii Dorothy chiamarmi attraverso la porta. Non l’avrebbe aperta, per via degli strambi pudori che la ossessionavano, ma sarebbe rimasta lì finché non mi fossi alzato.
Mossi le dita dei piedi per fare il solletico alle lenzuola. Sarebbe stato bello impigrire a letto per un po’, sognando a occhi aperti.
Ci fu un grugnito in corridoio.
Meglio alzarsi.
Il tragitto, sul camioncino di mio padre, un Ford del ’40 color sabbia, prendeva quasi due ore. Per le nove al massimo, dunque, avrei dovuto esser pronto: pantaloni di fustagno, camicia a scacchi e un fazzoletto intorno al collo. Ci fosse stato da sudare me lo sarei messo sulla fronte.
In cucina la zia servì caffè con pane abbrustolito. Sul pane mi piaceva versare una certa quantità di miele di castagno, quando c’era. Dalla sedia scorsi mio padre in giardino caricare il retro del furgone.
«Cerca di fare il bravo quando arriverai nella villa di quella là» disse Dorothy.
Non capii cosa volesse suggerirmi con quel monito.
«Lo sono sempre, zia» risposi infastidito.
«È facile sbandare».
«Cosa pensi possa accadermi?»
«Stai attaccato a tuo padre. Sei lì per lavoro».
«Lavorerò soltanto» risposi. E mi rammentai del lupanare della sera prima.
Con l’ultima fetta di pane in mano uscii, dopo aver salutato la zia con più affetto di quanto non usassi abitualmente, quasi a volerla rassicurare. Di cosa, non sapevo.
Il viaggio fu silenzioso. Mio padre era un tipo taciturno. Sempre stato, ma dopo la morte della mamma ancora di più. I suoi sentimenti, le emozioni, erano quasi sempre visibili nei gesti; ma esprimersi a parole sembrava gli costasse fatica.
Un domestico sudamericano, con un sorriso che mi ricordava la gigantesca réclame del dentifricio Ipana all’uscita della mia cittadina, venne ad aprirci il cancello e mio padre guidò lungo il viale fino a parcheggiare di fianco alla villa, sotto un’acacia, lasciando libero lo spiazzo antistante l’ingresso, dove una fontana gettava zampilli alti quanto l’albero.
Il mattino era attraversato da soffi di vento e l’aria fresca mi accendeva il viso.
Avevo addosso una strana malinconia. Volevo e non volevo trovarmi lì.
A un cenno di mio padre compresi che toccava a me scaricare le borse con le cesoie, i piccoli rastrelli e i seghetti per i rami più sottili. Lui si sarebbe occupato degli attrezzi pesanti.
Il tutto fu deposto sul breve prato vicino al furgone; poi ci avviammo sotto il porticato. La casa mi parve immensa in paragone a quella dove vivevo ed era costruita in stile direi mille e una notte, per nulla simile alle ville moderne che sorgevano lì attorno con linee più nette e molte meno decorazioni, quelle che non so perché definivano stile Tudor. Osservando gli stucchi sulla facciata e gli archi a ferro di cavallo mi sovvenni di quando zia Marion – sebbene la chiamassi così non era affatto mia zia, ma l’allegra e litigiosissima amica intima di Dorothy – mi aveva parlato di Sharazad, citando un film con Anna May Wong che aveva visto da ragazza, Il ladro di Baghdad.
Il sudamericano era scomparso e aspettammo alla porta finché non parve aprirsi da sola. E vidi uscire una donna dai lunghi capelli bruni, fasciata da un abito beige. In vita portava una lucida cintura di cuoio, allacciata sul davanti da una fibbia elaborata, alta almeno una spanna. I seni spiccavano verso di me tendendo la leggera stoffa del vestito e la scollatura abbondante rivelava una pelle che – immaginai – doveva essere tanto liscia al tatto. Il passo lieve, quasi da danzatrice, le dava un non so che di etereo.
Quando riuscii ad alzare lo sguardo sino ai suoi occhi, essi mi sorrisero. Così le sue labbra sgargianti, probabilmente per il rossetto. Gli zigomi riflettevano la luce di quel mattino di primavera e il suo volto pareva più vicino alla gioia che alla serenità.
«Miss Vélez, un piacere rivederla» disse mio padre, e la mano che gli veniva presentata con informale simpatia era adorna di una massiccia pietra rosso sangue.
«Signor Donaz, devo confessarle che la California mi è molto mancata».
E poi chiese, guardandomi con quegli occhi che cominciavano a entrare dentro di me non so attraverso quali strade:
«Un nuovo aiutante?»
«No. Mio figlio David. È lui oggi che mi fa da spalla. Sostituisce momentaneamente Joel».
Come le si adattava bene quel cognome, ricordo che pensai affascinato, così trasparente… Il suo nome doveva essere altrettanto bello.
Mi aspettavo che Miss Vélez dicesse qualcosa su di me, invece non proferì parola. Al contrario si incamminò verso il parco, muovendo il braccio teso quasi accarezzasse tutto quel verde che la circondava e lasciando una scia profumata di mughetto.
«Signor Donaz, il viale lo vorrei coperto di ghiaia rosa».
Era il viale d’ingresso.
«Le porterò dei campioni. Per la tonalità».
«Già scelta. Rosa geranio».
Incredibile, pensai, una ghiaia rosa! E ce n’era in diverse tonalità! Mai avrei sospettato una proposta simile.
«Dopodiché» continuò muovendosi con la flessuosità di un felino, «laggiù metteremo dei piccoli alberi del pepe. Al confine della villa. E qui» di nuovo fece una piroetta come danzasse sulle punte, «delle rose. Gialle».
Ghiaia rosa, rose gialle… Pensavo a queste stravaganze per evitare di fissare troppo quel corpo e quelle mani che indicavano ora qui, ora là, e avevano unghie così lunghe che avrei voluto toccarle per accertarmi fossero vere. E quello scintillio infuocato dell’anello… Quei delicati piedi nei sandali che sembravano luccicare come raso… La leggerezza con cui si muoveva sembrava racchiudere quel mistero destinato ancora a tormentarmi anni dopo.
Sostammo presso il furgoncino.
«Inizierà presto coi lavori, vero, signor Donaz?»
«Questa mattina modelleremo alcuni cespugli troppo cresciuti come quelli laggiù. Per la ghiaia e il pepe, passerò lunedì. A fine settimana tutto sarà come desidera. E anche meglio».
Miss Vélez abbassò lo sguardo per un istante, come se avesse avuto un pensiero che non mi era parso felice. Poi fece qualche passo nella mia direzione. Sentii il suo profumo venirmi incontro più intenso. Sembrava sgorgasse da una fonte nascosta tra i seni. Qualcosa che era più del mughetto.
«I miei cari giardinieri!» esclamò, accennando un silenzioso applauso.
E, all’improvviso, mi accarezzò la testa, sfiorandomi appena i capelli che portavo corti. Quindi un suo dito seguì un momento, scendendo dalla fronte, il mio profilo.
«Signor Donaz, il suo ragazzo è proprio carino».
Ricordo che sentii il cuore accelerare.
Dopo aver salutato mio padre, visibilmente lusingato da quel complimento, coi miei occhi incollati sui lunghi capelli e al ritmo degli zampilli della fontana, si avviò verso la casa come avrebbe fatto Sharazad.
A me sembrò che tutto accadesse in sogno.
Non so come la porta si aprì e lei mi diede l’impressione di dileguarsi all’interno, lasciando il giardino impietosamente deserto.
«David, le cesoie più grandi. Diamoci da fare».
Per quel lieve sudore che la scena mi aveva provocato, mi legai il fazzoletto alla fronte, annodandolo sulla nuca.
Nella mia stanza, non riuscii a commuovermi sulle disgrazie di Buck né a rallegrarmi per quel che di buono gli capitava. Ogni cinque righe distoglievo l’attenzione dalla pagina e guardavo i rami dei limoni nel riquadro della finestra, così scuri contro il cielo notturno di un intenso blu. Quando il vento primaverile li scosse, anche il mio corpo fu attraversato da un brivido, come se milioni di foglioline mi stessero solleticando il petto, il ventre, e più in basso.
Abbandonai la lettura e spensi il lume, tirai fino al mento il lenzuolo di spesso cotone.
Per distrarmi ascoltavo i rumori della strada o quelli di zia Dorothy che si muoveva in soggiorno. A volte indirizzava a mio padre, con tono secco, una frase che non capivo.
Fantasticavo sulle immagini della giornata: i sandali di Miss Vélez facevano scorribande nella mia mente proprio come due scoiattoli. Era strano che mi soffermassi così tanto su una donna. Forse perché Miss Vélez era così distante dal mio mondo? Questo non era successo nemmeno con mia cugina Susanna.
Dalla finestra, un fresco come dopo il temporale. Sentivo dentro di me la stessa sensazione di quando al mio ultimo compleanno mio padre mi aveva fatto bere per la prima volta dello champagne, nonostante i mugugni della zia:
«Bollicine, David. Alla tua!»
Gettai da parte lenzuolo e coperta, feci qualche passo a piedi nudi per la stanza e appoggiai i gomiti sul davanzale. All’orizzonte resisteva un residuo di crepuscolo, compresso dalla cappa della notte. Dentro di me avevo un miscuglio di nostalgia e fame. Che cosa faceva Miss Vélez in quegli stessi momenti?
«Soprattutto ora» disse zia Dorothy, «occorre pregare».
«Da ieri non fai altro».
Mi pentii subito della provocazione ma lei la ignorò. Riprese ad ammonirmi:
«Non esistono soltanto prati, libri e corse in bicicletta, David. Non è giunto il tempo di apprezzare il lato spirituale della vita?»
In cucina la penombra mi parve aumentasse, mentre all’esterno continuava ad ardere un vivido pomeriggio di giugno. Tagliai in due un limone e ne spremetti una metà sulla frutta, trattenendo i semi nell’incavo della mano per non sentire altri rimbrotti da Dorothy. Il succo colava tra le dita. Era piacevole. Mi asciugai in uno strofinaccio.
«Dov’è la cannella?» chiesi.
«Hai sentito quello che ho detto, David?»


continua…

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