Home

cropped-cover-simbolo-defi-gce.jpg

Il simbolo di Damiano Leone


Ad Annamaria: e a tutti coloro che
cercano di vedere il mondo senza veli
trovando la forza di vivere in se stessi.


Indice

Prologo
Capitolo 1 – Prime esperienze a Gerusalemme
Capitolo 2 – Atene
Capitolo 3 – Roma
Capitolo 4 – La voce del sangue
Capitolo 5 – Più della vita stessa
Capitolo 6 – Inganni letali
Capitolo 7 – Intrighi di potere
Capitolo 8 – Alleati imprevisti
Capitolo 9 – Vendetta inesorabile
Primo intermezzo
Capitolo 10 – Egitto
Capitolo 11 – Jeshua ben Yusef
Capitolo 12 – Ritorno a Gerusalemme
Capitolo 13 – Tre croci sul Gulgoleth
Capitolo 14 – Vecchia amica, antico amore
Capitolo 15 – Susannah
Secondo intermezzo
Capitolo 16 – Notizie da Roma
Capitolo 17 – Predoni
Capitolo 18 – Un compito sgradito
Capitolo 19 – In trappola
Capitolo 20 – Fame, ferro e fuoco
Capitolo 21 – Ultimo atto
Epilogo
Nota dell’autore
Fonti e bibliografia


Prologo

Ancor prima che sorgesse il sole, uscendo dalla capanna per vuotare la vescica, mi sono accorto della nave. Se ne sta lì, immobile, in secca sulla piccola spiaggia che s’allarga come una dorata mezzaluna a lambire il dirupo su cui abito da tanti anni.
Ritto ai margini del minuscolo regno di cui al tempo stesso sono re e suddito, sollevo la mano per scostare i capelli candidi che il vento agita sul viso e a lungo osservo quella forma snella: quasi fosse un’altra delle creature marine che, pur enormi e possenti, giunte al termine della vita la tempesta vince e getta poi stremate a morire sull’arenile… Presto però questa creatura non nata per mano di un dio impietoso ma forgiata da quella dell’uomo potrà tornare al mare. Immobili o correndo qua e là, minuscole e indaffarate figure si prendono cura di lei: sì, a vederla da quassù sembra proprio un grande squalo con le sue remore che gli si affaccendano attorno.
Sollevando il volto in quest’impetuoso vento dell’ovest che senza sosta frusta la mia tunica, avverto ancora più intensa la penetrante salsedine di cui è impregnato. Per tutta la notte l’ho udito soffiare. Umido, rabbioso, sibilando col tono lugubremente smarrito degli innumerevoli spiriti di quanti mi hanno preceduto su questa terra tormentata, s’infilava in ogni fessura delle pietre a secco della mia casa. O meglio, dell’umile riparo eretto a sostenere un tetto di canne che ostinatamente così continuo a voler chiamare. Con lo sguardo fisso sulle ultime braci, a lungo sono rimasto sveglio ad ascoltare, cercando di decifrare il messaggio che sempre in simili tetre notti anime inquiete paiono voler sussurrare. Ma come tante altre volte così è stato soltanto per l’ostinazione di un vegliardo: perché fin quando rimarrò tra i vivi, so che mai lo potrò capire.
Rientrando, riattizzo il fuoco per scaldare un po’ di cibo. Alla mia età non si mangia molto, ma è un’abitudine che non ho mai perso. Più della fame, a spingermi ancora a farlo è il piacere di ammirare quella luminosa, sempre così mutevole, calda fiamma scoppiettante. Appena il fumo bianco si alza, guardando fuori noto un cambio di scena. Le remore hanno interrotto la loro frenetica attività per gesticolare verso la rupe.
Sorrido tra me: tra poco avrò visite.
L’uomo che sta risalendo il sentiero è ancora lontano. Mentre seduto davanti casa mangio distrattamente un po’ di fave scaldate, di sottecchi dedico ben maggiore attenzione nel valutarlo. A una prima impressione sembra troppo ben vestito per essere un semplice marinaio. Per fortuna la vista non mi tradisce troppo perché ho sempre amato osservare il mondo e soprattutto gli uomini che lo abitano. Spesso, con un solo sguardo, so intuire quali demoni celino nel loro animo.
«Salve, vecchio, buona giornata! Sai dirmi dove siamo? La burrasca di questa notte ci ha fatto smarrire la rotta spingendoci sulla costa.»
La voce è giovane, il tono melodioso, educato: qualcosa di molto raro da queste parti. Apertamente allora alzo lo sguardo su di lui. Sì, avevo ragione, il manto che lo copre è di lana ben tessuta e sotto di questo intravedo una finissima tunica color zafferano. Non sembra animato da cattive intenzioni, perciò l’invito: «Salve a te, greco. Accomodati, vieni a scaldarti accanto al fuoco. Toglierà l’umido dell’alba dal mantello e scalderà le tue ossa… Dimmi, t’andrebbe un piatto di fave accompagnato da un pugno d’olive?»
Aggrotta la fronte ma le labbra sorridono quando risponde.
«Grazie, dopo una simile notte qualcosa di caldo per lo stomaco è quel che ci vuole.» Esita un istante e riprende: «Di’ un po’, come fai a dire che sono greco?»
Intanto mi si è seduto di fronte sulla panca, afferra la ciotola che gli ho appena posato davanti e comincia a mangiare di gusto. Solo allora, invidiandogli l’appetito della gioventù, replico: «Sei di capelli chiari ma il volto è fine e sbarbato, non rozzo e irsuto come in un barbaro del nord. E la nave, se ricordo ancora bene, ha linee uguali a quelle che una volta si facevano al Pireo: piccola ma agile e veloce. Inoltre indossi autentiche spartane, le migliori calzature da viaggio del mondo, non imitazioni. Infine, nonostante il tuo aramaico sia quasi perfetto, vi affiora la cadenza ateniese. Ti basta?»
La bella testa ricciuta si solleva. Mentre sulla pelle abbronzata sottilissime rughe si formano all’estremità degli occhi per diramarsi verso le tempie, il volto si apre in un sorriso.
«Ehi! Sembri piuttosto sveglio per essere un anziano pescatore.»
«Ti ho forse rivelato che lo sono?» rispondo con eguale allegria.
Adesso pare davvero disorientato. Poggiando la ciotola sul banchetto mal piallato, sbiancato dalle intemperie e vecchio almeno quanto me, borbotta: «Scusa, non mi sono presentato. Il mio nome è Fedone ed è vero, sono ateniese e viaggio per lavoro. Tu chi sei?»
Allungando la mano per porgergli una coppa di vino del Libano, rispondo: «Beh, anche se la gente del villaggio oltre le dune ha l’abitudine di chiamarmi soltanto vecchio, potresti usare un nome che una volta era abbastanza conosciuto: Ben Hamir. Per rispondere invece alla tua prima domanda, devi sapere che la nave ti ha portato nei pressi di Arsuf. O come molti la chiamano ora, Apollonia. Dimmi, dove sei diretto?»
«Ascalon. Poi da lì proseguirò per Gerusalemme.»
«Cosa ti porta alla città santa? Dopo le rivolte di questi ultimi anni non è altro che un cumulo di macerie pieno di cani inselvatichiti…» ridacchiando aggiungo «e non parlo solo d’animali.»
Apprestandosi a rispondere, deterge le labbra con il dorso della mano. Dall’impaccio che mostra nel farlo capisco che non gli è gesto consueto. Purtroppo non posso farci nulla, non possiedo pezze di lino profumato da porgergli.
«Sto seguendo le tracce di un avvenimento accaduto laggiù più di mezzo secolo fa» afferma poi. «Sono uno storico e da una nobildonna romana che vive ad Atene ho ricevuto l’incarico di scoprire cosa c’è di vero su quanto sostengono i seguaci di una nuova setta a proposito del loro fondatore. Per la verità credo che siano tutte panzane, ma come rifiutare? Senza contare che la donna paga bene, di storici disoccupati ce n’è anche troppi.»
Allungo il braccio per riempirgli la coppa vuota mentre domando: «Quale setta? E come si chiamava il fondatore? A quel tempo la terra di David traboccava d’innumerevoli fazioni come di mirabolanti messia».
«Si definiscono cristiani. Il nome del loro capo era Jeshua anche se ora è chiamato Christus o Chrestus secondo le versioni… Ehi, che hai? Sembra che tu stia vedendo uno spirito dell’Ade.»
Ha ragione. Nel sentire quel nome, per un attimo, simile a un fantasma riemerso da un lontano passato eppure così nitido nella sua indescrivibile sofferenza, ho rivisto un volto. Un volto che nonostante le innumerevoli persone conosciute in vita mia mai ho dimenticato. Traggo un profondo sospiro e con la voce che m’esce in un mormorio, ammetto: «È davvero uno strano destino quello che ti ha voluto portare su queste spiagge… perché l’uomo di cui parli l’ho conosciuto proprio nei suoi ultimi giorni di vita».
Senza quasi rendermene conto riempio una coppa per berne d’un fiato il contenuto. Non lo faccio da anni perché il vino è forte, così di solito lo bevo alla greca con due parti d’acqua. Ora però ne sento davvero il bisogno. Con un sospiro di soddisfazione che mi esce spontaneo nell’assaporare l’asprigno dono di Dioniso mi asciugo le labbra, e tornando ad alzare gli occhi sull’ospite ne colgo l’espressione incuriosita.
«Hai davvero conosciuto quell’individuo? Gli hai parlato? Lo puoi descrivere?» chiede chinandosi in avanti.
«Quante domande, figliolo! In ogni caso sì, a tutte e tre.»
Scuote il capo borbottando: «Il Fato è davvero bizzarro… Deve esser vero che perfino gli dèi si piegano al suo volere. Lo sai? Pensavo di dover cercare a lungo quelle tracce, finendo magari con il restare invischiato in mille dicerie senza mai arrivare a nulla di preciso. Invece la prima persona che incontro in questo paese mi sta dicendo di averlo conosciuto direttamente».
Per un lungo momento rimane pensieroso soppesandomi con lo sguardo, finché riprende con slancio: «Di quelli come te, e intendo in vita, non credo ce ne siano rimasti più molti. Senti, ho un’idea. Siccome ci vorrà un po’ di tempo prima che i marinai riparino la falla, potrei compensarti bene se vorrai narrare ciò che ricordi di lui. Dopotutto, questa tappa imprevista potrebbe rivelarsi una gran fortuna!»
Senza esitare rispondo: «Per me va bene. Però sono curioso di sapere perché la tua nobildonna s’interessa tanto a quell’uomo. Deve aver speso parecchio per un incarico simile, questa turbolenta provincia di Roma è sempre malsicura per uno straniero. Per un greco poi, i pericoli sono notevoli».
«Beh, sì, ha pagato una somma notevole, quindi ho accettato il rischio. In ogni modo sono ben protetto, mi scortano una decina di mercenari che mi seguiranno dappertutto e, detto tra noi, credo siano ben più pericolosi di qualsiasi tagliagole avessi la ventura d’incontrare… Comunque, per rispondere alla domanda su cosa abbia spinto l’aristocratica dama a sborsare generosamente quel denaro, ti posso dire che tra gli intellettuali di tutte le più grandi città dell’impero è di moda disquisire di metafisica o di strane religioni. Le novità che le racconterò al mio ritorno le serviranno unicamente, credo, per pavoneggiarsi con gli amici letterati. La sua lussuosa casa diverrà così ancor più ricercata e per un po’ forse riuscirà a dimenticare la noia d’esser disgustosamente ricca.»
Annuisco sogghignando. Dal tempo in cui ero ambito ospite nelle loro dimore, il mondo dei potenti non è per niente cambiato.
«D’accordo» dico appoggiandomi al muro di casa e guardando il mare che si sta illuminando sotto i primi raggi del sole. «Ti racconterò la storia di quell’incontro. Ma salvo non ce ne sia davvero bisogno devi evitare di interrompermi. Sai, sono vecchio e potrei faticare a riprendere il filo dei ricordi… Sì, sono davvero vecchio, sicuramente molto più di quanto amo ammettere. A volte, preso dalla senescenza, m’illudo perfino d’essere immortale. Tuttavia so di non esserlo e prima che l’onda del nulla venga a sommergermi per sempre, voglio fare quello che da una vita mi riprometto eppure non ho mai fatto con nessuno. Voglio parlare di un incontro che ebbi molto, moltissimo tempo fa e dell’uomo conosciuto in quell’occasione. Rammento che parlammo di tante cose senza d’altra parte convenire quasi su nulla. Sì, ancora oggi non so chi di noi avesse ragione né lo saprò mai: forse, solo le nere, vellutate ali della morte porteranno alla verità… se poi davvero c’è, una verità. Comunque sia, è stato uno degli uomini che durante il corso della vita mi ha colpito di più. Forse, come qualcuno dice oggi, era solo un pazzo blasfemo o secondo il parere di molti un ingenuo visionario. Di lui tuttavia con sicurezza so almeno una cosa: non era malvagio né corruttibile, aveva coraggio nonostante conoscesse l’angoscia della paura e il suo cuore appariva buono e sincero. Ed io, che nel corso di una lunga esistenza non ho mai trovato tali qualità racchiuse in un solo uomo, non provo vergogna nel dire di essergli stato accanto nell’ultimo giorno della sua vita. Sì, allora ero un giovane con poco più di trent’anni, il sole aveva da poco raggiunto lo zenit e… pendevo indecorosamente da una croce appena fuori Gerusalemme. Ma adesso, prima d’iniziare a raccontare quel poco che so di lui, concedimi di spiegare come mai la vita mi condusse in quella scomoda quanto imbarazzante posizione: tanto più che sino a non molto tempo prima ero al culmine del benessere e della fama. Abbi pazienza con un povero vecchio chiacchierone, ansioso di riandare con la mente alla giovinezza: a quest’età cibo, sesso e gioco d’azzardo son reminiscenze ormai lontane come i miti di Omero. A farmi compagnia rimangono solo i ricordi e il loro narrare diventa l’ultimo piacere consentito.»


Capitolo 1

Prime esperienze a Gerusalemme

«Sì, ragazzo mio, è proprio così: tutti gli uomini si possono classificare in due archetipi principali. Alcuni, guardando vicino, percepiscono la struttura intima delle cose; altri, scrutando lontano, colgono i legami dell’insieme. Capaci d’analisi i primi, di sintesi i secondi. Gli uni son bravi a far di conto, divengono capaci scribi, amministratori puntigliosi oppure buoni ufficiali; gli altri sovente diventano poeti, scultori, filosofi… o semplicemente sognatori.
Tuttavia ne esiste ancora un terzo tipo, anche se talmente raro da essere quasi introvabile. Può perfino succedere che in un’intera vita non l’incontrerai mai. Racchiudendo in sé ambedue le qualità innalzate al massimo grado, queste persone divengono generali inarrivabili come Alessandro il Grande, filosofi come Pitagora o Socrate, architetti che con le loro straordinarie opere hanno sfiorato la magia come Imhotep. Oppure degli eccentrici alla Diogene che, anche nella loro follia, gli dèi hanno voluto far grandi. Per quanto ti riguarda lo devo proprio ammettere: non so ancora a quale di queste categorie farai parte… o meglio, a volte penso che nessuna ti si addica mentre altre che ti vadano a pennello tutte e tre. Perché, anche così giovane, sei la persona più complicata e mutevole che io abbia finora incontrato.»
Avevo sette anni e l’uomo che mi stava parlando sembrava una specie di scherzo della natura. Piccolo, con una ben visibile gobba sulla schiena, in bilico sulla cima di un corpo esile esibiva un enorme cranio quasi calvo. Per finire, accanto agli occhi di cui uno semichiuso e cieco, il ricurvo naso spezzato ombreggiava la bocca in gran parte sdentata. Eppure perfino quell’insieme disarmonico d’imperfezioni umane mostrava un pregio: perché brillante e color del cielo, l’unico occhio era illuminato da una tale luce di serenità da parer impossibile che albergasse nel cuore di un individuo così crudelmente segnato dagli dèi. Era il mio tutore da quando l’anno precedente e assieme a mia madre Jezabael arrivai a Gerusalemme scappando da Sidone. Su chi mi fosse padre non sapevo nulla tranne una cosa: almeno a giudicare dal mio riflesso nello specchio, non doveva essere semita né di alcun’altra etnia di queste parti. Per anni immaginai fosse uno tra i tanti marinai, forse perfino gallo o germano, che in cerca di divertimento sbarcavano ogni giorno a Sidone.
Poco fa ho detto scappando… già, e fu proprio di fretta che per tre giorni, con mia madre e un paio d’uomini, viaggiai a dorso d’asino attraverso aspre colline infuocate di giorno quanto gelide di notte fino ad arrivare la mattina del quarto nella città di David. In breve tempo ci sistemammo in una casetta appena fuori le mura. Come per molti non ebrei, pareva la scelta migliore da farsi. Generalmente gli arroganti e presuntuosi cittadini non amavano trovarsi tra i piedi i gentili tranne che non fosse per un qualche affare da concludere con loro.
Dopo aver licenziato gli uomini che ci avevano accompagnati da Sidone, una delle prime cose di cui volle fornirsi mia madre fu una serva. Così nella nostra nuova casa entrò Ona, una giovanetta bionda figlia dei popoli dell’estremo nord, comprata al mercato degli schiavi a buon prezzo perché affetta da zoppia. I suoi lunghi capelli d’oro avrebbero altrimenti fruttato ben altre somme al venditore. Infatti, nonostante fosse carina e in mezzo a un popolo di teste dai capelli scuri simili fattezze risultassero piuttosto ambite, secondo i giudei una persona visibilmente colpita da Dio era da tenersi alla larga.
Non era a causa di una delle tante guerre o carestie, che da sempre imperversano in queste terre, il motivo per cui eravamo fuggiti, ma solo le inevitabili conseguenze della più recente tra le numerose malefatte architettate dalla donna che diceva d’avermi partorito. Con sé portava un forziere sottratto a un ingenuo spasimante che aveva incontrato – tra le sue candide, profumate e tornite braccia – una tragica quanto prematura fine. Almeno questo mi confessò molto tempo dopo indorando e abbellendo la storia sino a trasformarla in un’epica fuga da un malvagio sfruttatore di donne indifese. Conoscendola bene comunque, non faticai a capire che le cose dovevano essere andate proprio all’opposto.
Fenicia di nascita, faceva ascendere le proprie origini ai filistei, un popolo d’origine pelasgica insediato anticamente nel sud ovest dell’Anatolia. Migrato in massa nella parte più fertile della Palestina divenne il più acerrimo nemico degli ebrei. Devo subito aggiungere che era una femmina splendida: ma non basta perché di belle donne il mondo è pieno. Era anche molto furba, permeata in ogni sua fibra da una sorta d’astuzia animalesca che le faceva sempre intuire dove stava il proprio tornaconto. Sapeva cantare e ballare divinamente e con la parola riusciva ad ammaliare qualsiasi maschio l’ascoltasse. Conosceva le arti dell’amore come poche e chiunque fosse stato una volta nel suo letto avrebbe ucciso per potervi ritornare. Disposti a pagare cifre altissime pur di passarci una notte assieme, gli uomini le impazzivano dietro. Nonostante questo le permettesse di guadagnare somme tali da comprare una piccola città, dilapidandone enormi quantità per il proprio piacere ne era sempre a corto. Comunque, non volendo privarmi di un precettore acquistò lo schiavo più a buon mercato che riuscì a trovare. In effetti Nadir, questo il soprannome del futuro maestro, rimase per molto tempo invenduto sulla piazza; almeno fin quando mia madre offrì una somma talmente bassa da non valere nemmeno i miseri stracci che quello si portava addosso. Ormai stufo di rimetterci dandogli da mangiare perché a ogni giorno trascorso la sua perdita sarebbe aumentata, il venditore frigio accettò. In ogni caso, dalla strizzata d’occhio rivolta alla splendida donna che gli stava davanti e dal sorriso che in cambio gli fu elargito, quella notte un paio d’ore di piacere nel suo letto credo debba essersele godute.
Nadir era greco e molto tempo addietro aveva vissuto a Creta dove insegnava matematica, astronomia e medicina. Più vicino ormai alla vecchiaia di quanto lo fosse alla giovinezza, era stato catturato dai pirati di Cilicia mentre una nave lo stava portando a Pergamo, dove intendeva visitare la grande biblioteca. Se fino a quel momento era solo un piccolo e fragile ometto con la testa un po’ troppo grande, dopo quell’incontro divenne lo sgorbio che conobbi. No, non venne molto ben trattato dai predoni quando scoprirono che non sembrava possibile trovare chi fosse disposto a pagare un riscatto. Eppure, finché visse, di tutti gli uomini da me conosciuti fu il più saggio e comprensivo. Senza di lui che mi aiutò a superare tristi momenti, forse ora non sarei qui a raccontare: infatti da mia madre non potevo attendermi molto. Credo mi odiasse per avermi portato in grembo per nove mesi, facendole così perdere un sacco di denari e soprattutto perché nato maschio non avrei potuto rifonderla del danno seguendone le orme nel mestiere. Tutto fuorché ingenua, sapeva che nella sua professione la bellezza se ne andava molto presto. Come le foglie abbandonano la chioma degli alberi in autunno e non l’abbelliscono più, scivolando via lentamente quella splendida avvenenza l’avrebbe alla fine lasciata. Di lei allora sarebbe rimasto solo quanto c’era sotto quel caduco splendore: esibito, ormai sterilmente nudo, alla vista non più così distrattamente superficiale degli altri. Aveva bisogno di qualcuno che si assumesse l’onere di farla continuare a vivere negli agi e nel lusso anche quando, invece di correrle dietro, gli uomini avrebbero voltato la faccia disgustati. Sì, sicuramente avrebbe preferito partorire una femmina… Tuttavia, poiché era una donna piena di risorse, anche se la sorte mi aveva fatto nascere maschio lei poteva sempre tentare di truccare i dadi.

Non avevo nemmeno otto anni quando, chiamandomi accanto, per la prima volta le vidi in mano un piccolo, levigato fuso d’avorio. Oh, dèi: ricordo ancora bene come sorrideva! Era così bella ed io che n’ero innamorato, con il cuore gonfio di dolce struggimento m’avvicinai fiducioso.
«Oggi faremo un gioco», cominciò a dire mostrando quei piccoli denti candidi incastonati come perle rilucenti tra profumate labbra di corallo. «All’inizio ti darà un po’ di fastidio, ma passerà in fretta e poi ti piacerà molto!»
Così dicendo tolse la corta veste che indossavo, sciolse il perizoma ed io restai nudo e un po’ vergognoso davanti a lei.
«Sei proprio ben fatto, saranno davvero in molti a impazzire per te!» esclamò compiaciuta. «Se farai tutto quello che ti dirò ci colmeranno di denaro e splendidi regali» concluse, facendomi stendere sulle sue ginocchia a faccia in giù.
Nell’avvertire il tepore di quella tiepida carne, sorridendo per il piacere l’abbracciai con l’innocente voluttà dei bimbi quando s’aggrappano alla madre. Mentre percepivo quel suo intenso aroma che stordiva e mi piaceva tanto, chiusi gli occhi e sospirai beato.
All’improvviso sobbalzai. Scivolose perché intrise d’olio, non solo le sue dita mi solleticavano l’ano, ma una di esse iniziava addirittura a penetrare in profondità. Voltando il capo per vederla in viso scorsi le labbra adorate sorridere ed io, incerto quanto sorpreso, avrei voluto dirle che quel gioco non mi piaceva per nulla. Ma poiché la cosa non sembrava arrecare un vero dolore ingoiai la domanda e tacqui: per nulla al mondo avrei deluso la bellissima donna.
Ad ogni modo, quando dopo avermi ben umettato il dito si ritirò, respirai di sollievo. Purtroppo fu solo per pochi istanti perché al suo posto, e ben più spesso di un indice femminile, cominciò ad affondare lo strano oggetto levigato che teneva nell’altra mano. Questa volta il dolore arrivò intenso e bruciante; così, nonostante i proponimenti, assieme alle lacrime mi sfuggì: «Mi fai male, mamma. Ti prego smettila!»
In tono flautato, come faceva nell’alcova per ammaliare uomini ricchi e potenti, replicò: «Resisti, presto l’olio lenirà il dolore e tra poco ti piacerà!»

Non accadde allora né mai. Anche se con il tempo e cambiando gradualmente le dimensioni del fuso mi abituai a sempre più massicce intrusioni tanto da non provare dolore ma solo un senso di fastidio, non ne trassi mai il piacere promesso. Forse valutando gli altri secondo la propria natura perversa e credendo fosse facile mutare l’intima essenza di un uomo, quella donna s’era soltanto illusa.
Il primo cliente fu un primipilus1 iberico di stanza alla legione Siriaca. Entrando in casa e rivolgendosi a mia madre disse di aver poco tempo prima di riprendere servizio all’Antonia. Facendo tintinnare il metallo dapprima sciolse il cingulum; poi aiutato da lei si diede da fare per togliersi la lorica segmentata. Modellata in lame d’acciaio sovrapposte e parzialmente scorrevoli le une sulle altre, quello strano arnese ricordava il carapace dei grandi gamberi rossi che talvolta imbandivano la nostra tavola.
Fu soltanto dopo aver deposto la pesante corazza in un angolo che, volgendosi come se appena allora si fosse accorto di me, salutò: «Ciao, il mio nome è Massimo».
Al momento non sapevo cosa vedevo. Solo in seguito avrei capito che era già eccitato. Come fosse il palo centrale di una tenda del deserto e quasi che un vento impetuoso scuotesse il piccolo riparo, la virilità spingeva la tunica imbottita facendola anche oscillare. Quando si spogliò del tutto, nonostante sorridesse ebbi paura. Anche più voluminoso di quelli che fino allora ero stato abituato ad accogliere nel mio corpo, dal basso ventre ricoperto da un ricciuto pelame sporgeva un minaccioso fuso dall’apice violaceo. Tenendomi prono sulle ginocchia Jezabael mi unse l’ano, mormorò un incoraggiamento e dopo un attimo, mentre mani callose si posavano sui glutei in una ruvida carezza, avvertii penetrare quel bastone infuocato. Non agì bruscamente eppure, nonostante i continui allenamenti cui l’amorevole donna m’aveva sottoposto, gemetti forte. Mentre l’uomo prendeva a muoversi dapprima lento e poi con furia, lei m’accarezzava il viso sorridendo… togliendo piano con le dita lacrime che vi scorrevano inarrestabili.
Per fortuna o piuttosto perché molto eccitato, quella prima volta non durò molto. Dopo un forte singulto d’appagamento accompagnato da un’ultima terribile spinta, il soldato emise un profondo sospiro di soddisfazione e smise d’infierire. Ancora qualche istante, poi finalmente la tortura ebbe termine.
Non appena rivestito, Massimo mi si avvicinò di nuovo e mentre arretravo cercando l’inutile rifugio delle braccia materne, traendo dalla bisaccia un piccolo involto m’offrì un dolce al miele.
«Prendi. Non è delizioso come te ma è buono.»
Nel girarsi poi verso la donna che senza togliergli gli occhi di dosso passava distrattamente le dita nei miei capelli, le lasciò cadere nel palmo della mano alcune monete scintillanti.
«Sei esosa, fenicia, comunque ne valeva la pena. Ci rivediamo presto!» E usci dalla stanza con passo pesante.
Appena se ne fu andato, poiché per riporre il denaro mia madre era svanita dimenticandosi completamente di me, corsi a rifugiarmi in giardino sedendo sotto il fico che vi sorgeva in mezzo. Era il posto preferito da Nadir e sapevo che presto sarebbe arrivato.
Non attesi a lungo. Quando venne rimase a guardarmi un istante, poi sedette poggiando la schiena all’albero e senza parlare pose un braccio sulle mie spalle per trarmi a sé.
La diga si ruppe. Posando la testa su quel petto ossuto eppure così accogliente singhiozzai: «Perché mia madre fa questo? Io l’amo ma lei in cambio mi dà solo dolore!»
Non chiese cos’era accaduto perché da tempo sapeva quanto la donna architettava di fare con il mio corpo e che il giorno della mia iniziazione era arrivato. Per un po’ restò così, passando lievemente le mani nei miei capelli e mormorando parole consolatrici. Poi, siccome non accennavo a quietarmi, mormorò: «Piangi quanto vuoi, cucciolo d’uomo. Però ti prego, risparmia questi miseri stracci; se l’inzuppi non ne ho altri per cambiarmi».
Sollevai la testa e strofinando gli occhi lo guardai. Sorrideva. No, della malridotta veste non gliene importava proprio nulla, desiderava solo alleviare tanta cupa disperazione.
Sempre tenendomi stretto, in tono sommesso riprese: «Il tuo è un destino riservato a tanti giovanetti che hanno una sola colpa: quella di essere straordinariamente attraenti. La bellezza vuol dire potere e denaro e alcuni genitori non vogliono rinunciare al guadagno che i figli, siano maschi oppure femmine, possono loro procurare. Tutto sommato a te è andata bene. Presto il corpo si abituerà e non ne avrai più dolore. Ad altri, per farli diventare ancor più avvenenti, è imposto il taglio dei genitali e questa è faccenda peggiore perché a volte nemmeno sopravvivono. Jezabael è stata quasi generosa: non ha impedito che un giorno, diventato adulto, tu scelga la strada che più ti si addice. Questo lavoro lo farai solo per qualche anno perché crescendo gli uomini ti troveranno sempre meno desiderabile. Tuttavia ricorda che in questo mestiere molti mali sono in agguato, perciò cura sempre in modo minuzioso l’igiene e lavati subito dopo aver frequentato un cliente. Strofinati spesso con la cenere e la soda caustica usando acqua in abbondanza e rasa i peli che più avanti cresceranno sul corpo. Non adagiarti nell’indolenza, cerca di rimanere sano e fai tutto il possibile per mantenere il vigore fisico. Lo so, non ti piace, ma è un mestiere come gli altri. Credimi, sono rari gli uomini che ne hanno uno realmente gradito. Porta pazienza: crescerai e con il tempo diverrai libero di fare ciò che desideri».

Poiché l’animo dei giovanetti non ha vigore per contrastare il fato, la natura lo ha provvisto di grande flessibilità nell’adattarvisi. Piegandomi anch’io e sperando in un futuro migliore, mi rassegnai a quella vita. Dopo qualche tempo, abituandomi a soddisfare gli uomini che si accompagnavano con me, smisi anche di provare dolore. Se non altro e poiché rappresentavo l’assicurazione per la sua vecchiaia, Jezabael si rivelò abbastanza intelligente da non sfruttarmi senza limiti. I miei clienti erano sempre di un certo rango, abbastanza puliti e mai troppo rozzi. Devo anzi ammettere che curava in modo ossessivo la mia figura tenendomi sempre lindo e profumato, con i capelli cosparsi da essenze oleose per farli brillare dorati. Anche le vesti erano sempre morbide, lussuose e mai di grezzo tessuto che avrebbe arrossato la pelle delicata.
Apertamente, in pieno sole, nella nostra casa giungevano greci, romani, mercanti della Partia; tutti fragranti di costosi aromi e sorridenti nell’anticipare le delizie che avrebbero gustato da lì a poco. Spesso si trattava di persone gentili e raffinate e per ingraziarsi la mia simpatia portavano doni che mi offrivano quando restavamo da soli. Mia madre, lo sapevano benissimo, teneva tutto il denaro per sé.
Con il tempo imparai, leggendo negli occhi e nella voce l’ansia bruciante d’esser amato, a fingere con alcuni un trasporto e una passione che non provavo minimamente. Oltre a esser utile per ottenere ninnoli preziosi o qualche moneta d’argento, era anche il modo di ringraziarli per trattarmi come un essere umano.
Di notte, col buio, arrivavano i peggiori.
Imbacuccati in lunghi mantelli che li coprivano da capo a piedi, strisciando nell’ombra per il timore d’esser visti, quasi fossero ladri entravano in casa di soppiatto. Avevano occhi torvi e cattivi, in cui leggevo un desiderio lussurioso misto all’odio: come fossi stato io la causa dei loro peccati. Frettolosi, rapidi nel liberarsi dal desiderio che nonostante tutto li spingeva continuamente a cercarmi, ansimando sulla mia schiena e mormorando malvagie oscenità, maledicevano se stessi e il bimbo che possedevano.
Quietati per un po’ di tempo i loro demoni, il giorno dopo avrebbero continuato a tuonare contro i peccatori dalla soglia del tempio o, implacabilmente ferrei, amministrato la giustizia nelle sale del sinedrio.

Una sera, dopo un incontro particolarmente sgradevole con uno di questi galantuomini, a cena raccolsi tutto il mio coraggio e dissi: «Madre, so bene quanto il denaro sia importante per te, ma se me lo permetti vorrei guadagnarlo in un altro modo. Stamane il vasaio all’angolo della strada ha detto di aver bisogno di un apprendista. Mandami a lavorare da lui. Ti prometto che presto imparerò il mestiere e farò di tutto per guadagnare bene».
Dapprima scoppiò in un’allegra risata, poi rispose: «Piccolo ingenuo. Come puoi pensare che il misero guadagno di un impastargilla mi sia sufficiente? Gli anni passano e a me serve denaro, moltissimo denaro! Oh, la bellezza è qualcosa di talmente effimero! Già ora non mi cercano più come una volta e poi, per le cento mammelle di Isthar, per quale ragione pensi che t’abbia permesso di venire al mondo sopportandoti per nove lunghi mesi mentre crescevi dentro di me come una mala pianta? Ci doveva essere qualcuno a prendersi cura della mia vecchiaia. Altrimenti perché altro l’avrei fatto, caro il mio signorino dal cuore tenero?»
La cosa naturalmente non ebbe seguito. Anzi, poiché Ona a quindici anni si era fatta piuttosto carina, per incentivare ancor di più le entrate Jezabael la istruì in modo adeguato. Facendola trovare già bella distesa sul giaciglio, la riservò a clienti di passaggio che non la conoscevano. Un trucco semplice quanto efficace per non far notare la sua menomazione.
Comunque la ragazza non ebbe mai nulla da obiettare. Anzi, inorgoglita e soddisfatta di vedersi apprezzata, pareva ben felice di avere più denaro a disposizione.
Sì, Jezabael non era sciocca e lo sapeva benissimo: la fanciulla avrebbe reso in maggior misura se fosse stata contenta di quanto faceva.

* * *

Avevo circa dodici anni quando cominciai a notare strani mutamenti nel mio corpo. Qualche singolo pelo cominciava a crescere sul mento, anche se era prontamente strappato dalle pinzette di bronzo di mia madre. Ma siccome ormai da tempo le nascondevo i regali dei miei amanti e soprattutto i segreti dell’animo, non le diedi modo di rivolgere le sue attenzioni sui peli che venivano a coprirmi il pube. E se il corpo stava cambiando, anche la voce andava perdendo la querula tonalità dell’infanzia. Disorientato e quasi impaurito assistevo impotente a tante trasformazioni, ma quanto mi spaventava di più era che il mattino, appena sveglio, trovavo spesso le lenzuola macchiate.
Sembrerà strano eppure, nonostante conoscessi perfettamente il meccanismo dell’orgasmo maschile, almeno nei primi tempi una mente ancora infantile non collegava la faccenda con quanto mi accadeva. Credendo di esser ammalato e di perdere umori vitali nel sonno, fu naturalmente a Nadir che confidai ansie e timori.
«Oh, certo figliolo, me ne ero già accorto!» rispose sorridendo. «Comunque no, non sei ammalato, stai solo diventando uomo. Per questo, anche se il tuo volto è sempre bellissimo, sta perdendo le gote paffute e, come il corpo, le morbide rotondità della prima età. Addirittura la mente sta mutando, anche se nascostamente e tuttavia in modo ancor più profondo. Sì, una parte della vita è giunta al termine e ora, come accade a ogni essere umano, anche tu devi percorrere la strada della pubertà. No, non devi temere, non soffrirai alcun male. Però nel passare dalla gioia alla tristezza senza sapere il perché, per qualche tempo sarai più irritabile e lunatico. Soprattutto è possibile che tra poco e nonostante il tuo mestiere, le femmine comincino ad apparirti piuttosto diverse dal solito. Comunque vada, una cosa è certa: tra non molto sarai ben diverso dal tenero fanciullo che sei stato finora. Il destino lo forgerai con le tue mani e la donna che chiami madre non potrà più nulla contro di te.»

* * *

Trascorsero pochi mesi e venne il giorno in cui Jezabael comprese che il suo giovane figliolo possedeva altre e molto interessanti potenzialità. In effetti, tutta presa com’era nel far di me una donna, non si era resa conto che la natura aveva voluto fornirmi di una dotazione straordinaria come uomo. La scoperta avvenne quando un giorno, rientrando in casa accompagnata da un conoscente, mi spedì frettolosamente da Ona perché servisse del vino all’ospite. Un cliente aveva lasciato da poco la sua stanzetta e sapevo che la ragazza era sola, perciò senza nemmeno badare ad avvisare scostai la tenda e… rimasi di stucco. Oh, certo: non per la prima volta intravedevo le nudità di lei o di mia madre o per brevissimi attimi le sbirciavo accompagnarsi con un cliente! Ma fino a quel momento a spingermi a farlo era stata solo l’asettica, distaccata curiosità di un bimbo. Adesso invece, mentre china in avanti lavava le gambe in un catino ed esponeva al mio sguardo la parte posteriore completamente nuda, per la prima volta lo facevo con occhi da uomo. Incantato, incapace di parlare, fissavo due sode e candide mezzelune che seguendo quasi il ritmo di una danza oscillavano in un lento, seducente dondolio. Un calore inconsueto ma terribilmente piacevole iniziò a diffondersi nel basso ventre e al tempo stesso uno spossante e invincibile languore s’insinuò nella mente. Incapace di distogliere lo sguardo, rimasi immobile fino a quando lei si accorse d’esser osservata. Girò il capo e dopo un istante, mentre un sorriso le affiorava sul volto bisbigliò: «Vedo che quanto stai scrutando ti piace molto».
«Eh? Cosa vuoi dire?» riuscii a gracchiare, nonostante una gola improvvisamente secca come il deserto.
Indicò con un gesto del mento le mie parti basse e ridendo aggiunse: «Dico che prometti bene, giovane torello!»
Abbassando lo sguardo m’accorsi finalmente della protuberanza che spingeva in fuori la leggera tunica. Proprio in quel preciso istante risuonò la voce indispettita di Jezabael.
«Dove ti sei cacciato, scansafatiche? L’ospite sta… Per le lussuriose palle di Baal! Che hai là davanti? Fa vedere!»
Prima che potessi dire o fare qualsiasi cosa mi si precipitò addosso in un lampo e sollevò sino alla vita la veste che indossavo. Mentre sbarrava gli occhi, portando le mani alla bocca emise un’altra esclamazione sorpresa: «E da dove salta fuori tutta questa mercanzia?»
Arrossii fin alla radice dei capelli. Dopo moltissimo tempo, non solo mia madre stava osservandomi le vergogne ma anche Ona, con la bocca spalancata, teneva lo sguardo incatenato nello stesso posto.
Fu la prima volta in cui presi un’iniziativa.
«Adesso basta!» gridai scostandomi bruscamente, facendo così calare il sipario su quanto pareva destare l’ammirazione delle donne. Subito dopo, approfittando della sorpresa all’inaspettata ribellione, corsi via a nascondere me e la misteriosa trasmutazione di una parte di me stesso.
La cosa però non finì lì. La stessa sera, nello stendermi sul giaciglio della stanza in cui dormivo, lo scoprii già occupato. Una forma indistinta si agitava piano sotto le coltri. Scattai in piedi con un sobbalzo ma invece del mostruoso demone che temevo di veder spuntar fuori della coperta, ne emerse l’allegro volto di Ona.
«Per gli dèi! Che scherzi son questi?» gridai con quanto fiato avevo in gola, volendo scacciare soprattutto le mie paure.
«Calmati, mio leoncino. Sono qui per ordine di tua madre.»
Recuperato un minimo di controllo, con un tono di superiorità da padrone a serva, sbottai: «Non sono il tuo leoncino. Il mio nome è Ben Hamir… E si può sapere perché ti ha detto di far questo?»
Non rispose ma, fissandomi negli occhi, con un gesto lento scostò la coperta emergendone nuda e candida come sua madre l’aveva fatta. Indeciso se restare o scappare, rimasi a contemplarla ammutolito, sedotto eppure pieno di timore nello scoprire per la prima volta il mistero della femminilità. Ma anche se per un istante l’ignominiosa fuga sembrò essere la soluzione migliore, non riuscii a farlo. Una terribile spossatezza accompagnata da un invincibile languore pareva aver pervaso cuore e membra e di nuovo, senza poterlo impedire, avvertii quella parte al centro del corpo risvegliarsi alla vita. Così, quando lei tese le mani non potei far altro che avvicinarmi, e dopo avermi fatto adagiare sul letto prese a sciogliermi la veste. Lo fece inginocchiata su di me mentre rabbrividivo di uno struggente piacere nell’avvertire i morbidi seni strusciare sulla pelle e il profumo del giovane corpo di femmina penetrarmi nelle nari; e quasi tutto ciò fosse una potente droga, sconvolgermi la mente.
Non appena rimasi nudo spalancò gli occhi e allungando le mani per impadronirsi della parte più bollente di me, bisbigliò: «Per Freya e la sua collana Brisingamen … hai solo tredici anni eppure nemmeno Priapo deve aver posseduto un simile dono alla tua età».
Abbassando lo sguardo su quanto pareva interessarla tanto, lo vidi sobbalzare a quel tocco come se fosse dotato di volontà propria. Subito, mentre la sua mano vi scorreva sopra per l’intera lunghezza, boccheggiai per un’ondata d’intenso, fino allora mai sperimentato piacere. “Allora è questo quello che provano gli uomini quando si trastullano con me!” pensavo, smarrito per le dolci carezze.
Stordito, confuso e con il cuore che batteva all’impazzata, credetti di essere in preda alla febbre per quanto avvampavo. D’impulso, come se stessi per annegare e fosse quella l’unica salvezza, la tirai contro di me: incapace di far null’altro che stringere il suo corpo nudo lamentandomi con piccoli gemiti che involontariamente mi sfuggivano dalle labbra.
Oh dèi! Quali splendide, deliziosamente devastanti sensazioni, provai!
Eppure era anche un tormento che non sapevo come lenire… almeno finché all’improvviso intuii cosa dovevo fare. Pareva talmente ovvio! Quanti uomini l’avevano fatto con me? Delicatamente la spinsi prona sul letto, allargandone prima le gambe poi i morbidi glutei. L’arma dell’amore già premeva sulla soglia proibita quando una risatina, seguita dall’agile guizzare del corpo candido sotto di me, interruppe la goffa manovra.
«Non da quella porticina, mio piccolo amante; penerebbe un po’ troppo per accogliere con piacere quanto possiedi! Da questa parte invece non farà troppa fatica a entrare!» ridacchiò e girandosi sulla schiena allargò le cosce.
Per un lungo momento rimasi in ammutolita contemplazione della rosea fessura ombreggiata da un fine vello, infinite volte più seducente dell’oro di cui possedeva il colore. Assecondando infine un impulso insopprimibile appoggiai l’asta all’umida entrata e lentamente, mentre tubando come una colomba s’inarcava sotto di me, la penetrai.
Con l’inesauribile vigoria della giovinezza estrema, quella notte lo feci parecchie volte e ammaestrato da lei, sempre in modo diverso. Eppure, così lontane nel tempo e piene com’erano di nuove e dolcissime emozioni, di quelle ore non ricordo molto. Rammento però che a un certo punto, mentre Ona mi sovrastava in una furiosa cavalcata che le faceva sobbalzare i seni, alle sue spalle, affiorante in uno spiraglio della tenda scorsi il volto di mia madre.
Gli occhi le sorridevano compiaciuti.
Durò un solo istante perché non appena i nostri sguardi s’incrociarono il lembo del tendaggio ricadde e lei scomparve. Non me ne importò nulla. Un tempo aveva osservato impassibile mentre gli uomini prendevano piacere dal mio dolore e ora, anche se guardava mentre ero io a provare quel piacere, non me ne sarei certo vergognato.

Il mattino dopo naturalmente credevo di essere innamorato. Appena sveglio, ancor prima di aprire le palpebre, nella mente affioravano i ricordi delle ore appena trascorse. Nel girarmi verso la fanciulla le sorrisi e divorandola con gli occhi presi ad accarezzarle i seni. «Ti amo, Ona!» bisbigliai felice.
Anche se assonnata, scoppiò a ridere di cuore.
«Oh Hamir, mio delizioso, piccolo amante: non dire queste cose o mi farai piangere! Di solito, appena si son presi il loro piacere, gli uomini non mi degnano più di uno sguardo…. Tu invece mi parli d’amore!»
Oltremodo risentito e turbato non sapevo cosa dire. Le avevo rivelato quanto m’agitava il cuore. Perché rideva di me? Di fronte alla mia espressione smarrita però smise subito divenendo seria. Guardandomi con una tenerezza che non le conoscevo, m’abbracciò stretto baciandomi il volto.
«Oh dèi! Sei ancora un bambino ma hai più sentimento di molti adulti», mormorò e scrollando con fare scherzoso il giocattolo che l’aveva tanto divertita, aggiunse: «Per fortuna tra quanti ho conosciuto sei l’unico a esibire un tale strumento. Non riuscirei a lavorare molto se tutti gli uomini l’avessero di queste misure o fossero così resistenti!»
Non potei replicare perché l’incanto finì. La tenda si scostò all’improvviso e, come se ci fosse sempre stata dietro, apparve mia madre.

Dopo nemmeno due giorni Ona scomparve.
In casa il suo posto venne preso da Denkira, un ragazzino scuro di capelli come di pelle e di qualche anno più vecchio di me. In realtà non era uno schiavo ma un servitore che aveva scelto di vendere la libertà a tempo determinato.
Jezabael non rispose alle assillanti domande con cui l’assediavo, se non con un laconico ‘era venuto il momento di sostituirla’. Disperato, piangevo giorno e notte quel primo amore che non m’era stato concesso di rivedere nemmeno per un istante. Ossessionato dal desiderio di stringerla a me ancora una volta, chiedevo a tutti, amici, conoscenti o semplici passanti, se l’avevano vista o sapessero dove fosse. Sperando di veder spuntare dal bordo di un velo lo splendore dorato dei suoi capelli, mi spingevo fin dentro le mura della città. Là, sotto lo sguardo a volte sprezzante di chi credeva d’essere migliore di me, vagavo per ore nel dedalo di vicoli o nella piazza del mercato.
Stanco e sfiduciato, un giorno stavo riposando nei pressi della porta di Gennath quando, proprio nel guardare distrattamente le guardie che la sorvegliavano, pensai a Massimo, il centurione che a volte amava ancora intrattenersi con me. La speranza riprese a divampare all’istante perché forse proprio lui avrebbe potuto fornirmi qualche notizia. Senza pensarci due volte corsi lungo il perimetro delle seconde mura fin dove terminavano nei pressi dell’Antonia. Quando ansante raggiunsi la fortezza, le gambe tremavano per lo sforzo ed ero completamente coperto dal sudore. Confuso tra la folla vociante che vagava tra i banchi dei venditori mi addentrai sotto l’ombra dei grandi portici colonnati, nel luogo in cui i lati settentrionali e occidentali si congiungevano all’immensa mole voluta da Erode il Grande. Nonostante l’ansia mi spronasse ad agire immediatamente, decisi di sostare per riprendere fiato e rendermi presentabile, ma intanto che spolveravo la veste e asciugavo il volto con una pezza di lino, non potei fare a meno di ammirare la titanica fortezza che sovrastava perfino il tempio.
Sugli spigoli di un enorme corpo centrale alto quaranta cubiti sorgevano altre quattro torri sopraelevate dal terreno tra i cinquanta e i settanta cubiti. Tutto l’insieme era ricoperto da lastre di pietra dalla superficie liscia, tanto levigata da quasi abbagliare. Questo sia per ornamento quanto e soprattutto per rendere assai difficoltosa la sua scalata a degli eventuali aggressori. Proprio da Massimo ero venuto a sapere che l’immensa mole possedeva ampiezza e sistemazioni in grado di rivaleggiare con una reggia. Conteneva appartamenti d’ogni dimensione e per ogni uso: vi erano portici, bagni, magazzini, officine; insomma tutto il necessario sia a una città quanto ad una caserma. Non tralasciando nemmeno lo sfarzo di un lussuoso palazzo.
I romani, profondi esperti dell’arte militare, capivano perfettamente che se il tempio di Gerusalemme controllava la città, l’Antonia dominava il tempio. E chi possedeva la fortezza governava tutti e tre.
In quel luogo stava di solito acquartierata almeno una coorte romana e tra quei soldati c’era Massimo. Mentre riflettevo su come prendere contatto con il centurione, al tempo stesso osservavo la porta. Una via d’accesso che, attraverso i portici settentrionali, dal gran piazzale del tempio permetteva di entrare nella fortezza. Non era la principale ma proprio per questo forse la più adatta allo scopo. Però era impensabile presentarmi al posto di guardia per chiedere di lui perché qualche zelante legionario m’avrebbe inesorabilmente cacciato a suon di pedate. Ci misi un po’ ma alla fine mi venne un’idea. Così, senza pensarci troppo perché altrimenti avrei perso coraggio, sfilandomi l’anello dal mignolo della mano destra corsi verso la porta. Ai suoi lati, immobili come sfingi, stavano di guardia due soldati. Armati di lancia e scudo, nonostante il sole a picco indossavano l’elmo e la pesante maglia di ferro.
Appena arrivai abbastanza vicino, mostrando l’anello a uno di loro dissi: «Il signore padrone di questo sigillo chiede di conferire con il primipilus Massimo l’Iberico. Ditegli che lo sta aspettando al riparo dal sole sotto il colonnato».
Prima che l’uomo potesse replicare qualcosa gli ficcai in mano l’anello e voltando le spalle marciai risoluto verso il portico. Non trovai il coraggio di voltarmi finché non arrivai all’ombra delle colonne e, quando finalmente osai, scorsi un terzo soldato confabulare con le guardie. Dopo un istante questo si girò per sparire all’interno.
Non passò molto tempo che la massiccia figura di Massimo uscì dalla stessa porta, sostò brevemente a parlare con le guardie e, dopo che una di queste l’ebbe indicata, si avviò nella mia direzione. Rivestito della lorica risplendente al sole sembrava davvero austero quanto maestoso. Non dovevo esser l’unico ad avere quell’impressione; proprio notando come la gente si scansasse servilmente per cedergli il passo chiesi a me stesso se non avessi osato troppo. Solo la disperazione, assieme alla consapevolezza che ad andarmene ormai non cambiava nulla, mi diede il coraggio di attenderlo sul posto.
Appena fu vicino, m’intimò: «Precedimi fingendo di guidarmi dal tuo padrone, ti seguirò a qualche passo di distanza».
La voce vibrava brusca, con l’inconfondibile tono del comando: non suadente come usava fare quando s’intratteneva con me alla ricerca del piacere. Non disse altro ed io ubbidii. Solo quando c’eravamo ormai confusi tra la folla che gremiva il porticato, accostandosi a una bancarella che vendeva dolciumi e intanto volgendo lo sguardo attorno, in tono più sommesso riprese: «Allora, Ben Hamir, cosa c’è di tanto importante da volermi scomodare in pieno servizio? E non venirmi a dire che fremevi dal desiderio di rivedermi perché davvero non ci crederei!»
«Scusami… non sapevo più a chi rivolgermi…» balbettai. Poi, nonostante non volessi scoppiai in singhiozzi.
Tentavo ancora di riprendere il dominio dei nervi quando avvertii il peso e il calore di una mano appoggiarsi alla spalla. Dopo qualche istante, in un tono da cui sembrava esser svanita gran parte dell’asprezza, lo udì dire: «Calmati, ragazzo, racconta cos’è successo».
Un po’ rincuorato dissi della scomparsa di Ona, delle inutili ricerche e dell’idea che mi aveva spinto fin lì nella speranza di ricevere qualche indicazione su dove fosse finita.
«Una ragazza, dici?» fece chiaramente sorpreso, per subito sbottare in una tonante risata. «Per gli dèi… ma certo, la servetta di tua madre! Chi l’avrebbe mai detto? Ti piacciono le femmine! Bene: mi sa tanto che la tua avida genitrice dovrà presto badare a procurarsi un’altra fonte di guadagno!»
Rendendomi improvvisamente conto di quanto stavo facendo divenni piccolissimo. Eppure, invece dello scapaccione ormai atteso mi giunse la sua voce che, se non appariva proprio gentile, poco ci mancava.
«D’accordo, ragazzo. Non tremare come una foglia, ho deciso che per oggi non ti mangio», borbottò ancora sghignazzando mentre lanciava una monetina al rivenditore dal banco vicino.
Afferrato il dolce alle mandorle tostate che quello subito porse, me lo ficcò tra le mani dicendo: «Torno tra breve, aspettami qui e intanto sgranocchia questo».
Rimase via parecchio, ma quando tornò esibiva una faccia scura.
«Spiacente Ben Hamir. L’altro giorno un soldato ha visto uscire dalla porta est una ragazza bionda che zoppicava.»
«Era lei!» gridai. «Dov’è andata?»
Lo vidi scuotere la testa e tutto il cimiero di penne d’allodola sull’elmo oscillò in un malinconico presagio.
«Dimenticala, ragazzo. Stava in compagnia di un famoso mezzano di Tiro che ha esibito un atto di proprietà. Tua madre l’ha venduta e a quest’ora può essere in qualsiasi bordello tra qui e Alessandria.»
Rimasi pietrificato perché in quel momento seppi con certezza che non l’avrei rivista mai più.
Pacata, la voce di Massimo penetrò attraverso la caligine dell’auto commiserazione.
«Lo sai, Ben Hamir? Non credo che ci rivedremo più. O almeno non a casa tua. A quanto pare stai per diventare adulto… ed io non posso umiliare un uomo che si è sempre comportato bene con me possedendolo come se fosse un fanciullo o una donna. Comunque, anche se dovrò rinunciare alle tue grazie, la cosa non riesce a dispiacermi troppo!»
Allungando la mano callosa per rendermi l’anello aggiunse: «Che la dea Fortuna ti accompagni, ragazzo!» E dopo aver sogghignato rifilandomi una pacca sulla spalla come se fossi un commilitone, si allontanò.

Come il solito Nadir dovette consolarmi.
«Lo so, sei addolorato. Ma non devi confondere il bronzo con l’oro. La tua è passione giovanile, non amore. Se al posto di Ona ci fosse stata qualsiasi altra giovanetta, le cose non sarebbero per niente diverse e ti sentiresti straziare allo stesso modo. Eppure credimi: quando e se amerai per davvero, lo capirai subito.»
Ma a quel tempo non potevo ancora intendere queste semplici verità e quelle parole non riuscivano a lenirmi l’animo. O almeno non più di quanto una sola goccia d’acqua soddisfi la sete di un corpo disidratato al sole del deserto.
«Non vivo più senza di lei. Io… io l’amo più di mia madre!»
Rise piano, poi come tra sé disse: «Beh, questo lo posso anche capire, mica ci vuole molto! Ma adesso ascolta con la mente quanto dirò… e non con quella parte di te rivolta ora a svegliarsi alla vita. Non conoscevi forse Ona da anni? E come la consideravi prima di apprendere da lei i segreti del piacere? Sbaglio o in lei non vedevi nulla in più della serva di tua madre? Oh, lo so, per un giovanetto è facile scambiare la passione per amore! In fin dei conti lo fanno perfino gli adulti quando chiamano amore ciò che invece è solo piacere. Non capiscono come con il primo soprattutto si doni mentre con il secondo innanzi tutto si prenda. Dimmi, credi forse che ti amino gli uomini con cui t’accompagni? Eppure il loro piacere è uguale al tuo. Sì, certo, magari qualcuno ti sarà anche affezionato e nell’alcova ti chiederà perfino parole d’amore; ma sappiamo bene ambedue che si limitano solo a prendere.»
Sebbene non ne fossi granché convinto, qualcosa di quelle parole insinuò il dubbio. Avevo fiducia in Nadir e almeno non le rifiutai in blocco ma ci rimuginai sopra parecchio: e cioè fino a quando non molti giorni dopo mi sorpresi a guardare con interesse una ragazzina incontrata casualmente. Proprio fantasticando d’intrattenermi con lei nelle dolci attività cui Ona m’aveva iniziato, compresi che il vecchio non aveva mentito.
Poi avvenne. Ormai al corrente di certe mie doti, Jezabael decise di farmi cambiare ruolo: perché se divenuto appena grandicello già esibivo un tale tesoro, era ovvio che avrei reso molto di più in una parte attiva. Per indurmi a ciò, poiché con suo gran dispetto rimanevo ostinatamente uomo e di conseguenza attratto dalle donne, pensò di sostituire Ona con Denkira. Le riuscì facile perché, al contrario di me, il ragazzo si sentiva del tutto femmina ed era piuttosto chiaro. Veniva dalle lontane terre del sud, oltre i grandi deserti della Nubia. La pelle era scura, liscia come l’ebano e sotto la massa ricciuta dei capelli mostrava un volto grazioso dai grandi occhi luminosi. Le labbra erano spesse, dalla piega quasi femminea, come d’altronde ogni sua indolente movenza.
Una sera, quando il ricordo di Ona s’era già affievolito, com’era accaduto con lei me lo ritrovai nel giaciglio. Completamente nudo, disteso prono sulla coperta di lana a esibire i glutei di levigato marmo nero, nel sentirmi arrivare volse il capo per guardarmi di sottecchi.
«Tua madre vuole che dormiamo assieme» disse in tono flautato sbattendo le ciglia.
Le decisioni di Jezabael non si discutevano, si dovevano solo accettare.
Così alzai le spalle e girandogli la schiena m’infilai sotto la leggera coperta restandogli però il più lontano possibile. Poco dopo, quando allungò la mano per tentare una carezza non sprecai parole, ma per sottolineare meglio come la pensavo gli mollai un calcio tale da farlo guaire.
Nel mezzo della notte mi destai. Stavo sognando di Ona e il piacere era talmente intenso da farmi svegliare.
Invece della ragazza però, chino sul pene e con la bocca piena di esso ci stava Denkira.
Lo ammetto, non lo scacciai. Quanto provavo mi piaceva troppo per volerlo interrompere. Fingendo di dormire rimasi immobile fino a quando si accorse che ero sveglio; solo allora, smettendo per un istante quel gran daffare, sollevò il capo per ridacchiare lascivo. Non parlai ma gli afferrai la nuca e con forza, quasi con rabbia, lo spinsi di nuovo giù minacciando di soffocarlo per un boccone troppo grosso.
Non ti scandalizzare, ascoltatore, ma devo proprio ammetterlo. Quelle natiche brunite, sode e assai volonterose m’offrirono quasi altrettanto piacere della dolce fessura di Ona. Denkira doveva esser abituato come me a simili intrusioni e anche se all’inizio emise qualche strilletto per l’inusuale massiccia presenza, chiaramente e al contrario di me ci godeva davvero.
Prima dell’alba, appoggiando il bastone dell’amore tra natiche incredibilmente sode, lo cercai ancora. Si girò sorridendo e bisbigliò: «Non questa notte, adorato padroncino; è da molto che non provavo un tale bruciore! Ti prego, dammi un po’ di tempo per abituarmi.» E chinando la testa sul mio pube prese a darmi piacere nell’altro modo gradito a entrambi.
Da quel momento cominciai a divertirmi. Non ero più il succube, inerte strumento del piacere altrui ma anch’io potevo prenderlo dagli altri.
Per qualche strano scherzo di natura, alcuni uomini si sentono donne. In questo niente di male secondo me e anche a modo di vedere di certi popoli. Ma in Israele, se colta in flagranza, tale debolezza conduceva a un unico epilogo: la morte immediata. Al contrario per esempio dei greci o perfino dei romani, chiunque fosse colto sul fatto era condannato a perdere la vita. Assieme all’amante naturalmente. Ciò nonostante, se tale era la legge di Dio e l’atteggiamento pubblico, posso assicurare che molti maschi, in apparenza virili e fieri, in segreto amavano farsi montare come femmine.
Ad ogni modo non mi accompagnavo con chiunque. Al contrario di ogni adolescente che per soddisfare il proprio piacere monterebbe con entusiasmo perfino una capra, solo raffinati giovani di bell’aspetto entravano nella mia alcova. A malincuore, in seguito ad alcuni clamorosi insuccessi con uomini troppo brutti o dal corpo ripugnante, questo Jezabael dovette concedermelo.
Imparai i trucchi per trattenere il seme badando prima a dar soddisfazione all’altro perché anche se giovanissimo e inesauribile, non potevo reggere a lungo se, come a volte accadeva, i clienti erano numerosi. In quel nascosto quanto reale mondo di femmine mancate, la fama di cui godevo divenne insuperata tanto da arrivare a essere l’agognato amante di molti tra gli uomini più ricchi e potenti di Giudea: perché oltre alla massiccia e ambita arma dell’amore che gli dèi mi avevano donato, giunsi a essere maestro nell’arte di elargire il piacere.

* * *

Quando compii sedici anni ero ricco e ormai uomo fatto. Alto rispetto alla media, anche la dimensione di quanto era stata la mia fortuna raggiunse il culmine. Come pronosticato da Nadir, pur continuando a vivere con Jezabael, lei aveva perso terreno nell’impormi la propria volontà. Insofferente agli intrighi in cui era maestra, adesso amministravo da solo i clienti, spesso non ricevendoli in casa ma entrando gradito ospite nelle loro.
Nonostante fossi indipendente non mi accadeva di pensare molto alle donne, forse perché un’intensa attività erotica placava i desideri quanto la curiosità. No, non ero certo il ragazzino eternamente arrapato a caccia di sesso, ne avevo a disposizione anche troppo per sentire il bisogno di cercarne dell’altro.
Di sicuro non andavo in cerca di femmine il giorno in cui, di ritorno dalla città, alle falde di una collina incontrai una giovanetta. A dire il vero la cercai ancor prima di vederla quando, avvertendo l’eco di un canto, pensai che mai voce umana avrebbe potuto essere più soave. Così, mentre il vento pareva giocare con quelle note accentuandole o quasi spegnendole, bramai conoscere la fonte di tanta delizia. Senza badare ai rovi che strappavano i ricami della veste lussuosa, né alle pietre aguzze che rovinavano la morbida pelle dei sandali, lasciai la strada per inerpicarmi sul brullo pendio… e finalmente la scorsi. Seduta su di un masso al centro di uno spiazzo più tappezzato di pietre di quanto lo fosse dall’erba, accudiva a un piccolo gregge. In mano reggeva una canna e mentre la voce le usciva limpida dalla gola, la muoveva al suo ritmo come in una danza. Avrà avuto dodici o tredici anni e stava sbocciando con la grazia sontuosa di una rosa d’Aleppo. Non volendo interromperla, poggiato al tronco di un ulivo me ne restai in disparte ad ascoltare fin quando, e trasalendo, si accorse di non essere più sola. Allora tacendo di colpo mi guardò con stupore.
D’impeto l’implorai: «Ti prego, continua!»
«Chi sei?»
Dette da lei, il suono di quelle due banali parole mi sembrò la cosa più dolce mai udita: e come fa la cera delle api tenuta nel tepore della mano, credetti di sciogliermi anch’io.
«Mi chiamo Ben Hamir», dissi, colto da un’inesplicabile timidezza.
«Vuoi dire il figlio di Jezabael?»
Per la prima volta nella vita provai vergogna di ammetterlo quando a mezza voce risposi: «Sì…»
Si alzò in piedi per venirmi un po’ più vicino tanto da poterle vedere bene il volto e restarne folgorato.
No, non dirò della sua bellezza anche se a me parve più deliziosa di tutte le dee degli elleni. No, non parlerò dei capelli o dei suoi occhi anche se i primi erano una soffice onda bruna che le scendeva sulle spalle e due pozzi pieni di stelle i secondi; né della figura voglio dire troppo anche se era flessuosa come un giunco, morbida come la seta, agile come una gazzella… Queste son tutte cose ancora custodite nel mio cuore, come tra le più dolci vissute nella vita.
Ripeterò solo quanto, fissandomi con disprezzo negli occhi che faticai a mantenere nei suoi, disse: «Non canterò per il piacere di un debosciato!»
Se m’avessero preso a frustate in faccia avrei sofferto di meno. Un angelo, cui bocconi avrei abbracciato le ginocchia per baciarne i piedi nudi, stava scacciandomi dal suo paradiso.
Era solo una pastorella e piuttosto più giovane di me; ed io, omaggiato dalla confidenza e sotto la protezione d’uomini ricchi e potenti, davanti a lei non seppi cosa dire ma, come un bambino umiliato, fuggii con il cuore in frantumi. Scendendo di corsa la collina le parole di Nadir mi risuonavano nella mente ‘Quando t’innamorerai, lo saprai subito’ aveva detto. E allora compresi che amare significa voler dare.
L’avrei coperta d’oro quella fanciulla, se solo m’avesse consentito di starmene rannicchiato ai suoi piedi come un cane fedele senza chiedere null’altro al di fuori della sua presenza. In quel momento seppi che sesso e desiderio non sono l’amore. Non desideravo per niente quel corpo che pareva perfino troppo sacro per me. Io volevo solo offrirle, e sentir accettata, la mia anima.

Per giorni, trascurando un lavoro che di colpo m’appariva scialbo quanto indegno, rifeci la strada per la collina e quando la udivo cantare correvo furtivo a cercarla. Non appena la scorgevo da lontano strisciavo in qualche anfratto o cespuglio, poi, quasi trattenendo il respiro, vi restavo rannicchiato per ore… Con gli occhi intenti a guardarla e il cuore rapito nell’ascoltarla.
Ma era un gran peso per un giovane animo; così, facendo dapprima un rapido cenno su come avevo conosciuto una pastorella di cui non sapevo nemmeno il nome, di nuovo confidai le mie pene a Nadir.
«Le donne sono tutte crudeli come mia madre. Io cerco solo il loro affetto e l’una vuole sfruttarmi, l’altra m’abbandona… e questa addirittura mi scaccia nemmeno fossi appestato! Le odio, Nadir! Non voglio aver più nulla a che fare con loro!»
«Che tua madre t’abbia usato per i propri fini non c’è il minimo dubbio, anche se in un modo o nell’altro questa è una tendenza piuttosto diffusa nei genitori. Il resto di quanto affermi, invece, non corrisponde al vero. Ona non ti lasciò di propria volontà, lo sai bene. Jezabael l’ha venduta perché temeva che tu indirizzassi brame giovanili verso le femmine. Inoltre è anche da dimostrare che a questa pastorella tu stia davvero sullo stomaco…»
«Che vuoi dire?» lo interruppi avvertendo un minuscolo ma caparbio seme di speranza germogliare nel cuore.
«Ci sono persone su cui il potere o la ricchezza non fanno alcun effetto: anzi, di frequente li sfidano e altrettanto di consueto, posso dire, finiscono male a causa di questo. Evidentemente vesti splendide o gioielli non hanno per nulla impressionato quella fanciulla. È possibile, al contrario, che ne abbia tratto motivo d’avversione. In quanto alle dure parole poi… Beh, è noto a tutti come le donne dicano una cosa quando magari ne pensano tutt’altra!»
«Secondo te allora cosa dovrei fare?»
«Semplice, figliolo. Cercala, facendole capire che ne desideri la compagnia, aprendo te stesso con sincerità e senza mostrarti diverso da quanto realmente sei. Ricorda che certe donne hanno un sesto senso per queste cose e capiscono subito se fingi. Se vuoi conquistarla mostrati coraggioso e anche se forse all’inizio ti scaccerà, non farti abbattere. Con gentilezza ma fermamente persevera: sei troppo bello e di cuore gentile perché sia ancor nata la donna che davvero ti respingerà!»

Il giorno dopo, confortato da quelle parole, di buon mattino arraffai una veste di lana grezza appartenente a Denkira. Poi per un po’ la calciai nella polvere della strada e solo quando l’ebbi ridotta a uno straccio inzaccherato l’indossai. Tolsi gli orecchini d’oro, mi sfilai tutti i preziosi anelli poi m’arruffai i capelli senza ungerli d’olio. Infine, radunando il coraggio come fa un guerriero in procinto di partire per la guerra, con animo deciso m’incamminai per raggiungere la collina.
Ancora da lontano, quando la vidi seduta in mezzo a pecore e agnelli, invece di nascondermi come il solito in qualche anfratto, anche se il cuore sembrava diventato un tamburo, puntai dritto su di lei.
Non appena mi vide s’immobilizzò, parendo quasi avesse smesso di respirare.
“Deve odiarmi davvero”, pensai, e nel guardare quel viso pietrificato stavo già perdendomi d’animo. Non so come riuscii a farlo ma lottando per mantener ferma la voce dissi: «È vero, il mio nome è Ben Hamir… ma non ho colpa se sono il figlio di Jezabael».
Con stupore, invece del torrente d’insulti che m’aspettavo in risposta, lei abbassò gli occhi mormorando: «Scusami per quanto ho detto l’altro giorno, non sta a me giudicare gli uomini o le loro azioni. Questo compito è riservato solo al Signore». Con dolcezza sorrise appena e nello schiudere il favoloso scrigno delle labbra lasciò intravedere lo scintillio perlaceo dei denti. Poi in un sussurro continuò: «Comunque, il mio nome è Miriam».
Dire che mi sentivo confuso e felice è veramente dir troppo poco. Quasi tremando accolsi il suo cenno di sederle vicino, poi cominciammo a parlare.
A dire il vero iniziò lei, quando per prima cosa celiò: «Non tentare di travestirti da pastore; con quelle mani dalle unghie perfette e la pelle del viso così chiara non riusciresti a ingannare nemmeno un cieco. Dimmi, perché lo hai fatto?»
Ricordando i consigli di Nadir rivelai la semplice verità.
«Non volevo esser scacciato, così ho pensato che se non esibivo i miei beni forse ti sarei stato più accetto. Desidero esserti amico, nient’altro…» esitai e infine conclusi «Beh, insomma, veramente c’è dell’altro. Ero stufo di sbucciarmi le ginocchia sulle pietre e graffiarmi il viso nei rovi per ascoltarti di nascosto mentre cantavi.»
Rise con una tonalità così cristallina da far pensare all’acqua fresca e pura di una sorgente di montagna.
«Oh, lo so! Te ne stavi rannicchiato in posti talmente impossibili che a volte temevo ti potessi far male davvero!»
Il cuore fece un tale balzo che per poco non mi strozzò.
«Sapevi? Temevi per me?»
Abbassando il viso, arrossì. Sollevando infine lo sguardo per fissarmi negli occhi disse soltanto: «Sì».
Per un bel po’ me ne rimasi ammutolito, incapace di far altro che stare a guardarla. Infine, d’impulso allungai una mano per sfiorare la sua. Ebbe come un tremito delle labbra ma non si ritrasse; allora, intrecciai le dita con quelle di lei.
Credo di non saper spiegare ciò che provavo per la prima volta nella vita. Come descrivere quello spossante stordimento colmo di struggente tenerezza da cui emergeva l’incontenibile impulso di proteggere, di dare e di stringerla sul mio cuore? E c’era di più, molto di più! Ma ci vorrebbe un uomo con l’animo di un poeta per poterlo esprimere, ed io nella mia vita son sempre stato troppo legato al tangibile per narrare quel che reale forse non è.
Restai con lei a lungo, guardando eppure non vedendo, come se a ogni istante ciascun particolare di quel volto apparisse nuovo; assaporando una voce che da sola valeva il coro di mille angeli ed era rivolta unicamente a me. Chiacchierammo di molte cose e tutte naturalmente futili, ma in quel momento nulla al mondo appariva importante come l’ascoltare mentre m’insegnava i nomi e gli usi delle erbe selvatiche oppure parlava del gregge o spiegava come avvicinarmi agli agnelli per accarezzarli.
Da parte mia raccontai quanto sapevo del mondo, cos’avevo visto nelle dimore dei potenti e ciò che accadeva nell’impero di Roma ma soprattutto la pregai di cantare per me.
Sedette su di un masso e mentre le tenevo la mano mi fece sognare. Mai avevo udito un canto più limpido e appassionato: che intonasse le canzoni di David o le ballate dei pastori oppure i sacri salmi del popolo, la magia di quella voce era la malia più dolce.
All’ora di pranzo divise con me il suo cibo: qualche oliva, un pezzo di ruvido pane scuro e un pugno di fichi secchi. Posso anche giurarlo: mai banchetto fu più prelibato o sontuoso.
Troppo presto venne il momento di rientrare e l’accompagnai fin nelle vicinanze della casa dei genitori. Fu solo allora, poco prima d’uscire dal boschetto d’ulivi e quand’era già in vista l’umile dimora, che presi il coraggio a due mani.
«Miriam», riuscii però solo a bisbigliare prima di sentirmi mozzare il fiato.
Per fortuna, qualcosa nella mia voce la indusse a fermarsi per guardarmi in viso.
«Sì?» chiese altrettanto ansiosa.
Non sapevo come dirlo perché temevo di vederla scappare inorridita ma ancora una volta ricordai le parole di Nadir. ‘Abbi coraggio’ aveva detto.
«Miriam», ripresi allora. «Io… io brucio dal desiderio di darti un bacio!»
Appena pronunciai quelle parole lei abbassò gli occhi e, mentre il cuore pareva essermi risalito in gola per l’angoscia, li mosse in tutte le direzioni possibili purché non fossero quelle del mio viso.
Infine, ma talmente piano che stentai a capire, rispose: «Anch’io, Ben Hamir…»
Se poco prima avevo creduto d’esser al massimo della felicità sbagliavo di grosso perché in quel momento, con la punta delle dita, giunsi a vellicare il candido ventre delle nubi. Mentre lei si addossava al riparo di un ulivo millenario, tremando come un ramo di palma nella brezza le andai più vicino; poi con le labbra sfiorai il paradiso delle sue.
In vita mia nessun bacio fu più così struggente, tanto casto, eppure così intenso: perché sfiorando quella morbida bocca sentivo di accarezzare e assaporare anche l’innocente leggiadria di un’anima. Alla fine, quando si staccò, era rossa in viso e leggermente affannata, ma i suoi occhi sorridevano.
«Non lo avevo mai fatto prima e forse neanche adesso avrei dovuto… però è stato così bello!»
«Anche per me» dissi sospirando felice e già impaziente aggiunsi: «Posso rivederti domani?»
Corse via agile come una gazzella lasciandosi dietro l’eco di un riso argentino. Era già lontana quando la udii gridare: «Guai a te se non vieni!»
Tornai a casa talmente felice che, appena mi vide, Nadir esclamò: «Non ho certo bisogno di chiederti com’è andata. Hai la faccia più splendente del sole! Ora sei innamorato davvero e, ci giurerei, pure ricambiato!»
Questo non gli evitò, durante l’ora successiva, di risparmiarsi un minuzioso racconto sull’accaduto. Un modo irrinunciabile per me di rivivere la splendida giornata. Lui capì, rimanendo ad ascoltare di buona grazia mentre elencavo le innumerevoli, splendide virtù della mia pastorella.
Alla fine del panegirico, appoggiandomi una mano sul braccio per stringerlo piano, sorrise e commentò: «Sono davvero contento per voi. Ad ogni modo vi consiglio di tenere le emozioni ben chiuse nel cuore e fatelo almeno fino a quando non sarete un po’ cresciuti. Siete molto giovani, quindi è meglio se proteggerete il vostro amore con il silenzio».
Disorientato, domandai: «Cosa mai dovremmo temere? Non facciamo del male a nessuno e comunque la cosa riguarda solo noi due!»
Scrollando la testa replicò: «Non è così, giovane e ingenuo amico. Come credi la prenderebbero tua madre o la sua famiglia?»
Ancora più confuso, borbottai: «Che cosa accidenti importa a loro?»
Guardandomi con l’unico, mite occhio, sospirò: «Mi dispiace, Hamir, ma devo dirtelo chiaro e tondo. Tra gli ebrei, il tuo non è un mestiere onorato. Per un gentile è già quasi impossibile sposare una donna giudea, se poi esercita anche una professione disonorevole o ritenuta impura le probabilità scendono a zero. Ma questo forse mi preoccupa di meno: perché se vi mostrerete prudenti tenendo per voi il segreto, appena sarete un po’ più grandi e sicuri del vostro amore potrete andarvene dove nessuno vi conosce. Sei già abbastanza ricco, quindi non sarà un problema assicurare una vita dignitosa alla tua amata. A preoccuparmi assai di più invece è la reazione di Jezabael. Non accetterà supinamente d’esser privata dei tuoi introiti e se viene a sapere di quest’amore per una donna capirà subito che non vorrai continuare il mestiere».
Era vero. Non l’avevo ancora pensato coscientemente ma sentirlo dire fece risaltare l’ovvio. No, non avrei più tollerato di posar le labbra su nessun altro che non fosse Miriam e nemmeno permesso alle mani di toccare un corpo al di fuori di quello incontaminato e prezioso della mia pastorella.
«Hai ragione!» esclamai risoluto. «Almeno fin quando non decideremo cosa fare non dovrà saperlo nessuno. Sì, specialmente Jezabael!»

Dopo un po’, entrando in casa, sulla soglia incontrai proprio mia madre. D’istinto abbassai lo sguardo per non farle intuire quanto mi scoppiava in cuore.
«Ti ho cercato a lungo, dove sei stato tutto il giorno? Ultimamente stai trascurando il lavoro e non lo posso tollerare!» disse acida.
Ormai ero parecchio più alto di lei. Andandole accanto e sovrastandola sbottai rabbioso: «Non ti permettere di dirmi quello che devo fare! Cosa c’è? Non ti basta il denaro che ti do? Non sono più un bambino da rimproverare e posso benissimo amministrare la mia vita da solo».
Colta di sorpresa dalla mia reazione restò immobile e a bocca aperta. Approfittandone passai oltre in fretta ma avvertendo puntato sulla schiena il suo sguardo, temetti di aver già detto troppo.
Nei giorni seguenti, quando senza avvisarla sparivo da casa per raggiungere il mio amore, Jezabael non pronunciò più parola. Nei rari momenti passati ancora assieme, come ad esempio a cena, si limitava a guardarmi con un’espressione enigmatica. In quel periodo, forse avvertendo un calo nelle richieste dei suoi estimatori, curava ancor più del solito la propria persona. Credo, perché in realtà non l’ho mai saputo con certezza, che fosse vicina ai trentacinque anni. A quell’età cominciava a diventare impegnativo, pure per una cortigiana esperta come lei, riuscire a nascondere i primi, anche se lievi danni arrecati dallo scorrere del tempo. Spendeva somme vertiginose per balsami o unguenti provenienti da paesi lontani dove si diceva che gli uomini avessero occhi obliqui. Ma a dar ragione al mio scetticismo su tali miracolose pozioni come sull’esistenza di tale razza, vi era l’evidenza che Jezabael diveniva sempre più tesa e nervosa: quasi avvertisse tutta l’inutilità d’ogni tentativo per arrestare il trascorrere del tempo.
Ad ogni modo, dei suoi problemi non me ne curavo molto. Tenevo tra le mani un tesoro così grande che nemmeno lo splendore abbagliante dei gioielli di Salomone avrebbe potuto distrarmi. Ogni ora della giornata la dedicavo a Miriam ma ancora non mi sembrava abbastanza. Spesso le portavo dei piccoli doni come dolci comprati al mercato, a volte un taglio di stoffa pregiata e le offrii anche un mio anello… Ma a parte i primi, credo saggiamente rifiutò il resto. Non avrebbe potuto giustificare in famiglia il possesso di quei doni se non dicendo di averli trovati e lei era incapace di mentire. Raggiante, accettava invece le corone di fiori ed erbe profumate che m’insegnava a intrecciare o i trepidi baci con cui le sfioravo le labbra. Sì, per settimane l’amai in un modo che non avrei più provato per nessuna.
Lei appariva l’opposto di me e quanto più le lordure imbrattavano il mio animo oscurandolo, tanto più la gioiosa purezza dell’innocenza riluceva così spontaneamente nel suo. Forse perché non avevo conosciuto una vera infanzia, l’amavo con l’intensità sognante ma casta di chi è ancora fanciullo. Pago di lievi contatti o di poterla stringere al petto, non pensavo al suo corpo flessuoso come fonte di piacere e le delizie da lei attinte erano solo per lo spirito. Al termine di giornate incantate, quando arrivava la sera e con essa il momento del distacco, era sempre troppo presto perché appena allora mi pareva di averne cominciato a goderne.
Tuttavia eravamo un uomo e una donna: così alla fine la natura ebbe il sopravvento.
Un giorno, mentre indugiavo a esplorare le sue labbra con baci lievi come un sospiro e la stringevo a me accarezzandole il volto, quel corpo fino allora percepito come angelico e asessuato venne riconosciuto dal mio per ciò che era: quello di una giovane, flessuosa, desiderabile e ormai matura donna. Sorpreso, quasi vergognoso, sentii avvampare la passione e allo stesso tempo, con una sorta di folle orgoglio, intuii che lo stesso avveniva in lei. Ne avvertivo il fiato mozzo contro la guancia mentre con labbra umide vi posava lievi, rapidi baci e quando si staccò per guardarmi in viso aveva le gote fiammeggianti e gli occhi brillanti.
«Cosa ci succede?» gemette quasi spaurita avvertendo nel primo nascere del suo stesso desiderio premere sul ventre la virilità.
Preso dall’estasi quanto dal turbamento la rassicurai: «Non temere, così deve essere tra uomo e donna perché oltre alle anime anche i nostri corpi anelano a fondersi. Lo stesso Signore ha benedetto quest’unione dicendo ‘Diverranno una sola carne’».
«Conosco quel passo», mormorò. «So anche che con il matrimonio benedetto da Dio uomini e donne si uniscono per generare dei figli. Ma come avviene questo?»
La tenni stretta assaporando quel contatto e mentre con le labbra le sfioravo i capelli aspirandone l’aroma, il più delicatamente possibile glielo spiegai.
Alla fine, guardandomi con occhi sgranati per la meraviglia, posando la mano su quanto sentiva pulsare contro di sé chiese: «Entrerai in me con questa cosa?»
Rabbrividendo per la carezza annuii senza parlare.
«Che strano… è così grande che m’impaurisce. Eppure, allo stesso tempo è tanto dolce toccarlo… dà un tale languore…»
In tono appassionato promisi: «Non devi temere. Anche se la natura ha voluto fornirmi in abbondanza, quando diverrai mia sposa e giungerà il momento sarò paziente e delicato. Vedrai, amore, non ti farò male. A causa mia dovrai provare solo piacere, mai dolore!»

Con il passar dei mesi il nostro legame divenne sempre più intenso e con esso il desiderio. Ma non vi cedetti. Volevo sposarla e non intendevo far l’amore senza aver prima legittimato la nostra unione. Anche se in certi momenti, quando le reciproche carezze si spingevano troppo avanti, divenne chiaro che se l’avessi chiesto davvero mi si sarebbe data con gioia e senza indugio. Ma se in ciò che riguardava l’amore io non conoscevo il senso del peccato, per educazione o forse per un’innata tendenza a Miriam la cosa appariva ben diversa. Lei era di famiglia zelota8, quindi rigorosa nel rispettare le Sacre Scritture. Non volevo forzarne le convinzioni con il richiamo dei sensi, per sciupare poi con l’inevitabile e agro tormento del rimorso il momento più dolce del nostro amore. M’imposi di aspettare fino a quando, e speravo ardentemente fosse presto, sarebbe stata mia moglie. A questo proposito conoscevamo ambedue i molti ostacoli frapposti tra noi e la felicità. Per prima cosa avevo una fama non proprio irreprensibile, poi non solo non ero giudeo ma, almeno per parte di padre, nemmeno sapevo cos’ero. In tutto il mondo quelli come me sono chiamati bastardi: era quindi fuori discussione che, anche se poverissima, la sua famiglia fosse disposta ad accettare una simile unione. Certo, esisteva una via più rapida e sicura. Se lei avesse abiurato la propria fede, dopo aver barato sulla nostra reale età e comprato due testimoni, sarebbe bastato pagare il sacerdote di una qualsiasi religione dell’impero di Roma perché ci unisse in matrimonio. Questa era la via più facile ma nemmeno la proposi, per lei sarebbe stato un insulto il solo accennarlo. A rendere la cosa più ardua vi era anche il fatto che non volevo suggerire la cosiddetta fuga d’amore: in altre parole, mettere di fronte al fatto compiuto la sua famiglia. Sapevo di fanciulle ripudiate per questo e Miriam invece contava sulla benedizione del padre.
Ogni notte, avvinghiato al guanciale come se fosse quel corpo sospirato, con la pelle resa torrida e acutamente sensibile da un tormentoso desiderio, nel rivoltarmi senza trovar quiete mi lambiccavo la mente alla ricerca di una qualsiasi soluzione che permettesse di non infrangere la legge del suo Dio.
Alla fine la trovai. Per poterla sposare dovevo semplicemente diventare ebreo. La cosa non m’impensieriva troppo perché per amor suo mi sarei sottoposto a ben altro che a una circoncisione!
Conoscevo un certo Zebulon, sacerdote alla sinagoga di Hebron, che era stato tra i miei più assidui frequentatori fin quando non avevo deciso di smettere con il mestiere. Era un brav’uomo e, a parte il sentirsi femmina nel segreto di se stesso, non aveva molto altro da farsi perdonare dal suo Dio. Così un giorno, dopo essermi fatto quasi mezza giornata di cavallo, giunsi nella sua città per esporgli il problema.
Quando apprese quali erano le mie intenzioni, domandò stupito: «E tu, per amore di questa fanciulla, ti faresti ebreo?»
«Certo!»
«La religione è una cosa molto seria. Sei sicuro di voler rispettare tutte le regole cui dovrai sottostare?»
Naturalmente scelsi di mentire. Non me ne importava proprio nulla di quella religione né del suo dio, io volevo solo Miriam.
«Senti, Zebulon», risposi calmo. «Non sono passate molte generazioni, saranno quattro o cinque, da quando i galilei erano solo dei feroci montanari con il nome d’iturei. Sotto la guida del gran sacerdote Aristobulo i giudei li conquistarono forzandoli poi a convertirsi. Ora sono tra i più ferventi e devoti in Israele: perché non posso farlo anch’io e per di più di mia volontà?»
Sospirò, sorrise, quindi abbassò il capo ammettendo: «D’accordo, Ben Hamir, vi sposerò la settimana successiva alla Pasqua. Per me sarà la meritata punizione per aver peccato di lussuria. Unire in sacro matrimonio il mio ex amante e la sua innamorata… Ah, come invidio quella ragazza! Perché mia madre non mi fece femmina?»
Ridendo replicai: «Non disperare, saresti comunque una donna troppo vecchia, avrai almeno vent’anni più di me!»

Per evitarmi altri due viaggi a Hebron, nel terminare di accordarci stabilimmo che il rito della circoncisione avvenisse nell’imminenza della cerimonia di nozze. Poi rimontai a cavallo e lasciai la città.
Bruciando per l’impazienza di rivedere Miriam e poterle così annunciare che solo un mese ci separava dalla più completa felicità, spronai la cavalcatura divorando la strada fino a Gerusalemme. La mia euforia non era per niente affievolita dalla consapevolezza che la prima notte di nozze, e qualche altra ancora, la piccola ferita della circoncisione m’avrebbe impedito di cogliere la verginità della sposa.
«Meglio così» ridacchiavo tra me. C’erano molti modi per donare il piacere e avrei indugiato in tutti fino a farla impazzire dall’estasi.

Arrivato a casa a notte fonda andai subito a dormire. Già all’alba, impaziente come uno sposo novello, m’avviavo a passo svelto verso la collina. Il sole era ormai spuntato quando, appena giunto sullo spiazzo dove di solito c’incontravamo, notai subito qualcosa di strano. Lei non c’era e le pecore vagavano per un vasto raggio intorno tantoché, scorgendone qualcuna molto in alto sulla collina, pensai alla fatica necessaria per riportarla indietro.
Ero molto sorpreso. Non pareva cosa da Miriam lasciar disperdere il gregge. Comunque, dicendomi che probabilmente si era appartata per un bisogno naturale, non mi preoccupai troppo. Stavo per lanciare un grido di richiamo quando scorsi una forma stesa nell’erba. Il pelo mi si rizzò su tutto il corpo e con il cuore in gola corsi accanto alla sagoma. Sperimentando un sollievo credo simile a quello di una donna che abbia appena partorito, scoprii che si trattava del cane addetto alla sorveglianza delle pecore.
Fu un conforto di durata effimera. I brandelli di materia grigia affioranti dalla testa fracassata affermavano che l’animale era stato ucciso a bastonate.
Mi sentii mancare.
Non potevo più illudermi che tutto fosse normale né che lei sarebbe tornata presto. La prima cosa a venirmi in mente fu un rapimento. Non era molto frequente ma, mossi talvolta dalla cupidigia e nonostante la sorveglianza ferrea adottata dai conquistatori romani, bande di ladroni si spingevano sino alle colline a est di Gerusalemme per sequestrare qualcuno e chiederne il riscatto.
Reso folle dall’angoscia per qualche tempo corsi tutto attorno gridando il suo nome finché, nel rendermi conto che così non avrei ottenuto nulla, ci rinunciai. Se come sembrava evidente era stata rapita, dovevo prendere contatto con i banditi e pagare qualsiasi somma richiesta purché non fosse torto un solo capello al mio bene più prezioso.
Per quanto mi sentissi agitato sapevo di aver bisogno d’aiuto e questo subito. Così, nonostante fossi vagamente intimorito perché implicava l’intervento della sua famiglia, presi in fretta una decisione. Correndo a perdifiato raggiunsi la sua casa, poi ancora ansante bussai come una furia chiedendo del padre. Quando richiamato da un bimbo arrivò un uomo dai tratti severi vestito poveramente, riuscii a dire chi ero ma non molto altro. Non appena accennai che amando sua figlia ero solito andare sulla collina per incontrarla, venni interrotto da un’aspra ostilità mista a ribrezzo.
«Come osi, essere impuro, posare lo sguardo su Miriam? Noi siamo gente povera ma viviamo nel rispetto del Signore. Non come te che ami rotolarti nel fango del peccato!»
Non gli permisi di continuare la tirata. Ignorando cautele o buone maniere l’afferrai per le spalle scrollandolo con decisione.
Spalancò gli occhi indignato ma almeno la sorpresa lo fece ammutolire. Ne approfittai per narrare rapidamente quanto avevo scoperto: le pecore disperse, il cane ammazzato, la ragazza scomparsa. Poi, senza fermarmi e dargli modo di replicare, concitato conclusi: «Deve esser stato un rapimento! Pagherò qualsiasi somma per riaverla sana e salva ma dovete aiutarmi a contattare i rapitori. Non ho la più pallida idea di chi possa essere, né a chi devo rivolgermi!»
A quelle ultime parole parve sgomentarsi e in tono assai meno insultante disse: «Perché dovrebbero averla rapita? Siamo gente umile, ben misero è il riscatto che possiamo pagare. Comunque aspetta, do una voce a mio figlio Geremia e poi andremo a vedere. A proposito, mi chiamo Ezechiel e il tuo nome lo conoscevo benissimo».
Poco dopo si rendeva conto che non mentivo. Mentre Geremia, un robusto giovane di circa vent’anni, cercava di radunare le pecore lui sedette sulla roccia dove di solito stava Miriam. Per qualche momento rimase in silenzio a fissare il terreno davanti a sé, infine alzò il capo e lentamente, con una voce in cui l’ira era del tutto scomparsa, sussurrò: «Ami mia figlia?»
Di slancio risposi: «Più della vita! Farei qualsiasi cosa per lei. Ho già abbandonato il mestiere che tanto detestate e sono anche pronto a convertirmi alla vostra religione».
Abbassò la testa annuendo: «Sì, forse la mano del Signore ti ha davvero sfiorato con la sua saggezza. Quanto ho letto nei tuoi occhi non può essere che vero amore».
Rimasi così sorpreso per com’era stato facile fargli accettare il legame esistente tra me e sua figlia che, nonostante la situazione, per un breve istante esultai. Non avremmo più dovuto fuggire per sposarci in segreto: dopotutto, nonostante il rigore delle sue credenze, Ezechiel non mostrava d’esser privo di buonsenso. Se avessi aderito alla fede dei suoi padri e adottato uno stile di vita morigerato alla fine, anche se non di buon grado, avrebbe acconsentito al matrimonio.
Venni distolto da quei pensieri quando alzandosi in piedi disse: «Ora abbiamo bisogno d’aiuto, sul resto torneremo quando sarà tutto finito. Manderò Geremia a parlare con qualcuno in grado di prendere contatto con le bande che si spingono da queste parti…», s’interruppe e riprese: «No, meglio se prima andrà a chiamare chi ci possa dare una mano nelle ricerche. Il Signore non voglia ma potrebbe esser successo qualcosa di peggio che un rapimento…»
Nel pronunciare le ultime parole la sua voce parve spezzarsi ed io, quasi percepissi la fredda ala della morte che con la sua ombra mi toglieva il sole della vita, avvertii il gelo penetrare nell’anima. Quasi urlai: «Perché stai dicendo questo?»
Rispose cupo: «Te l’ho già detto, ragazzo. Nessuno rapisce i poveri».

Più tardi, mentre Geremia si allontanava per avviare un contatto con i supposti rapitori, io e il padre, aiutati da una decina di persone e da cani dal fiuto sensibile cominciammo le ricerche. Iniziando dal pascolo e allargando via a via il raggio dell’esplorazione avremmo smesso solo quando saremmo stati certi che Miriam era effettivamente nelle mani dei briganti. Fino allora avremmo continuato nell’evenienza che la ragazza fosse ferita o precipitata da qualche dirupo e magari l’uccisione del cane riguardasse un semplice tentativo d’abigeato.

Al chiarore delle fiaccole, guidati dall’abbaiare della muta, la ritrovammo a notte fonda.
Se non fosse stato per il secco rivoletto scuro che dal pube scendeva a rigare le candide gambe, distesa sotto un ulivo pareva solo addormentata.
Nel sentirmi morire caddi sulle ginocchia singhiozzando e cercando il sorriso tanto amato posai lo sguardo su quel volto. Ma in quegli occhi stupiti e spalancati a fissare il cielo ormai brillava una luce soltanto: quella riflessa dalle stelle.


Capitolo 2

Atene

Tenendole la mano le rimasi inginocchiato accanto fin quando vennero le donne per portarla via. Il corpo doveva esser ricomposto, lavato, cosparso d’unguenti e infine avvolto nei teli della sepoltura. Quella sarebbe stata una lunga notte di veglia funebre. Tra singhiozzi che non tentavo nemmeno di reprimere implorai Ezechiel: «Lasciatemi venire con voi!»
Scosse la testa mentre con voce incrinata rispondeva: «Non puoi, ragazzo. Questa cosa devono farla le donne di famiglia».
«Ti prego!» urlai aggrappandomi a un corpo che ormai non mi apparteneva più.
Non rispose ma a un suo cenno i parenti mi afferrarono rialzandomi in piedi. Barcollai tendendo le mani, supplicando ancora: infine, mentre sollevavano la lettiga su cui era stato adagiato il corpo di Miriam, come se all’improvviso ogni forza mi avesse abbandonato, crollai a terra.
Il triste corteo stava già allontanandosi nell’oscurità quando udii la voce di Geremia.
«Mio padre ha detto che se lo vuoi puoi venire alla cerimonia funebre. Lui non è cattivo e tu devi cercare di capire: stanotte non sei l’unico a soffrire.»
Per qualche tempo, anche dopo che quell’ultima presenza se ne fu andata, rimasi disteso nell’erba. Poi, mentre un silenzio simile a un sudario avvolgeva ogni cosa e come se solo allora avessi davvero compreso che Miriam non sarebbe mai più apparsa, mi levai in piedi. Come un folle, urlando senza posa il suo nome alla luna indifferente, presi a correre nella notte.

Delle ore successive ricordo poco o nulla. Più che altro una smisurata, angosciosa disperazione in cui affioravano rapide visioni dei volti di Nadir alternato a quello di mia madre. Svegliandomi nel letto di casa, per un istante troppo breve e ancora sospeso tra veglia e sonno credetti di aver fatto solo un brutto sogno, ma l’impressione durò solo un attimo. Mentre il dolore m’assaliva così intensamente spietato da farmi credere di morire, scoppiai nuovamente in singhiozzi.
Miriam era morta. Mille volte lo avevo ripetuto quella notte…
«Bevi questo, figliolo.»
Volsi il capo verso la porta. Nadir era entrato nella stanza reggendo una ciotola d’argilla che pose nelle mie mani.
La rifiutai gemendo: «Oh Nadir, lei non c’è più! Mi ha lasciato solo ed io non voglio continuare a vivere».
Annuendo piano posò la ciotola e traendomi con delicatezza a sé per appoggiare il mio capo al proprio petto bisbigliò: «Dovrai, figlio mio, dovrai».
«Perché gli dèi permettono simili atrocità? Nessuna era più pura e mite di lei, nessuna seguiva con più fedeltà le leggi del suo Dio, cui anch’io, e solo per amore, avevo deciso di sottomettermi!»
«Ti ho insegnato molte cose, ragazzo; ma da me il nome degli dèi l’hai sentito solo in qualche imprecazione… e dovuta unicamente all’umana abitudine di riversare su qualcuno di più grande la responsabilità dei dolori incontrati nella vita. Tuttavia sai bene che non ritengo sia questa la verità: no, nessuno dirige la nostra vita all’infuori del fato… e di noi stessi.»
Scossi la testa senza rispondere mentre i singulti continuavano a squassarmi il petto con ferocia.
«Lei non vorrebbe», mormorò sedendomi accanto.
Guardandolo attraverso il velo delle lacrime ne scorsi il volto oppresso dalla pena. Non me ne curai, come non m’importava del dolore di chiunque altro. Invece con astio urlai: «Che cosa dici? Non capisci? È morta, non può volere più nulla!»
«Avresti desiderato che soffrisse come stai facendo tu ora? No, vero? Allora, se lei ti ha amato anche solo la metà di quanto le hai voluto bene tu, sarebbe straziata a saperti in queste condizioni. Non voglio consolarti, figliolo, né potrei: il dolore e la gioia sono tra le poche cose che non si riescono veramente a spartire con gli altri. Ti voglio solo dire che non la dimenticherai mai, nemmeno se vivrai cent’anni. Eppure, con il tempo, questo terribile tormento si attenuerà.»
Infine accettai di bere. Subito dopo aver posato la ciotola una pesantezza innaturale s’impossessò del corpo e una sonnolenza invincibile pervase la mente. Comprendendo, prima di sprofondare nel nulla balbettai: «Nadir… perché vuoi privarmi del dolore? È l’unica cosa che mi resta di lei».
La risposta giunse quando forse già dormivo.
«Perché a questo mondo ne troverai anche troppo.»

Il giorno dopo, accompagnato dal tutore, malfermo sulle gambe mi avviai verso il luogo in cui Miriam sarebbe stata tumulata. Era una piccola cavità naturale non lontano dal posto dove avevo trascorso con lei i momenti più felici della mia ancora breve vita. Me ne stetti lontano, in disparte, mentre la cerimonia seguiva il proprio corso. Solo alla fine, quando tutti se ne furono andati, m’avvicinai alla tomba. Sedendovi accanto deposi una ghirlanda di fiori che avevo fatto da me e vicino a essa il mio anello più prezioso. Ora non l’avrebbe più potuto rifiutare. Rimasi così tutto il giorno, con Nadir seduto poco discosto sotto un ulivo a offrirmi una silenziosa compagnia.

Faceva ormai buio quando tornai a casa. Sulla porta m’aspettava Jezabael. Fino a quel momento non aveva parlato con me delegando a Nadir e Denkira ogni cura del corpo e dello spirito. Stava proprio davanti all’ingresso e non si scostò, così dovetti fermarmi davanti a lei. Si era abbigliata con i vestiti migliori e i gioielli più preziosi come se dovesse partecipare a un lussuoso simposio. Alla luce giallognola del lume che reggeva nelle mani le scorsi gli occhi bistrati scintillare luminosi e le labbra sapientemente truccate sorridermi.
«Vieni, figlio, la tavola è pronta. Devi recuperare le forze», disse.
Senza darmi il tempo di replicare prese la mia mano conducendomi in casa.
«Non ho fame, madre», protestai con voce stanca senza però trovare l’energia per sottrarmi.
In quella, dietro le mie spalle risuonò la voce di Nadir.
«Devi mangiare qualcosa. Avrai bisogno di tutte le tue energie se vuoi cercare e colpire chi ha ucciso Miriam.»
Furono quelle parole a convincermi. No, non potevo far tornare in vita il mio amore ma… Oh sì! Quanto sarebbe stata dolce la vendetta!
Seguendo Jezabael sul terrazzo in cima alla casa, vidi che dei teli vi erano stati eretti per circondarlo interamente. Nelle serate più calde lei usava ricevere i propri amanti in quel luogo dove al sicuro da sguardi indiscreti s’intratteneva con loro godendo la frescura della notte. Proprio come accadeva in quelle occasioni, la tavola imbandita era illuminata con la calda luce dalle lucerne a olio.
Mi fece accomodare su dei morbidi cuscini, licenziò la servitù e mi sedette accanto. Scegliendo le porzioni più appetitose si accinse a imboccarmi con le sue mani accompagnando ogni gesto con leggeri sussurri d’incoraggiamento alternati a brevi risolini. Quando avvicinava il volto, nonostante il profumo della menta che doveva aver masticato, avvertivo nell’alito l’odore del vino. Le guardai gli occhi. Splendevano in modo tanto innaturale da farmi chiedere se oltre al vino non avesse usato qualche droga ben più forte.
Anche se non ne sentivo per niente il desiderio mi sforzai di mangiare. Nadir aveva ragione, dovevo recuperare le energie perché non sarei rimasto a piagnucolare come una femmina ma avrei affilato il miglior coltello e cercato la vendetta. Così, mentre la mente fantasticava sulle più atroci sofferenze che avrei inferto all’assassino, accettavo il cibo e il vino offerto dalla donna seduta accanto.
Dopo qualche tempo, senza quasi che me ne accorgessi, la luce sembrò farsi più intensa e ogni cosa parve come sfocarsi. Allo stesso modo anche i pensieri divennero vaghi e incoerenti, focalizzandosi su particolari insignificanti come le unghie dipinte di rosso di mia madre, il lento mormorio della sua voce o la piccola fiamma dei lumi cresciuta al punto da sembrare immensa.
“Devo esser ubriaco” pensai, “non ho mangiato nulla da due giorni e il vino sta salendo alla testa”. Poi, come da lontano, intesi una voce sussurrare: «Distenditi ora, riposa…»
Allo stesso tempo percepii la pressione di mani sollecite nel farmi adagiare sui cuscini. Privo di volontà vi cedetti: la pena, almeno, sembrava sparita dal cuore.
«Grazie, madre, si sta bene qui con te» bisbigliai grato.
Quando sorrise in risposta lo fece scrutandomi attentamente finché, forse soddisfatta da quanto vedeva, si stese accanto.
Accarezzandomi il volto prese a dire: «Mio bellissimo sciocchino, non devi soffrire così tanto per una ragazzina. Il mondo è pieno di belle fanciulle o di donne ancor più splendide che farebbero qualsiasi cosa per entrare nel tuo letto».
Annuii senza rispondere. Alla mente confusa quelle accattivanti parole sembravano intrise di un’arcana, profondissima saggezza.
Continuava a parlare piano in tono monotono, ipnotico. Non afferravo il senso di tutto ciò che diceva però mi faceva star bene: così, quando m’abbracciò stretto, non ci trovai nulla di male. Riuscendo finalmente a lenire un immenso dolore, mia madre si stava prendendo cura di me. Allora, abbandonandomi alla rassicurante sensazione d’esser cullato come un bimbo, per qualche momento m’addormentai.
A strapparmi dal sopore fu un acuto spasimo di piacere. La prima cosa che vidi aprendo gli occhi fu il dorso sinuoso di una femmina inginocchiata accanto a me. Sembrava meravigliosamente bella e a parte l’ornamento dei gioielli scintillanti, per il resto pareva del tutto nuda. Nascosto com’era da lucenti capelli neri che scendevano a vellicarmi il ventre scoperto, non riuscivo a vederne il volto: anche se, da cosa provavo e dal lento ma incessante movimento del suo capo, capivo bene cosa mi stava facendo. Stordito, ancora in bilico tra illusione e realtà, fissando quella pelle liscia, ambrata e lucida d’olio brillare al chiarore delle lucerne, la trovai terribilmente desiderabile. Spossanti ondate di piacere si susseguivano e dimentico di ogni altra cosa, ridendo come uno sciocco, chiesi: «Chi sei, bella fanciulla?»
Forse restia a interrompere ciò che la dilettava, lei mugolò ma, infine, sempre stringendo lo scettro tra le mani si volse sorridendo. Mi ci volle ben più di qualche momento per capire: perché quello che gli occhi vedevano, la mente non voleva riconoscere. Ma quando come rischiarata da una terribile folgore di cruda consapevolezza accadde, gridai: «Madre! Cosa stai facendo?»
Allo stesso tempo cercai goffamente di coprirmi ma, nemmeno fosse divenuto di piombo, il corpo non voleva ubbidire. Come in un sogno quando si vuole scappare da un pericolo, non riuscivo più a muovermi.
Lei ne approfittò. Ignorando i miei deboli tentativi di sottrarmi finì di spogliarmi, si sistemò a cavalcioni delle mie cosce e sorridendo con un’espressione bramosa che non le avevo mai visto, prese a ondeggiare i fianchi per strofinare la fessura sulla virilità. China su di me, le scorgevo negli occhi il riflesso di una luce ferina… il velo d’umidore coprirle il labbro superiore… e nella bocca appena dischiusa il balenare perlaceo dei denti.
No, mai prima di allora era stata più vicina a quanto emergeva come la sua vera essenza: una belva intenta a trarre piacere dalla carne altrui.
Nell’assaporare ciò che provava compiendo l’innominabile atto di accogliere un uomo da dove ne era uscito, gorgogliò: «Oh sì, è stupendo! Sì… così… bravo ragazzo, fammi godere».
Forse a causa della droga che come seppi più tardi mi era stata somministrata, non ricordo bene cosa feci, dissi o provai: o forse, semplicemente non voglio nemmeno. D’altra parte, come poter descrivere un così terribile tumulto dell’anima? Quella donna un tempo tanto amata e poi anche di più odiata, era mia madre. Sprofondato nel ventre della femmina più bella e desiderabile di Gerusalemme, schiavo di potenti droghe quanto di una lussuria ferina che da lei si sprigionava come irresistibile aroma, l’istinto cieco del corpo n’era asservito: eppure la mente la detestava con forza ancora maggiore. Bene però ricordo quanto, ansimante e cercandomi la bocca, chinandosi sul mio volto mormorò: «Possiedi la bellezza e il sesso impareggiabili di un dio. Oh, lo so, hai ancora tanto da imparare sulle donne… ma io te lo insegnerò. Oh sì, e vedrai come ti piacerà!»
Forse furono quelle ultime parole che proiettandomi nel passato, quando aveva promesso la stessa cosa e invece m’aveva donato solo umiliazioni e sofferenza, scatenarono in me la rabbia necessaria per lottare contro l’arrendevole torpore e vincere la lussuria.
Colmo di vergogna mista a ribrezzo, rotolando faticosamente su me stesso per sgusciare via, urlai: «Tu sia maledetta! Cosa mi hai fatto?»
Disarcionata cadde di lato ma in un attimo, agile come una fiera, si rialzò. Ridendo selvaggiamente a scherno della mia inettitudine a sfuggirle, danzando sulla punta dei piedi allargò le braccia spingendo in fuori il seno. Tornando poi con un guizzo ad accovacciarsi sul mio grembo e avvicinando il volto a un palmo dal mio, afferrandomi le mani se le premette sulle mammelle.
«Ipocrita! Non ti piaceva forse cosa provavi o che adesso vedi e tocchi? Non mi desideri forse? O sono da meno di una lurida pastorella con cui volevi scappare?»
Ero troppo scosso e ancora ben poco lucido: per questo, al momento mi sfuggì quanto nella sua follia aveva inconsapevolmente rivelato. Ritraendo la mano come se fosse ustionata, invece urlai: «Sei pazza!»
«Tu dici? Ebbene, guarda in basso e dimmi ora se il tuo corpo non mi desidera più di qualsiasi altra cosa!»
Assecondando il derisorio invito guardai e pieno di disprezzo per me stesso afferrai le vesti posate accanto per coprire rabbiosamente la terribile erezione che ancora, nonostante ira e disgusto, perdurava.
«No! Aspetta!» protestò lottando per strapparmele dalle mani. «Non puoi negare a me quello che sei disposto a donare ad altri. Sì, posso anche spartirlo con i clienti ma non ammetto che lo riservi solo a una stupida ragazzina. Io sono tua madre, non me lo puoi negare!» gridò con voce acuta, guardandomi con occhi spiritati.
Gli effetti della droga dovevano essersi fatti più blandi perché solo allora il significato di alcune parole udite poco prima risuonò in me come il lungo brontolio del tuono. Con ben maggiore determinazione di poc’anzi la scaraventai di lato e, anche se barcollando, riuscii ad alzarmi in piedi.
«Come lo sai? Come sai che volevo andarmene?» sibilai afferrandola per le spalle e scrollandola come una bambola di pezza.
Rise rovesciando la testa, e facendo sussultare le mammelle con i capezzoli induriti tinti di rosso me le premette addosso.
«Credevi che non me ne fossi accorta? Pensavi davvero di potermi nascondere qualcosa? Sciocco! Ti ho fatto sempre seguire, sapevo tutto di te e di quella puttanella!»
Come dotata di vita propria la mano destra si alzò e, rapida come la folgore di un dio vendicatore, calò su quel volto irridente. Il colpo la fece arretrare di qualche passo, eppure non cancellò l’espressione di scherno cui adesso si sommava il rancore.
«Ti sei innamorato proprio come un’imbecille, vero?» disse togliendo con la mano la goccia di sangue che le usciva dal labbro. «Non importa, tanto adesso dovrai fare a meno di lei. Tu appartieni a me e ti avrò ad ogni costo. Non mi fermerò davanti a nulla! Nulla, hai capito?»
Guardando quel volto distorto dall’ira almeno quanto lo era dalla lussuria, bisbigliai: «Sei stata tu…»
Sorrideva provocante, le mani sui fianchi nudi e il mento sollevato in atteggiamento di sfida. Mentre m’avvicinavo però, avvedendosi di ciò che brillava nei miei occhi, il sorriso si spense sostituito all’istante da un’espressione ansiosa.
«Cosa vuoi fare?» chiese arretrando lentamente verso il bordo del terrazzo.
«Sei stata tu!» urlai. E mentre un velo rosso scendeva a offuscarmi la vista, come se l’avessi già fatto, ebbi la certezza che l’avrei uccisa.
Ma gli dèi, o il Fato, vollero risparmiarmi almeno quel delitto: perché strillando incoerenti insulti mentre continuava ad arretrare, incespicò in una fune tesa per sostenere i teli. Per un breve attimo le mani annasparono nel vuoto, poi emettendo un acuto strillo e trascinando con sé un brandello di stoffa che sventolò come per un saluto, sparì oltre il basso muretto che delimitava il tetto.
Erano tre piani e un tonfo sordo confermò che una vita era giunta al termine.
A passo incerto stavo avvicinandomi al bordo del terrazzo, quando una voce mi fece trasalire.
«Padrone! Che avete fatto?»
Girandomi incontrai gli occhi sgranati di Denkira.
Stordito, mormorai: «È stata una disgrazia… Da quanto sei qui?»
Rivolgendomi un sorriso d’ambigua complicità, rispose: «Sono arrivato adesso, padrone, proprio mentre minacciavi tua madre».
«Basta, Denkira! Ora vieni, dobbiamo pensare alla padrona.»
La voce rassicurante di Nadir giungeva dalla porta che dava ai piani inferiori.

Quando la trasportarono in casa e ne ebbero adagiato su di una stuoia il corpo, la profonda ammaccatura sulla nuca confermò che doveva esser morta all’istante. Quasi me ne rammaricai. Troppo in fretta era sfuggita alla mia vendetta.
Non riuscivo ancora a pensare con lucidità e a questo si aggiungeva un terribile dolore alle tempie. Sentendomi mancare le forze sedetti su di una panca stringendo la testa tra le mani. Nadir se ne accorse e scomparve brevemente. Quando tornò reggeva una coppa.
«Bevi, eliminerà i postumi della droga.»
«Come fai a sapere…» cominciai.
Sospirò. «Qualche giorno fa la padrona mi chiese un potente filtro d’amore ma solo adesso so a chi era destinato.» S’interruppe per rivolgere lo sguardo su Denkira. «Vai a cercare gli imbalsamatori, con questo caldo dovranno prepararla in fretta per la sepoltura. E bada, non ti venga in mente di spargere strane insinuazioni perché ne risponderai con la vita!»
Nel rivolgergli uno sguardo di sfida il servo replicò: «La padrona non è nemmeno fredda e già impartisci ordini?»
Esasperato gridai: «Vai, maledizione! Te li do io!»
Rimasti soli, come parlando a me stesso mormorai: «È stata lei a uccidere Miriam».
Oscillando lentamente la testa, Nadir anticipò la risposta: «Sei ancora sconvolto, figliolo; in verità non può averlo fatto. Quel mattino si è svegliata parecchio dopo che eri già uscito, inoltre Miriam ha subito uno stupro. Senza dubbio comunque, può esserne stata la mandante. Ora, se te la senti, vuoi raccontarmi cos’è accaduto questa sera?»
Malvolentieri rievocai quanto confusamente ricordavo e soprattutto quanto potevo sopportare di confessare.
Appena ebbi finito, annuì. «Sì, è come pensavo, non volendo perderti è ricorsa all’omicidio. Deve aver pagato qualcuno per inscenare un’aggressione a fine di stupro. Forse l’avrebbe fatta franca se, nel tentativo di sedurti, non si fosse affidata troppo ai poteri delle droghe. L’avevo avvisata che poco possono se davvero un uomo non vuole, ma lei non poteva capire la differenza tra desiderio e amore. Alle mie parole aveva riso, affermando che le bastava un pene turgido e instancabile. Comunque, adesso rimane ancora da scoprire a chi si è rivolta, anche se ho già il sospetto che Denkira ne sappia qualcosa. Prima, sul tetto, quel ragazzo non mi è piaciuto per niente: né quanto voleva insinuare né come ti guardava. Sembrava un serpente intento ad ammaliare un’appetitosa vittima. D’accordo, ne riparleremo, ora è meglio se vai a dormire. La pozione ti procurerà un sonno tranquillo, senza angosce. Penserò io a ricevere i necrofori.»

Nei giorni successivi la notizia della morte di Jezabael si sparse in fretta e i pettegolezzi furono innumerevoli quanto fantasiosi. Li ignorai tutti ma uno in particolare arrivò a trasmettermi un certo disagio: una diceria insinuava una partecipazione, piuttosto attiva da parte mia, nella caduta dal terrazzo. Devo esser sincero e lo posso fare perché alla mia età non si teme più l’ipocrita giudizio degli uomini. Non piansi per niente la morte di una donna cui sentivo di non dover nulla ma che al contrario era riuscita a distruggere ogni cosa bella della mia vita: perché anche il disturbo che si era presa portandomi nel ventre per nove mesi, glielo avevo ampiamente ripagato. Com’era inevitabile questo mio atteggiamento fece ancor più divampare le chiacchiere. In ogni modo, le prime verifiche avviate dell’autorità di giustizia confermarono l’accaduto come accidentale. Così, almeno al momento, non ebbi noie. Lasciai ad altri i preparativi per l’inumazione rivolgendo invece l’attenzione alla ricerca d’ogni traccia utile a identificare l’assassino di Miriam. Cercando di capire se era coinvolto tartassai pure Denkira senza però arrivare a nulla di concreto. All’inizio, mostrando di esser avvilito per i miei sospetti, si limitava a spalancare gli occhi finché un giorno, ritorcendo abilmente le domande, replicò: «Mio adorato padrone, davvero dubiti di chi ti difende dalle chiacchiere mormorate in giro?»
«Cosa vuoi dire?» chiesi bruscamente.
«Farei qualsiasi cosa per te, lo sai, perfino mentire se necessario. Quando mi hanno interrogato sulla morte di tua madre ho giurato che era stata una disgrazia. Anche se, a dire il vero, mi attendevo un po’ di riconoscenza per questo.»
A quel punto venendomi vicino posò la mano sul mio petto facendola lentamente scivolare in basso. Non riuscì a procedere oltre perché, ben prima di poter raggiungere l’obiettivo, lo colpii con forza.
Mentre seduto a terra, intontito e stupefatto portava entrambe le mani al naso sanguinante, stravolto dall’ira ringhiai: «Bada a te, degenerato! Adesso prendi le tue cose e vattene, non ti voglio vedere mai più!»
Lo so, appaiono parole assurde sulle labbra di chi fin da bambino soddisfaceva i desideri del suo stesso sesso… ma in quel momento, il chiaro invito di chi pretendeva di sostituire la donna che stavo piangendo mi era parso più rivoltante di qualsiasi immaginabile depravazione.
Venendolo a sapere, Nadir strinse le labbra in una smorfia.
«Hai fatto male, padrone», cominciò. «Forse ora sarebbe saggio se tu lasciassi la città per qualche tempo. Quel tipo ha una lingua velenosa e probabilmente sta già dando fiato al suo rancore. Se le voci di un tuo coinvolgimento nell’incidente arrivano in alto, rischi un processo e sui banchi dei testimoni non vorrei veder apparire un vendicativo Denkira.»
Colto alla sprovvista mormorai: «Dove andrò? Che cosa farò?»
Sorrideva quando rispose: «Ho sempre desiderato rivedere Atene. Potrebbe essere la nostra prima tappa. Che ne dici?»
Ascoltai il suggerimento. In fin dei conti nulla mi tratteneva a Gerusalemme ed ero abbastanza ricco da poter andare in giro per qualche tempo. Almeno fin quando Denkira mi avrebbe dimenticato e soprattutto fino al momento in cui le persone assoldate per indagare sarebbero riuscite a scoprire chi aveva ucciso Miriam.

* * *

Dopo una settimana, quand’era appena finito il mese di nisan, chiamato xanthico dai greci, Nadir ed io partimmo da Berytus, la città appena fondata da Ottaviano Augusto, padrone del mondo, sui resti di un nucleo più antico. A bordo di una grossa oneraria sulla rotta per Atene, lasciavo le rive orientali del Mediterraneo per dirigermi verso i luoghi in cui, come Nadir amava affermare spesso, erano nati i primi germogli della civiltà occidentale. Nemmeno per una volta volsi lo sguardo al litorale che lentamente si allontanava: quella terra era stata avara con me e per ogni gioia donata aveva preteso in cambio fiumi d’infelicità. Quando vi sarei tornato sarebbe stato solo per vendicarmi.
Era primavera, la stagione adatta per navigare appena iniziata e i venti soffiavano ancora piuttosto sostenuti. Dopo le campagne di Pompeo contro i pirati le rotte marittime erano diventate abbastanza sicure e disavventure come quella capitata al mio precettore anni prima erano casi piuttosto rari.
Purtroppo, almeno all’inizio, il viaggio si rivelò una tribolazione. L’incessante salire e scendere dell’imbarcazione sulle onde mi fecero soffrire atrocemente il mal di mare. Disteso al riparo dal sole, mi alzavo ogni tanto solo per correre traballante alla murata e vomitare. Per fortuna trovai presto sollievo nelle arti mediche di Nadir e dopo qualche giorno riuscii perfino ad apprezzare la nuova esperienza.
Per quanto riguarda il compagno di viaggio, non lo avevo mai veduto in forma migliore. Abbandonata l’abituale flemma pareva addirittura euforico. D’altra parte la cosa era comprensibile. Dopo molti anni tornava finalmente in Grecia e, come continuava a ripetermi ogni momento, presto le sue orecchie si sarebbero deliziate di quell’elegante, meraviglioso linguaggio e il suo spirito di un’impareggiabile cultura.
«Vedrai, padrone, anche se con Erode il Grande Gerusalemme si è riempita di nuovi palazzi, Atene la sorpassa di gran lunga! Non troverai barbare, rozze, pesanti e squadrate architetture ma piuttosto eleganti, agili forme armoniose in grado di soddisfare l’esteta più esigente. E quale contrasto per l’intelletto! Dottrine primitive quanto grossolane impallidiscono di fronte alle più raffinate filosofie… Oh sì, credimi, siamo sulla rotta che ci condurrà dov’è nato quanto di meglio c’è al mondo.»
Lo ascoltavo lievemente divertito, osservando quell’insolita agitazione che lo spingeva a camminare continuamente su e giù per il ponte, quasi a voler arrivare ancor prima della nave.

Poiché costeggiammo le rive dell’Asia minore facendo scalo in molti porti, il viaggio fu lungo. Ma alla fine, dopo esser usciti dal nugolo d’isole e isolotti posti a corona di Delo, una sera poco prima del tramonto un membro dell’equipaggio ci indicò il Capo Sunio.
Annunciando ai naviganti l’Attica, con le colonne di marmo pario arrossate dal sole morente, il tempio di Poseidone si stagliava contro il cielo blu. Nell’avvistarlo infinite generazioni di marinai avevano sorriso e sospirato, consci che in poche ore i pericoli e disagi del viaggio sarebbero stati finalmente alle spalle.
Era quasi la fine del mese di artemisio quando un mattino la nostra oneraria entrò nel porto del Pireo. Addossato alla murata rimasi esterrefatto a osservare la moltitudine di navi che lo gremivano. D’ogni dimensione o forma, dalle minuscole addette al rimorchio alle tondeggianti onerarie e fino alle possenti quinquiremi che oltrepassavano la lunghezza di mezzo stadio, recavano a bordo equipaggi di tutte le etnie. In comune avevano solo una cosa: navigavano tutte sotto lo stendardo protettore della Pax Romana.
Mentre l’imbarcazione si addentrava lentamente nella rada, vedevo sfilare davanti agli occhi tutte le possibili gradazioni della pelle e nelle orecchie udivo affollarsi le parlate di tutto il mondo conosciuto.
«Guarda!» sentii esclamare.
Seguendo la direzione del braccio teso di Nadir restai senza fiato.
Lontano, saranno stati almeno cinquanta stadi, sulla spianata di una rupe scoscesa s’innalzava una così splendida, colorata e abbagliante costruzione da sembrare la dimora degli dèi.
«Ma chi mai può permettersi di abitare in quel palazzo?» sussurrai intimorito.
«Nessuno, Ben Hamir. Quella è la casa terrena di Atena, la protettrice della città. Il tempio ha quasi mezzo millennio e fu costruito per volere di Pericle quando, nella metropoli che oggi domina il mondo, si viveva ancora in povere casupole e i suoi templi erano eretti con l’umile e poco durevole legno.»

Durante tutto il tempo in cui l’equipaggio si occupò delle manovre d’attracco, continuai a riempirmi gli occhi delle altre mille meraviglie che Nadir commentava orgoglioso: peccato che avvicinandosi la nostra nave ai moli la prospettiva dell’insieme sfumasse rapidamente. In ogni caso, fu per entrambi con un grande senso di aspettativa che, una volta assicurata la nave alla banchina e calata la passerella, scendemmo a terra con i nostri bagagli. Con stupore vidi il mio precettore inginocchiarsi per baciare la polvere. Quando si rialzò nell’unico occhio brillava una lacrima.
«Nel momento in cui sono stato catturato dai pirati ho giurato che se fossi sopravvissuto l’avrei fatto… e anche se non ci credo, avrei portato un’offerta a Hermes», spiegò emozionato. «Bene, la prima cosa è mantenuta e domani penserò al debito verso gli dèi. Adesso cerchiamo un facchino per portare i bagagli, poi andremo alla casa di Archelao… sperando sia ancora vivo!»
Curiosando senza troppa fretta nel caos dei moli ci aggirammo alla ricerca di un portatore fin quando, nel transitare accanto ad un recinto di legno, trasalii. Ero stato assalito da un così orribile fetore da portare istintivamente al naso il piccolo ariballos d’essenze profumate tenuto allacciato al polso.
«Da dove accidenti viene questo tanfo?» chiesi scioccamente.
Nadir allungò un braccio indicando il recinto.
«D’ora in poi lo sentirai spesso. È l’odore della schiavitù.»
Avvicinandomi per guardare attraverso le sbarre vidi una trentina d’individui incatenati. I sessi erano tenuti separati ma in comune ostentavano una terribile sporcizia. Sebbene rimanessi colpito dalle piaghe purulente dove il ferro mordeva polsi e caviglie, più ancora lo fui dagli sguardi. Parevano più simili a quelli di un animale di quanto lo fossero a quello degli uomini.
«Perché li tengono in queste condizioni? Così malridotti non li vorrà nessuno!» commentai con un’ombra di ribrezzo frammisto a compassione.
Posando il braccio sul mio, in tono amaro Nadir rispose: «Guarda il marchio a fuoco sulla fronte. Si tratta di schiavi fuggitivi, ormai nessuno li comprerà. Sono destinati alle più profonde cave di marmo dove la sopravvivenza si misura in giorni. Vedi, padrone, ancora prima d’esser edificati, i più splendidi palazzi dell’impero sono già macchiati del loro sangue».
Aggirando la parte meridionale di Atene impiegammo quasi mezza giornata per arrivare nella zona del Ceramico, l’antico quartiere dei vasai che assieme ad altri della periferia si era spopolato dopo il devastante saccheggio di Silla.
Durante il tragitto sul traballante carro che trasportava noi e le nostre cose, Nadir mi spiegò chi fosse l’uomo che stavamo cercando. Di antica e nobile famiglia era uno studioso conosciuto in tutta la Grecia e oltre. Dopo un lungo scambio epistolare, il mio compagno aveva soggiornato per qualche tempo nella sua casa, rimanendovi fino al momento di partire alla volta di Pergamo ed esser rapito dai pirati. Ne parlò con enfasi.
«Pochi uomini sono capaci come lui di ardite speculazioni filosofiche e al contempo inclini a prendere dalla vita il meglio che può offrire. Epicureo, mai pedante, la sua forza intellettuale è amplificata dall’umiltà con cui professa il proprio sapere. Se deciderai di rimanere ad Atene per qualche tempo, da lui avrai modo d’imparare molte più cose di quante te ne abbia insegnate io.»
Blandamente risposi: «Vedremo, Nadir, per il momento mi guarderò un po’ attorno. Il sapere può attendere. Ora l’importante è la sua disponibilità a darci una mano fin quando troveremo una sistemazione decente».
Ponendo fine a qualche mio dubbio sull’avventatezza di appoggiarci a un uomo che in fin dei conti Nadir non vedeva da anni, Archelao ci accolse con vero calore. Di bassa statura, anziano e dalla corporatura massiccia, sembrava voler supplire alla quasi completa calvizie ostentando una gran barba candida sul volto rubizzo. Per prima cosa c’invitò a servirci delle piccole terme private e, mentre Nadir ed io ci toglievamo dalla pelle il salso e la polvere del viaggio, fece approntare un rinfresco.
Più tardi, riacquistato un aspetto civile, ci ritrovammo con i ventri sazi di cibo e leggermente euforici per il vino. Allora Nadir raccontò al nostro anfitrione le proprie avventure.
Quando seppe dei pirati lo studioso sbottò: «Per tutti gli dèi degli uomini! Perché mai non ti sei rivolto a me per il riscatto?» Guardandolo con un’espressione mite aggiunse: «Ti hanno conciato proprio male, amico mio; se non fosse per quel testone che usi portare sul collo, quasi non ti riconoscevo!»
Scrollando le spalle mentre abbozzava un mezzo sorriso, Nadir rispose: «Se devo dire la verità, allora posso ammettere che sebbene ne fossi ampiamente tentato non ho voluto farlo per principio. Senza dubbio tu o qualcuno dei miei amici avrebbe sborsato il denaro anche ben sapendo che appena libero avrei fatto di tutto per saldare il debito. Ma vedi, se ricordi bene sono sempre stato contrario alla schiavitù e, come spesso ho dichiarato, quest’istituzione non esisterebbe se nessuno pagasse un riscatto o acquistasse uno schiavo. Quindi se avessi invocato aiuto non avrei più portato rispetto a me stesso. Certo, non è stato facile resistere alla tentazione, ma in fin dei conti mi si era presentata l’occasione ambita da ogni studioso. Cioè confrontare la comoda teoria delle proprie convinzioni con la dura pratica».
Posandogli una mano sulla spalla Archelao annuì.
«Ti capisco, anche se in una simile occasione lascerei probabilmente correre le mie convinzioni. Detto ciò, l’importante è che bene o male ne sei venuto fuori… E di questo giovane amico,» disse guardando nella mia direzione, «che mi dici? E cosa vi porta ad Atene?»
Stavo per rispondere ma Nadir mi prevenne.
«Veramente per me è come un figlio anche se in realtà è il mio padrone. Mi comprò sua madre per fargli da tutore.»
A quelle parole provai un senso di disagio. Dopo quanto era stato appena detto la sua schiavitù mi sembrò all’improvviso intollerabile. D’impulso proruppi: «Amico mio, puoi ritenerti affrancato! Non posso permettere che un uomo come te sia soggetto alla volontà di un altro. Appena possibile formalizzerò il tuo status di libero. Sono solo spiacente di non averci pensato prima e di dover rinunciare alla tua compagnia».
Per qualche momento i due uomini restarono a guardarmi in silenzio. Infine, in tono roco per l’emozione Nadir disse piano: «Gli dèi ti benedicano, ragazzo. Anche se nel cuore sono sempre stato libero, ti ringrazio del gesto. Comunque, se lo desideri, posso restare con te per in po’ di tempo ancora e cioè almeno fino a quando ti sarai sistemato in questa nuova vita. Dopotutto hai abbandonato il tuo paese su mio suggerimento e ti voglio troppo bene per lasciarti solo in un luogo con usanze così diverse da quelle cui sei abituato. E ora, anche se hai imparato bene, il mio greco è senz’altro più scorrevole del tuo: ho il permesso di raccontare ad Archelao cosa ci porta ad Atene?»
Soddisfatto per il mio gesto liberale ma ancor più di non dover rinunciare a lui, annuii con enfasi.
«Certamente, fa’ pure.»

In un breve resoconto Nadir espose le motivazioni che mi avevano indotto a lasciare Gerusalemme. Accennò al lavoro, alla perdita della fanciulla amata, continuando, senza scendere troppo in imbarazzanti dettagli, con la morte di Jezabael per concludere infine con le successive velate minacce di Denkira.
Archelao ascoltò attentamente poi, aggrottando le sopracciglia, commentò: «La vita non è stata dolce con te, Ben Hamir. Si è presa molto e ti ha dato poco. Spero che in questo paese la fortuna ti sia più amica».
Dopo che lo ebbi ringraziato per l’augurio, riprese: «Ora, siccome la cosa mi incuriosisce davvero, vorrei sapere come è stato possibile che svolgendo il tuo mestiere presso un popolo così famoso per l’austerità di costumi, non solo tu sia rimasto in vita ma abbia pure conseguito fama e benessere».
Quasi non finì e già liberavo una sonora risata.
«Austeri a parole, certo! E anche se ti colgono sul fatto!» spiegai scrollando il capo. «Vedi, è una realtà che perfino i testi sacri d’Israele siano pieni zeppi d’intrighi d’amore, adulteri, per non parlare d’incesti consumati o tentati. In fin dei conti e secondo le loro credenze, addirittura l’intera stirpe umana discende da due sole persone. Ti lascio quindi immaginare l’etica di quella simpatica famigliola! Naturalmente, anche se qualsiasi buon giudeo conosce questi indiscutibili fatti, vengono ipocritamente giustificati o spietatamente condannati secondo l’intendimento di chi ha scritto quei testi. Per quanto riguarda invece ciò che viene definito amore contro natura, posso solo dirti che gli ebrei non sono per niente diversi dagli altri uomini se non per quel minuscolo pezzetto di carne a loro tagliato dopo la nascita. Hanno vizi e passioni come il resto dell’umanità e stando alla mia esperienza giurerei che le classi più elevate vi si intrattengano anche in maggior misura. Voglio fare un esempio. Erode il Grande teneva al proprio servizio tre eunuchi molto apprezzati. Uno portava il vino a tavola, l’altro serviva il cibo e l’ultimo aveva l’incarico di metterlo a letto per poi dormire davanti alla sua porta. Ebbene, uno alla volta, suo figlio Alessandro li sodomizzò tutti e tre. Qualcuno dice che lo fece per averli come complici nella conquista del potere; altri, e probabilmente con più realismo, fanno notare che in età matura e per mantenerlo ben dritto davanti a un sedere maschile, deve per forza piacerti davvero! Forse, quanto appare più severamente vietato, proprio per questo acquisisce un fascino irresistibile. Come si potrebbe altrimenti spiegare il comportamento di certi individui dopo i terribili giuramenti uditi pronunciar loro non appena finito di accompagnarsi con me? Eppure tornavano sempre: la passione ancora più accesa e violenta nella consapevolezza di trasgredire. Sì, forse certi uomini hanno lontani parenti tra i maiali: come quelli, godono un mondo nel sentirsi insudiciati…»
Non potei continuare perché l’esuberante risata di Archelao m’interruppe.
«Ragazzo mio! Sei giovane ma, giuste o sbagliate che siano, hai le idee piuttosto chiare. A proposito, come ti avrà già spiegato Nadir, da noi l’amore omosessuale è abbastanza tollerato e diffuso. Quindi, se vuoi continuare il mestiere, si potrebbe mettere in giro la voce.»
Scossi il capo recisamente.
«Grazie, Archelao, ma non so ancora se vorrò farlo. Dopo Miriam non ho più provato interesse per alcun maschio per quanto bello o giovane possa essere. Ho la sensazione di essermi lasciato definitivamente alle spalle la fanciullezza e con essa la disposizione all’amore omosessuale.»
Annuendo piano, rispose: «Sarà forse così ma non è detto. Conosco uomini usi a procurarsi piacere indifferentemente con maschi o femmine e in ogni caso credo sia trascorso troppo poco tempo da quando hai vissuto quell’esperienza. Poi, probabilmente percepisci la morte della tua amata come una sorta di castigo, ma non è così giovane amico. Gli dèi, se ci sono, hanno ben altro da fare che badare alle usanze erotiche dei mortali».

Dopo questi avvenimenti, quasi a riprova di quanto avevo affermato, per diverse settimane non ebbi rapporti di nessun tipo. Anche se già nei primi giorni della permanenza ad Atene la mia bellezza sedusse frotte d’ammiratori, continuavo a non sentirmi attratto dai maschi. Se all’inizio la mancanza d’interesse verso il mio sesso poteva attribuirsi al dolore per la morte di Miriam, con il passare dei mesi, mentre la viva sofferenza dei primi tempi andava lentamente scemando, sempre più di frequente dovetti rendermi conto che a esser oggetto dei miei sguardi adesso erano le femmine. A dire il vero questa consapevolezza mi provocava un certo rimorso. Sembrava un tradimento verso la donna che più avevo amato e di cui avvertivo disperatamente la mancanza.
Per fortuna era un periodo in cui ebbi parecchio da fare e questo, assieme alla continua compagnia dei due vecchi, mi fu di grande aiuto. Tramite conoscenze di Archelao ebbi l’occasione di comprare una casetta nei dintorni della porta del Dypilon e in breve mi ci trasferii. Se già all’inizio era abbastanza dignitosa, una volta ridipinta ed eseguito qualche lavoro di manutenzione divenne decisamente accogliente. Inoltre, come promesso, ridiedi ufficialmente la libertà al mio maestro il quale però continuò a vivere con me.
Riuscii ad ambientarmi presto in quella città. Trovavo molto gradevole la sua aria cosmopolita, il modo di pensare libero e disincantato degli abitanti, la propensione alla speculazione intellettuale perfino nei più umili tra loro. Certo, non era l’Atene di Pericle e i grandi pensatori appartenevano ormai al passato, ma i cittadini non avevano smarrito il gusto per le cose belle e interessanti della vita. Sia il soddisfacimento dei sensi o quello più sottile ma ugualmente esaltante del pensiero erano liberi, o almeno tollerati in tutte le loro espressioni. Dopo le devastazioni di Silla la città era riuscita perfino a catturare l’amore dei più pragmatici tra gli uomini: sì, perché era chiaro che, come spesso accade al maschio con la femmina, da conquistatori i romani n’erano stati conquistati. Proprio ai nuovi dominatori del mondo mediterraneo si dovevano iniziative d’ogni genere che, senza lesinare marmo, stavano riportando all’antico splendore templi, biblioteche e palazzi. Dappertutto fervevano opere di ricostruzione o integralmente nuove che riguardavano acquedotti, fognature, teatri. Ogni cosa d’interesse pubblico veniva incoraggiata ad altissimo livello perché la città godeva la protezione dell’imperatore stesso. Sicuramente da lì a qualche anno quel prezioso frammento d’Attica raccolto attorno all’acropoli avrebbe eguagliato, o addirittura superato in splendore, quella più antica.
Cominciai a frequentare circoli letterari e filosofici e adottando l’usanza greca allenai e rinvigorii il corpo nelle palestre. Incontrai persone coltissime come pure autentici bricconi, e con ambedue le categorie partecipai a feste o simposi che duravano sino al mattino. Una cosa è sicura: ad Atene non è davvero possibile stare soli né è concepibile annoiarsi.
Naturalmente non trascurai di visitare ciò che più m’aveva colpito ancor prima di mettere piede sul suolo ellenico: il tempio di Atena sull’acropoli. In compagnia d’Archelao nelle funzioni di guida artistica rimasi a bocca aperta quando, attraversati gli imponenti propilei, la mole elegantissima delle rosse colonne si stagliò contro il cielo blu dell’Attica. Era davvero ben degna d’essere la casa di una divinità! Avvicinandomi ammirai lo splendido frontone dov’era rappresentata la gara tra Atena e Poseidone per il possesso della città. In mezzo a diversi personaggi e divinità, la dea, scesa da una biga guidata da Hermes, era raffigurata nell’atto di donare l’ulivo ad Atene: intanto lo sconfitto dio del mare e dei terremoti faceva scaturire una sorgente d’acqua salmastra con un colpo del tridente.
Mentre mi veniva suggerito il significato dei fregi raffiguranti una processione continua di uomini, dèi ed eroi che per la lunghezza di quasi uno stadio decorano la splendida costruzione, facevamo lentamente il giro del tempio. Giunti al frontone orientale ammirai il mito della nascita della dea: per guarirlo da una furiosa emicrania Efesto spaccava il cranio di Zeus con una mazza e, suppongo con una certa sorpresa da parte di entrambi, dalla testa n’emergeva già armata la dea eternamente vergine.
Continuando il giro fino a ritrovarci davanti all’ingresso principale, prendemmo poi a salire i gradini per accedere all’interno dove, non appena entrai in un vasto salone, boccheggiai davvero. Io, che non avevo mai creduto potesse esistere veramente, mi trovai di fronte alla divinità. Durò un breve istante ma quell’immagine alta ben venticinque cubiti s’impose con tutta la maestosa apparenza del divino. Naturalmente era il capolavoro di Fidia a scrutarmi con un’espressione di perentoria potenza, non un abitante dell’Olimpo: eppure, anche se spogliata trecento anni prima dei suoi quarantaquattro talenti d’oro, quell’effigie in puro avorio non era solo e semplicemente una statua.
Su una base di pietra nera d’Eleusi aderivano figure di marmo raffiguranti la nascita di Pandora, il bel male da cui sarebbe nata l’umanità intera. Innalzandosi imperiosa al di sopra di quel piedistallo, la figura della dea indossava la lunga clamide, sul petto la Gorgone e, poggiato sul capo ma lasciando il volto completamente scoperto, stava l’elmo ornato al centro da una sfinge e sui lati da grifi. Nella mano destra reggeva una Nike alta più di un uomo mentre con la sinistra teneva uno scudo rotondo da oplita completamente decorato. Da esso s’affacciava Erichthonios, il mitico re serpente che ancor prima dell’uomo abitava quei luoghi. Una lunga lancia stava appoggiata sulla spalla sinistra e in basso persino le suole dei sandali erano ornate con scene di centauromachia.
Mentre guardavo stupefatto udii Archelao bisbigliare: «Immagina come doveva apparire, prima che quel cane rognoso filomacedone di Lacare la spogliasse dell’oro».
In preda a una strana soggezione, mormorai: «Non penso siano l’oro o le pietre preziose oppure l’avorio a fare di quest’opera quello che è. Credo semplicemente che, se davvero esistono e dovessero decidere di mostrarsi a noi mortali, gli dèi sceglierebbero di farlo sotto sembianze simili… Accidenti, Fidia è arrivato talmente vicino a cogliere il concetto del divino da far venir voglia di crederci!»

Abbandonata la spianata dell’Acropoli prendemmo la strada per l’Agorà. Qui, di fronte al vecchio bouleuterion, sorgeva il monumento per ricordare la battaglia di Maratona. Ancora una volta rimasi colpito nel constatare quali incredibili vette avesse raggiunto l’arte con Fidia.
Nudi, più grandi del naturale, dieci guerrieri di bronzo rappresentanti le diverse tribù dell’Attica erano colti nel momento di prepararsi alla carica finale. Ai miei occhi mai stanchi d’indugiare su quei capolavori, nessuna statua di mortale era parsa più splendida. Sembravano racchiudere in sé le più nobili qualità dell’uomo fino a trasfigurarle nel divino. Una in particolare catturò la mia attenzione. Accanto a un guerriero in età matura ma ancora poderoso, la figura vigorosamente fluida di un giovane con barba e lunghi capelli riccioluti pareva così viva da far pensare che per antico sortilegio la carne fosse stata tramutata in levigato, splendente bronzo.
«Archelao…» bisbigliai, mentre dominato dalla suggestione sentivo la pelle rabbrividire. «In tutta l’umanità, voi greci siate stati gli unici ad aver concepito divinità così simili agli uomini e allo stesso tempo a trasfigurare semplici mortali fino a farli somiglianti agli dèi.»
Ridacchiando rispose: «Quello è Leos, eponimo di un mitico eroe dell’Attica e sicuramente è il più amato dagli ateniesi. Ehi! Ora che ci penso: è straordinario, Ben Hamir, ma a parte la barba ti somiglia come una goccia d’acqua».
Per niente inorgoglito e anzi stranamente a disagio, replicai: «Non adularmi, Archelao, nessun vivente potrà mai rivaleggiare con il mito».
Gli appoggiai bonariamente la mano sulle spalle e, dopo aver rivolto un ultimo sguardo alle figure immobili nate come espressione di un’arte inarrivabile e divenute memoria della passata grandezza di quella città, ci volgemmo per tornare a casa.

* * *

Avvenne nel mese di loos: il corso del mio destino e quello dell’impero subirono un grande mutamento. Augusto Ottaviano, principe di Roma e padrone del mondo, era morto. Gli succedeva Tiberio, un uomo schivo del potere al punto di dover esser forzato dal senato ad accettarlo.
Furono giorni frenetici in tutto l’impero. Dapprima di lutto, poi, dopo una lunga esitazione da parte di Tiberio nell’accettare quell’enorme responsabilità, di festa. Alle celebrazioni tenute un po’ dovunque non si faceva che parlare del nuovo padrone del mondo. Naturalmente vi partecipavano anche dignitari romani che, magari tra i fumi del vino, si lasciavano andare a qualche indiscrezione o più spesso semplice pettegolezzo sul loro nuovo signore. Come ad esempio la mania per la precisione, l’amore per l’astrologia o l’avversione per i rozzi divertimenti del circo o, al contrario, la preferenza per ogni attività intellettuale. Si affermava pure fosse un accorto amministratore e di quanto si mostrasse ferreo nel dominare se stesso, ma s’insinuava anche di certe turpi attitudini sessuali accuratamente celate agli altri. A parte le chiacchiere, tutti comunque ammettevano che era stato un buon soldato e che a lui si dovessero le vittorie delle armi romane sui temibili barbari germani.
Ne ricavai l’idea di un individuo in possesso di notevoli qualità. Sicuramente la parola ‘dovere’ possedeva per lui un gran significato ma, dotato di un carattere poco espansivo non riusciva a incontrare, al di fuori di una ristretta cerchia d’intellettuali, la benevolenza e l’affetto dei sudditi, tenuti anzi a doverosa distanza. Probabilmente era un uomo davvero superiore agli altri; il suo limite stava proprio nel non volerlo, o poterlo, nascondere. E come sempre accade, chi sfugge alla comprensione altrui o si distingue per diversità finisce con l’attirare ogni sorta di maldicenza.

A uno dei festeggiamenti organizzati un po’ ovunque in quei giorni conobbi Lisandro. Un giovane di gran bellezza, benestante, educato e… a giudicare dal modo in cui mi sbirciava, inguaribilmente omosessuale. Mi restò appiccicato tutta la serata e quando dopo aver bevuto parecchio ritenni opportuno tornare a casa, volle ospitarmi a tutti i costi.
Sostenendomi, e intanto non perdendo l’occasione per azzardare qualche timida carezza, mi accompagnò in una stanza. Là giunti, vicino al letto raccolse tutto il suo coraggio e abbracciandomi con un sospiro vi si lasciò cadere trascinandomi con sé. Ero giovane, ubriaco, euforico e da troppo tempo castigavo certe esigenze del corpo. Così, inesorabilmente, la natura fece il proprio corso. Nel sovrastare quella carne tiepida, salda eppure arrendevole, avvertii crescere l’eccitazione. La voluminosa conseguenza la sentì benissimo pure lui e siccome per tutta la sera non aveva aspettato altro, cominciò a dimenarsi uggiolando chiedendomi di possederlo. Non appena mi liberai delle vesti però sbarrò gli occhi. Afferrando a due mani l’eretta virilità, tra il goloso e l’intimorito, sbottò: «Per Priapo, come farai a entrare? Non ne ho mai visto uno così!»
Espansivo per il vino bevuto, mormorai: «Non ti preoccupare». E girando a pancia sotto il corpo efebico del grazioso ospite, con un sorriso tra l’ironico e il lascivo aggiunsi: «Quando c’è l’amore…»
Il resto della frase finì soverchiato da uno strillo a gola spiegata, emesso per una non troppo delicata intrusione tra glutei di marmo.
Beh, per lui fu di sicuro un’esperienza sconvolgente… ma senza dubbio pure straordinaria e appagante. Dopo pochi giorni, infatti, un certo Ben Hamir era sulla bocca di tutti i suoi amici e non solo. Avvenne così che ripresi il lavoro e, lo ammetto, a volte anche con piacere. In breve divenni molto ricercato dai giovani ricchi di Atene e anche se tutti sapevano che ponevo dei limiti, continuavano a far la fila spasimando per trascorrere una notte con me.
Eppure nemmeno questo scacciò il ricordo di una fanciulla che, pur amando disperatamente, non avevo nemmeno posseduto. Cosa ben risaputa, infatti, la mia bocca rimaneva inaccessibile: rappresentava l’ultimo baluardo di un ricordo e di una presenza, serbati gelosamente nell’animo. Comunque, questa limitazione non si mostrava d’ostacolo ai numerosi estimatori perché, pur sapendo di dover rinunciare a conoscere il sapore delle mie labbra, si struggevano per assaporare quello asprigno di una straordinaria virilità.

Le cose cambiarono ancora il giorno in cui stavo intrattenendomi con un giovane appartenente a una facoltosa quanto antica famiglia. Con malcelato orgoglio facevano ascendere la propria stirpe ai tempi dei primi re di Atene. Fosse vero o falso, di sicuro erano ricchissimi.
Pur se molto appassionato, quel giovane amante non era bello, anzi. A dirla tutta, la considerevole ricompensa stabilita bilanciava a malapena la mancanza di qualsiasi attrattiva fisica. Insomma, non essendone attratto neanche un po’, per me si trattava di puro lavoro. A dimostrarlo, i preparativi per ottenere un’erezione decente durarono piuttosto a lungo. Proprio quando vi riuscii e stavo finalmente per affondare nel corpo dell’apprensivo ma anche smanioso amante, la porta si spalancò di colpo. Scarmigliata e rossa in viso, una non più giovane anche se piacente donna irruppe nella stanza e dal gemito terribilmente imbarazzato del ragazzo compresi che era sua madre.
In un silenzio tale da sentir ronzare le orecchie, per qualche istante nessuno si mosse ne fiatò, tanto che sembravamo statue esposte sul frontone di un tempio o individui impietriti nelle proprie emozioni dallo sguardo di Medusa. Non posso certo negare il mio disagio nell’ostentare la virilità in procinto di compiere un atto che nessuna madre, tranne la mia, avrebbe potuto approvare per il figlio. Sicuramente poi, in preda a una vergogna tale da voler sprofondare agli inferi era il giovane piegato sotto di me in un inequivocabile invito.
Per quanto riguarda la gentildonna… Beh, l’espressione del suo volto mentre a labbra socchiuse fissava il mio strumento non lasciava spazio a molti dubbi.
Ad ogni modo, fu lei a riaversi per prima. Rovesciando la testa all’indietro emise una squillante risata.
«Oh dei, credo di aver interrotto qualcosa di davvero epico! E quale gloriosa battaglia si apprestava a combattere il caro figliolo, pur posto in una così lampante condizione d’inferiorità! Nemmeno Leonida alle Termopili dovette subire una tale soverchiante superiorità. Oh, mio gradito e giovane ospite… quanto mi dispiace! Ma credo proprio che quel tuo terribile strumento d’offesa si sia un po’ spuntato.»
Seguendo la direzione del suo, abbassai lo sguardo. In effetti, tutta la fatica per affilare l’arma pareva fosse andata sprecata perché, con ignominia, si fletteva pigramente verso il suolo. Quando rialzai gli occhi la donna già avanzava risoluta verso di noi e, raccolta la veste del figlio, gliela lanciò dicendo: «Dovrai rimandare la tenzone, ragazzo mio. Il tuo avversario non sembra più in condizioni di continuare il duello. Va pure, l’intratterrò io finché avrai riacquistato colore sulle guance e… ardire nel cuore».
Così, mentre anch’io mi rivestivo, tenendo lo sguardo fisso a terra l’umiliato giovane si eclissò. Lei lo guardò uscire e quando si accorse che stavo per imitarlo, ponendomi una mano sul braccio mi fermò.
«Non tanta fretta, Ben Hamir. Piuttosto vorresti farmi compagnia per un po’? Sai, sono davvero spiacente d’aver interrotto il vostro incontro ma ormai…» Sorrise, lanciò uno sguardo allusivo al pube quindi aggiunse: «Il danno è fatto. Perciò, cosa ne diresti di qualche chiacchiera?»
Accantonato l’imbarazzo, apprezzandone l’arguzia quanto l’avvenenza, risposi: «Ne sarò lieto, nobile signora. E siccome già conoscete il mio nome, posso sapere qual è il vostro?»
Non rispose subito. Sedendo sul giaciglio e posando la mano accanto come per lisciare le coltri, m’invitò invece a raggiungerla. Solo quando l’ebbi accontentata, guardandomi senza ombra d’impaccio disse: «Il mio nome è Fedra e dopo aver contemplato la tua bellezza e la virilità che gli dèi ti hanno donato, mi è stato facile capire chi sei. Vedi, in città non si parla praticamente d’altro».
Sogghignai e, mentre ammiravo l’avvenenza del corpo prosperoso quanto la fermezza irridente degli occhi azzurri, risposi: «Anche tra donne, gentile ospite?»
«Soprattutto, direi! Non lo sai che la curiosità è femmina?»
«E potrei sapere cosa si dice a proposito?» la stuzzicai.
Allungando la mano per posarla sul mio ginocchio scoperto dal corto chitone, sussurrò: «Oh, si parla di un bellissimo giovane intento a sprecare un talento favoloso in oscuri, infecondi pertugi… trascurando purtroppo roride, fertili e accoglienti fessure».
Guardandola attentamente negli occhi vi lessi un invito accentuato da quel delicato eppure inequivocabile gesto. Contemporaneamente a una vampa di calore percepii la vita tornare a svegliarsi tra le gambe. Era il mese di yperberetaeos, l’aria era tiepida e indossavo vesti leggere. Fin troppo facile per lei accorgersi del gonfiore che spingeva la stoffa: perché, al modo delle donne, riusciva ad ammirare quanto la interessava senza darlo a vedere. Tuttavia, invece della solita, fulminea sbirciatina, la vidi deglutire, fissare apertamente lo sguardo e infine mormorare: «Ma forse, almeno a quanto vedo, al nostro giovane guerriero non dispiacerebbe affrontare anche l’altro genere di cimento».
Le passai un braccio attorno alla vita per attirarla contro di me. Poi, posando le labbra sulle gote per aspirarne il profumo, bisbigliai: «No, non gli dispiacerebbe per niente, seducente signora. Ma come sapere se qualcuno non interverrà ancora per metter fine troppo presto a questa nuova battaglia?»
Attraverso la stoffa avvertii la mano chiudersi sulla virilità. Nello stesso tempo, con un fremito nella voce rispose: «Non è davvero grosso o solido come questo ma su quella porta c’è un paletto che farà ottimamente il suo dovere. E comunque nessuno sarà in grado di salvarmi, mio vigoroso guerriero: il padrone di casa non rientra mai prima dell’ora di cena!»
Con un visibile sforzo si staccò, corse alla porta, la chiuse furiosamente e ritornò verso il letto. Poi, mentre mi si gettava tra le braccia, ridendo mormorò: «Ma se proprio qualcuno vorrà far da paciere, allora sarà a suo rischio e pericolo… perché credimi, potrei anche ucciderlo!»
Mentre iniziavo ad amare quella donna ero dominato da un pensiero. Finora avevo già posseduto mille uomini ma, senza voler nemmeno ricordare gli allucinati momenti vissuti con mia madre, una sola femmina. Quindi, per gli dèi, adesso era arrivato il momento di rifarmi!
Quale meravigliosa differenza, mi dicevo. Un corpo così liscio, morbido e pastoso che esalava aroma di femminilità eccitata non poteva colpire di più i miei sensi.
Ne scrutavo avidamente le curve, solleticavo ogni recesso sinuoso, assaporavo con le labbra tutte le dolci convessità. Nella sua femminilità, Fedra si mostrò così rorida da inghiottire senza apparente difficoltà la virilità. D’altra parte agii dapprima con cautela e solo quando divenne chiaro che non subiva alcun fastidio per un’insolitamente massiccia penetrazione, gradita anzi con autentico entusiasmo, abbandonai ogni freno.
Forse, nel chiuso della propria stanza, il deluso spasimante si morse le mani: gli strilli di piacere emessi da Fedra risuonavano talmente espliciti che nessuno, tantomeno lui, poteva nutrire dubbi su quale fosse il gioco in cui si stava intrattenendo la madre.
Più tardi, disteso accanto alla nuova amante, mi riempivo gli occhi con la visione della sua figura. Perché anche se aveva passato i trent’anni ed io avevo abbondantemente placato i sensi, continuava ad apparirmi davvero attraente. Ormai priva della sinuosa, acerba e agile bellezza della gioventù, vi suppliva con l’arrendevole, lussureggiante opulenza di un corpo nel pieno della femminilità.
Mentre le baciavo i prominenti capezzoli scuri che risaltavano sulla pelle lattea dei seni, carezzandomi la schiena bisbigliò: «Ragazzo mio, è stato talmente bello che ho creduto di morire. Dimmi, secondo te sarebbe possibile rifarlo? Oh, non subito, certo… ma vorrei proprio sapere se in vita mia proverò ancora una simile estasi».
Le mordicchiai più forte il capezzolo fino a farla mugolare; poi sollevandomi sul gomito sorrisi.
«Sei un’esperta adulatrice bella signora, quasi non meriti che ammetta quanto è piaciuto a me!»
Non potei continuare. Dopo avermi rovesciato supino ed essersi impadronita del sesso, sempre guardandomi negli occhi chiese: «Ti pare giusto aspettare? Meglio togliermi il pensiero subito, perché magari potrei scoprire che stavo solo sognando!» E allargando le labbra quanto poteva e non senza qualche difficoltà poiché la sua bocca era piccola, vi fece sparire l’apice dell’agognato oggetto.
Poco dopo, con le gambe avvinghiate attorno alla mia vita, scopriva con manifesta gioia che la cosa non apparteneva all’ingannevole mondo dei sogni ma come fosse invece perfettamente ripetibile.

* * *

Fedra, la mia prima donna dell’età adulta, mi fece capire come il mio corpo, e il dono degli dèi custodito tra le mie gambe, fossero molto appetibili anche per le femmine. Specie per quelle come lei sposate a uomini che per motivi d’età o di preferenze sessuali non riuscivano a soddisfarle adeguatamente.
No, non erano più i tempi dell’austero passato. Il benessere, assieme a una cultura sempre più libera e cosmopolita, dava anche alle donne, specie a quelle appartenenti ai ceti più elevati, la possibilità di reclamare e aspirare a quanto una volta era prerogativa dei soli maschi: una vita di soddisfazioni intellettuali e materiali. Non appariva più cosa insolita il veder emergere tra le nobildonne dell’impero figure di grande intelligenza e volontà, con ben chiara la misura del proprio valore e risolute nel voler affermare i propri diritti.
Facemmo un patto. Se le riservavo un trattamento di favore Fedra avrebbe provveduto a spargere un’allettante voce nel mondo delle ricche ma sempre annoiate nobildonne di Atene.
Il bellissimo, tanto chiacchierato Ben Hamir si era finalmente ravveduto. In cambio di un tangibile apprezzamento e nella più gran discrezione si mostrava disponibile a soddisfare nascosti pruriti o muliebri curiosità. Così, anche se per qualche tempo ancora m’accompagnai con uomini e donne indifferentemente, quanto provavo per i due sessi era ormai molto dissimile. Assomigliava a una sorta di furore guerresco l’eccitazione di vedere un uomo fissare sbigottito eppure impaziente la possente arma che di lì a poco l’avrebbe sottomesso come una femmina. Sì, perché l’ascoltare l’ansito di maschi altrimenti potenti o ricchissimi mentre con vigorosi colpi infierivo in loro acquistava il sapore del trionfo in una battaglia. Non è forse vero che durante un combattimento i soldati hanno spesso potenti erezioni quando, soggiogandolo, sconfiggono e mettono in rotta il nemico? In vita mia, più di qualche guerriero confessò fuor dai denti che, finita la battaglia e colto da un irrefrenabile furore erotico, aveva sodomizzato un giovane nemico vinto, ferito e ormai inoffensivo.
Non accadeva spesso ma a volte, come variazione sul tema, a esser clienti potevano essere due coniugi. In questi casi assaporavo un piacere deliziosamente perverso. Succedeva quando, possedendo l’uomo, gli sussurravo all’orecchio i minuziosi, ampi particolari su quanto la bella moglie avesse gradito in sé lo stesso arnese. Lo ammetto: umiliare e dominare un maschio altrimenti potente, funzionava da efficace afrodisiaco.
Con le donne invece era diverso perché a volte, anche se non certo come la mia Miriam, le amavo. D’altronde, un amore come quello si può incontrare una sola volta nella vita. Tuttavia resta il fatto che non si trattava solo di rapporti mercenari perché in quei momenti mi donavo veramente.
Non deve neanche stupire lo straordinario successo che in poco tempo fece del mio nome uno dei più famosi in città.
Ero giovane e senza tema di mostrarmi vanitoso posso affermare di esser stato bellissimo. Alto di statura, ossatura forte ma leggera rivestita da una muscolatura molto ben sviluppata e armoniosa. Capelli chiari, setosi, naturalmente ondulati, un viso da molti paragonato al Diadumeno di Policleto, con una bocca e uno sguardo in grado di far sospirare e sognare il pudore più ritroso. Insomma, se già quanto appariva a prima vista bastava a far girar la testa a uomini e donne per strada, nascosta dalle vesti ma forse ancor più famosa, c’era poi quella superlativa virilità. Incomparabile per dimensioni quanto per l’instancabile resistenza, scatenava le fantasie di entrambi i sessi attraendoli con la sottile ma invincibile forza di una malia. La carta vincente comunque, almeno per quanto riguardava le donne, stava nel fatto che con loro divenivo una specie di Proteo dell’amore. Un intuito infallibile mi guidava nel sondare ogni lato della personalità di una cliente e, soprattutto, cosa veramente desiderava. Allora, senza nemmeno doverlo forzare, l’animo vi si disponeva con estrema naturalezza. Diventavo un dolce, tenero amante pieno d’attenzioni oppure, passando per l’infinita sfumatura della psiche femminile e adattandomi a ognuna, un lascivo, osceno satiro capace di far affiorare le più sfrenate fantasie. Perfetta incarnazione sia di Priapo che di Eros, di ogni amante conoscevo il cuore quanto i più segreti desideri della carne… e come nessun altro riuscivo a soddisfare e far gioire entrambi.

* * *

Continuai quella vita fin quando ebbi vent’anni, finché venne il giorno in cui presi a rifiutare qualsiasi cliente maschio. Gli interessi nella sessualità erano andati lentamente cambiando e infine dovetti ammetterlo: gli uomini non m’attiravano più. Così riservai ogni attività di Eros solo alle donne, possibilmente gradevoli, non disdegnando comunque la grassa ma simpatica moglie di un certo ricchissimo mercante che la trascurava per dedicarsi completamente agli affari. Questa era una donna davvero eccezionale sia per intelligenza quanto per la sensibilità d’animo e, ascoltandone gli arguti racconti, morivo dal ridere nell’apprendere le ridicole disavventure amorose degli uomini più in vista della città.
Questo voltafaccia nelle preferenze erotiche finì, com’è ovvio, col procurarmi numerosi e accaniti nemici. Molti infatti non tollerarono l’esser rifiutati e di dover all’improvviso rinunciare alle delizie godute fin poco prima. Dopo un tentativo d’aggressione da parte di uno spasimante deluso, ingaggiai persino due guardie del corpo incaricate di seguirmi ovunque. Erano tipi piuttosto appariscenti, anche se, per fortuna, non dovetti mai appurare quanto realmente efficaci.
Un buon consiglio venne infine dai miei compagni più stretti.
Una sera, mentre cenavamo assieme, Nadir prese a dire: «Sai, Ben Hamir, forse sarebbe meglio se cambiassi aria per qualche tempo. Ti stai facendo troppe amiche e troppi nemici. Un viaggetto di qualche mese potrebbe calmare le acque, raffreddando il sangue di entrambe le categorie».
La profonda risata d’Archelao l’interruppe.
«A dire il vero, in gioco c’è ancora un partito da non sottovalutare: quello dei cornuti. Camminando per Atene e guardando la foresta di corna ambulanti che la gremisce, pare di stare nel bosco di Maratona. Vuoi per lussuria, curiosità, oppure moda del momento, insomma per un motivo o per l’altro quasi ogni signora di buona famiglia della città non ha potuto far a meno di voler assaporare le delizie del nostro Priapo!»
Annuendo, Nadir rincarò: «Non so quale di queste fazioni sia la più pericolosa ma, se resti ancora, due nerboruti nubiani come guardaspalle non ti basteranno di sicuro. Nell’Agorà ho perfino sentito bisbigliare di un’alleanza tra mariti ed ex amanti delusi… e sono un po’ troppi per farvi fronte con due soli uomini. Piuttosto, ti ci vorrebbe un’intera falange d’opliti!»
Nonostante il tono scherzoso dei due, tra me lo ammisi: in effetti, l’aria di Atene cominciava a farsi malsana. Prima di trovarmi nelle costole il pugnale di un marito tradito o negli occhi le unghie di qualche amante deluso, conveniva cercare lidi più accoglienti. In quegli anni avevo raccolto una ragguardevole quantità di denaro, quindi potevo tranquillamente prendermi un lungo periodo di riposo.
Sollevando gli occhi su di loro, un po’ oziosamente chiesi: «Dove mi consigliereste di andare?»
Ridendo, risposero all’unisono: «Roma!»
Compresi all’istante che dovevano averne parlato lungamente ma fu con una smorfia d’apprensione che domandai ancora: «Verrai con me, Nadir?»
La risposta arrivò immediata: «L’avrei proposto altrimenti?»


continua…

Link: Il simbolo

One thought on “Estratto: Il simbolo

  1. Pingback: Damiano Leone “Il simbolo” | gabriele capelli editore

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.