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Il casalingo – Una giornata del maschio moderno di Oscar Matti


Indice

La situazione
Il mattino
Fil rouge
Il nonno Giacomo
La nonna Luisa
L’Alessandra, la Tiziana, lo zio Ivan e i nipoti
Lo zio Giampi
Isabella, o nonna Bella. Chiamata anche Nefertiti, regina Ahmes, Cleopatra, Hatshepsut, la regina dei due mondi…
Il nonno Federico, detto Fede, ma anche “il Barone”
Io, Oscar, di cognome Matti
Fil rouge 2
Le pulizie
Fil rouge 3
Il Bona
Il pranzo
La signora Molare, la padrona di casa
Ricarica energetica
Il lavoro
Il riposo
Fil rouge 4
I vicini
La polvere
La spesa
Il ritorno della moglie
La felicità del focolare
Il risotto
Il sogno
A tavola
La cena
I denti, il pigiama e la storia
Preparativi amorosi
Il riposo del guerriero
Epilogo
I miei amici

Grazie!
Ragazzi e Ragazza.
Vi amo.


La situazione

«Complimenti Oscar! Condivido la tua scelta, anzi la appoggio! Bravo!»
Così ha detto la mia caporeparto quando le ho comunicato di voler lasciare il lavoro per dedicarmi alla crescita dei figli.
Se poi ricordo bene ha aggiunto: «Ma sei sicuro?»
Quando è successo di figlio ne avevo già uno. Ora sono due e probabilmente due resteranno anche se, a volte, io e mia moglie abbiamo il desiderio di fare el triplete, magari con una bambina.
Una bambina che possa andare all’H&M con la mamma senza necessariamente svuotare i cassettoni degli abiti in offerta, o far cascare appendiabiti e vestiti. Insomma, una bambina che non corra per tutto il negozio strillando e dimostrandoti che i tuoi figli sono dei rompipalle come tutti gli altri bambini del mondo.
Detto questo, inizierei con il presentare la mia famiglia.
Mia moglie si chiama Orsetta Elettra Alkistis;
il primogenito si chiama Alessandro Federico Giacomo;
il secondogenito si chiama Giacomo Attilio Maria;
il mio nome è Oscar. Punto.
Compenso le stranezze con il cognome: Matti.
Vi spiegherò il motivo del secondo e del terzo nome dei miei figli, anche se magari non vi interessa: sono i nomi dei due nonni per quanto riguarda Alessandro, mentre per Giacomo, Attilio è lo zio di mia moglie. Maria invece è chic.
Quanto a mia moglie, non avendolo ancora capito, non posso spiegarvelo.
Se arriverà una bambina la chiameremo Ondina, Mare, Tempesta. No, non è vero! La chiameremo soltanto Ondina.
Per chi non crede che sia un vero nome voglio ricordare due personaggi storici: Ondina Peteani e Ondina Valla, all’anagrafe Trebisonda. Ricorderò solo che Ondina Peteani era una partigiana, mentre Ondina Valla è stata un’ostacolista olimpica.
Io sono un infermiere. Mia moglie è un’avvocatessa ed è l’assistente di un giudice. È una donna incantevole, alta forse un paio di centimetri più di me, i capelli neri, la pelle chiara tempestata di lentiggini. L’ho scelta così bella ascoltando il suggerimento di un paziente che ho curato anni fa. Mi disse che se un giorno mi fossi sposato avrei dovuto farlo con una donna bellissima, in modo che quando mi fossi stufato me l’avrebbero portata via facilmente. Così si sarebbe tolta di torno evitandomi fatiche.
Alessandro, detto Ale, è studente al secondo anno di asilo. È un bambino piuttosto vivace, i capelli sono biondi, il femore lungo e la pelle chiarissima. Gli occhi sono neri.
All’inizio non mi rispecchiavo totalmente in quella che doveva essere la mia copia. I miei capelli scuri, il femore corto (secondo mia moglie) e la pelle olivastra cozzavano con le caratteristiche fisiche di Alessandro. Comunque, grazie alle persone che ogni volta sottolineavano la nostra somiglianza, mi sono convinto. Infine, per fugare qualsiasi dubbio, ho fatto eseguire un controllo del DNA.
Giacomo, detto Giacomino, al momento è disoccupato. Troppo piccolo per lavorare, ma preferisco dire che è il mio aiutante per non ledere la sua autostima. Giacomino in compenso è la mia fotocopia: il femore corto, i capelli castani, gli occhi verde militare e la pelle olivastra. Dall’aspetto si capisce subito che è un bambino intelligente. Tutto suo padre, per intenderci.
Qualcuno potrebbe chiedersi perché mai un infermiere diventi casalingo e in più decida di raccontarsi.
I motivi sono molti: la noia, la frustrazione, la dipendenza economica dalla moglie. Nel caso, poi, il libro diventi un bestseller, per avere una tata a tempo pieno e una in stand-by e per coronare il mio sogno nautico, ovvero possedere un Apreamare 64, lungo 19,40 metri, largo 5,60 e che raggiunge una velocità massima al dislocamento di pieno carico di 33,5 nodi.
Ripeto, i motivi sono molti.
Nelle prossime pagine vorrei illustrarvi la dura giornata del casalingo, nella speranza di sensibilizzare l’opinione pubblica sui disagi vissuti dagli uomini costretti a casa.


Il mattino

La giornata tipo di una casalinga è sempre uguale. Quello che cambia sono le casalinghe e il loro modo di impostarla. La mia giornata è la seguente, a partire dal mattino.
Mi sveglio dopo che Alessandro è venuto nel lettone. Bisogna specificare che Alessandro non viene mai nel lettone come nei film, con la faccia assonnata, il ciuccio in bocca e l’orsacchiotto in mano. No! Lui no. Alessandro viene correndo e picchiando i talloni sul parquet senza curarsi minimamente del fatto che suo fratello stia dormendo. Figuriamoci poi se pensa al fatto che suo fratello ha un anno e quando si sveglia non parla, strilla. Poi non sale sul letto dolcemente, come nei film. No! Lui si lancia, vola e poi atterra! Il più delle volte sui miei zebedei, tanto che ho preso l’abitudine di dormire con una maglietta arrotolata nei boxer. A volte, nell’atterraggio, capita che un ginocchio mi arrivi diretto in faccia; altre, invece, ma sono poche grazie a nostro Signore Dio, il suo cranio impatta contro la mia bocca che implode contro i denti, scheggiandoli e provocando delle piccole ferite dolorosissime. L’arrivo di Alessandro è come l’esplosione di una bomba nel mio letto.
Infatti, dopo un attimo, dall’altra stanza parte la sirena Giacomino. Esattamente come in un bombardamento. Questo è forse il momento più delicato del mattino. Le possibilità sono due.

La prima
Mi incazzo come un tifoso al quale viene annullato un goal contro la squadra più odiata… e la rete era valida. A quel punto Alessandro, capendo di aver esagerato, comincia a piangere e dice:
«Sei cattivo! Vai a vivere da un’altra parte! Non l’ho fatto apposta!»

La seconda
Gli dico parole dolci tipo:
«Amore mio dai fai piano…» oppure «Ehilà, che bambino sveglino… Andiamo a prendere il tuo fratellino…»
E così via…

Purtroppo, la maggior parte delle volte è la prima possibilità quella che si verifica.
Poi mi alzo.
Mia moglie è uscita da casa all’alba; è una pendolare e il treno per Lugano parte alle 7.09 da Chiasso, città nella quale viviamo. Mi dirigo nell’altra camera a prendere Giacomino che strilla. Torno nella mia camera e ordino ad Alessandro di alzarsi. Lui mi guarda e mi ripete: «Sei cattivo! Vai a vivere da un’altra parte! Non l’ho fatto apposta!» E così via…
Gli urlo: «Alzati!» Giacomino si spaventa e strilla più forte. A questo punto urlo a Giacomino di non strillare. Per tutta risposta strilla ancora più forte. Alessandro mi dice di non sgridare Giacomino perché è piccolo e non capisce.
È fondamentale fare ricorso a tutte le risorse di equilibrio interne disponibili.
Prendo Giacomino e lo metto per terra. Gli dico: «Stai lì! Non muoverti!» Poi corro al gabinetto. Mi chiudo dentro. Porto le mani al volto come quando si prega. Ma non prego. Faccio un bel respiro. Per un attimo tutto tace. È come se la sola posizione di preghiera possa fare accadere il miracolo. Ma, come si sa, un miracolo – e soprattutto questo tipo di miracolo – non accade mai.
Intanto Giacomino è fuori dal bagno: piange, strilla e batte le mani contro la porta in vetro. Il pericolo è che se il vetro cede, la situazione da difficile potrebbe diventare tragica. Meglio evitare. Apro la porta, incazzato, occhi sgranati e voce da lupo mannaro. Lui mi guarda, sgrana gli occhi e carica la sirena. Ci guardiamo. Come in un film western. Silenzio. Ma poi, prima che strilli, è come se la luna lasciasse posto all’alba e da lupo mannaro ritorno padre. Il miracolo!
Cerco allora di rassicurare Giacomino ma lui, considerandosi vincitore, ha deciso di lasciarsi andare. A questo punto solo il latte può salvarmi.
Mi dirigo, con la sirena in braccio, nella cucina. La poso a terra: strilla. La riprendo in braccio e prendo il biberon, il pentolino, il latte e i biscotti. Verso il latte nel biberon per controllare la quantità. Metà esce sul bancone della cucina. Verso il contenuto nel pentolino. La sirena aumenta di volume perché vuole bere immediatamente. Altra fuoriuscita di latte, anche sulle piastre. Le pulisco subito con lo straccio, ma gli aloni vanificano la lucidatura della sera prima. Sbriciolo i biscotti nel biberon: minuscole briciole vanno dappertutto. Dopo qualche minuto mi accorgo che la piastra è quella rotta o, come diciamo a casa, è quella che va piano. Cambio piastra e aspetto.
Qualcuno di voi potrebbe chiedersi perché non gli do un biscotto. La risposta è semplice: ho pulito il pavimento la sera prima. Almeno per terra non voglio sporcare
Vado a controllare Alessandro: dorme nel letto matrimoniale.
Torno in cucina. La piastra è quella che va forte. Il latte ha l’aspetto di un enorme cappuccino e la schiuma rifluisce dal pentolino sulle piastre. Metto a terra Giacomino e riempio il biberon con il latte incandescente rimasto. Giacomino ora piange! Tutti i giorni ho un colpo di genio: sempre lo stesso. Aggiungo del latte freddo a quello bollente. Poi mi siedo sul divano, appoggio Giacomino sulla mia pancia e raccordo il biberon alla sua bocca.
Pace.
Mi godo quei pochi istanti nei quali l’idrovora succhia il suo latte. Quando ha finito mi alzo e appoggio la sua pancia sulla mia spalla e aspetto il ruttino, che arriva puntuale non appena faccio “spalluccia” sulla bocca del suo stomaco. Con le mani lo alzo al cielo. Lui mi guarda sorridente e mi dice: «Palla!»
Già, la prima parola che ha imparato è palla.
Comunque non posso rilassarmi. Vado nella camera dove Alessandro dorme come un angelo. Penso: “Perché svegliarlo?” La risposta è semplice: “L’asilo!”. Dalle 8.45 (è il primo ad arrivare) alle 11.30.
Alessandro ha quattro anni e, per una questione di gelosia e di perdita di sicurezza legata alla nascita di Giacomo, si piscia ancora addosso. Abbiamo quindi dovuto rimettergli il pannolino.
Per quanto mi riguarda non è un problema. Costa un po’, è vero, ma ripeto che non è un problema. Il giorno che conoscerà una ragazza voglio proprio vedere se andrà ancora a letto con la protezione. Il vero guaio è che se un bambino fa la pipì nel pannolino, la mattina bisogna lavarlo.
Un adulto come voi si slaccerebbe i due piccoli elastici laterali, lo sfilerebbe e, ancora caldo e pesante, lo butterebbe nel sacchetto di plastica in balcone, che poi getterebbe nel cestino del parco davanti casa andando a lavorare, dopo essersi fatto un bel bidet. Con Alessandro, che non è ancora in grado di vestirsi da solo, il discorso cambia.
Ad ogni modo, visto il ritardo, con una mossa alla Bruce Lee lo afferro. Ancora assonnato lo conduco nella stanza da bagno, in questo caso stanza da doccia, visto che la vasca è nell’altro servizio. Lo svesto e lo ficco sotto l’idropulitrice. Regolo il miscelatore dell’acqua. Troppo fredda. Troppo calda. Ancora fredda. Caldissima. Urla! Finalmente la temperatura è di suo gradimento. Mi siedo stremato e penso che adesso posso rifiatare. Dall’altra parte dell’appartamento un urlo disperato mi fa pensare che la libreria sia crollata sul corpicino del piccolo Giacomino.
Corro.
La scena che mi si presenta davanti agli occhi è degna della perquisizione di una squadra antidroga. Giocattoli sparsi per tutta la stanza, letti disfatti, cassetti svuotati. Per fortuna Giacomino è vivo. Devo capire perché è così spaventato.
Ha una mano infilata sotto l’armadio. Dopo un primo sguardo capisco che l’armadio non gli è caduto sul braccio. Gli chiedo, dopo averlo rassicurato, perché piange. Con il dito indica l’armadio. Mi inginocchio e guardo sotto. Gli dico: «È tutto ok! C’è la palla.» Lui sorride angelico e quasi a gratificarmi mi dice: «Pppaalla!»
Lo prendo e me lo porto in doccia. Intimo ad Alessandro di girare il getto della doccia contro la parete. Chiudo il miscelatore. Ho dimenticato l’accappatoio nell’altro bagno. Pelle d’oca di Alessandro che si lamenta per il freddo. Corro a prendere l’accappatoio. Quando ritorno Giacomino è nella doccia, seduto, bagnato. Asciugo Alessandro, è tardi. Li porto in camera e sdraio Alessandro sul fasciatoio. Diventa un peso morto che giace bagnato.
Gli dico: «È tardi!»
«Sono morto, un morto non si muove.»
Puntualizzo: «Se parli non sei morto.»
Lui insiste: «Sono proprio freddo come un cadavere.»
Ha ragione. Gli pianto una pacca sulla chiappa destra. Piange. Ha una natica rossa con il segno della mia mano. Metto della crema nella speranza di cancellare le tracce della violenza. Rischio una denuncia dal telefono azzurro ma se non altro ora ubbidisce. Riesco finalmente a vestirlo.

Anche se sono difficili da gestire i figli sono:

Principalmente
Il risultato della potenza sprigionata dall’amore di due persone e l’espansione massima dell’impero del cuore.

Ulteriormente
La possibilità per la specie umana di continuare la vita;
un antidepressivo per i nonni;
un contributo futuro per l’erario;
una spesa per gli zii;
la possibilità, per chi come me durante la scuola ha oziato, di ripassare la grammatica e la matematica senza dover andare ad un corso serale e tutta una serie di momenti belli che la loro crescita ci regala.

I figli però possono essere anche:
L’inizio della decadenza dell’impero dell’amore,
lo scatenarsi di una depressione, sia nella donna sia nella coppia,
una spesa futura per l’erario nel caso fossero degli scansafatiche,
la rottura delle relazioni con gli zii, per via del loro eccessivo utilizzo come bambinai, e tutta una serie di piccole delusioni che la loro crescita si porta appresso.

Se si parla di figli non si può non aprire una parentesi sulla gravidanza. È cosa buona e giusta ricordare che la donna durante lo stato interessante è un concentrato di ormoni quindi, come uomini, non possiamo far altro che subire. Già solo per il fatto che ci fanno il favore di gestire per i primi nove mesi il futuro sbarbato, non possiamo che stare zitti.
Appena il piccolo viene sparato fuori dal condotto uterino, dovete ricordare che la donna è un concentrato di ormoni ancora più esplosivo di prima, che perde lo scettro di regina della casa e che deve andare incontro a diete per tornare al peso forma. I vestiti Premaman non le vanno più bene, come del resto quelli del peso forma. I parenti e gli amici si concentreranno solo sul nuovo arrivato e lei sarà messa in disparte, come una stufa all’inizio del primo caldo. È lì che dobbiamo avere quel qualcosa in più che in fondo le dobbiamo, non fosse altro per il semplice motivo che ha fatto un travaglio e poi espulso il nostro erede. Anche se abbiamo contribuito con la nostra vicinanza e il nostro incitamento, siamo solo delle comparse.
Credo che la donna andrebbe santificata per il resto dei suoi giorni.
La società civile dovrebbe assegnarle un personal trainer per consentirle di tornare ad avere un BMI (Body Mass Index) normale, un personal shopper per l’acquisto del primo vestiario post-parto, una baby-sitter per qualche ora di svago la settimana e la donna delle pulizie. Mi permetto di aggiungere un computer portatile per ordinare la spesa in internet, e almeno un aiuto cuoco per la cucina.
Insomma, dopo aver assistito a due parti ti rendi conto che la donna è un super eroe.


Fil rouge

Suona il telefono, mia moglie.
«Ciao amore, tutto bene?»
«Ciao amore, sono un po’ preso… ti chiamo fra un attimo.»
«Sapevi che…» insiste lei.
«Ascolta, ti chiamo tra un momento, ok?» Cerco di farla desistere.
«Ma… tutto bene?»
«Tutto alla grande.»
«Spiritoso… dimmi se posso aiutarti…»
«Sì, prendi Giacomino nella doccia…»
«Oh, ma come siamo spiritosi esta mañana…»
Un attimo di silenzio.
«Ehi, amore mio» le dico con tono dolce.
«Dimmi…»
«È stato bello ieri sera…»
«Si, è stato bello.»
«Sono felice di averti.» Ormai sono al culmine del romanticismo.
«Sono felice anch’io.»
«Senti, posso farti una domanda?»
«Certo!»
«Sono o non sono una macchina da guerra, baby?» le chiedo spavaldo.
«Oscar! Sei sempre il solito! Riesci a demolire quei pochi istanti di romanticismo e riesci pure a farmi incazzare! Ma come fai? È una dote innata? Senti, ora vado a bere un caffè! A dopo!»
«Aspetta, aspetta…» la supplico nella speranza di recuperare la figuraccia. «È bello sentirti, e poi mi è arrivato un invito per l’inaugurazione di una mostra. È per sabato e pensavo che sarebbe bello andarci insieme.»
«Sarebbe bello. Abbiamo chi ci tiene i bambini?»
«Ho già mandato un sms alla zia Alessandra. Le ho scritto che i suoi nipoti chiedono che fine abbia fatto. Ho aggiunto di aver detto loro che la zia Alessandra probabilmente non gli vuole più bene. Mi ha risposto che viene a tenerli, poi ha aggiunto che sono uno stronzo.»
«Ottimo!» dice amorevolmente.
«Ottimo cosa? Che mi ha dato dello stronzo?»
«No! Intendevo dire che possiamo uscire insieme!»
«Allora a dopo!» diciamo quasi simultaneamente.
Di nuovo silenzio.
«Ehi, Oscar?»
«Dimmi!»
«Ti amo!»
«Ti amo anch’io!»
«A dopo.»
«A dopo.»


continua…

Link: Il casalingo

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