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Premio europeo di narrativa “Giustino Ferri – David Herbert Lawrence 2009”Layout 1

Maria Rosaria Valentini
Di armadilli e charango…

15 x 21 cm
112 pp.
PB

ISBN: 978-88-87469-60-8

Italiano

CHF 20,–
Euro 13,50

Disponibile anche in versione E-BOOK

Non solo di armadilli
di Simona Sala

È durato alcuni anni il lavoro di Maria Rosaria Valentini. Nata per caso dalla storia di famiglia di un’anziana donna meridionale che al­la Valentini ha voluto raccontare la vi­cenda della propria nonna, rapita nien­temeno che dai briganti, la raccolta si è estesa, arrivando a comprendere molti destini e fati di donne che in un momen­to particolare della propria vita si sono viste costrette a muoversi. È il movimento infatti il leitmotiv di questo libro, in cui è raccolta con lucidità e distacco una serie di testimonianze, alcune delle quali mol­to toccanti, che spaziano da quanto vis­suto da una giovane ragazza del sud con quattro fratelli a carico dopo la mor­te dei genitori avvenuta in seguito a un’esplosione, fino alle peripezie e alle torture subite da chi sulla propria pelle ha vissuto la barbarie della dittatura su­damericana. Le donne del libro si muo­vono, alla ricerca di una vita migliore, in fuga dalla tragedia dell’ignoto.
Un lavoro certosino indubbiamente, e lo si percepisce tra le pagine, nato da ore e ore di attento ascolto, che però in mezzo a tanta oggettività, non tralascia anche il forte senso di umanità (con tutti i difetti e le debolezze di una vita comunque per tutti sempre imperfetta), che sin dalle prime pubblicazioni (v. «Quattro mele annur­che ») accompagna la scrittura ricercata di Maria Rosaria Valentini.
Simona Sala, Azione nr. 52/2008


Dalla premessa dell’autrice

I racconti che compongono questa raccolta hanno bussato alla mia porta: li ho riuniti senza un criterio prestabilito, rispondendo unicamente al loro richiamo.
La successione di eventi, che spazia dall’epoca del brigantaggio alle vicende del Ruanda, non intende interpretare fatti né giudicare persone.
Si tratta – qui – di storie “comuni”, simili a molte altre, finite nel mio inchiostro quasi per caso.
Scriverle, seguendo il flusso della loro corrente, mi è parso tuttavia necessario.


Dalla postfazione di Nelly Valsangiacomo
Università di Losanna, Svizzera

Questo non è un libro di storia: le intenzioni dell’autrice sono chiaramente letterarie; e io non sono una storica narrativista. Eppure, questi brevi racconti, frutto della rielaborazione di un’accurata raccolta di testimonianze, invitano anche la storica e lo storico a interrogarsi sulla loro funzione sociale.

Da molto ormai, scuole letterarie e storiografiche dibattono sulla frontiera tra fittizio e fattuale, sulle possibili passerelle che, in modi e tempi diversi, hanno collegato e collegano storia e letteratura, oggettività e soggettività. La narrazione è certamente l’elemento che più accomuna due pratiche discorsive di primo acchito diverse come la scrittura storica e la scrittura letteraria. L’utilizzo della testimonianza rende il discorso ancora più complesso, poiché aggiunge un altro fattore al già ricco dibattito tra e all’interno delle due discipline.

Una cosa è certa: questi racconti-testimonianza, che si svolgono tra la quotidianità del presente e la drammaticità del passato, narrano di uno tra i più importanti fenomeni della storia contemporanea, quello dello spostamento. I flussi migratori, per motivi e in momenti diversi, hanno particolarmente segnato gli ultimi centocinquanta anni e ci parlano di stenti, violenze, fughe e incertezze, ma anche di solidarietà, speranza e rinascita che hanno numerose similitudini nello spazio e nel tempo: dalle emigrazioni economiche di fine Ottocento al rifugio e all’esilio della seconda guerra mondiale, dal Cile delle torture all’Africa dell’emergenza.

Sono narrazioni nelle quali la Storia si svolge in secondo piano, mentre l’individuo è al centro; un individuo che nella sua testimonianza racchiude quella di molti altri: dell’”infinito esercito di donne senza voce” dei “fantasmi del reale” e della loro costante necessità di “cercare la vita altrove”. Una vita che si ritrova nella solidarietà e nell’incontro con l’altro prima, nella memoria poi.
Sono anche racconti-testimonianze sofferti e liberatori, in bilico tra l’urgenza dell’esprimersi e la difficoltà, a volte l’impossibilità, di ripercorrere momenti così dolorosi.
Nella riflessione attorno ai complessi legami che intersecano storia e letteratura, mi pare che siano libri come questo che chiariscono al tempo stesso come la storia alimenti la letteratura e come la letteratura sia d’appoggio alla riflessione storiografica, permettendo a volte di rischiarare le zone d’ombra dovute all’assenza di documentazione.
È però soprattutto il potere evocativo ed emozionale di questo dipanarsi di storie individuali lungo la storia collettiva che accorcia le distanze tra chi legge e l’avvenimento storico e spinge (così mi auguro) verso il desiderio di conoscenza; conoscenza che contribuisce a cancellare il giudizio affrettato nei confronti dell’altro. “Persone singole sono diverse di politica”, afferma Franka, racchiudendo in questa frase il senso di questi suggestivi racconti-testimonianza di Maria Rosaria Valentini.


Estratto

[…] La sera del dieci settembre, alle ventidue, ricordo bene l’ora, un impiegato, politicamente molto più impegnato di noi, ci disse che sì, che ci sarebbe stato un golpe. Non sapevamo se crederci o no. Alle sei del mattino del giorno dopo sentimmo le prime mitragliatrici; spostandoci dall’albergo alla ditta, con un minibus, vedemmo militari ovunque. Una volta raggiunto il posto di lavoro trovammo il nostro principale dentro una divisa (fino al giorno prima ci era parso uno come tanti altri). Avrà avuto una cinquantina d’anni, io potevo essere suo figlio e forse per questo mi parlò con garbo, con gli occhi di chi non vuol fare del male… Mi consigliò di tornarmene in hotel perché le cose stavano cambiando.
Mi sentii confuso, proprio confuso al massimo.
Poi arrivò il presidente della fabbrica che ci intimò, invece, di restare.
Accendemmo la radio.
Ascoltammo l’ultimo discorso di Allende.
Di seguito l’annuncio che una giunta militare con a capo il generale Augusto Pinochet aveva formato il governo costituzionale.
La Moneda, residenza presidenziale, invasa e circondata da carri armati e cacciabombardieri.
Salvador Allende morì.
Maria mi aspettava. Non aveva mie notizie. Non sapeva cosa fare. Con sgomento e non pochi timori tornai dalla mia famiglia, con molte ore di ritardo rispetto al previsto.
Ma, almeno, non mi era capitato nulla.
Eravamo tutti disorientati e senza parole.
Pinochet si mostrò subito per quello che era benedicendo le torture, le persecuzioni, le uccisioni.
Io ero un socialista, appunto.
Non dovetti aspettare a lungo. Il diciannove settembre diventai un suo prigioniero.
Quella mattina ero uscito portandomi in tasca solo il passaporto. A casa avevo lasciato i soldi (pochi) e l’orologio; me la sentivo, sapevo che mi avrebbero preso, per quello abbracciai Maria in modo forte e brusco. Avevo paura, ma non le dissi nulla. Quando me ne andai i piccoli dormivano di un sonno tranquillo, come fanno i bambini in ogni parte del mondo.
Durante la notte avevo sognato di cadere ripetutamente in una buca.
Mi beccarono sul posto di lavoro. Due tipi mi chiesero di seguirli per degli accertamenti, poi mi chiesero di alzare le mani e di unirle dietro la nuca.
Maria aspettava il nostro terzo figlio.
Da quel momento cominciai a provare una strana sensazione: era come se il mio corpo non ci fosse più, come se io me ne fossi separato. Mi interrogarono alle due di notte.
Fui picchiato e torturato.
Mi caricarono su un camion dove c’era altra gente, ma sembravamo merce. Ci buttavano gli uni sugli altri e quelli che stavano sotto gridavano e si dimenavano, se ce la facevano, in cerca di ossigeno. Tanti morivano sotto il peso dei corpi ammassati. Quelli che sopravvivevano al viaggio, magari con le ossa rotte e sanguinanti, dovevano sotterrare i morti, una volta arrivati a destinazione.
Io avevo solo ossa rotte e sanguinanti.
Mi buttarono, come un sacco di pattume, nel campo di concentramento dell’isola di Quiriquina: una palestra trasformata in lager. Appena ebbi la forza di rimettermi in piedi mi ordinarono di togliermi le scarpe, poi un passo e via i calzini, un passo e via i pantaloni, un passo e via la camicia, un passo e via la giacca, un passo e via le mutande. La nudità può essere umiliante.
In quella palestra, ci stavamo in millecinquecento, suddivisi in celle. All’inizio persi la cognizione del tempo, dunque dei primi giorni mi restano solo immagini frammentarie. Ma anche dei giorni a seguire, per dire la verità. È difficile ricostruire il quadro intero di quei momenti perché lo sfinimento emotivo mi aveva privato di tante facoltà. Mi ricordo che avevamo tutti una gran sete.

Agua! Agua!

Ci lasciarono implorare a lungo. Poi arrivò il lancio di una sola bottiglia. Le mani inutilmente tese. Forse mi toccò una goccia per bagnarmi appena le labbra o forse si trattò di un sogno. L’acqua si perse nelle nostre stesse mani e cadde a terra. La cella non aveva finestre, ma una specie di fessura consentiva l’ingresso di aria, da lì si scorgeva una parte di patio e di certo… non si vedeva il tramonto. Di notte, al buio, capitava di tutto e la gente spariva con la disinvoltura di un gioco di prestigio. Poi c’erano le urla di chi veniva torturato e i pianti di chi fiutava la fine, di chi rifiutava la sorte. Quando a vincere era il sonno non si aveva lo spazio per allungarsi e allora si dormiva in piedi, appoggiati gli uni agli altri.
Andare al cesso era impossibile: due soli i water da dividere tra millecinquecento, così il piscio e lo sterco erano un po’ ovunque; chi aveva ancora la forza di lavarsi poteva contare solo sull’acqua di mare. Io mi lavavo pensando alle mani di Maria. Ai pasti, chi ci riusciva poteva trangugiare lenticchie e sassi o spaghetti crudi annegati in acqua sporca. […]


Biografia

Maria Rosaria Valentini nasce in Italia, a San Biagio Saracinisco, nel 1963. Si laurea in germanistica a Roma, presso l’Università “La Sapienza”. Nel 1989 è ospite dell’ateneo bernese grazie ad una borsa di studio in Storia dell’Arte. Nel 1995 esce Un’altra favola da raccontare, raccolta di racconti per l’infanzia. Nel 2000 scrive i testi per Sequenza, libro interamente dedicato al corpo femminile e realizzato insieme alla pittrice A.Lyn. Successivamente la sua plaquette di poesie Sassi Muschiati diventa libro dell’anno della Fondazione Schiller per il 2003. I racconti Nomi Cose Città Fiori (2003) guadagnano una menzione speciale al premio europeo di narrativa Giustino Ferri – D.H. Lawrence. L’anno seguente la scrittrice viene invitata alle Giornate letterarie di Soletta. Per la Gabriele Capelli Editore pubblica, nel 2005, Quattro mele annurche (esaurito). Segue, per un editore italiano, Ipotesi con aringhe. Maria Rosaria Valentini vive a Sorengo (Lugano).


RECENSIONI

«Di armadilli e charango» di Ma­ria Rosaria Valen­tini,
Mendrisio, Gabriele Capelli Editore, 2008.

È durato alcuni anni il lavoro di Maria Rosaria Valentini. Nata per caso dalla storia di famiglia di un’anziana donna meridionale che al­la Valentini ha voluto raccontare la vi­cenda della propria nonna, rapita nien­temeno che dai briganti, la raccolta si è estesa, arrivando a comprendere molti destini e fati di donne che in un momen­to particolare della propria vita si sono viste costrette a muoversi. È il movimento infatti il leitmotiv di questo libro, in cui è raccolta con lucidità e distacco una serie di testimonianze, alcune delle quali mol­to toccanti, che spaziano da quanto vis­suto da una giovane ragazza del sud con quattro fratelli a carico dopo la mor­te dei genitori avvenuta in seguito a un’esplosione, fino alle peripezie e alle torture subite da chi sulla propria pelle ha vissuto la barbarie della dittatura su­damericana. Le donne del libro si muo­vono, alla ricerca di una vita migliore, in fuga dalla tragedia dell’ignoto.
Un lavoro certosino indubbiamente, e lo si percepisce tra le pagine, nato da ore e ore di attento ascolto, che però in mezzo a tanta oggettività, non tralascia anche il forte senso di umanità (con tutti i difetti e le debolezze di una vita comunque per tutti sempre imperfetta), che sin dalle prime pubblicazioni (v. «Quattro mele annur­che ») accompagna la scrittura ricercata di Maria Rosaria Valentini.
Simona Sala, Azione nr. 52/2008


Narrativa. Di certo scrivere è una scelta, e per gli storiografi o la cronaca un racconto come ‘Ab hoste maligno defende me’ indica una determinata cifra compositiva; ma la chiarezza del dettato non è mai assoluta. Quindi anche al lettore si propone la scelta o comunque la libertà, sempre implicita in un libro: è questo il significato fondamentale da taluni disatteso in favore di una lettura passiva. Ineluttabile è perciò la scrittura, così ‘il destino è superiore alle nostre volontà’ — ma è già tutto scritto? Il dubbio proviene dall’intento costruttivo, che ne ‘La montagna di Pietro’ assume valore di paragone; il suo nitore prosegue in ‘Un rondone a punto croce’, altra testimonianza che rompe la solitudine.
Luciano Nanni, Literary nr. 1/2009


Maria Rosaria Valentini costruisce con questo libro una tappa importante del suo percorso di autrice, scrivendo dei racconti che si muovono sul filo di un ricordo che intreccia la memoria collettiva con l’esperienza intima e personale di personaggi realisticamente ben connotati.

E’ sempre presente in questi scritti il tema della migrazione, della forzata lontananza; come dice la stessa Maria Rosaria Valentini si tratta di “spicchi di antiche sofferenze, tarli che replicano nel presente smarrimento e sgomento”che tracciano per il lettore un percorso in cui la testimonianza si rende racconto godibile e insieme frammento di storia contemporanea.

L’autrice riesce a mantenere il gusto di una narrazione pure affrontando una analisi storiografica attenta e puntuale, parlando del fenomeno migratorio su una scala mondiale, scrivendo del sud del mondo e del proprio paese di origine con il medesimo coinvolgimento.

Dall’Argentina all’Africa, fino all’Italia e la Svizzera, Maria Rosaria Valentini rie- sce a padroneggiare adeguatamente la struttura dei racconti, costruendo un progetto riuscito e godibile per il lettore.

Particolarmente interessante nella prova dell’autrice è una prosa agile e nello stesso tempo attenta a delineare efficacemente tutti i personaggi che risultano insieme commoventi e forti nella volontà delle loro scelte. Una espressione di decisione e speranza che racchiude in sé numerosi spunti di riflessione, in ogni racconto.

Elisa Davoglio, Literary nr. 2/2009


DI ARMADILLI E CHARANGO…, di MARIA ROSARIA VALENTINI

Storie di migranti, di fuggiaschi e vagabondaggi

Di armadilli e charango… sì, parlavamo di armadilli e charango! La corazza dell’armadillo utilizzata per costruire la cassa del charango, tipico strumento a corde sudamericano, è uno degli argomenti di discussione fra due giovani ragazzi cileni.
L’amore per la musica riflette la spensieratezza e la semplicità di un’infanzia non ancora avvelenata dalle violenze e dagli orrori della repressione. L‘11 settembre 1973 è una data lontana, inaspettata, come la prigionia di Pablo e la successiva fuga in compagnia della sua famiglia. Un viaggio attraverso l’oceano, alla ricerca di una terra disposta a dar voce alle loro flebili speranze.
L’esilio del protagonista di Ab hoste maligno defende me, rappresenta soltanto uno dei percorsi tracciati da Maria Rosaria Valentini in questa raccolta di racconti. Storie di migranti, di fuggiaschi, di vagabondaggi attraverso città martoriate dai bombardamenti, di uomini e donne sospesi fra presente e passato.
L’autrice utilizza le testimonianze di chi ha vissuto sulla propria pelle gli stenti, le incertezze, le paure, ma anche l’affetto e la solidarietà di coloro che li hanno aiutati, tagliando trasversalmente un secolo di storia: partendo dai briganti dell’ottocento, ai drammi della seconda guerra mondiale, agli orrori del Cile di Pinochet, sino al disastro del continente Africano.
Come scrive Nelly Valsangiacomo nella postfazione, attraverso questi brevi racconti riflettiamo sui complessi legami fra storia e letteratura e di come l’una influenzi l’altra.
Il merito di Maria Rosaria Valentini è proprio questo, fare in modo che le esperienze di vita dei singoli personaggi portino il lettore ad interrogarsi su quelli che sono stati i più importanti fenomeni storico sociali dell’ultimo secolo, in un continuo rimando fra storia e letteratura.
Eppure, ognuno di questi scritti lascia aperto uno spiraglio. I personaggi, nonostante le tragedie vissute, mantengono verso il prossimo un’insanabile fiducia: per fortuna non odio nessuno, per fortuna. Così parla Branka, un’infermiera bosniaca scaraventata in un paese straniero senza alcun punto di riferimento. Un ottimismo ed una speranza che la stessa autrice deve aver provato in prima persona, essendo anche lei un’emigrante trasferitasi in Svizzera.
Un libro che, tralasciando la resa grafica, offre un interessante e malinconico spunto di riflessione sui cambiamenti socio culturali del nostro tempo.

03.06.2009, Roberto Conturso, Stradanove.net

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