«La narrazione ha qui un valore altissimo, catartico e terapeutico.» – “Cemento e vento” – Viceversa letteratura
© Viceversa letteratura, 19.01.2026
Noè Albergati, “Cemento e vento” – Romanzo in versi
Recensione di Valentina Ponzetto
Dietro il titolo misterioso e poetico, Cemento e vento cela con delicato pudore una storia dalle tematiche estremamente dure e ancora raramente affrontate in letteratura: la depressione, il suicidio, il difficile cammino di chi resta per affrontare il dolore della perdita, elaborare il lutto, ricominciare a vivere.
Come molte tragedie, quella qui raccontata ha inizio quasi impercettibilmente, con un incidente tanto banale da sembrare quasi irrisorio: «croste / sulla pelle scottata del naso» (p. 8) di una giovane donna, segno di una patologia già presente (rosacea o cuperose cronica), scatenata improvvisamente dalla sconsiderata esposizione al sole durante una vacanza al mare. È l’inizio di un’ossessione morbosa, via via sempre più maniacale, disperata, invasiva: «Si moltiplicano venuzze / microcosmi rossi / che indaghi nello specchio / “Questa è nuova, non c’era / guarda, questa è enorme / ecco, vedi che segno” / Indaghi un’idrografia di vene / che muta e cresce / con gioia sadica e disperata / a ogni nuova scoperta» (p. 10). Dismorfofobia, direbbe probabilmente il linguaggio clinico, in ogni caso una forma di depressione sempre più grave che distrugge pian piano la mente e la vita della protagonista, ormai preoccupata soltanto del suo aspetto percepito come mostruoso, dello sguardo critico e irrisorio degli altri, e la conduce dapprima al ricovero in clinica, poi ad un ultimo gesto disperato: buttarsi dalla diga della Verzasca («cemento e vento / vuoto / poi roccia e acqua ghiacciata […] sette anni precipitati e infrantisi / in mille ricordi malinconici», p. 45). A lui, il marito ed io narrante, «perennemente ubriaco di dolore […] come un Orfeo allucinato» (p. 49), resta il duro compito di continuare a vivere, riordinare i pensieri sconvolti, affrontare gli sguardi («occhi voci mi indagano», pp. 53, 55, 57) e gli schiaccianti sensi di colpa, e infine ricominciare una nuova esistenza al fianco di un’altra donna, «non rimozione ma palinsesto / nuovi strati d’esistenza / di narrazione» (p. 106).
La narrazione ha qui un valore altissimo, catartico e terapeutico. Noè Albergati ci accompagna con grande onestà – in larga parte autobiografica – e fine sensibilità di introspezione ad abbracciare pensieri ed emozioni dei due protagonisti, senza mai cedere alla facilità o alla retorica. Le «emozioni ossimoriche» (p. 80), spesso contradditorie, talora dirompenti ed esplosive, talora insidiose come un tarlo, sono trascritte con straziante verità e al tempo stesso con squisita cura formale. Così la depressione di lei è «uno strascinarsi straziante / un solo pensiero tutto assorbe / frantuma parole in un vorticare sempre uguale» (p. 27), si stempera in «gomme da masticare / per masticare la tua angoscia. / E sere a riempire con pagine e schermi / il pensiero, divertirlo / divèrterlo dai tuoi scarsi / progressi» (p. 35). Il lutto per lui è dapprima siderazione («sono fuori dalla realtà», pp. 51, 53), persino straniamento («mi annoio davanti alla bara di vetro / non riesco a parlarti», p. 52), poi senso di colpa e ruminazione ossessiva («continua trafittura di punti di domanda / a sezionare ogni minuto / ogni gesto / ogni parola / alla ricerca di indizi / che permettano di ricomporre un senso», p. 52), fino ad una forma di catartica rielaborazione:
Mi si scioglie nel pianto anche un cristallo di sollievo.
“Cosa provi?” indaga la voce.
Cerco di setacciare le emozioni del pensiero
sprofondo
riemergo
non rabbia
non vedo un affronto nel suo gesto
solo disperazione
Dal bisogno di comunicare nel modo più fedele, discreto ed efficace possibile questo groviglio di emozioni travolgenti, violente, spesso non del tutto traducibili in maniera interamente razionale, nasce la scelta di raccontare la vicenda in forma di romanzo in versi, genere raro, soprattutto nella tradizione letteraria italiana, che l’autore dichiara peraltro di non aver preso inizialmente in considerazione, almeno per la prima stesura dell’opera (si veda l’intervista alla RSI del 21.06.2025). Riunendo in un delicato equilibrio codici espressivi della narrativa e della poesia, Cemento e vento racconta come un romanzo una storia con un solido arco narrativo, che riesce veramente a coinvolgere e trascinare lettrici e lettori. Al contempo la forma poetica, in versi liberi, sembra imporsi come una necessità poiché è forse la sola che permetta di dire l’indicibile attraverso frammenti, contrasti ed anche silenzi, grazie ad un linguaggio più vivido ed ellittico di quello consentito dalla narrazione, più intuitivo ed immediato grazie all’uso di immagini, metafore, disposizioni espressive di parole sulla pagina. Così, ad esempio, lo choc violento della perdita si traduce in modo al contempo metaforico e visivo come:
«tessere musive che mi tagliano il sangue
emorragia
di pensieri» (p. 49)
Come in un calligramma, la disposizione tipografica si fa significato, isolando talvolta parole ed emozioni in posizione di rilievo. Il procedimento culmina nel titolo della seconda parte, che da «non noi» conduce a «io» attraverso uno scivolamento e una rotazione dei caratteri a stampa semplice ma di grande effetto. E ancora, il lutto da elaborare è a tratti un avversario violento, di proporzioni mitologiche («e incalza sempre il minotauro della colpa»), a tratti un paesaggio familiare, da abitare: «nomade nel dolore / so come muovermi senza perdermi / senza davvero trovarmi / in un paesaggio dai segni noti / ma a cui non trovo un senso. Paesaggio permeato di ricordi / che come carta velina gli sovrappongono / la tua presenza: gesti sorrisi parole» (pp. 56-57).
Se la sintassi resta prevalentemente piana e la lingua semplice, piuttosto quotidiana, lo stile non è privo di originalità e di qualche ricercatezza. In particolare, Albergati movimenta il racconto alternando passaggi più narrativi con dialoghi riportati in discorso diretto («Interrompi i farmaci / “Sto meglio, mi intontiscono” / insisto / ma niente / “se peggioro li riprendo”», p. 22), momenti di introspezione, prossimi al flusso di coscienza, e pensieri insidiosi, quasi subliminali, trascritti in corsivo per differenziarli dal resto del testo, e spesso ricorrenti, anaforici, martellanti. È il caso di «vai dove cazzo ti pare» (pp. 59-62), ultime parole dette dall’io narrante alla moglie in un momento di esasperazione e di stizza, e che non smettono di riaffiorargli alla mente come il colpo di grazia che potrebbe averla spinta al gesto fatale; ma anche del ritorno ossessivo, con poche permutazioni, di «Sensi di colpa vergogna dubbi» (pp. 67-72) che scandiscono tormentosamente i primi mesi di timido corteggiamento di una nuova partner. Quanto al lessico, prevalentemente piano, di tutti i giorni, al bisogno quotidianamente volgare («di merda i romani / che ci hanno tenuti le ore a parlare», p. 8; o il già citato «vai dove cazzo ti pare»), si lascia impreziosire a tratti da immagini poetiche, da qualche termine ricercato o da espressioni inglesi e latine, che tratteggiano efficacemente il lessico familiare di un giovane intellettuale contemporaneo, dandogli corpo e personalità. «Amor non omnia vicit / […] ma avvicina di certo alla serenità / alla gioia / imbeve i minuti di fremiti / di quiete» (p. 103).
Malgrado le tematiche estremamente dure e drammatiche, la tragedia attraversata e la coraggiosa esposizione a fior di pelle di ferite fisiche e morali, Cemento e vento si chiude su note di pacificazione, di riconciliazione e di rinascita. La tragedia si conclude così con maestria in modo sorprendentemente appagante, al termine di un arco narrativo tripartito che conduce progressivamente da un tormentato «noi» iniziale a un rasserenato «noi (di) nuovo» finale, attraverso la dolorosa esperienza della caduta, della morte e del lutto attorno a cui ruota la sezione centrale «non noi – io».
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