Noè Albergati, “Cemento e vento”
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Noè Albergati
Cemento e vento
Romanzo in versi
112 pp, Euro 16,00 (I)
ISBN 978-88-31285-64-3
Nel solco di una eredità letteraria molto comune nei paesi anglofoni, meno in quella di lingua italiana, Cemento e vento è un romanzo scritto come una poesia, ipnotico e affascinante. Ci racconta con delicatezza e tensione la verità dell’amore ma anche dei suoi abissi; uno scavo devastante in quel miscuglio di ossessione e perdita che è il cuore oscuro delle nostre vite. Ogni pagina è una straordinaria e commovente testimonianza che alla fine della lettura rimane a lungo nel cuore.
Fabiano Alborghetti
Lei aveva tutto, un impiego, un amore, gli amici, le normali serate d’aperitivo o i giorni del lavoro. Una vita ordinaria che trasforma in straordinaria quando smette di riconoscersi e accettarsi, quando il malessere la scava dentro, implacabile, fino a trasformare i giorni in voragine. La depressione, il ricovero in ospedale accettato controvoglia, le medicine, le fughe. Le conseguenze sono gli attriti, i silenzi, lo sfilacciamento dei rapporti, le finzioni per illudersi che vada tutto bene, che tutto tornerà come prima.
Poi c’è il giorno in cui lei si lancia dalla diga della Verzasca e mette fine a quel senso di inadeguatezza e a sé stessa.
L’io narrante è chi resta, il viaggiatore immobile, il compagno nell’amore per una donna ma anche lo spettatore dell’alienazione e della perdita. C’è la fatica e talvolta l’aggrovigliata rabbia. È sua la voce che riformula il quotidiano, il sopruso che la malattia, impalpabile eppure conclamata, impone a entrambi. Lui è ciò che resta dopo, col peso della testimonianza, col dovere della rinascita.
Noè Albergati, nato nell’Alto Malcantone (1990), si è addottorato all’Università di Pisa in co-tutela con l’Università di Friburgo con uno studio sulla ricezione della magia nella letteratura estense da Boiardo ad Ariosto. Al momento lavora come bibliotecario e come coordinatore delle pubblicazioni e delle manifestazioni alla Scuola universitaria federale per la formazione professionale. Collabora inoltre con il DFA e con la Pädagogische Hochschule Graubünden per la creazione di materiale didattico per la materia italiano. Da alcuni anni fa parte del comitato che organizza il festival letterario e di traduzione Incontri di Bienne. Nel 2019 è uscito il suo primo libro di poesia, Dal tramonto all’alba, presso l’editore Alla chiara fonte. Cemento e vento è il suo primo romanzo in versi.
SEGNALAZIONI/RECENSIONI
© Viceversa letteratura, 19.01.2026
Noè Albergati, “Cemento e vento” – Romanzo in versi
Recensione di Valentina Ponzetto
Dietro il titolo misterioso e poetico, Cemento e vento cela con delicato pudore una storia dalle tematiche estremamente dure e ancora raramente affrontate in letteratura: la depressione, il suicidio, il difficile cammino di chi resta per affrontare il dolore della perdita, elaborare il lutto, ricominciare a vivere.
Come molte tragedie, quella qui raccontata ha inizio quasi impercettibilmente, con un incidente tanto banale da sembrare quasi irrisorio: «croste / sulla pelle scottata del naso» (p. 8) di una giovane donna, segno di una patologia già presente (rosacea o cuperose cronica), scatenata improvvisamente dalla sconsiderata esposizione al sole durante una vacanza al mare. È l’inizio di un’ossessione morbosa, via via sempre più maniacale, disperata, invasiva: «Si moltiplicano venuzze / microcosmi rossi / che indaghi nello specchio / “Questa è nuova, non c’era / guarda, questa è enorme / ecco, vedi che segno” / Indaghi un’idrografia di vene / che muta e cresce / con gioia sadica e disperata / a ogni nuova scoperta» (p. 10). Dismorfofobia, direbbe probabilmente il linguaggio clinico, in ogni caso una forma di depressione sempre più grave che distrugge pian piano la mente e la vita della protagonista, ormai preoccupata soltanto del suo aspetto percepito come mostruoso, dello sguardo critico e irrisorio degli altri, e la conduce dapprima al ricovero in clinica, poi ad un ultimo gesto disperato: buttarsi dalla diga della Verzasca («cemento e vento / vuoto / poi roccia e acqua ghiacciata […] sette anni precipitati e infrantisi / in mille ricordi malinconici», p. 45). A lui, il marito ed io narrante, «perennemente ubriaco di dolore […] come un Orfeo allucinato» (p. 49), resta il duro compito di continuare a vivere, riordinare i pensieri sconvolti, affrontare gli sguardi («occhi voci mi indagano», pp. 53, 55, 57) e gli schiaccianti sensi di colpa, e infine ricominciare una nuova esistenza al fianco di un’altra donna, «non rimozione ma palinsesto / nuovi strati d’esistenza / di narrazione» (p. 106).
La narrazione ha qui un valore altissimo, catartico e terapeutico. Noè Albergati ci accompagna con grande onestà – in larga parte autobiografica – e fine sensibilità di introspezione ad abbracciare pensieri ed emozioni dei due protagonisti, senza mai cedere alla facilità o alla retorica. Le «emozioni ossimoriche» (p. 80), spesso contradditorie, talora dirompenti ed esplosive, talora insidiose come un tarlo, sono trascritte con straziante verità e al tempo stesso con squisita cura formale. Così la depressione di lei è «uno strascinarsi straziante / un solo pensiero tutto assorbe / frantuma parole in un vorticare sempre uguale» (p. 27), si stempera in «gomme da masticare / per masticare la tua angoscia. / E sere a riempire con pagine e schermi / il pensiero, divertirlo / divèrterlo dai tuoi scarsi / progressi» (p. 35). Il lutto per lui è dapprima siderazione («sono fuori dalla realtà», pp. 51, 53), persino straniamento («mi annoio davanti alla bara di vetro / non riesco a parlarti», p. 52), poi senso di colpa e ruminazione ossessiva («continua trafittura di punti di domanda / a sezionare ogni minuto / ogni gesto / ogni parola / alla ricerca di indizi / che permettano di ricomporre un senso», p. 52), fino ad una forma di catartica rielaborazione:
Mi si scioglie nel pianto anche un cristallo di sollievo.
“Cosa provi?” indaga la voce.
Cerco di setacciare le emozioni del pensiero
sprofondo
riemergo
non rabbia
non vedo un affronto nel suo gesto
solo disperazione
Dal bisogno di comunicare nel modo più fedele, discreto ed efficace possibile questo groviglio di emozioni travolgenti, violente, spesso non del tutto traducibili in maniera interamente razionale, nasce la scelta di raccontare la vicenda in forma di romanzo in versi, genere raro, soprattutto nella tradizione letteraria italiana, che l’autore dichiara peraltro di non aver preso inizialmente in considerazione, almeno per la prima stesura dell’opera (si veda l’intervista alla RSI del 21.06.2025). Riunendo in un delicato equilibrio codici espressivi della narrativa e della poesia, Cemento e vento racconta come un romanzo una storia con un solido arco narrativo, che riesce veramente a coinvolgere e trascinare lettrici e lettori. Al contempo la forma poetica, in versi liberi, sembra imporsi come una necessità poiché è forse la sola che permetta di dire l’indicibile attraverso frammenti, contrasti ed anche silenzi, grazie ad un linguaggio più vivido ed ellittico di quello consentito dalla narrazione, più intuitivo ed immediato grazie all’uso di immagini, metafore, disposizioni espressive di parole sulla pagina. Così, ad esempio, lo choc violento della perdita si traduce in modo al contempo metaforico e visivo come:
«tessere musive che mi tagliano il sangue
emorragia
di pensieri» (p. 49)
Come in un calligramma, la disposizione tipografica si fa significato, isolando talvolta parole ed emozioni in posizione di rilievo. Il procedimento culmina nel titolo della seconda parte, che da «non noi» conduce a «io» attraverso uno scivolamento e una rotazione dei caratteri a stampa semplice ma di grande effetto. E ancora, il lutto da elaborare è a tratti un avversario violento, di proporzioni mitologiche («e incalza sempre il minotauro della colpa»), a tratti un paesaggio familiare, da abitare: «nomade nel dolore / so come muovermi senza perdermi / senza davvero trovarmi / in un paesaggio dai segni noti / ma a cui non trovo un senso. Paesaggio permeato di ricordi / che come carta velina gli sovrappongono / la tua presenza: gesti sorrisi parole» (pp. 56-57).
Se la sintassi resta prevalentemente piana e la lingua semplice, piuttosto quotidiana, lo stile non è privo di originalità e di qualche ricercatezza. In particolare, Albergati movimenta il racconto alternando passaggi più narrativi con dialoghi riportati in discorso diretto («Interrompi i farmaci / “Sto meglio, mi intontiscono” / insisto / ma niente / “se peggioro li riprendo”», p. 22), momenti di introspezione, prossimi al flusso di coscienza, e pensieri insidiosi, quasi subliminali, trascritti in corsivo per differenziarli dal resto del testo, e spesso ricorrenti, anaforici, martellanti. È il caso di «vai dove cazzo ti pare» (pp. 59-62), ultime parole dette dall’io narrante alla moglie in un momento di esasperazione e di stizza, e che non smettono di riaffiorargli alla mente come il colpo di grazia che potrebbe averla spinta al gesto fatale; ma anche del ritorno ossessivo, con poche permutazioni, di «Sensi di colpa vergogna dubbi» (pp. 67-72) che scandiscono tormentosamente i primi mesi di timido corteggiamento di una nuova partner. Quanto al lessico, prevalentemente piano, di tutti i giorni, al bisogno quotidianamente volgare («di merda i romani / che ci hanno tenuti le ore a parlare», p. 8; o il già citato «vai dove cazzo ti pare»), si lascia impreziosire a tratti da immagini poetiche, da qualche termine ricercato o da espressioni inglesi e latine, che tratteggiano efficacemente il lessico familiare di un giovane intellettuale contemporaneo, dandogli corpo e personalità. «Amor non omnia vicit / […] ma avvicina di certo alla serenità / alla gioia / imbeve i minuti di fremiti / di quiete» (p. 103).
Malgrado le tematiche estremamente dure e drammatiche, la tragedia attraversata e la coraggiosa esposizione a fior di pelle di ferite fisiche e morali, Cemento e vento si chiude su note di pacificazione, di riconciliazione e di rinascita. La tragedia si conclude così con maestria in modo sorprendentemente appagante, al termine di un arco narrativo tripartito che conduce progressivamente da un tormentato «noi» iniziale a un rasserenato «noi (di) nuovo» finale, attraverso la dolorosa esperienza della caduta, della morte e del lutto attorno a cui ruota la sezione centrale «non noi – io».
Link: viceversaletteratura.ch
© Azione, 18.08.2025
Vuoto di sangue nelle vene
Romanzo in versi: la testimonianza lirica di Noè Albergatiattraversa la colpa, il lutto e il tempo
Di Carlo Silini
L’ossessione di lei, apparentemente incomprensibile, per il proprio naso arrossato (per rosacea forse, forse per cuperose cronica) è l’avvio sorprendente di Cemento e vento, doloroso primo romanzo in versi del malcantonese Noè Albergati, pubblicato da Gabriele Capelli.
È la storia vera di una coppia che si perde («Faccio fatica a raggiungerti / anche standoti accanto, anche nel sollievo di un abbraccio / come su due piani paralleli sfugge l’incontro»). Perché, a partire da quel piccolo dettaglio del naso, lei non si riconosce e non si accetta più, va in depressione, affronta un ricovero in ospedale controvoglia, fugge dai farmaci («se peggioro li riprendo»), mentre lui vede sfilacciarsi il loro rapporto tra finzioni e illusioni che tutto vada bene («abbiamo anche ritrovato / quasi / la vecchia complicità / rincorrendo aurore boreali…»).
Ma la tragedia è dietro l’angolo. Un giorno di marzo lei non ce la fa più e si lancia dalla diga della Verzasca («cemento e vento / vuoto / poi roccia e acqua ghiacciata (…) sette anni precipitati e infrantisi / in mille ricordi malinconici, / elisa la tua voce dal mio futuro / a cui ora non so che suono trovare»).
La voce narrante di lui diventa allora sgomenta testimonianza del dopo («perennemente ubriaco di dolore / sento solo caldo tremiti e muscoli contratti. / Non vivo al tempo degli altri…») tra amore perduto, occhi che lo indagano («mentre cerco di non sentirmi smarrito / – tu sradicata – a disagio nei miei gesti consueti / tra la gente – Mi sento la diversità dipinta sulla pelle / nuda e vulnerabile agli sguardi»).
Col ricordo dell’ultima frase rivolta a lei, («vai dove cazzo ti pare»), in un momento di stizza, l’ultima che lei avrebbe sentito prima di farla finita («e tu senza più ritorno / sei andata davvero / e io che proprio non pensavo a quel luogo […] sento come un vuoto di sangue nelle vene / un’acqua che preme in gola alle tempie dietro gli occhi / a immaginarti seduta in macchina / intenta a radunare il coraggio o la disperazione»).
E poi la speranza e il dovere della rinascita, che lasciamo scoprire ai lettori. È un pugno nello stomaco il palpitante, vertiginoso romanzo in versi di Noé Albergati. Non se ne esce indenni.

Link: Azione
Radio Città Fujiko, Bologna, 02.07.2025
Breakfast Club | Voltiamo Pagina
Si parla di “Cemento e vento” su Radio Città Fujiko, Bologna

Presentati:
Noè Albergati “Cemento e vento” (Gabriele Capelli Editore)
Arthur Schnitzler “La signora Berta Garlan” (BUR)
In collaborazione con: Libreria Ubik Irnerio Bologna
In studio: William Piana, Silvia Albertazzi
Alice – RSI Radiotelevisione svizzera RETE DUE, 21.06.2025
“Cemento e vento”
Intervista a Noè Albergati
di Moira Bubola
Come elaborare la scomparsa di una compagna che si è tolta la vita? Come riconoscersi dopo un lutto che cambia radicalmente la nostra quotidianità? Come si trasforma l’amore e come si sopravvive al vuoto creato dalla depressione?
Noè Albergati, studioso di letteratura rinascimentale e poeta, racconta la propria esperienza di perdita in Cemento e vento, romanzo in versi edito da Gabriele Capelli. La scrittura, per Albergati, diventa strumento di testimonianza e terapia.
© Alleo.it, 06.05.2025
Noè Albergati, Cemento e vento, Gabriele Capelli Editore, 2025, pag. 112
Di Marisa Cecchetti
Romanzo in versi, si legge sotto il titolo del libro di Albergati, una scelta originale, libera, coraggiosa: ci sono storie ed emozioni che non si possono affidare alla prosa, questa richiede un registro esplicito, squadrato, indagatore; invece il verso suggerisce emozioni con un linguaggio più rotondo, lascia trapelare storie senza snudarle, con rispetto. La leggerezza del verso può avvolgere le storie, rendendo meno invadente il dolore.
Quella che racconta Albergati è una storia d’amore e di sofferenza, ma non nella classica accezione di amore/dolore, eros/tanatos, qui si tratta di uno scivolare lento di lei nella depressione, in una forma di ossessione che le ruba la vita.
Tutto ha inizio in uno splendido agosto sul mare, con una forte scottatura al naso – non può sfuggire il rimando a Il naso di Gogol – che non scompare, bensì diventa una rosacea di cui lei si vergogna, che la isola sempre di più dagli amici, dai suoi alunni, dal mondo. E chiede tutto l’amore, la comprensione di lui, ai cui occhi lei è sempre bella, non ha importanza il rossore sul naso. Eppure in casa scende il silenzio: “Ai pasti, se siamo soli, / non parliamo quasi mai /- tu sempre pronta a scartare sul naso – / poche frasi spente / cosa ho fatto io cosa tu oggi / “Sono un clown, con questo naso, /quando entro in classe /vedo i sorrisini degli allievi”.
Di cemento è la diga sui cui bordi lei cammina, e lì soffia sempre il vento.
Le depressioni forti, malattie che necessitano di cure e talora di ospedalizzazione, distruggono il malato, cancellano il valore della vita, ma logorano anche i familiari, perché c’è bisogno di pazienza e di una attenzione particolare alle parole, ai gesti, a tutto, davanti alla estrema fragilità e alla perdita di desiderio di vita: “ti lasci convincere / per qualche giorno /qualche ora / parole come un filo sbagliato / troppo fragile / per ricucire il mondo / brandelli che si riallacciano per poco / prima che lo strappo nuovamente li laceri”.
Nonostante l’attenzione e la cura, può sopraggiungere un momento di stanchezza estrema in cui non vengono in mente altre parole se non “Vai dove cazzo ti pare!”
Lei è uscita in macchina verso la diga di cemento e non è tornata più. Dopo le promesse, i tentativi di cura, le illusorie riprese: “Riprendi i farmaci smetti / stai meglio stai peggio /continui a dire che non hai niente / è solo il naso / se guarisce torno come prima / a me alla psichiatra / a te?”, quella mattina lei è uscita per comprare le sigarette e non è tornata, e il suo telefono è spento, e poi la chiamata alla polizia e la scoperta della verità: “la targa il colore della Micra / blu elettrico che le telecamere non hanno ripreso”.
Arriva la solitudine nella casa vuota di lei, le immagini di momenti di bellezza vissuti, l’analisi delle responsabilità, i sensi di colpa, i mesi delle “emozioni ossimoriche”, dei se ripetuti: se avessi fatto, se avessi detto… Questo narrano i versi di Albergati, che fa toccare il dolore, senza retorica, al di fuori di luoghi comuni, e si apre alla riflessione sul senso della vita, sulla responsabilità di ognuno verso gli altri e verso noi stessi, sull’obbligo morale di non sprecarla, la vita che ci è rimasta. Ma torna una domanda tormentosa: “è meglio ora? – per me – non è meglio?”
E se lui riparte cercando di acchiappare un poco di nuova felicità, è sempre presente l’immagine di lei, delle sue sofferenze: “Mi trovo spesso a pensare / nella mia felicità / che non mi manca niente /e poi mi spaventa / il vento di quella voragine di quell’assenza / enorme”. Diviso tra la paura e il bisogno di dimenticare, tornerà insidiosa la domanda. “perché non è bastato l’amore / la cura / le attenzioni / a frenare il volo?”
Link: Alleo.it
Tra le righe – RSI Radiotelevisione svizzera, 06.06.2025
Tra le righe
La parola del giorno: proteiforme
di Sarah Tognola e Neva Petralli
Navighiamo tra le righe con Noè Albergati, scrittore, bibliotecario e prossimamente libro vivente alla Human Library a Massagno.
Nel 2025 ha pubblicato il suo primo romanzo in versi Cemento e vento.
SEIDISERA Magazine, 04.05.2025
“Cemento e vento” di Noè Albergati
Di Angelica Arbasini
© laRegione, 03.05.2025
Il senso del vuoto nel vento
di Enrico Lombardi

© Il posto delle parole. Asoltare fa pensare, 17.04.2025
Noè Albergati “Cemento e vento”
Con Livio Partiti


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