Lara Fremder, “L’ordine apparente delle cose”
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Lara Fremder
L’ordine apparente delle cose
Romanzo
15×21 cm, 168 pp, Euro 18,00 (I)
ISBN 978-88-31285-44-5
Disponibile anche in versione digitale su più piattaforme
Servizio televisivo dedicato a “L’ordine apparente delle cose” di Lara Fremder – Turné, RSI LA1
Intervista a Lara Fremder – Alice – Radiotelevisione svizzera di lingua italiana, RETE DUE – 30.03.2024
Intervista a Lara Fremder – Cult/RadioPopolare – 10.04.2024
“Fahrenheit” ha intervistato Lara Fremder, autrice de “L’ordine apparente delle cose” – Rai Radio 3

Per la guida turistica Rachele Zwillig, a Gerusalemme ogni cosa è al proprio posto solo per necessità e la santità del luogo – illuminata da una luce immaginaria – va cercata altrove, nei suoi luoghi nascosti.
Rachele – che si porta dietro il fantasma della madre, un fratello misterioso e un padre assente – ama bere Gin Tonic durante Shabbat, non vuole essere definita ebrea e, per sopravvivere, inventa storie che spaccia come reali non solo alle comitive di turisti ma anche a sé stessa.
Sparse nel cassetto della credenza fra vecchie posate, elastici, tappi e ricevute di pagamento ci sono cinque fotografie che racchiudono la storia della sua famiglia, del suo disagio e del suo dolore. Fra quelle immagini ce n’è una sfocata con una casa circondata da un giardino incolto, una sedia rovesciata e una donna davanti alla porta d’ingresso che guarda verso l’obiettivo. Una freccia rossa, marcata con forza, la indica con l’iniziale T.
Quella foto nasconde una storia, un segreto e una possibilità di pacificazione.
Come un grido che risuona tra le mura di Gerusalemme, la storia di Rachele Zwillig tocca il cuore raccontando della necessità di staccarsi dal passato senza perderne la memoria.
«Mi chiamo Rachele Zwillig e sarò la vostra guida. Voglio dirvi da subito che qui non servono mappe e satelliti. Qui è bene perdersi. Perdersi significa non cercare risposte, quindi non fatemi domande se non strettamente necessarie. Non interrompete il vostro smarrimento di fronte ad apparenti certezze. Mantenete il disorientamento, mantenetelo il più possibile perché è questo ciò che ha valore. E quando avrete la sensazione di esservi ritrovati, guardandovi intorno vivrete un’inevitabile contraddizione: da un lato la realtà oggettiva con tutti i margini di errore, dall’altra la realtà unica, quella che siete voi a cogliere e che varia a seconda del sapere, del vissuto, dello stato emotivo. E ancora non basterà, perché il vostro sentire dipenderà dalle nuvole, dal vento, dall’azzurro del cielo, dalla stagione, dalla luce. Qui nessuno può darvi certezze. Nemmeno io, ovviamente. Qualcuno allora si domanderà: perché mai dovremmo pagare una guida per muoverci tra le mura di questa antica città senza avere alcuna certezza? Non lo so. Il pagamento, non a caso, è anticipato. Seguitemi…»
Lara Fremder è nata a Milano, città in cui vive. Ha collaborato per molti anni con Studio Azzurro, realtà internazionale di ricerca artistica. Ha scritto soggetti e sceneggiature di film che hanno ottenuto numerosi riconoscimenti e che sono stati presentati in concorso ai principali Festival di Cinema. Scrive documentari e film di animazione. Come regista ha diretto due cortometraggi tratti da due suoi racconti vincendo con il film Blu Sofa il Grand Prix al Festival International du court métrage de Clermont Ferrand.
Insegna scrittura cinematografica al Conservatorio Internazionale di Scienze Audiovisive di Locarno e alla Scuola Civica di Cinema Luchino Visconti di Milano.
“L’ordine apparente delle cose” è il suo primo romanzo.
RECENSIONI / SEGNALAZIONI
© Rockerilla, 03.02.2025
Lara Fremder
L’ordine apparente delle cose
di Laura Fabbri

Link: Rockerilla
© Radio Città Fujiko, 25.09.2024
Breakfast Club – Voltiamo pagina

presentati:
Lara Fremder “L’ordine apparente delle cose” (Gabriele Capelli Editore)
Giuseppe Berto “La Fantarca” (Neri Pozza Bloom)
In studio: William Piana, Silvia Albertazzi
In collaborazione con la libreria Ubik Irnerio Bologna
© L’Eco di Bergamo, 17.09.2024
Letteratura
«L’ordine apparente delle cose» di Lara Fremder: la parola dei figli che vince il silenzio dei padri
Intervista. Pubblicato quest’anno da Gabriele Capelli Editore (e presentato, la scorsa domenica, allo Spazio Caverna), è un libro sulla ricerca della «memoria perduta». Sullo sfondo, Gerusalemme e il conflitto israelo-palestinese.
Di Francesco Ruffinoni
«È tempo che si sappia […]. È tempo che sia tempo», recita una meravigliosa poesia di Paul Celan. Leggendo «L’ordine apparente delle cose» (Gabriele Capelli Editore, 2024), romanzo d’esordio di Lara Fremder (sceneggiatrice e docente presso la Scuola civica di cinema «Luchino Visconti» di Milano e presso il Conservatorio internazionale di Scienze audiovisive di Locarno), vengono in mente proprio le parole del grande poeta rumeno: Rachele Zwillig, ebrea, guida turistica, nonché protagonista dell’opera, si trova, suo malgrado, a fare i conti con il passato della propria famiglia.
A questo passato ingombrante (e al dolore muto che la pervade) desidera dare un nome, desidera dare un senso. Per mezzo di un’incessante ricerca a ritroso e tramite il dissotterramento di quel che le è sempre stato taciuto, Rachele riuscirà a sancire un compromesso con sé stessa e con la sua storia, guadagnandosi, infine, un po’ di serenità e di pace. «L’ordine apparente delle cose», attraverso una scrittura agile e potente, è un libro sullo svelamento e sulla memoria, ma anche sul non detto che, come una malattia genetica, viene trasmesso dai genitori ai figli, sino a quando, a un certo punto dell’esistenza e quasi per caso, emerge in tutta la sua crudele brutalità. Del resto, la personale recherche di Rachele Zwillig non è voluta: accade. A squassare l’illusorio equilibrio di questi silenzi di sangue, alcuni oggetti che, come in un quadro di Giorgio Morandi, appaiono quasi pulsanti e ammiccanti: “madeleine proustiane” che interrogano il cuore della protagonista e che l’accompagnano, fatalmente, alla verità. A far da cornice al tutto, la Gerusalemme dei nostri giorni (con il fascino delle sue tante contraddizioni) o, per meglio dire, la Gerusalemme di prima del sette ottobre: data per la quale – spiega Fremder, che, scorsa domenica, ha presentato il volume allo Spazio Caverna – non se la sentirebbe, ora, di scrivere un testo come questo.
FR: Lara Fremder, cosa intende per «ordine apparente delle cose»?
LF: Tutti noi aneliamo all’ordine; nonostante persino la termodinamica ci dica il contrario, pensiamo che l’ordine sia lo stato naturale delle cose. Non è così, ogni cosa è destinata al caos. Rachele, la protagonista del romanzo, organizza attorno a sé un ordine apparente e lo fa per difendersi dal proprio passato. Alla lunga, questo, si rivelerà uno sforzo vano. Il titolo, però, si riferisce anche a quanto è sempre accaduto in Israele, in cui, agli illusori momenti di pace, si sono alternati quelli sanguinosi della guerra, poiché non si è affrontato con rispetto la realtà: riconoscere che in quella terra vivevano i Palestinesi.
FR: «Qui è bene perdersi. Perdersi significa non cercare risposte, quindi non fatemi domande se non strettamente necessarie. Non interrompete il vostro smarrimento di fronte ad apparenti certezze. Mantenete il disorientamento, mantenetelo il più possibile perché è questo ciò che ha valore». Eppure, da queste parole dal gusto quasi nietzschiano pronunciate dalla protagonista, sembra che il disordine sia una sorta di ordo inversus necessario …
LF: In un certo modo, sì: senso e bellezza sono elementi che vanno cercati e svelati e per farlo, a volte, bisogna procedere in maniera non ordinaria, mettendo in discussione sé stessi e le proprie credenze. Ma questa è anche un’esortazione a riconquistare la propria dimensione e a riconquistarsi, a tenere allenato il proprio spirito critico e a non perdersi nel conformismo della massa.
FR: «A volte mi invento una data, un imperatore mai nato, luoghi e genealogie inesistenti, nomi e date che sfuggono al controllo della storia e della memoria, in fondo piccoli e innocenti attentanti alla realtà. […] Lo faccio anche con me stessa, me la racconto la vita, nel bene e nel male, […] e spesso ci credo». Rachele ama distorcere le realtà: le bugie narcotizzano il vissuto o permettono, al netto del vero, di donargli senso?
LF: Penso un po’ tutte e due le cose. Rachele è un personaggio a tuttotondo: è ironica, critica e ama molto giocare con la realtà. È sicuramente un modo per rendere più divertente una quotidianità lavorativa piuttosto monotona, ma anche per ritagliarsi uno spazio «altro» all’interno di una realtà complicata e di un vissuto doloroso.
FR: A pagina 79, Rachele esclama: «Ogni discorso di strumentalizzazione della Shoah con me non funziona, ok? Abbiamo vissuto quell’orrore, contro di me non potete nulla». La Shoah è strumentalizzata?
LF: È innegabile che per secoli gli ebrei abbiano subito pogrom e antisemitismo, ma è drammatico che un popolo di profughi, nel darsi una terra, generi altri profughi. Riconoscere il trauma dell’altro è la base per una possibile convivenza civile: esiste il trauma della Shoah, ma esiste anche il trauma della Nakba. Per superare il dolore storico, spezzare la giostra della morte e non alimentare ulteriore ferocia, è necessario mantenere la propria umanità anche quando te la stanno togliendo.
FR: «Per la prima generazione, quella dei sopravvissuti, è impossibile esprimere il sentimento. Per la seconda generazione è più facile, ma difficilmente i figli dei sopravvissuti vanno in visita ai campi o alla ricerca delle storie di famiglia. E poi c’è la terza generazione, quella dei nipoti. “È come se fossero stati mandati dalle generazioni precedenti a esprimere le emozioni anche per loro […]”». È davvero così?
LF: Mio padre, ebreo polacco, è nato e cresciuto a Kałuszyn, vicino a Varsavia. Quando, nel ’39, il villaggio fu occupato dai nazisti, lui era in Italia e si salvò. In quanto ebreo, non si salvò, però, dall’internamento nei campi di prigionia fascisti in Italia, a Nereto e a Ferramonti. Ho vissuto i suoi silenzi, carichi di dolore; del resto, il trauma di sopravvivere a un’esperienza estrema come quella della Shoah condiziona le relazioni con gli altri. Il trauma dilaga oltre la generazione delle vittime e io questa cosa l’ho sperimentata. Mi sono dovuta confrontare anche con quel senso di colpa che è tipico dei sopravvissuti; il senso di colpa dato dal fatto di non essere riusciti a impedire che altri morissero. Fin quando non si traghetta il proprio genitore fuori dalla realtà dei campi di sterminio, i figli non si sentono autorizzati a vivere la propria vita. Eppure, la rielaborazione del dolore può avvenire solo relazionandosi a esso, senza fuggire.
FR: Lei ha detto che, dopo quanto è successo il 7 ottobre, un romanzo come questo non lo scriverebbe più. Perché?
LF: Perché la Gerusalemme del mio libro non esiste più, è come sospesa. Ma se Rachele fosse nella realtà di quel luogo, ora, desidererei manifestasse per il cessate il fuoco e per la liberazione degli ostaggi, ma anche contro il massacro del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania.
FR: Gerusalemme, per lei, è un grembo materno o un labirinto kafkiano?
LF: È un labirinto kafkiano, con qualche spiraglio di uscita. Sia per me che per Rachele.
Link: L’Eco di Bergamo
© L’Eco di Bergamo, 15.09.2024
Un ordine apparente per vincere il dolore
Di Giulio Brotti

Lara Fremder è stata ospite di un incontro letterario – presso lo Spazio Caverna a Bergamo – in cui ha presentato il suo libro “L’ordine apparente delle cose”.
© Agoravox.it, 9.09.2024
Lara Fremder: L’ordine apparente delle cose
di Fabio Della Pergola
«Dottoressa Zweiter?»
«Sono le tre di notte Rachele, cosa c’è?»
«Perché dovrei essermi inventata la storia di Hulda?»
«Forse per uscire anche tu dai campi.»
«Non dica sciocchezze. Io non sono mai stata nei campi.»
«Sicura?»
Questa è la telefonata che l’inquieta Rachele fa in piena notte alla sua psicanalista. Ed è la chiave di volta per la comprensione di tutto ciò che la agita.
Rachele Zwillig fa la guida turistica, spesso controvoglia, a Gerusalemme. Ha superato i quaranta, qualche problema di instabilità, forse, in passato; vive sola e si è un po’ lasciata andare – se il frigo si rompe non lo fa aggiustare, lo usa come scarpiera – ha un padre che non si interessa di lei tanto quanto lei di lui, la madre si è suicidata quando era una bambina, non ha un uomo, neppure occasionale, ma fantastica sul russo (sposato con figli) che frequenta e l’inglese che incontra da guida o forse anche sul poveretto che si crede Gesù. E rifiuta di farsi definire “ebrea” così come rifiuta di farsi ingabbiare in qualsiasi altra forma con cui l’umanità è usa definire l’io, il tu, il noi, il voi. Fuori gabbia si vive bene solo se si ha un’identità ben formata, a tutto tondo. Ma lei, si direbbe, è ancora in cerca.
E in questa ricerca Lara Fremder ci trascina passo dopo passo, entrando nel mondo di Rachele Zwillig un po’ sciatto, un po’ angoscioso, un po’ divertente, un po’ inquietante, un po’ romantico e nello stesso tempo anche un po’ irritante.
Ci trascina perché la scrittura del libro è davvero affascinante. Secca, impietosa, non indulge in inutili orpelli, non si arrampica su improbabili metafore, non eccede mai. Ma ci fa capire che c’è un non detto grosso come una casa in questa donna che non potrebbe vivere lontano dalla città “santa” neppure per un giorno, ma da cui si allontana – volandone via – solo per il tempo necessario per recuperare il tassello fondamentale della sua immersione nel passato.
È forse sulla risoluzione del non detto, legato alle poche fotografie arrivate a lei non si sa da dove, che s’ingarbuglia un po’ anche la scrittura. Diventa più faticosa. Ma non è un’accusa: dopotutto come si può spiegare usando la parola scritta in lucida prosa, che una donna mai stata rinchiusa nei campi non ne sia mai nemmeno uscita? Bisognerebbe forse usare le immagini o la musica o la poesia. O qualche marchingegno, sfumato e impalpabile, capace di comunicare attraverso forme altre, ma non con la parola che cerca di dire quello che ci siamo ormai abituati a definire “l’indicibile”.
È l’angosciosa domanda che tormenta le generazioni ebraiche successive a quelle che dalla Shoah sono state travolte: gli annullati che non possono più parlare, i sopravvissuti, gli scampati, i fuggiti, in ogni caso tutti ineluttabilmente travolti e che forse di parlare non hanno proprio voglia.
Tocca alle generazioni successive, ci chiediamo, “ai figli della Shoah” (ma, temo, anche i nipoti) sopperire a quelli che non hanno saputo fare i conti, del tutto e fino in fondo, con quella epocale catastrofe?
Ma come si possono fare i conti con un tempo che non è stato mai vissuto? Non ne sono stati toccati e tuttavia sono o si sentono pienamente coinvolti. Benché non travolti direttamente, ci sono finiti dentro con tutte le scarpe. Mai entrati nei campi, non ne sono, tuttavia, mai usciti.
Per uscirne hanno una sola possibilità: aprire gli occhi e guardare in quell’abisso. Sapendo che è stato fatto e che potrebbe essere fatto di nuovo e tuttavia prendersi tutto il carico, pesantissimo, di dover vivere la propria vita – “trovare un modo per esistere nel mondo” – adesso che i campi non ci sono più, ma che tuttavia permangono nella loro mente.
Rachele Zwillig, l’ebrea-che-rifiuta-di-definirsi-ebrea, passa attraverso la resa dei conti con la madre stroncata, con il padre assente, con la parente iperattiva e aggressiva, con il tempo che passa e con quello che non è mai passato.
Fino all’epilogo – che non svelerò – dove c’è solo una sedia rovesciata. È rimasto un nulla, un nulla di umano, che è la vera, intima verità degli assassini di un tempo andato. Il nulla dentro gli esseri umani, che li ha resi inumani, è ciò che va visto per poter uscire dai campi in cui non si è mai entrati. Per trovare l’uscita dal tunnel.
Altrimenti si rimane schiacciati in quella terra di mezzo – “penso che la vita e la morte si sfiorano a tal punto che non c’è margine, non c’è spazio per stare solo da una parte” – non si è mai del tutto vivi anche se non si è del tutto morti. Fuori, intanto, si sentono i rumori drammatici di un paese mai pacificato. Il libro, premette l’autrice, è stato scritto prima del 7 ottobre.
Da leggere.
Link: agoravox.it
© Different Magazine, 29.08.2024
“L’ordine apparente delle cose” di Lara Fremder: la recensione
Di Miriam Bocchino
Recensire “L’ordine apparente delle cose” di Lara Fremder non è cosa facile. Il libro, edito da Gabriele Capelli Editore, pur prestandosi facilmente alla lettura lascia un senso di “non – finito”, di incompiuto e un’insidiosa inquietudine.
Il romanzo segue la guida turistica Rachele Zwillig, a Gerusalemme. La città è la seconda protagonista della storia, una terra tumultuosa, complessa e violenta. Rachele trascina con sé, nelle sue giornate scandite da volti sconosciuti, il fantasma della madre, un fratello misterioso e un padre assente.
Ha 41 anni Rachele, fa la guida turistica e vive da sola. Orfana in una città che pare inghiottirla.
“Da ragazzina mi infilavo volutamente dentro fotografie di sconosciuti. A volte uscivo di casa apposta. Era un gioco di cui solo ora riconosco la malinconia, trovare un modo per esistere nel mondo, essere al tempo stesso visibili agli altri e invisibili a sé stessi.”
Rachele possiede solo cinque fotografie.
La prima la ritrae insieme alla madre Dahlia, cinque giorni prima del suo suicidio. Ha solo quattro anni Rachele.
La seconda non ha né luogo, né tempo. Raffigura una casa con un giardino incolto, una sedia rovesciata fra l’erba alta e una donna davanti alla porta d’ingresso che guarda verso l’obiettivo.
La terza vede Rachele che corre. È l’estate del 1983 e la madre è morta due anni prima.
La quarta è il ritratto della famiglia Zwillig prima della tempesta (così qualcuno ha scritto sulla fotografia). Parigi 1940, una coppia, Oscar Zwillig e la moglie Rina, i nonni di Rachele.
L’ultima è il ritratto della famiglia Zwillig dopo la tempesta. 1946, una bambina sola al centro di una stanza guarda l’obiettivo: è la madre di Rachele e ciò che resta di una famiglia di ebrei ungheresi.
“E penso che la vita e la morte si sfiorano a tal punto che non c’è margine, non c’è spazio per stare solo da una parte. Mai.”
Rachele non prega, beve il suo Gin Tonic durante lo Shabbat, non vuole essere definita ebrea e, per sopravvivere, inventa storie che spaccia come reali non solo alle comitive di turisti ma anche a sé stessa.
“L’ordine apparente delle cose” è un romanzo ostico perché complicato nella sua semplice narrazione: quanto dolore nasconde Rachele? La vita apparentemente ordinaria a cui si “sottopone” le è necessaria per esistere? Potrebbe Rachele essere “presente” in un altro luogo?
L’autrice sceglie appositamente di lasciarci nei margini: anche quando la donna incontra il padre, dopo molti anni, l’Epifania che ci si aspetta non avviene e quando l’incontro con Richard Fichter, un inglese che si affida alla sua guida, ci fa sperare in un cambiamento questo non si manifesta.
“Le famiglie sono un insieme pericoloso, talvolta benefico, talvolta minaccioso, talvolta salvifico, talvolta mortale.”
È un romanzo che fa male “L’ordine apparente delle cose” perché fa diventare cosciente il lettore su come le vite siano spesso interdette all’esistenza stessa.
“Dottoressa Zweiter?
Sono le tre di notte Rachele, cosa c’è?
Perché dovrei essermi inventata la storia di Hulda?
Forse per uscire anche tu dai campi.
Non dica sciocchezze. Io non sono mai stata nei campi.
Sicura?”
Rachele è sicuramente una protagonista scomoda: si muove lenta in una Gerusalemme di violenza e dolore, regalandoci il ritratto di una vita che appare “normale”, abitudinaria e spesso annoiata, ma che racchiude in sé un “ordine solo apparente”.
“Qui è bene perdersi. Perdersi significa non cercare risposte, quindi non fatemi domande se non strettamente necessarie. Non interrompete il vostro smarrimento di fronte ad apparenti certezze. Mantenete il disorientamento, mantenetelo il più possibile perché è questo ciò che ha valore.”
Link: Different Magazine
Rai Radio 3, 19.08.2024
Fahrenheit
Il libro del giorno | L’ordine apparente delle cose, di Lara Fremder, GCE, 2024

© ELLE DECOR, 02.07.2024
Elle Decor Library: 10 romanzi freschi di stampa per architetti e designer
La top ten di luglio 2024 della narrativa di ispirazione per progettisti e appassionati di case
Di Paola Maraone
Tra i consigli anche “L’ordine apparente delle cose” di Lara Fremder


Link: ELLE DECOR – La lista completa
© Globalist, 24.06.2024
Cultura
L’ordine apparente delle cose nel caos di Gerusalemme
Lara Fremder ci regala un romanzo accorato, L’ordine apparente delle cose appunto, in cui le storie personali si intrecciano all’intrigante quadro millenario di un luogo, Gerusalemme.
di Rock Reynolds
Può esserci in un luogo fisico un ordine apparente dietro cui si cela il caos dell’anima degli individui, una casa globale in cui la sofferenza si fa inquilina della quotidianità?
Lasciando più domande irrisolte che risposte banalizzanti – una scelta all’insegna della saggezza umana tanto quanto letteraria – Lara Fremder ci regala un romanzo accorato, L’ordine apparente delle cose (Gabriele Capelli Editore, pagg 167, euro 18) appunto, in cui le storie personali si intrecciano all’intrigante quadro millenario di un luogo, Gerusalemme, che davvero ha pochi eguali al mondo in quanto melange di lingue, culture, religioni e popoli.
Sembra che parlare di quella città e, soprattutto, di quella regione di cui è la perla più scintillante sia un dovere della contemporaneità. Eppure, Lara Fremder ci anticipa, con il garbo che la contraddistingue, di aver scritto il suo libro prima del 7 ottobre, ovvero prima che la routine degli ultimi 75 anni circa venisse sconvolta per sempre. E fa specie chiamarla routine, considerato il carico di sofferenze indicibili che si porta appresso fin dalla nascita dello stato di Israele, senza volerci spingere troppo addietro nel tempo.
Protagonista assoluta de L’ordine apparente delle cose non è, come potrebbe sembrare di primo acchito, Rachele Zwillig, la ragazza che per sfuggire a un carico di dolore personale annichilente – con il suicidio della madre e l’estraniamento del padre a fare da ombre principali di un’intera vita – sceglie di fare la guida turistica, soggetta alle bizze di un capo iracondo e alle richieste talvolta irrituali se non apertamente empie di viaggiatori che scambiano la Terra Santa per un centro commerciale. Eroina della storia è la stessa Gerusalemme, città misteriosa, fascinosa, mistica e, in qualche modo, infida, in cui da sempre convivono forze contrapposte, a testimonianza del fatto che, nonostante tutto, esiste ancora una possibilità di redenzione per l’umanità. Rachele si trova a suo agio nelle calli della città antica, sulla Spianata dei Templi, sul Monte degli Ulivi, nel Quartiere Armeno, ed è in costante dialogo con la sua coscienza, in una sorta di riproposizione quotidiana delle sedute con la psichiatra che l’ha aiutata a superare il trauma terribile del suicidio di sua madre. Quasi che in quella scelta di morire ci sia l’eredità di un popolo ora trasmessa sulle sue stanche spalle. Perché nessun ebreo può dirsi immune a quella maledizione che è stato l’Olocausto e che, comunque lo si guardi, ne ha ricombinato il DNA.
Rachele mente e sa di mentire quando racconta piccole, insignificanti bugie che diventano una sorta di autoterapia e che le consentono di intrigare i turisti al suo seguito così come di placare qualche suo demone. Perché, altrimenti, come dice a un certo momento, «Dove si trova la via di fuga se si resta bloccati nel tempo del dolore?».
Il resto, come in ogni buon romanzo che si rispetti, sarà il lettore a scoprirlo tra le sue molteplici pieghe. Nel frattempo, Lara Fremder ha risposto con generosità a qualche nostra domanda.
Davvero il 7 ottobre è stato la disintegrazione di un ordine apparente delle cose in una guerra in atto da 80 anni?
«Ho scritto il romanzo prima del 7 ottobre, prima che Hamas con indicibile ferocia, accendesse la miccia e scatenasse l’inferno. “È dura non perdere l’umanità quando te la tolgono però è proprio in quel momento che bisogna mantenerla”, così mi ha detto un amico nei giorni in cui Israele rispondeva a quel massacro compiendo crimini contro l’umanità. Grossman ha invitato gli israeliani a combattere per le strade. Esiste un dissenso in Israele, forse in quella società così lacerata comincia ad esserci maggiore consapevolezza. In quella terra vivono da secoli i palestinesi. A loro va restituita terra e dignità.»
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La sua è una storia di sofferenza personale e di avventura. In fondo, un topos classico. Ce ne racconta la genesi?
«2019. Mi trovavo a Gerusalemme. Attraversando una sera uno dei grandi e poco illuminati corridoi dell’Hospice Austriaco – una costruzione ottocentesca che si affaccia sulla via Dolorosa – un uomo mi si avvicina e mi chiede: “Cattolica?”. Mi presi un secondo per rispondere, ma nel mentre l’uomo si era già dileguato. Raggiunsi la mia stanza e mi assicurai che fosse ben chiusa. La mattina seguente scoprii che era una guida e che formava i suoi gruppi a seconda della fede religiosa. Mi divertì molto quell’aspetto del lavoro e pensai di fare un documentario sulle guide della Città Vecchia. Poi ci fu il Covid e tutto si fermò. Fu allora che pensai a Rachele. Lei racconta una parte della mia vita che non avrei potuto narrare altrimenti.»
Ci racconta qualcosa della sua storia, per capire meglio com’è giunta a scrivere questo suo romanzo?
«Mio padre era ebreo, nato a Kaluszin, un piccolo villaggio non distante da Varsavia. Ci sono andata qualche anno fa: della sinagoga resta solo una targa. Da lì, nel 1942, furono deportati a Treblinka 2500 ebrei. Mio padre era già in Italia ma non sfuggì ai campi di internamento di Nereto e Ferramonti. Fu prigioniero dal 1940 al 1943. Mia madre era cattolica, quindi io non sono ebrea. Ci sono tante cose personali che mi hanno portato a scrivere L’ordine apparente delle cose. Posso aggiungere che Fremder in tedesco significa straniero, in yiddish estraneo. Quando lo scoprii, capii molte cose: era come se mi potessi collocare in quel limbo, fatto di estraneità, a cui sentivo di appartenere.»
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La città di Gerusalemme esce dalle righe delle sue pagine come un personaggio a tutto tondo, una donna generosa e al tempo stesso severa. Viene ancor più voglia di visitarla. Cos’è che la affascina maggiormente?
«Non ho parole per spiegare. È un luogo struggente, che sento pieno di voci, di storie, di menzogne presenti e passate. Mi sono nutrita di quella città. Uno di quei luoghi che senti di conoscere, in cui potresti vivere e in breve tempo, forse, salutare le persone per strada.»
Se il suo romanzo lo scrivesse oggi, sarebbe diverso?
«Lei mi fa una domanda dolorosissima, perché oggi, quel romanzo, non lo potrei scrivere. Sarebbe impossibile. Rachele Zwillig la protagonista, sarebbe a disagio e io con lei, profondamente.»
Rachele fa la guida turistica, non certo la professione letteraria per eccellenza. È difficile visitare quei luoghi dimenticandosi che tutt’intorno c’è la guerra?
«Oggi quei luoghi non si visitano e non si visiteranno immagino per molto tempo, comunque sarebbe diverso. Ci si muoverebbe tra antiche e nuove rovine e per farlo ci vorrebbe molto rispetto.»
Da esponente in qualche modo del popolo ebreo, che sensazioni prova nel vedere l’esacerbazione e non l’attenuazione di un conflitto annoso?
«Io non sono un’esponente del popolo ebreo. Ma non significa nulla. Ho paura e infinita pena per il popolo palestinese, rabbia per le ingiustizie che ha sempre subito, dolore per quanto sta accadendo. Allo stesso tempo so che c’è una profonda lacerazione all’interno della società israeliana che deve affrontare la realtà, prendersi le sue responsabilità, fare i conti con il proprio passato e il proprio dolore se non vuole autodistruggersi. È questo ciò di cui parlo nel mio romanzo, della necessità di staccarsi dal passato senza doverlo dimenticare.»
Link: Globalist
© Internazionale, 14.06.2024
Segnalazione del romanzo di Lara Fremder “L’ordine apparente delle cose” su Internazionale del 14.06.2024.


© Letterate Magazine, 12.06.2024
«Mantenete il disorientamento»
Di Chiara Cremaschi
Rachele fa la guida turistica a Gerusalemme e si muove tra vecchie e nuove rovine. Nel suo peregrinare c’è anche la ricerca della verità sul passato della propria famiglia, segnata dalla Shoah, tra omissioni e tragiche verità. “L’ordine apparente delle cose” è il debutto nella narrativa di Lara Fremder, sceneggiatrice di film importanti
La prima immagine è quella di dodici turisti giapponesi. Poi si attraversa una strada, o si apre la finestra, ed ecco Gerusalemme.
Un’immagine che ci costruiamo riga per riga, seguendo Rachele Zwillig.
È lei la protagonista de L’ordine apparente delle cose, e racconta questa città per mestiere, fa la guida turistica, otto ore al giorno, «raccontando le storie che i turisti desiderano ascoltare, battaglie, disfatte, miracoli che si ripetono da secoli, storie che non fanno più paura e raramente commuovono, inganni di cui non si può fare a meno. (…) A volte mi invento una data, un imperatore mai nato, luoghi e genealogie inesistenti, nomi e date che sfuggono al controllo della storia e della memoria, in fondo piccoli e innocenti attentati alla realtà. Non lo faccio sempre, di mentire, non gioco d’azzardo, valuto con attenzione chi ho di fronte e scelgo il momento. Lo faccio anche con me stessa, me la racconto la vita, nel bene e nel male, la dipingo dei colori che voglio, la riempio di storie di amore e di odio e spesso ci credo».
Questa dichiarazione iniziale di Rachele, mi sembra corrisponda al metodo di scrittura che si è data Lara Fremder, l’autrice del libro.
Fremder è una sceneggiatrice di film importanti. Ha lavorato molti anni con Studio Azzurro, un gruppo di ricerca artistica milanese, e la ricerca risuona anche in questo suo esordio letterario. Inoltre, l’atmosfera di L’ordine apparente delle cose mi ha ricordato quella di “Alambrado”, il film del 1991 di Marco Bechis, che ha una storia continuamente spostata dal vento. Anche lì, come in questo libro, Fremder costruisce una sorta di nostalgia del futuro.
La città che Rachele racconta esiste nelle sue contraddizioni: «Voglio dirvi da subito che qui non servono mappe e satelliti. Qui è bene perdersi. Perdersi significa non cercare risposte, quindi non fatemi domande se non strettamente necessarie. Non interrompete il vostro smarrimento di fronte ad apparenti certezze. Mantenete il disorientamento, mantenetelo il più possibile perché è questo ciò che ha valore. E quando avrete la sensazione di esservi ritrovati, guardandovi intorno vivrete un’inevitabile contraddizione: da un lato la realtà oggettiva con tutti i margini di errore, dall’altra la realtà unica, quella che siete voi a cogliere e che varia a seconda del sapere, del vissuto, dello stato emotivo. E ancora non basterà, perché il vostro sentire dipenderà dalle nuvole, dal vento, dall’azzurro del cielo, dalla stagione, dalla luce. Qui nessuno può darvi certezze. Nemmeno io, ovviamente».
Ci muoviamo in un racconto in cui non si sa con esattezza cosa sia reale e cosa immaginato o immaginario, compresi i sentimenti. Eppure ci sono una esattezza e una potenza di linguaggio che obbligano a restare lì, a seguire l’indagine di Rachele.
Un’altra immagine: «La foto ritrae me e Dahlia, mia madre, cinque giorni prima della sua morte. È il 1981, il 6 marzo. (…) Tiro fuori quella foto una volta all’anno, il giorno della morte di mia madre, e ogni volta che lo faccio trovo un elemento sfuggito allo sguardo e al dolore dell’anno precedente, come se lo smarrimento di allora si rinnovasse svelando un nuovo dettaglio (…). Dahlia e io siamo sedute su un muretto che corre, oltre i margini della fotografia, fino alla fine del mondo. Nella foto la mamma sorride. Come si possa sorridere a pochi giorni dalla propria morte è la domanda che mi insegue feroce da sempre».
Ancora immagini: sparse nel cassetto della credenza, Rachele conserva 5 fotografie. Tra quelle immagini ce n’è una sfocata, con una casa circondata da un giardino incolto, una sedia rovesciata e una donna davanti alla porta d’ingresso che guarda verso l’obiettivo. Una freccia rossa, marcata con forza, la indica con l’iniziale T. Dopo la morte di suo padre, Rachele vorrebbe chiedere molte cose, scoprire quale segreto si nasconda in famiglia, ma ne chiede solo una, ad Andrei: «Sto zitta, ascolto. Le forze che mi restano le tengo per il decimo ostacolo, per riuscire ad affrontare la collina che spezza il cuore perché è lì che voglio arrivare e allora gli mostro le fotografie e chiedo chi è quella donna.»
Ci muoviamo in questo filo che Rachele ci tende dal suo labirinto, dove le immagini compaiono, scompaiono, svaniscono, tornano. Come quella di un quadro che ritrae una bambina dalle gote rosse.
Cosa significa essere figli di sopravvissuti all’orrore della Shoah? È sicuramente difficile metabolizzare la sofferenza ereditata, ma pur superando quella sofferenza, resta la memoria necessaria per chiudere il cerchio, come scrive l’autrice: «Come figlia di un sopravvissuto, per lungo tempo non sono riuscita a elaborare la sofferenza. La storia di Rachele è un po’ anche la mia. Sono gli eredi delle vittime della Shoah, oggi, ma non solo loro, ad avere il compito di superare il dolore, pur conservandone la memoria. Uscire dal ruolo di vittima permette di chiudere il cerchio. Come Rachele, ci troviamo di fronte a una scelta: alimentare la ferocia o affermare l’umanità».
Nella prima pagina del libro, Fremder sottolinea: «Ho scritto questa storia prima del 7 ottobre, prima che l’ordine apparente delle cose si disintegrasse lasciando ovunque dolore e macerie. Rachele Zwillig, che per tutto il romanzo ha gridato con forza la necessità di staccarsi dal passato senza per questo dimenticarlo, si muove ora fra antiche e nuove rovine».
Link: Letterate Magazine
© Oubliette Magazine, 10.06.2024
“L’ordine apparente delle cose” di Lara Fremder: un romanzo sulla Shoah ambientato a Gerusalemme
by Carolina Colombi
“Ho scritto questo libro prima del 7 ottobre, prima che l’ordine apparente delle cose si disintegrasse lasciando ovunque dolore e macerie.” ‒ Lara Fremder
L’ordine apparente delle cose di Lara Fremder
Pubblicato nel 2024 da Gabriele Capelli editore, il romanzo L’ordine apparente delle cose è la prima opera di narrativa della scrittrice Lara Fremder.
Lara Fremder nasce a Milano, città in cui vive. Autrice di soggetti e sceneggiature di film, presentati in concorso in importanti festival, ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Scrive inoltre film d’animazione, documentari, e insegna scrittura cinematografica al Conservatorio di Scienze Audiovisive di Locarno.
“Ho trascorso parte della notte a ripensare agli spazi di una casa che ricordo poco, e quando il sonno ha cominciato a farmi chiudere gli occhi è suonata la sveglia.”
La protagonista del romanzo, Rachele Zwillig, è una guida turistica che vive in solitudine; impegnata a portare i turisti in visita oltre le mura di Gerusalemme, passando per la porta di Damasco fino a raggiungere il Monte degli Ulivi.
Gerusalemme, città dal fascino senza tempo e scenografia narrativa che aggiunge al romanzo un quid in più, è lo sfondo in cui sono ambientate le vicende di questa giovane donna di origine ebree. Che però non sente forte il legame con quella città dalla bellezza intramontabile.
Ai suoi ospiti Rachele, i cui trascorsi sono tutt’altro che idilliaci, anche perché figlia di sopravvissuti alla shoah, racconta storie un po’ romanzate appartenenti alle origini di Gerusalemme, a cui i turisti partecipano con il fiato sospeso.
Storie intrise di fantasia da cui i visitatori sono attratti, anche perché Rachel ne modella il corso narrativo in funzione del proprio sentire, anche per renderle credibili se stessa. Anche perché i ricordi che la legano alle sue origini sono alquanto nebulosi e lontani nel tempo. Motivo per cui Rachele ha innalzato intorno a sé un muro per difendersi dai propri difficili stati emotivi. Un muro, custode di molte ombre e di poche luci, in cui ha nascosto pezzi del suo passato.
Se non fosse che a riaccendere in lei la memoria degli eventi sono un misero mucchietto di fotografie e un quadro che la portano indietro nel tempo. Un tempo che la spinge a esplorare il vissuto della sua famiglia, da cui ha sempre cercato di fuggire.
A renderla una persona inquieta, sempre in cerca di un qualcosa di non facile identificazione è anche lo spettro della propria madre e della sua tragica morte, che le sono rimasti incollati addosso come una seconda pelle.
Recuperate le fotografie in un vecchio cassetto, custodi di ricordi dolorosi, che non le hanno mai fatto apprezzare il presente come avrebbe dovuto, attraverso quelle immagini sbiadite dal tempo alla giovane tornano alla mente le proprie origini.
Sarà una ricerca alquanto fruttuosa quella messa in pratica da Rachele, che le permetterà di dare un ordine alle cose, forse un ordine apparente, ma comunque utile al fine di stabilire e recuperare il proprio equilibrio emotivo.
Ed è attraverso quel tuffo nel passato, anche se messaggero di un cocente dolore, che Rachele taglierà le radici che la vincolano ai propri trascorsi, mettere da parte l’amarezza per ciò che è stato e trovare una forma di pacificazione con se stessa.
Abbandonando così la tempesta emotiva di cui è stata vittima, per trovare una propria identità che la affranchi dal male di vivere. E infine, dare al proprio IO una più autentica dimensione.
“Le strade sono piene di soldati. Poca gente in giro. Molti vicoli sono già chiusi, altri pattugliati.”
La narrazione, raccontata in prima persona attraverso gli occhi di Rachele, presenta tutti gli ingredienti per una trama ben articolata, che fa de L’ordine apparente delle cose un romanzo importante.
“Sono tornata a casa, mi sono buttata sul letto e ho lasciato scorrere il tempo tenendo d’occhio la macchia di umidità sul soffitto. Se ne sta nell’angolo da un po’ di tempo.”
Nonostante il romanzo sia sviluppato con un registro di scrittura asciutto e per nulla enfatico, lo stile della Fremder si dispiega tra una sorta di disordine dialogante in prima persona e una narrazione pacata, colma di attraenti toni poetici.
Romanzo reso maggiormente piacevole dalla location suggestiva, valore aggiunto di un racconto interessante.
Anche per il linguaggio dai toni marcatamente evocativi; capace di catturare l’attenzione del lettore grazie all’abilità espositiva dell’autrice, raccontando di una questione importante come quella della Shoah in modo del tutto discorsivo.
“Esco con lei nel silenzio, nel vento leggero, nei vicoli deserti. La notte, questa notte, è dalla mia parte, perché difende questa città dal tempo facendola sprofondare, insieme ai secoli dei secoli.”
Link: Oubliette Magazine
© LuciaLibri, 17.05.2024
Letture
Lara Fremder, vecchie fotografie e ferite troppo grandi
di Simone Bachechi
Nella vita quotidiana di una guida turistica gerosolimitana s’innesta la ricerca della verità sul passato della propria famiglia, segnato dalla Shoah, tra silenzi, omissioni e tragiche verità. È un bel debutto, quello nella narrativa, di Lara Fremder, autrice de “L’ordine apparente delle cose”
«Ho scritto questa storia prima del 7 ottobre, prima che l’ordine apparente delle cose si disintegrasse lasciando ovunque dolore e macerie». Così Lara Fremder nell’occhiello al suo L’ordine apparente delle cose (161 pagine, 18 euro), per Gabriele Capelli editore, uscito qualche mese dopo la serie di attentati pianificata da Hamas in terra israeliana che ha dato il via alla sanguinosa risposta da parte dello stato ebraico verso i gruppi terroristici responsabili facendo decine di migliaia di vittime civili in terre da troppi anni in preda a un folle conflitto al quale non sembra esserci la parola fine, nonostante i vari periodi succedutisi nel tempo di calma “apparente”.
Gerusalemme
L’autrice che è al suo esordio narrativo (qui è possibile leggere le prime pagine del volume) è nata e vive a Milano, figlia di un ebreo polacco scampato allo sterminio, già sceneggiatrice di film per i quali ha ottenuto numerosi riconoscimenti e autrice di cortometraggi con il suo breve ma potente romanzo ci catapulta in una terra storicamente dilaniata da un sanguinoso conflitto: lo scenario è quello della Terra Santa e in particolare quello della Città Santa delle tre grandi religioni monoteiste. Gerusalemme è lo sfondo della storia personale (di una famiglia) e per esteso collettiva, di un popolo (quello ebraico) il cui passato emerge tramite la narrazione della protagonista. “Mi chiamo Rachele Zwillig, sono nata a Gerusalemme, ho quarantuno anni e faccio la guida turistica”. Questa la sua presentazione che è in pratica anche l’incipit di un romanzo nel quale non si può prescindere dalla forte connotazione fisica, storica e geografica dei luoghi della sua ambientazione, se infatti in alcune opere narrative l’attenzione è incentrata sui risvolti psicologici e l’evoluzione interna dei personaggi, tanto da poter far dimenticare o ritenere accessorio o superfluo lo sfondo, in questo caso lo scenario e la cornice del romanzo è quello che ne determina la sostanza e i contenuti che si legano armonicamente alla vicenda interiore della protagonista.
Fra turisti e sopravvissuti
Rachele lavora per un’agenzia di viaggi portando in giro all’interno delle mura di Gerusalemme verso i suoi luoghi simbolo turisti provenienti da ogni parte del mondo. Le può così capitare di imbattersi in un traduttore inglese recatosi in città per incontrare un famoso scrittore, con il quale nascerà un’ipotetica storia d’amore, in due anziani coreani, in una comitiva di giapponesi, in una famiglia di francesi a Gerusalemme solo di passaggio per recarsi sul Mar Morto. Rachele è miscredente, non ama definirsi ebrea, beve Gin Tonic durante Shabbat e in alcuni casi si innamora dei suoi “turisti”. È una donna libera e intelligente alla ricerca di spiragli di luce sul proprio oscuro e doloroso passato familiare in quanto figlia di sopravvissuti alla Shoah. Il romanzo di Lara Fremder è anche una piccola guida alla Città Santa, in alcuni casi ironicamente banalizzata dagli stereotipi del turismo internazionale, una città nella quale «si mette tutto in disordine e poi tutto in ordine, un ordine apparente pronto per un nuovo disordine», con gli echi dell’annoso conflitto costantemente sullo sfondo. I brevi capitoli, in alcuni casi brevissimi hanno il sapore di una sentenza:
“c’è lavoro?”
“no”
“Posso star via due giorni?”
“Puoi”
“Pensi di farmi fuori Lebens?”
“Non ancora”
Un giallo dell’anima e le maschere
La loro alternanza tra il racconto della quotidiana attività di guida turistica di Rachele e quelli centrati sulla ricerca da parte della stessa della verità sul passato familiare che si rivelerà tragico come per tutti coloro che sono stati in qualche modo toccati dalla follia nazista e dall’Olocausto dà al romanzo un ritmo serrato e, nonostante uno stile strettamente paratattico, una tutta sua poeticità che emerge quando la protagonista si trova a fare i conti con il proprio vissuto familiare che lentamente affiora. Un vecchio quadro che la riporta all’infanzia porta Rachele ad affrontare quel passato, con la meticolosità raziocinante di un investigatore, creando quasi un giallo dell’anima e degli affetti, seguendo incerte tracce quali quelle di alcune foto da rimettere assieme come in una sequenza di eventi, cercando di rimettere a posto i pezzetti del suo passato e di cercare una qualche salvezza dai propri drammi interiori che sono inevitabilmente connessi a quelli familiari, con un padre per troppo tempo lontano e una madre morta suicida. Come farlo? Su sollecitazione della sua psichiatra Rachele prova a darsi una risposta: “come si smaltisce l’eternit, si smontano le lastre cercando di non romperle. Non si usano trapani o seghe elettriche. Il pericolo è la rottura capisce? I frammenti, le parti minuscole dell’insieme, quelle che si insinuano, che non vedi, che non senti ma sono già malattia. E poi ci vuole una tuta monouso, guanti, soprascarpe e una maschera”. E la psichiatra assente: “Se ci si vuole salvare la vita una maschera può essere necessaria”. La maschera che Rachele indossa è in fondo anche quella dell’occupazione che le dà da vivere, le bugie che racconta a piè sospinto ai turisti che porta in giro per Gerusalemme, perché “un uomo racconta delle bugie per nascondere qualcosa e non sa che le bugie stesse rivelano un’altra verità. La cruda verità, d’altra parte, alle volte può essere dannosa e di solito non porta nulla di buono”. Nel percorso interiore di Rachele, tra le bugie, i silenzi, le omissioni e le tragiche verità scoperte su una famiglia “in cui l’affetto era inesprimibile. Le ferite di tutti erano così grandi da non permettere né dolcezza, né sorriso. Tutto era trattenuto, controllato” vi sarà in ogni caso uno spazio di riconciliazione interiore e la possibilità di un nuovo inizio che non potrà essere che un perdersi piuttosto che un trovarsi, come può accadere negli stretti vicoli di Gerusalemme, perché “Quando avrete la sensazione di esservi ritrovati, guardandovi intorno vivrete un’inevitabile contraddizione: da un lato la realtà oggettiva con tutti i margini di errore, dall’altra la realtà unica, quella che siete voi a cogliere e che varia a seconda del sapere, del vissuto, dello stato emotivo”. Sarà bello perdersi anche con il bel romanzo di esordio di Lara Fremder.
Link: LuciaLibri
© Sconfinamenti, 13.05.2024
È possibile trovare un ordine delle cose e chi lo sceglie?
By Valeria Camia
Gerusalemme. Tra i labirinti delle sue mura millenarie e le storie avvincenti che là sono accadute, si dipana la trama emotiva di Rachele Zwillig, protagonista del romanzo d’esordio della regista milanese Lara Fremder. Si intitola “L’Ordine apparente delle cose” ed è edito da Gabriele Capelli.
Il libro, che affronta il complesso tema dell’eredità della Shoah e la ricerca identitaria di coloro che sono cresciuti tra le ombre del passato, è stato pubblicato pochi mesi fa – insomma prima dell’attacco di Hamas contro Isreale dello scorso 7 ottobre e prima della conseguente reazione atroce che Israele sta ancora perpetuando ai danni di tantissimi civili innocenti palestinesi.
La storia narrata riguarda la quotidianità di Rachele, una guida turistica a Gerusalemme impegnata a incantare, sorprendere (e confondere) i visitatori con le sue storie inventate. Figlia di sopravvissuti all’orrore della Shoah, Rachele porta con sé il peso di una sofferenza ereditata, cercando disperatamente di trovare un ordine nelle frammentarie tracce del suo passato e dipingendo la vita con colori che solo lei può vedere. Il punto di partenza sono cinque fotografie sparse tra vecchi utensili e oggetti dimenticati in un cassetto: tra queste immagini, un dipinto che raffigura una bambina con le guance arrossate e i capelli biondi, una foto che scatena nella protagonista il bisogno di scavare nella propria identità e liberarsi dalle radici di un passato ormai estraneo.
Seguendo la protagonista, divisa tra la necessità di superare il dolore e la responsabilità di conservare la memoria, a chi legge il romanzo è dato di immergersi nelle contraddizioni di Gerusalemme e di interrogarsi sul presente e sulle ambiguità della sua storia, con lucidità e compassione allo stesso tempo.
Lo stile che riempe le pagine di “L’Ordine Apparente delle Cose” e il dramma che vi si consuma fanno del romanzo di Fremder un’opera letteraria di altissimo livello, poetica, piena di pathos. Insomma, senza dubbio l’autrice è davvero brava a trasmettere emozioni complesse attraverso le parole.
Ci si potrebbe fermare qui. Ma purtroppo, letto con gli occhi del presente, non si può fare a meno di riflettere come l’invito del romanzo – ad abbracciare il caos e l’incertezza come parte integrante della nostra esistenza – sia in stridente contrasto con le immagini presenti che ci giungono dalla Striscia Gaza, a cui Israele non sembra disposto a dare pace. “Dopo qualche giorno di grande tormento – scrive Fremder – ogni cosa è tornata al proprio posto esattamente come succede in questa città dopo gli scontri. Si mette tutto in disordine e poi tutto in ordine, un ordine apparente pronto per un nuovo disordine.” Putroppo, quella de “L’Ordine Apparente delle Cose” – che guarda alla “nostra” umanità con compassione e comprensione – è una lettura amara pensando a chi, tra alimentare la ferocia o affermare l’umanità, ha già scelto e sta imponendo un suo ordine …
Link: Sconfinamenti
© Cooperazione, 17.04.2024
Segnalazione de “L’ordine apparente delle cose” di Lara Fremder

© Avvenire, 30.04.2024
La Città Santa nelle storie senza odio
“L’ordine apparente delle cose” di Lara Fremder


© Modulazioni Temporali, 19.04.2024
L’ordine (sempre e solo) apparente delle cose
By Laura Franchi
“L’ordine apparente delle cose” (Gabriele Capelli Editore, 2024, pp. 168, Euro 18,00) è il romanzo scritto da Lara Fremder, autrice di soggetti e sceneggiature di film che hanno ottenuto numerosi riconoscimenti e sono stati presentati in concorso ai principali Festival di Cinema internazionali.
“Basta poco a Gerusalemme per sentirsi padroni del mondo e del tempo, è sufficiente attraversare una strada o affacciarsi a una finestra. Mi chiamo Rachele Zwillig, sono nata a Gerusalemme, ho quarantuno anni e faccio la guida turistica. A volte mi invento una data, un imperatore mai nato, nomi e date che sfuggono al controllo della storia e della memoria, in fondo piccoli e innocenti attentati alla realtà. Non lo faccio sempre, di mentire. Lo faccio anche con me stessa, me la racconto la vita, nel bene e nel male, la dipingo dei colori che voglio, la riempio di storie di amore e di odio e spesso ci credo.”
Rachele Zwillig, guida turistica figlia di sopravvissuti alla Shoah, beve gin tonic durante Shabbat, non ama definirsi ebrea e soprattutto non vuole che le si dica chi deve essere. Donna libera e intelligente, dalla vita sofferta, Rachele passa le sue giornate a raccontare la Terra Santa agli stranieri, inventando se serve. Rachele è fatta di taciuti e di bugie. Le cose che la sua famiglia non ha avuto il modo o la forza di raccontare, le bugie che lei stessa racconta e si racconta per colmare i buchi, per non sentire il dolore. Quello per una madre che l’ha lasciata troppo presto, un padre troppo assente, per “un albero genealogico con pochissimi nomi, appesi solo su alcuni rami. Un albero che si potrebbe spezzare.” Rachele, che per tutta la vita ha cercato di sfuggire al passato, proverà per la prima volta il bisogno di indagare i segreti che avvolgono la sua famiglia. Seguendo le uniche tracce che restano, un vecchio quadro e il volto di una sconosciuta su una delle fotografie, finirà per fare finalmente i conti con la propria storia.
“Le storie che narrano del passato sono piene di mancanze, sono storie necessarie ma offese.”
Rachele cresce in una famiglia in cui l’affetto è inesprimibile, con ferite così grandi che non lasciano posto per dolcezza o sorrisi. Tutto è trattenuto e controllato. Per Rachele, la famiglia è un insieme pericoloso, a volte benefico, a volte mortale.
“Dopo qualche giorno di grande tormento ogni cosa è tornata al proprio posto esattamente come succede in questa città dopo gli scontri. Si mette tutto in disordine e poi tutto in ordine, un ordine apparente pronto per un nuovo disordine.”
Fremder traccia un parallelo tra l’incertezza/incompletezza di Rachele e quella di Gerusalemme, fino a portarci a comprendere che sono l’una la conseguenza dell’altra, in un luogo in cui le generazioni si trascinano un fardello. La Fremder lo scrive senza mezzi termini: Israele è uno Stato costruito sul dolore, in cui una soluzione è insperabile, il meccanismo difficile da fermare. Ma, altrettanto chiaramente, chiede di uscire dal ruolo di vittima, per chiudere un cerchio. Fremder è figlia di un ebreo polacco scampato allo sterminio.
Israele, e molti di quelli che ci vivono, sono impigliati in un ordine solo apparente. Il caos è tra i pensieri, nelle situazioni tutt’intorno. Una condizione che dura solo un attimo, a volte molto di più, fino a diventare regola. Rachele indossa delle maschere per sopravvivere in una via di mezzo che si crea giorno per giorno, in base alla direzione del vento, agli umori della gente. Questo si riflette anche nel suo lavoro: non è mai la stessa agli occhi dei suoi clienti. Finché non ci fa i conti, vive una vita che non le piace, eppure è l’unica che ha.
“Mi chiamo Rachele Zwillig e sarò la vostra guida. Voglio dirvi da subito che qui non servono mappe e satelliti. Qui è bene perdersi. Perdersi significa non cercare risposte, quindi non fatemi domande se non strettamente necessarie. Non interrompete il vostro smarrimento di fronte ad apparenti certezze. Mantenete il disorientamento, mantenetelo il più possibile perché è questo ciò che ha valore.
E quando avrete la sensazione di esservi ritrovati, guardandovi intorno vivrete un’inevitabile contraddizione: da un lato la realtà oggettiva con tutti I margini di errore, dall’altra la realtà unica, quella che siete voi a cogliere e che varia a seconda del sapere, del vissuto, dello stato emotivo. E ancora non basterà, perché il vostro sentire dipenderà dalle nuvole, dal vento, dall’azzurro del cielo, dalla stagione, dalla luce. Qui nessuno può darvi certezze. Nemmeno io, ovviamente. Qualcuno allora si domanderà: perché mai dovremmo pagare una guida per muoverci tra le mura di questa antica città senza avere alcuna certezza? Non lo so. Il pagamento, non a caso, è anticipato. Seguitemi…”
Link: Modulazioni Temporali
© Mille Splendidi Libri e non solo
L’ordine apparente delle cose di Lara Fremder – Gabriele Capelli Editore
Recensione di Loredana Cilento
“Mi chiamo Rachele Zwillig e sarò la vostra guida. Voglio dirvi da subito che qui non servono mappe e satelliti. Qui è bene perdersi.
Perdersi significa non cercare risposte, quindi non fatemi domande se non strettamente necessarie. Non interrompete il vostro smarrimento di fronte ad apparenti certezze. Mantenete il disorientamento, mantenetelo il più possibile perché è questo ciò che ha valore.
E quando avrete la sensazione di esservi ritrovati, guardandovi intorno vivrete un’inevitabile contraddizione: da un lato la realtà oggettiva con tutti i margini di errore, dall’altra la realtà unica, quella che siete voi a cogliere e che varia a seconda del sapere, del vissuto, dello stato emotivo.”
Titolo: L’ordine apparente delle cose
Autrice: Lara Fremder
Editore: Gabriele Capelli
pp: 168 ISBN: 978-88-31285-44-5
In bilico tra realtà e finzione, si muove la protagonista, indimenticabile, dello straordinario esordio di Lara Fremder, regista e premiata sceneggiatrice, che dal 25 marzo è in libreria con la lungimirante casa editrice Gabriele Capelli con il suo primo romanzo “L’ordine apparente delle cose”
Cosa significa essere figli di sopravvissuti all’orrore della Shoah? È sicuramente difficile metabolizzare la sofferenza ereditata, ma pur superando quella sofferenza resta la memoria necessaria per chiudere il cerchio, come scrive l’autrice: “Come figlia di un sopravvissuto, per lungo tempo non sono riuscita a elaborare la sofferenza. La storia di Rachele è un po’ anche la mia. Sono gli eredi delle vittime della Shoah, oggi, ma non solo loro, ad avere il compito di superare il dolore, pur conservandone la memoria. Uscire dal ruolo di vittima permette di chiudere il cerchio. Come Rachele, ci troviamo di fronte a una scelta: alimentare la ferocia o affermare l’umanità”.
Rachele Zwilling è una guida turistica a Gerusalemme, lavora otto ore al giorno, e dipinge la vita con i colori che vuole, inventa storie, a volte date o incredibili discendenze per stupire e incuriosire turisti affascinati dalla inafferrabile Terra Santa, e avere una guida è necessario per affrontare e proteggere luoghi sacri. E così attraverso La Porta di Damasco per raggiungere, al di là delle Mura, il Monte degli Ulivi, Rachele accompagna comitive di giapponesi, coppie di anziani in arrivo da Ginevra, affascinando con storie ritoccate, alternado con più o meno enfasi i turisti. Rachele non si definisce ebrea e ogni venerdì dopo il tramonto beve, ma soprattutto è figlia di sopravvissuti, e come figlia non è sopravvissuta alla famiglia: sua madre muore nel piccolo bagno di casa, si uccide quando aveva 4 anni, suo padre ormai malato vive chiuso in un Kibbutz.
“Ogni discorso di strumentalizzazione della Shoah con me non funziona, ok? Abbiamo vissuto quell’orrore, contro di me non potete nulla. La mia famiglia non è sopravvissuta ai campi, io non sono sopravvissuta alla mia famiglia e la bambina dalle gote rosse non è sopravvissuta a me. Per vivere bisogna lasciare vivere gli altri. Questo mi sembra di averlo capito e quindi io fin qui ci sono. Voi non so.”
Nel passato della protagonista mancano dei pezzi, destrutturato da ombre e sofferenze, e così tenta di rimettere in un ordine apparente le cinque fotografie abbandonate tra vecchie posate e tappi in un cassetto, e poi un quadro che ritrae la bambina dalle gote rosse e i capelli biondi, un fulmine che squarcia il suo equilibrio, dando vita a una tempesta emotiva, una ricerca identitaria per tagliare definitivamente le radici di un passato che non le appartiene più.
La narrazione è un equilibrio perfetto tra caos e calma, un’armonia dissonante che si percepisce sin da subito nella protagonista, come tenere le scarpe in frigorifero e vivere senza alcun tipo di bisogno particolare con pochi ricordi e nessuna nostalgia.
“Arrivo da una famiglia in cui l’affetto era inesprimibile. Le ferite di tutti erano così grandi da non permettere né dolcezza, né sorriso.
Tutto era trattenuto, controllato. Lo so, per i sopravvissuti ai campi esprimere i propri sentimenti è doloroso, non lo fanno, si difendono dalle emozioni, pronti a nuove Shoah”
L’ordine apparente delle cose è, per dirla in poche parole, un libro di altissimo livello, con una narrazione brillante e poetica, con un’ atmosfera accattivante e avvolgente di una Gerusalemme tra fascino e contraddizione.
Lara Fremder è nata a Milano, città in cui vive. Ha collaborato per molti anni con Studio Azzurro, realtà internazionale di ricerca artistica. Ha scritto soggetti e sceneggiature di film che hanno ottenuto numerosi riconoscimenti e sono stati presentati in concorso ai principali Festival di Cinema internazionali, tra gli altri Garage Olimpo di Marco Bechis. Scrive documentari e film di animazione.
Come regista ha diretto due cortometraggi tratti da due suoi racconti vincendo con il film Blu Sofa il Grand Prix al Festival International du court métrage de Clermont Ferrand. Insegna scrittura cinematografica al Conservatorio Internazionale di Scienze Audiovisive di Locarno e alla Scuola Civica di Cinema Luchino Visconti di Milano. L’ordine apparente delle cose è il suo primo romanzo.
Link: Mille Splendidi Libri e non solo
© Turné, Radiotelevisione svizzera LA1, 13.04.2024.
Servizio di Claudia Iseli; riprese di Elia Gianini, Alioscia Cattaneo; montaggio Sofia Bezzola.
“Per gentile autorizzazione della RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana.”
La Lettrice Assorta, 11.04.2024
L’ORDINE APPARENTE DELLE COSE di Lara Fremder
“Le famiglie sono un insieme pericoloso, talvolta benefico, talvolta minaccioso, talvolta salvifico, talvolta mortale.”
Rachele ha quarantuno anni e vive e lavora a Gerusalemme, dove per otto ore al giorno fa la guida turistica raccontando tutte quelle storie di battaglie, disfatte e miracoli che i viaggiatori desiderano ascoltare.
Passa del tempo a guardare delle vecchie, misteriose foto, cercando dettagli mai osservati, imprecisioni nell’ordine delle cose che l’aiutino a capire il perchè di certi orribili eventi nella sua esistenza.
La storia, si dispiega, drammatica e profonda, lungo le strade dei profeti, raccontata attraverso gli occhi e la voce della sua protagonista.
Molte le frasi, forti, evocative, cariche di poesia: da sottolineare!
Il libro descrive la solitudine di Rachele, figlia di sopravvissuti alla Shoah che ha eretto una corazza a difesa delle sue emozioni. La donna, vive la vita con pochi ricordi e nessuna nostalgia e crede che per raggiungere un equilibrio, deve necessariamente tagliare le sue radici:
“Non lo faccio sempre, di mentire, non gioco d’azzardo, valuto con attenzione chi ho di fronte e scelgo il momento. Lo faccio anche con me stessa, me la racconto la vita, nel bene e nel male, la dipingo dei colori che voglio, la riempio di storie di amore e di odio e spesso ci credo.”
Rachele dovrà imparare a mettere insieme i suoi mondi e farli convivere in pace.
Link: La Lettrice Assorta
Radio Popolare – Cult, 10 aprile 2024
L’ordine apparente delle cose di Lara Fremder
A cura di: Ira Rubini
Cult è condotto da Ira Rubini e realizzato dalla redazione culturale di Radio Popolare. Cult è cinema, arti visive, musica, teatro, letteratura, filosofia, sociologia, comunicazione, danza, fumetti e graphic-novels… e molto altro! Cult è in onda dal lunedì al venerdì dalle 11.30 alle 12.30.
Link: Cult
Alice – Radiotelevisione svizzera di lingua italiana, RETE DUE – 30.03.2024
Letteratura
“L’ordine apparente delle cose” di Lara Fremder
Di: Massimo Zenari
Al microfono di Massimo Zenari, la sceneggiatrice e regista Lara Fremder presenta il suo romanzo di esordio “L’ordine apparente delle cose”, edito da Gabriele Capelli. Intervista integrale.
© Convenzionali, 25.03.2024
Libri
“L’ordine apparente delle cose”
di Gabriele Ottaviani
L’ordine apparente delle cose, Lara Fremder, Gabriele Capelli editore.
Rachele Zwillig è una guida turistica, è ebrea ma non le piace essere definita tale, non ama le convenzioni, preferisce perdersi anziché ritrovarsi e scantonare dal suo dolore anziché guardarlo in faccia, non sente particolarmente la santità del luogo quando è a Gerusalemme, ama bere gin tonic quando è shabbat, ha un padre assente, un fratello misterioso e il fantasma della madre che incombe su di sé, e inventa storie che spaccia come reali non solo alle comitive di turisti ma anche a sé stessa. La sua vicenda è racchiusa in cinque vecchie foto, tra cui una sfocata con una casa circondata da un giardino incolto, una sedia rovesciata e una donna davanti alla porta d’ingresso che guarda verso l’obiettivo. Una freccia rossa, marcata con forza, la indica con l’iniziale T. Quella foto nasconde una storia, un segreto e una possibilità di pacificazione. Ma… Maestoso.
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© Naufraghi.ch, 24.03.2024
Il potente esordio narrativo di Lara Fremder
“L’ordine apparente delle cose”, in libreria da domani, colpisce per la forza della scrittura e ci consegna un personaggio femminile che non dimenticheremo tanto facilmente.
Di Michele Ferrario
Gabriele Capelli tiene a battesimo un’ulteriore esordiente. Con questo fa onore alla sua casa, fondata a Mendrisio nel 2001, e al ruolo che – con i sostegni necessari – un editore è chiamato ad assumersi appena possibile. A tal proposito, basta dare un’occhiata al sito della casa editrice per trovare alcune indicazioni tecniche: “Pubblichiamo solo circa, 5-7 libri all’anno. Quindi, data l’enorme quantità di materiale che arriva in redazione, esclusa l’email di conferma dell’avvenuta ricezione, non risponderemo a solleciti o altro. La GCE non è una casa editrice a pagamento. La risposta sarà semplicemente un sì oppure un no. Il materiale verrà valutato da una apposita commissione. I tempi di valutazione sono di circa 6 mesi. Se le autrici o gli autori non riceveranno risposta entro il termine indicato, dovranno considerare il silenzio alla stregua di un rifiuto”. Più chiaro di così…
L’ordine apparente delle cose, primo romanzo di Lara Fremder, è stato presentato ieri pomeriggio alla Casa della letteratura di Lugano: ad introdurre l’autrice c’era il giornalista di Rete Due RSI Massimo Zenari.
Cercando qualche notizia biografica su Fremder, apprendo che il suo esordio in ambito strettamente letterario non è certo quello di una principiante. Una particolare scrittura – quella per il cinema – la insegna alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano. Nel capoluogo lombardo Lara Fremder è nata, vive e lavora. Ha firmato soggetti e sceneggiature di film presentati a Cannes, Venezia e Locarno, ma anche documentari, tra i quali Monsieur Pigeon (2020) del ticinese Antonio Prata.
Nella scheda biografica dell’autrice mi colpisce, tra i lavori in preparazione, l’annunciato documentario Gerusalemme, città invisibile. Proprio Gerusalemme (unitamente ai luoghi più battuti dello Stato di Israele) è anche la protagonista onnipresente del romanzo: tra le sue mura millenarie, in un ennesimo frangente difficilissimo e nonostante il conflitto aperto che riduce drasticamente i flussi turistici, va in scena la quotidiana rappresentazione di cui la tre volte santa è cornice e teatro.
Yerushalayim (al-Quds per gli Arabi) si riverbera e si riflette, in tutte le sue distonie, in tutte le sue contraddizioni, in tutti i suoi paradossi, nella figura di Rachele Zwillig, guida turistica. Di questo personaggio, espressione paradigmatica della componente più aperta, laica e democratica della società israeliana odierna, ci ricorderemo a lungo. Nonostante i traumi del passato, ai quali si aggiungono, come in una drammatica concrezione, quelli attuali, Rachele rifiuta la chiusura e spera in un futuro diverso.
Sul suo popolo due volte millenario – e, dal 1948, sullo Stato di Israele, voluto dalle Nazioni Unite per dare una patria agli scampati all’olocausto nazista – pesano i drammi della storia collettiva e le loro ripercussioni sui singoli. Anche i genitori di Rachele sono scampati alla Shoah, ma la madre, Dahlia, si suiciderà quando lei ha solo 4 anni. Con il padre ha pochi contatti a distanza, mentre la figura del fratello è sfumata e misteriosa. Come Rachele, anche Lara Fremder – che del personaggio romanzesco sembra essere, almeno parzialmente, ispiratrice – è figlia di un ebreo polacco scampato allo sterminio.
In questo continuo, osmotico passare dalla realtà alla finzione, dalla quotidianità alla storia, ambientato in un luogo che è di per sé metafora e sineddoche di tutti gli stati d’animo, di tutti i drammi, di tutte le fragilità dell’essere umano, che proprio lì, in una convivenza forzata – impari ab initio – poiché disegnata sulla carta, in questo costante succedersi di passato e presente, di storia e attualità, nelle stesse spiegazioni che la guida dà ai suoi ignari clienti, c’è tutta la tensione narrativa che Lara Fremder sa trasmettere così abilmente al lettore.
Non a caso, per definire la vicenda narrata, l’editore utilizza il termine di parabola. La quotidianità di Rachele racchiude emozioni, stati d’animo, psicologie e drammi condivisi in altre migliaia di storie con altre migliaia di ebrei. Storie di pregiudizio, persecuzione, erranza, diaspora, ritorno alla Terra Promessa. “Con la parabola della sua protagonista, Lara Fremder racconta quella di un intero Paese: come un grido che risuona tra le mura della Gerusalemme, la vicenda di Rachele è una metafora potente che tocca il cuore e interroga il presente”.
“Come figlia di un sopravvissuto” ci dice l’autrice “per lungo tempo non sono riuscita a elaborare la sofferenza. La storia di Rachele è un po’ anche la mia. Sono gli eredi delle vittime della Shoah, oggi, ma non solo loro, ad avere il compito di superare il dolore, pur conservandone la memoria. Uscire dal ruolo di vittima permette di chiudere il cerchio. Come Rachele, ci troviamo di fronte a una scelta: alimentare la ferocia o affermare l’umanità”.
La tentazione di leggere L’ordine apparente delle cose (attenzione a quell’aggettivo: apparente) inforcando le lenti della contingenza e l’ottica manicheistica del buoni vs cattivi, Bene vs Male, è naturalmente forte. Altrettanto forte l’impulso alla contestualizzazione dettata dall’attualità: dove stanno i confini, i limiti ultimi da non oltrepassare? Come trovare un equilibrio percorribile e condiviso tra i princìpi di resistenza, resilienza, fraternità, proporzionalità, perdono?
Fremder opportunamente avverte: “Ho scritto questa storia prima del 7 ottobre, prima che l’ordine apparente delle cose si disintegrasse lasciando ovunque dolore e macerie. Rachele Zwillig, che per tutto il romanzo ha gridato con forza la necessità di staccarsi dal passato senza per questo dimenticarlo, si muove ora fra antiche e nuove rovine”.
Rachele-Lara, dicevamo, ha 41 anni e fa la guida: ogni giorno accompagna decine di turisti più o meno consapevoli, più o meno interessati, più o meno distratti dal rombo di qualche F-35 o da una notizia che giunge dal fronte di guerra. Questi turisti, più o meno attrezzati, li seguiamo nei loro alberghi della Gerusalemme moderna – talvolta vittime di uno scontro tra culture dettato dalla loro ignoranza dei luoghi – o tra le strade/vicoli della Città Vecchia: la Porta di Damasco, la Via Dolorosa, il Santo Sepolcro, il Monte del Tempio, il sottostante Muro occidentale. O ancora, extra muros, nel quartiere ultraortodosso di Mea Shearim, sul Monte degli Ulivi e nel Cimitero ebraico (“il luogo da cui Dio comincerà a far rinascere i morti alla fine dei secoli. Questa è la ragione per cui gli ebrei hanno da sempre cercato qui il loro luogo di sepoltura”). In appendice al volume, per orientare il lettore, non manca una carta topografica.
In apertura incontriamo una piccola comitiva di 12 giapponesi, e subito vien fuori uno dei registri – quello dell’ironia (a volte del sarcasmo) – che attraversa l’intera narrazione.
“Lavoro 8 ore al giorno raccontando le storie che i turisti desiderano ascoltare, battaglie, disfatte, miracoli che si ripetono da secoli, storie che non fanno più paura e raramente commuovono, inganni di cui non si può fare a meno. (…) A volte mi invento una data, un imperatore mai nato, luoghi e genealogie inesistenti, nomi e date che sfuggono al controllo della storia e della memoria, in fondo piccoli e innocenti attentati alla realtà. Non lo faccio sempre, di mentire, non gioco d’azzardo, valuto con attenzione chi ho di fronte e scelgo il momento”. Rachele non si nega qualche Gin Tonic, non vi rinuncia neppure di sabato, durante lo Shabbat. Presagendo una serata alcolica dopo una partita di calcio vinta dalla sua squadra, per i giapponesi che l’aspetteranno in albergo la mattina dopo “mi sono inventata possibili tensioni in città e ho avvisato i giapponesi che ci potrebbero essere cambi di programma. Millantato conoscenze nel Mossad, del resto in un paese come questo una buona guida turistica deve avere i suoi contatti. O fingere di averli”.
Tra i suoi clienti, Rachele non ha solo asiatici, americani ed europei: “Domani accompagnerò una coppia di ebrei polacchi allo Yad Vashem. So che sono marito e moglie e che hanno più di ottant’anni. La loro storia è scritta nella loro età e marchiata sulla loro pelle. Sarà una giornata triste, una giornata in cui gli spiriti mi danzeranno intorno”.
Questo tono, a tratti scanzonato, quasi irriverente, è controbilanciato da una vocazione introspettiva e analitica, che Rachele vorrebbe forse riuscire a nascondere anche a sé stessa senza tuttavia riuscirvi. Ben più difficile è autoingannarsi quando siamo soli con noi stessi e ci guardiamo allo specchio, che mentire a un gruppo di estranei in viaggio di piacere.
Per la prima volta, Rachele fa i conti con sé stessa e con le proprie radici, che affronta senza chiudere gli occhi, senza voltare lo sguardo dall’altra parte. Ne scaturisce un racconto di rara potenza.
Riportato in superficie da una vecchia immagine, il trauma del suicidio della madre della protagonista ne scalfisce la corazza protettiva, scava in profondità, logora dentro: “La foto ritrae me e Dahlia, mia madre, cinque giorni prima della sua morte. È il 1981, il 6 marzo. (…) Tiro fuori quella foto una volta all’anno, il giorno della morte di mia madre, e ogni volta che lo faccio trovo un elemento sfuggito allo sguardo e al dolore dell’anno precedente, come se lo smarrimento di allora si rinnovasse svelando un nuovo dettaglio (…). Dahlia e io siamo sedute su un muretto che corre, oltre i margini della fotografia, fino alla fine del mondo. Nella foto la mamma sorride. Come si possa sorridere a pochi giorni dalla propria morte è la domanda che mi insegue feroce da sempre”.
Sulla base di poche tracce – un vecchio quadro e l’immagine di un volto su una fotografia sbiadita – Rachele proverà a ridisegnare il passato, a trarre nuova linfa vitale da quell’albero genealogico che è l’humus stesso da cui è nata.
Ho provato a riassumere, senza raccontarle, queste 161 pagine mirabilmente in bilico – come già indica il titolo, con quell’aggettivo apparente – tra i poli opposti dell’ordine e del disordine. Ne anticipo qui la conclusione, che riprende, completandola, una delle primissime frasi del libro. In entrambe Rachele si rivolge alla comitiva di turno. Ma quella comitiva – sembra dirci Fremder –siamo tutti noi:
“Mi chiamo Rachele Zwillig e sarò la vostra guida. Voglio dirvi da subito che qui non servono mappe e satelliti. Qui è bene perdersi. Perdersi significa non cercare risposte, quindi non fatemi domande se non strettamente necessarie. Non interrompete il vostro smarrimento di fronte ad apparenti certezze. Mantenete il disorientamento, mantenetelo il più possibile perché è questo ciò che ha valore. E quando avrete la sensazione di esservi ritrovati, guardandovi intorno vivrete un’inevitabile contraddizione: da un lato la realtà oggettiva con tutti i margini di errore, dall’altra la realtà unica, quella che siete voi a cogliere e che varia a seconda del sapere, del vissuto, dello stato emotivo. E ancora non basterà, perché il vostro sentire dipenderà dalle nuvole, dal vento, dall’azzurro del cielo, dalla stagione, dalla luce. Qui nessuno può darvi certezze. Nemmeno io, ovviamente (…)”.
Link: naufraghi.ch
COMUNICATO STAMPA
In libreria da lunedì 25 marzo 2024
L’ORDINE APPARENTE DELLE COSE
di Lara Fremder
Romanzo / Gabriele Capelli Editore
Gerusalemme, una guida turistica figlia di sopravvissuti alla Shoah fa i conti con il dolore del passato. Indagando sui segreti della sua famiglia, finirà per dover scegliere tra oblio e una possibilità di pacificazione. Lara Fremder ci regala una storia straordinaria, potente e attuale.
Milano, 12 marzo 2024 – È in libreria da lunedì 25 marzo L’ordine apparente delle cose di Lara Fremder: brillante e profondo romanzo ambientato tra le mura di Gerusalemme.
Protagonista è Rachele Zwillig, 41enne che lavora come guida turistica, beve gin tonic durante Shabbat, non ama definirsi ebrea e soprattutto non vuole che le si dica chi deve essere.
Donna libera e intelligente, dalla vita sofferta, Rachele passa le sue giornate a raccontare la Terra Santa agli stranieri, modellando la storia dei luoghi ai bisogni di chi si trova di fronte: una comitiva di giapponesi e una coppia di anziani che arriva da Ginevra non sono la stessa cosa e lei passa da una narrazione all’altra a seconda del suo sentire e di quello degli altri; talvolta gentile, talvolta arrogante. L’importante è fare il suo lavoro come desidera senza che questo intacchi la corazza eretta negli anni a difesa delle sue emozioni: cosa non facile, a Gerusalemme, per una figlia di sopravvissuti alla Shoah.
Anche per questo racconta molte bugie: agli amici, a se stessa e alla propria famiglia, di cui rimangono, dopo il suicidio della madre, un padre distante, un fratello misterioso e cinque fotografie indecifrabili.
Rachele, che per tutta la vita ha cercato di sfuggire al dolore del passato, proverà per la prima volta il bisogno di indagare i segreti che avvolgono la sua famiglia. Seguendo le uniche tracce che restano, un vecchio quadro e il volto di una sconosciuta su una delle fotografie, finirà per fare finalmente i conti con la propria storia, scegliendo tra oblio e rabbia o una possibilità di pacificazione.
Lara Fremder, figlia di un ebreo polacco scampato allo sterminio, con la parabola della sua protagonista racconta quella di un intero paese: come un grido che risuona tra le mura della Gerusalemme, la vicenda di Rachele Zwillig è una metafora potente che tocca il cuore e interroga il presente.
Spiega Lara Fremder: “Come figlia di un sopravvissuto, per lungo tempo non sono riuscita a elaborare la sofferenza. La storia di Rachele è un po’ anche la mia. Sono gli eredi delle vittime della Shoah, oggi, ma non solo loro, ad avere il compito di superare il dolore, pur conservandone la memoria. Uscire dal ruolo di vittima permette di chiudere il cerchio. Come Rachele, ci troviamo di fronte a una scelta: alimentare la ferocia o affermare l’umanità”.
Presentazione: “L’ordine apparente delle cose” di Lara Fremder; Sabato 23 marzo 2024, ore 16.30; Casa della letteratura per la Svizzera italiana, Lugano. Interventi dell’autrice. Moderazione di Massimo Zenari, giornalista.
Evento gratuito. Posti limitati. È consigliata la prenotazione sul sito www.casadellaletteratura.ch.
L’AUTRICE
Lara Fremder è nata a Milano, città in cui vive. Ha collaborato per molti anni con Studio Azzurro, realtà internazionale di ricerca artistica. Ha scritto soggetti e sceneggiature di film che hanno ottenuto numerosi riconoscimenti e sono stati presentati in concorso ai principali Festival di Cinema internazionali, tra gli altri Garage Olimpo di Marco Bechis. Scrive documentari e film di animazione.
Come regista ha diretto due cortometraggi tratti da due suoi racconti vincendo con il film Blu Sofa il Grand Prix al Festival International du court métrage de Clermont Ferrand. Insegna scrittura cinematografica al Conservatorio Internazionale di Scienze Audiovisive di Locarno e alla Scuola Civica di Cinema Luchino Visconti di Milano. L’ordine apparente delle cose è il suo primo romanzo.
ESTRATTO
«Mi chiamo Rachele Zwillig e sarò la vostra guida. Voglio dirvi da subito che qui non servono mappe e satelliti. Qui è bene perdersi. Perdersi significa non cercare risposte, quindi non fatemi domande se non strettamente necessarie. Non interrompete il vostro smarrimento di fronte ad apparenti certezze. Mantenete il disorientamento, mantenetelo il più possibile perché è questo ciò che ha valore.
E quando avrete la sensazione di esservi ritrovati, guardandovi intorno vivrete un’inevitabile contraddizione: da un lato la realtà oggettiva con tutti I margini di errore, dall’altra la realtà unica, quella che siete voi a cogliere e che varia a seconda del sapere, del vissuto, dello stato emotivo. E ancora non basterà, perché il vostro sentire dipenderà dalle nuvole, dal vento, dall’azzurro del cielo, dalla stagione, dalla luce. Qui nessuno può darvi certezze. Nemmeno io, ovviamente. Qualcuno allora si domanderà: perché mai dovremmo pagare una guida per muoverci tra le mura di questa antica città senza avere alcuna certezza? Non lo so. Il pagamento, non a caso, è anticipato. Seguitemi…»
168 pp / 18 Euro – ISBN: 978-88-31285-44-5
Ufficio stampa Sara Agostinelli
+39 329 0849615 | sara.agostinelli@gmail.com | http://www.gabrielecapellieditore.com

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