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© laRegione, 01.09.2022

Letteratura

Sui passi del Robertón (tra estetica e dolore).
In ‘Senza scarpe’, Mario Casella si cala su manoscritti e lettere di Donetta, una biografia a taglio narrativo che ben concilia realtà e interpretazione.
di Roberto Antonini

“Un po’ con le sementi, un po’ con le frasche, un po’ far vimini, ogni tanto qualche ritratto, tanto che finora di fame non son morto (…)”. Roberto Donetta (1865-1932), detto Robertón, nel suo eremo di Casserio, frazione di Corzoneso tiene vivo il suo esile legame con una famiglia ormai dissolta, scrivendo a Saulle, l’ultimo dei figli a mantenere un contatto con il padre. Parole vergate con un corsivo certosino, che scorre pulito nei due registri contabili sui quali il venditore ambulante e fotografo bleniese annota con puntiglio, seppure senza costanza, impressioni, lettere in brutta copia, vicissitudini che lo sprofonderanno nell’isolamento e nella miseria.

In equilibrio fra eccesso di finzione e asciutta sobrietà
È su quei manoscritti e su decine di lettere che Mario Casella si avventura nella rischiosa operazione della biografia a taglio narrativo. Un campo minato sul quale incombe sempre il doppio pericolo: quello dell’eccesso di finzione letteraria o specularmente di un’asciutta sobrietà contabile. Casella riesce nell’impresa di conciliare, con un equilibrio nel quale si sente un grande lavoro di cesellatura e di riscrittura, fatti e narrazione, realtà storica e complementi interpretativi. L’autore entra nel personaggio, ne coglie la natura intrisa di sentimento e follia, ne capta abilmente i chiaroscuri, mentre il testo promana comprensione per lui e una attenzione partecipe per il suo mondo in cui si rincorrono continuamente sofferenze, appelli alla famiglia, ruggini e una sorprendente capacità creativa. Come un rimando continuo tra dolore ed estetica, tra mondo reale e mondo desiderato. Ne emerge il ritratto vivido di un protagonista ingabbiato nelle sue contraddizioni, reale nella sua tormentata intimità, ancorché umanamente meno profilato in negativo di quello descritto da Sandro Bianconi che caratterizzava il Donetta attribuendogli una “testardaggine da montanaro, un uomo egoista incapace di assumersi qualsiasi responsabilità del proprio fallimento”.

‘Senza scarpe’ ha il pregio di condurci, senza cedere alla retorica, su un terreno in cui si incontrano empatia e resoconto puntuale, con una sottaciuta ma riuscita ambizione etnografica, di una pagina coinvolgente della storia locale. Robertón assurge così, pur essendo personalità del tutto singolare che rimanda ad altri artisti ben più celebri vissuti a cavallo del 900, a incarnazione di un’epoca, non tanto remota, in cui nelle valli ticinesi imperversano povertà e fame e un’emigrazione massiccia, mossa dalla disperazione. Situazioni di disagio estremo, di precarietà, agli albori di quel secolo che in valle porterà anche una ventata di ottimismo, l’elettricità, il tram che porrà fine anche all’isolamento di interi villaggi, un secolo che conoscerà però devastanti guerre in Europa e la “spagnola”, la micidiale pandemia che colpirà anche le terre ticinesi. Robertón si arrabatta vendendo sementi, intrecciando ceste e gerli con rami di nocciòlo; in inverno si sposta in Piemonte come marronaio, fa il lavapiatti a Londra ma è assorbito dalla sua passione artistica che sboccia in veri e propri capolavori (oggi custoditi dall’omonima fondazione a Corzoneso) e i pochi soldi che riesce a portare a casa non bastano neppure per comperare le scarpe a moglie e ai sei figli. Struggente la lettera di Clemente e Celestino in cui giovani Donetta implorano il calzaturificio Reber di Bellinzona di poter acquistare a rate degli scarponi, senza i quali non possono emigrare nei Pirenei francesi.

Un mare di solitudine e la meravigliosa novità
La famiglia si sfalda, lo abbandonano la progressivamente Linda la moglie (la “mèma”), figlie e figli, lasciandolo in un mare di solitudine. L’inchiostro si tinge spesso di vetriolo, Roberto Donetta è disperato come una fiera in gabbia, i rimproveri a Linda sono violenti: “Sei l’unica causa (…) per cui d’una bella famiglia non rimane che un triste ricordo”. Ma lo sfogo soffoca nella sua crescente solitudine, Robertón è una fascina che si consuma senza fiamme. Sopravvive e a volte vive, protetto da quella meravigliosa novità che gli fa scoprire Dionigi Sorgesa, scultore emigrato in Francia (e misteriosamente assassinato poco dopo): la macchina fotografica. Quindici delle migliaia di istantanee della Fondazione Archivio Roberto Donetta sono state scelte a corredo del testo: lastre su vetro con gelatina di bromuro d’argento che trasmettono, con dirompente vitalità, un mondo immaginato dal fotografo.

Robertón non si limita in effetti a riprodurre la realtà, ne crea una sua. Mette in scena il suo mondo: vi è creazione, trasposizione del reale. Il documento etnografico si fa arte. Nessun sorriso forzato (come quelli che oggi dilagano rendendo i volti stereotipati e inespressivi) nei soggetti in posa. Gli sguardi in quel mondo rurale così lontano e così vicino sono vividi, al tempo stesso impregnati di maestosità e umiltà, una fierezza che pare riscattare il destino impietoso. La tecnica fotografica consente di andar ben oltre il bianco e nero, vi è un tripudio di sfumature, di curiosità. Le immagini ti catturano, i dettagli sorprendono, incuriosiscono. Così come il testo di Casella ti acchiappa e non ti molla, grazie a un accorgimento narrativo il cui il registro del racconto si snoda, con un accorto gioco di specchi e di rimandi, in un’alternanza continua tra la testimonianza del protagonista e quella del figlio Saulle, l’ultimo a dire addio al padre padrone ormai rinchiuso nella sua grotta mentale, incapace di capire chi gli stava attorno e il mondo nuovo che stava nascendo. Ma brillantemente efficace – e Saulle sembra esserne in parte cosciente – nel crearne uno fittizio, rivoluzionario per l’epoca e il luogo, dove emerge un’altra verità, che disorienta con la sua insondabile bellezza.

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