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Ottobre 2022

Lorenzo Sganzini
In Svizzera
Sulle tracce di Helvetia
Romanzo di viaggio
15×21 cm, ca. 184 pp, Euro 18,00
ISBN 978-88-31285-38-4

“Seguire i tre fiumi nel loro tratto svizzero per iniziare a districare la complessa matassa della mia identità. Questa l’idea, almeno per la partenza. Il resto, poi, si vedrà”.

Inizia così, al triplice spartiacque del Piz Lunghin in Engadina, il viaggio dell’autore attraverso la Svizzera alla ricerca di risposte identitarie non sempre facili da trovare per chi, come lui, è nato in Ticino ed è separato dal resto del Paese oltre che dalle Alpi anche da una distanza linguistica e culturale. I fiumi le cui sorgenti si trovano su quella montagna, l’unico spartiacque europeo verso tre mari, sono la Meira (in Italia Mera) che finisce nell’Adda e nell’Adriatico; il Reno che sfocia nel mare del Nord e l’Inn che attraverso il Danubio raggiunge il Mar Nero.

Il libro è diviso in quattro parti: la prima è dedicata alle montagne e al formarsi dei confini sul lato meridionale della catena alpina; la seconda si sofferma sul significato identitario sempre delle montagne – attraversate con il treno da Tirano, che fu lungamente svizzera, a Zermatt – con particolare attenzione al Cervino e al San Gottardo; la terza parla dei luoghi attorno al lago dei Quattro Cantoni in cui ha avuto origine la Confederazione ed è ambientata la leggenda di Guglielmo Tell; l’ultima si occupa del ruolo di città quali Zurigo, Basilea e Ginevra legate a temi centrali, a volte controversi, della storia svizzera come la Riforma, la neutralità o la politica dell’accoglienza.

Il viaggio, che ha dovuto confrontarsi con le difficoltà della pandemia, non si è svolto – lo spiega in uno dei primi capitoli – in una sola volta, ma in momenti diversi, interrompendosi e ripartendo, includendo luoghi conosciuti da sempre e nuove scoperte. La lentezza, che Sganzini ha lungamente esercitato percorrendo a piedi per la radio (RAI Radio3 e Radio Svizzera Rete Due) i grandi cammini europei come la Francigena e Santiago di Compostela, è uno dei tratti che caratterizza il suo modo di guardare le cose. Ha raccontato la storia partendo dai segni del territorio ed ha parlato della sua identità con riferimenti a luoghi, letture e opere d’arte anche distanti dall’argomento ma necessari per allargare lo sguardo, come al monastero bendettino di Disentis (le sue proprietà si estendevano fino a Milano) che gli ha ricordato la roba di Mazzarò nella novella di Pirandello, del Campus Novartis di Basilea per il quale ha fatto riferimento alle città ideali dei famosi dipinti del Rinascimento o del piccolo cimitero degli scalatori di Zermatt paragonato alla cappella dei balenieri di Melville a New Bedford nel Massachusetts.

“Non ci sono svizzeri, ma ci sono piuttosto svizzeri tedeschi, svizzeri romandi, ticinesi, retoromanci residui, il tutto messo assieme un po’ artificiosamente” ha scritto Friedrich Dürrenmatt. “Tutto vero” aggiunge l’autore, ma a volte quanto gli manca non avere un film, una musica – anche solo una canzonetta – o un romanzo da poter condividere intimamente con i suoi connazionali. Cercando nella memoria gli viene in mente soltanto il Grüezi wohl Frau Stirnimaa di un motivetto, uno Jodel, di quando era ragazzo. Per qualche mese, all’inizio degli anni Settanta, lo si è canticchiato in ogni angolo del Paese. La verità è che è cresciuto con le canzoni di Lucio Battisti e di Fabrizio De André, immaginando avventure in Versilia forse perché, come quella “all’italiana”, non esiste una “commedia alla svizzera” ambientata nell’Oberland o in Engadina. Imparava a memoria – e prima che a scuola, già gliele recitava sua madre – le tre casettine dai tetti aguzzi di Rio Bo, la cavallina storna e la pargoletta mano. Insomma, cose importanti nella sua formazione.

È stato sul Grütli – la radura simbolica del giuramento confederale – e in quel paesaggio capace di esprimere l’anima pastorale della nazione si è confrontato con il sovrapporsi della storia con i miti di fondazione.
A Zurigo è andato alla ricerca delle potenti badesse del Fraumunster, così in controtendenza rispetto alla storia di un Paese che in Europa è stato l’ultimo a introdurre il voto alle donne.
Per la visita di Basilea ha preso le mosse dalla famosa frase pronunciata nel film Il terzo uomo da Orson Welles per cui in Italia sotto i Borgia in trent’anni di guerre hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento mentre in Svizzera in cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace hanno prodotto soltanto l’orologio a cucù. Tra le strade dell’Altstadt di Basilea capisce che le cose non stanno proprio così: Erasmo, Holbein il Giovane, Paracelso, per un breve periodo anche Calvino, le tipografie e l’università ne fecero la culla dell’Umanesimo e, come ha osservato lo storico Jacques Le Goff, uno straordinario “agente di civilizzazione” al centro di una fitta rete europea.

Il viaggio, partito tra le montagne grigionesi, il cuore geografico della nazione, si conclude con una visita al Palazzo federale di Berna, il suo cuore politico. Quasi a voler compensare la furia iconoclasta della Riforma, che in Svizzera ha cancellato migliaia di immagini sacre, ogni spazio disponibile è stato sfruttato per raccontare con statue e dipinti il percorso di costruzione storica e identitaria della nazione.


Lorenzo Sganzini (Lugano, 1959) è stato responsabile della Divisione cultura del Cantone Ticino e della Rete Due della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana. Per la Città di Lugano, di cui pure ha diretto i servizi culturali, ha in particolare seguito la realizzazione del centro culturale LAC (Lugano Arte e Cultura). Cura regolarmente esposizioni e volumi a carattere storico, come ad esempio “Passeggiate sul lago di Lugano. Di chiesa in chiesa, tra arte e storia”, Edizioni Casagrande.

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