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© Corriere del Ticino, 09.11.2021

L’INTERVISTA / CARLO SILINI / giornalista e scrittore

«Avventure, misteri e magia nel Seicento insubrico»
di Mauro Rossi

Dopo il successo de Il ladro di ragazze e Latte e sangue, è in libreria Le ammaliatrici, terzo e conclusivo capitolo della fortunata saga letteraria, edita da Gabriele Capelli, che Carlo Silini ha dedicato al Seicento ticinese e alla sua turbolenta storia, con particolare riferimento ai rapporti tra gli allora baliaggi elvetici, il Ducato di Milano e una Chiesa cattolica in pieno fervore controriformistico ma anche alla miscela di violenza, diseguaglianze e complessi rapporti umani e sociali che lo caratterizzava. Ne parliamo con l’autore.

Cosa ci regala di nuovo di quel Seicento ticinese già ampiamente sviscerato dai due precedenti romanzi?
«Tutto e niente. Lo sfondo storico e anche leggendario del periodo credo infatti di averlo disegnato già nei precedenti libri, in cui ho cercato di muovermi dietro le quinte di una leggenda molto nota del Mendrisiotto – quella del Mago di Cantone – ma anche indagando su un capitolo storico quasi negletto oggi, quello del Convento di San Giovanni in Pedemonte a Como che fu uno dei massimi centri inquisitoriali dell’epoca. Qui ho dunque sviluppato maggiormente la questione geografica, spostandola più a sud, entrando nella Milano del XVII secolo dove ci sono una miriade di storie che meritano di essere approfondite».

Un esempio?
«L’Accademia dei Facchini della Valle di Blenio, un’associazione realmente esistita che non era, come potrebbe sembrare, una corporazione lavorativa bensì un gremio di intellettuali goliardi e di artisti che faceva riferimento nominalmente alla bassa manovalanza stagionale che arrivava appunto dalla Valle di Blenio, ma anche dalle valli del Verbano a Milano per svolgere i mestieri più umili (marronai, monatti, facchini, appunto). Era un gruppo che oggi definiremmo “underground” nella Milano della Controriforma dunque piuttosto puritana, moralista – e si trovava nelle osterie e nei ritrovi più mondani, dove si scrivevano e declamavano poesie goliardiche scimmiottando un dialetto che somigliava a quello della Valle di Blenio – ma non lo era. Una storia, questa, tra le tante che univano il Ticino – o meglio, i baliaggi elvetici a sud delle Alpi – al Ducato di Milano e sulla quale ho deciso di approfondire il discorso, declinandolo in una fase del Seicento in cui, probabilmente, il suddetto gruppo non esisteva già più».

Questo allargamento degli orizzonti geografici della saga non si limita però a Milano e alla Valle di Blenio – il cui ruolo, per altro, è importante anche per un altro elemento che il lettore potrà scoprire – ma anche alla Valle Maggia…
«Vero: se nei primi due libri mi ero concentrato fondamentalmente sugli attuali Mendrisiotto e Comasco, qui ho voluto partire dalla Vallemaggia, da Cevio e dagli spettacolari grotti che si trovano dietro la chiesa parrocchiale di San Giovanni, gli splüi, ripari naturali creatisi dopo una frana avvenuta secoli fa. E questo per due ragioni: perché questi luoghi mi affascinano, ma anche perché, facendo delle ricerche per il romanzo, ho scoperto che tempo fa è stato rinvenuto, proprio in Vallemaggia, un codicetto sanitario del Seicento, che conteneva una serie di ricette, formule magiche, impiastri d’erbe per curare qualsiasi malattia del corpo e dello spirito: dalla gotta all’impotenza alla possessione demoniaca eccetera. Ed è questo il grande librone che si porta sempre appresso il Bargniff, il protagonista maschile del romanzo».

Pur ambientato nello stesso periodo de Il ladro di ragazze e Latte e Sangue, in un paio di occasioni all’interno de Le ammaliatrici si sostiene che quello del romanzo è un periodo «in cui sta finendo un’epoca». Come mai?
«Perché negli ultimi decenni del Seicento, il periodo in cui si chiude questa trilogia, comincia in qualche modo, anche all’interno della Chiesa cattolica – e mi riferisco soprattutto alle alte schiere vaticane -, a profilarsi un modo di ragionare diverso, che non è più quello della guerra alle streghe, della campagna contro quelle che venivano definite “maliarde”. In quegli anni la lotta contro il maligno si sposta infatti su un terreno più sofisticato dove i nemici sono gli eretici, i Protestanti. E dove si affacciano anche le prime istanze di quell’Illuminismo che si sarebbe poi manifestato un secolo dopo attraverso un’analisi diversa di tutto ciò che era legato al mondo del soprannaturale. In pratica la stregoneria ma anche la stessa santità e i fenomeni di falsa santità iniziavano ad essere indagati e decodificati con metodologie simili a quelle con cui oggi si affrontano le “fake news”. Vengono infatti creati dei manuali inquisitoriali atti a demolire l’idea che certi i comportamenti debbano giocoforza essere ricondotti all’azione del demonio o, viceversa, che determinate azioni siano indice assoluto di santità. Tanto che gli ultimi processi per stregoneria tenutisi a Milano riguardarono proprio il fenomeno delle “false sante” o “sante vive” come venivano chiamate, tra cui l’ultimissima fu una certa Lucia Gambona di Gentilino».

Dal punto di vista narrativo possiamo dire che, rispetto a Il ladro di ragazze e a Latte e sangue, Le ammaliatrici è un romanzo meno storico e più d’avventura?
«Sì, l’approfondimento storico è stato più marcato nei primi due capitoli della saga – anche perché lì si trattava di indagare e far capire un mondo che io stesso scoprivo e cercavo di far scoprire a lettori. Qui ho potuto scatenarmi maggiormente nella narrativa pura».

Con che difficoltà?
«In realtà è stato tutto molto più semplice. L’unica cosa complicata è stata chiudere la trilogia. Perché hai una responsabilità nei confronti dei personaggi che hai creato, ma anche del lettore che forse ha delle aspettative particolari. Tuttavia, da un punto di vista della narrazione, qui tutto è più veloce, per chi scrive e probabilmente anche per chi legge, proprio perché non bisogna più fare i conti e spiegare moltissimi aspetti storici e sociali già affrontati nei precedenti libri».

Le ammaliatrici, dice, chiude definitivamente il racconto legato ai suoi personaggi. Tuttavia anche questo romanzo, come i precedenti, ha un finale aperto…
«Non so se è veramente un finale aperto. Per quanto mi riguarda non lo è – ma questo lo dissi anche alla fine del primo e del secondo libro. Credo infatti di aver concluso la trilogia e se ho lasciato aperte alcune finestrelle non l’ho fatto per il gusto di poter un domani proseguire con questo filone, bensì poiché uno degli elementi essenziali dei tre libri è la magia, una dimensione che non puoi spiegare. In tutti e tre i romanzi ci sono aspetti che non vengono risolti proprio perché appartengono al mondo della magia e del mistero. E questo succede anche in questa terza parte della saga».

Link: Corriere del Ticino


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