Home

© minima&moralia, 04.06.2021

Dodici mesi in Paradeplatz, flâneur a Zurigo
di Simone Bachechi

Strano oggetto A Zurigo, sulla luna – Dodici mesi in Paradeplatz, il volume scritto a quattro mani dagli svizzeri “italiani” Yari Bernasconi, nato a Lugano e da Andrea Fazioli, nato a Bellinzona, volume uscito lo scorso aprile per Gabriele Capelli, editore altrettanto svizzero “italiano”.

L’iconica piazza di Zurigo è scandagliata dalla penna dei due autori ticinesi, uno (Bernasconi) più propriamente poeta, l’altro (Fazioli) già autore di romanzi e raccolte di racconti, più legato alla prosa. Ne viene fuori un reportage letterario di difficile catalogazione, tanti bozzetti che ricordano un celebre scrittore zurighese: Max Frisch.

Come Monet ha dipinto la Cattedrale di Rouen seguendo la luce del giorno durante lo scorrere delle sue ore, così i due autori si recano nella celebre piazza della capitale svizzera a partire dal gennaio del 2018 e per ogni mese di quell’anno, fino a ritornarci nel gennaio del 2021, poco prima che i loro resoconti diventassero questo libro, da un altro lato, da un Andere Seite (Seite in tedesco significa pagina), in piena pandemia, per osservarla ancora da un altro punto di vista.

I resoconti mensili che i due autori armati dei loro taccuini riescono a mettere sulla pagina sulla celebre piazza di Zurigo sembrano un pretesto per parlare di poesia e letteratura, infatti a ogni loro incontro portano sempre con se una poesia diversa di autori classici o contemporanei, convinti che questa abbia sempre da dire qualcosa sulla realtà che ci circonda. Troveremo quindi all’interno del volume componimenti in versi di poeti medievali quali Guido Guinizzelli, ottave di Ludovico Ariosto dall’Orlando Furioso, poesie di Anna Achmatova, Gianni Rodari, Mario Luzi, fino al Cantico di Frate Sole di San Francesco d’Assisi, e altri meno noti poeti, quasi dei controcanti all’osservazione della vita frenetica e il vario e distratto viavai che si svolge nella piazza delle banche di Zurigo, con i minimi avvenimenti che vi hanno luogo, tra ragazze stilnoviste, sosia di Bukowski, ragazze che a luglio fanno schioccare le infradito, turisti che danno un tocco di colore alla altrimenti grigia piazza della finanza, uomini in cravatta più in sintonia con l’ambiente e guide turistiche che confermano in ogni caso che “Hier is das Geld”. Il tutto nel trambusto cittadino di camion della nettezza e l’incessante transito dei tram, perché Paradeplatz è un luogo di passaggio nel quale la gente non è abituata a fermarsi, immateriale come il denaro che pure vi circola, perché nonostante tutto “Paradeplatz rimane un luogo di potere e di soldi”.

Gli autori, due moderni flâneur, con due linguaggi diversi, l’uno con quello della poesia, attento a cogliere le minime sfumature, l’altro con quello della prosa, fluente e evocativa e che dimostra che con i suoi migliori esiti può reggere il passo della poesia, cercano di rendere narrativamente con la precisione e il lirismo dell’occhio fotografico di un Wenders al meglio della sua espressività il visibile e l’invisibile di Paradeplatz, compresa quella parte che sta “sulla luna”, che scaturisce dalla crepa nel visibile della piazza, per scoprirne un’altra, per esteso un’altra realtà oltre la superficie patinata delle boutiques e delle banche, perché lungi dal manifestarsi come un non luogo, agli occhi dei due narratori la piazza assume le sembianze di un luogo di confine tra il visibile e l’invisibile:

“L’azione di scrutare la Paradeplatz esterna, cercando di captare il suo ritmo, dischiude le vie che portano a quella intima, invisibile”

fino a una Paradeplatz più segreta, nascosta e in ogni caso fuori dallo stereotipo, colta dagli autori nell’alternarsi delle stagioni e dei dodici mesi, gli “episodi” che sono i capitoli del volume.

Il percorso dei due autori si snoda in un’osservazione intercalata da suggestioni poetiche e letterarie. Da citare alcuni versi di Franco Fortini:

“Gli oppressi / sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli / parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso / credo di non sapere più di chi è la colpa.”

fino ad arrivare a più intime e personali speculazioni di tipo esistenziale del tipo:

“Invece siamo molto più spesso quello che non possiamo diventare e quello che non siamo riusciti a fare”

oppure

“La vita potrebbe essere proprio una parentesi quadra dove inscatolare tutti gli incontri che si fanno per strada o nei libri. Creature con cui si sorride, si soffre si mangia. E alla fine non sai se sei tu a essere loro o loro a essere te. Confondi la tua voce con quella degli altri”

domandandosi ancora se quello che si sta osservando sia reale o se ci sia dell’altro:

“Sono nove mesi che torniamo in Paradeplatz, eppure a volte mi sembra di non averla ancora mai vista“

Oppure fino a più semplici domande:

“Pourquoi ici” citando il titolo di una poesia qui riportata.

La consapevolezza nasce dall’osservazione di coloro che attraversano quella piazza che diventa icastica, una grande metafora del mondo intero, perché in fondo Paradeplatz è Paradeplatz, una tautologia, perché come suggeriscono gli autori il mondo e nemmeno Zurigo, e tantomeno una sua piazza va spiegata, basta esserci, insieme a quelle presenze che hanno la consistenza di fantasmi, o amici che si trovano nella piazza, smarriti, indolenti e che si scambiano parole tacendo, solo con gli occhi, magari mentre soffia il Favonio, un vento estivo che fa diventare tutti matti o osservando gli alberi di Natale schierati sopra il tetto della UBS che sembrano un plotone di esecuzione, realizzando infine che Paradeplatz non è che uno svincolo “un posto da cui si deve transitare per raggiungere una destinazione” che nel caso dei due è il capolinea del tram, dal centro verso quella periferia, con quel fascino di una città che lentamente diventa campagna, come in una canzone di Paolo Conte.

“Uno snodo ferroviario, incrocio per i tram della città, un triangolo freddo, luogo di passaggio. Tutto fuorché gradevole. A nessuno viene in mente di fermarsi”

Nella resa fotografica del “falso” movimento di Paradeplatz Bernasconi e Fazioli riescono a cogliere dall’apparente banale quotidianità quel tanto di fantastico e inaspettato che è proprio di ogni testo letterario che si rispetti. Lo fanno con un andamento staccato e strappato che trova espressione nel resoconto del volume che scaturisce dai taccuini dei dodici mesi messi riportati nel finale, avanzi di scrittura, pezzi rimasti fuori eppure finiti dentro, venendo rielaborati, una piccola appendice o libro nel libro di questo singolare viaggio. Da uno di quegli appunti dei taccuini emerge forse il vero intento poetico dell’opera:

“La scrittura come mezzo che ti consente sia pure fuggevolmente di abitare un luogo”

e la domanda che i due si pongono sul perché del loro girovagare e dell’essersi dati appuntamento ogni mese in una piazza lontano da casa:

“Ma non abbiamo niente di meglio da fare?”

Forse la domanda che prima o poi chiunque scriva è condannato a porsi.


Link: minima&moralia


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.