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© lankenauta,letteratura & altri mondi, 13.10.2020

Feijoo Fariña Begoña
Per una fetta di mela secca
di Maria Tortora

Le chiamavano “misure coercitive a scopo assistenziale“. Una dicitura che porta in sé il peso di tutto ciò che, per l’appunto, è “coercitivo” ossia forzato, repressivo, costrittivo. Che lo scopo fosse addirittura “assistenziale” appare quasi una beffa. Eppure dietro a quelle “misure coercitive a scopo assistenziale” ci sono state migliaia di infanzie e di vite stravolte, macchiate, umiliate, distrutte. E stiamo parlando dell’apparente immacolata Svizzera, un Paese che, nell’immaginario di tutti, è il luogo della perfezione civile, dell’impeccabilità e del buon vivere. Non è stato sempre così, evidentemente. Begoña Feijoo Fariña con il suo romanzo “Per una fetta di mela secca” fa luce su un fenomeno che, almeno fino al 1981, ha caratterizzato questo piccolo pezzo d’Europa. Per circa quaranta anni, infatti, in Svizzera venivano applicate le suddette “misure coercitive a scopo assistenziale” che consistevano, all’atto pratico, nel sottrarre bambini alle loro famiglie contro la loro volontà. I bambini, a volte anche piccolissimi, venivano poi affidati a istituti di vario genere (religiosi, penitenziari, psichiatrici) e spesso condotti a lavorare presso fattorie o altre famiglie. Storie di distacchi ingiustificati, di soprusi, di violenza fisica e psicologica, di adozioni forzate, di legami spezzati e quasi mai recuperati.

Lidia Scettrini, è questo il nome della protagonista e voce narrante della storia scritta, con delicatezza e intelligenza, dalla Feijoo Fariña. Lidia è molto piccola quando suo padre decide di andarsene. A sua madre resta lo sgomento di essere rimasta sola con una figlia da crescere e lo scandalo di essere una “divorziata”. Basta poco perché Lidia sia messa alla berlina dai suoi compagni di scuola, soprattutto da un bambino che si chiama Piero che la tormenta e la fa soffrire. “Io non sono divorziata. Lui è stupido e non lo sa ma è la mia mamma a essere divorziata e non è nemmeno colpa sua. È papà che l’ha deciso, ho sentito il maestro che ne parlava con la mamma di Renata e ha detto così. Non è colpa sua, ha detto“. La “colpa” dell’essere una madre senza marito è presto uno stigma. Lidia e sua madre vengono evitate da tutti nel piccolo paese di montagna in cui vivono. Qualcosa si spezza il giorno in cui Lidia ruba la merenda dalla cartella di Piero: un fazzoletto che nasconde una fetta di mela secca.

Lidia torna a casa dopo la vergogna di essere stata scoperta e additata come ladra e lì trova sua madre che discute con un uomo. La bambina ascolta da fuori. “Ascolta, prova a ribattere e implora, ma non urla più. Perché sa che la sto ascoltando e così facendo m’insegna ancora una volta che non si possono combattere le battaglie perse. È inutile. Anche se la battaglia è contro chi dice che non puoi più occuparti di tua figlia come dovresti, che non hai un lavoro né abbastanza legna per l’inverno, che la vita che le dai non è dignitosa, che qualcuno l’ha denunciata e che stai crescendo una ladra. Scopro così di essere una ladra. Spiando una conversazione fra due adulti in cui mia madre non perde mai la calma“. Lidia viene portata via da sua madre, dalla sua casa, dalla sua infanzia. Non c’è rimedio né soluzione contro chi applica ciecamente e rigidamente le “misure coercitive a scopo assistenziale”. La bambina viene condotta presso un istituto di suore e lì sarà costretta a crescere tra privazioni, sofferenze, violenze e mortificazioni.

L’invenzione letteraria, nonostante un linguaggio attento e tenue, restituisce un quadro agghiacciante e avvilente di ciò che furono, probabilmente, le situazioni disumane a cui tantissimi bambini svizzeri vennero sottoposti nel corso di quaranta anni. La voce di Lidia sembra raccogliere e amplificare il dolore, il trauma e la colpa di tutti i piccoli strappati alla propria famiglia senza capirne il motivo. Aver rubato una fetta di mela secca può giustificare una punizione così grande? Lidia sarà punita, sarà costretta a fare lavori pesanti, sarà picchiata, sarà scacciata, sarà sterilizzata. Nel suo cuore rimarrà sempre e comunque un amore profondo e immutato per sua madre. Ogni momento del suo divenire donna viene misurato rispetto al giorno in cui sua madre è morta. Il fulcro del suo esistere sarà sempre sua madre, a lei non imputa alcuna colpa, a lei non rimprovera mai nulla.

Da piccola non può capire fino in fondo e non può spiegarselo, ma da donna matura Lidia intercetta il senso di quello che le è successo. “Non è colpa né mia né di mamma, e non è colpa neanche di Piero e della sua fetta di mela secca dentro al fazzoletto. È colpa di tutti. Com’è stata colpa di tutti se alla grande casa per punizione dormivamo con la scrofa e i suoi figlioli rosa. Colpa di chi sentiva le urla senza mai chiedere. Non solo colpa di Madre Sofia. Colpa di tutti. E sarà perché è colpa di tutti che improvvisamente diventa colpa di nessuno. E questa nuova consapevolezza forse mi porterà via anche la possibilità di avere qualcuno da odiare“. Ciò che è stato fatto a quei bambini non può essere risarcito né risanato in alcun modo. Nel 2013 l’allora consigliera federale Simonetta Sommaruga ha pubblicamente domandato perdono alle vittime delle “misure coercitive a scopo assistenziale” dando il via a un percorso in grado di riparare, in qualche modo, i danni arrecati a tanti bambini e tante famiglie. I venticinquemila franchi assegnati, però, non possono cancellare nulla né porre rimedio a una serie di colpe così gravi, profonde e dolorose.

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