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© Brindisinight, 22.11.2019

Intervista a Carlo Silini, autore del romanzo storico “Latte e sangue”

Nato a Mendrisio nel 1965, Carlo Silini è giornalista e scrittore. Pubblica i romanzi storici “Il ladro di ragazze” (Gabriele Capelli Editore, 2015) e “Latte e sangue” (Gabriele Capelli Editore, 2019), in cui racconta la drammatica storia di Maddalena de Buziis, una donna dal coraggio inesauribile, vittima della cieca malvagità umana.

«Di cosa tratta il suo secondo romanzo storico Latte e sangue?».
Latte e sangue è una storia di inaudita resilienza. La protagonista è una donna magnificamente strana. È magnifica perché porta come un faro nel mondo la propria bellezza (posava come modella per un pittore girovago) e la propria sete di conoscenza (è così emancipata che molti la ritengono una strega). È strana perché in un’epoca contrassegnata da un’efferata violenza – il Seicento delle guerre, delle carestie, delle persecuzioni e del banditismo – decide di rispondere con una fiducia incredibile nel Bene. È una non violenta ante litteram che si oppone ai suoi persecutori con la sola forza della propria innocenza. Lo fa contro i briganti e lo fa contro la macchina spietata dell’inquisizione che la processa per stregoneria nel convento domenicano, oggi scomparso, di san Giovanni in Pedemonte a Como.

«Maddalena de Buziis, il malvagio uomo dei Trii Böcc, Giacomo Storno e Rina Balestra sono solo alcune delle umanissime figure presenti nel suo romanzo. Qual è il personaggio che più ha amato caratterizzare, e perché?».
In realtà li amo tutti perché in tutti c’è qualcosa che mi intriga profondamente, nel bene o nel male. Ma ho un debole per Rina Balestra, la prostituta realmente esistita, che esercitava come ‘prevadessa’, cioè meretrice specializzata nei preti e per il prete di montagna don Tommaso, timido, balbuziente, colto, animato da un invincibile senso della giustizia capace di trasformarlo in un leone.

«Qual è il significato che si cela dietro al titolo della sua opera Latte e sangue?».
L’idea del titolo – al di là del potere evocativo di queste due parole potenti che rimandano al nutrimento, alla maternità, alla vita, alla violenza e alla morte – viene da un componimento in 62 versi del gesuita francese Carlo Scribani (1561-1629) dal titolo “Ad Divam Hallensem et pulcrum Iesum”. In esso Scribani grida il proprio desiderio per il latte materno della Madonna e al tempo stesso per il sangue del costato di Cristo crocifisso. Una forma di devozione bizzarra che – con tutto il rispetto – mi è sembrata molto “pulp” e adattissima alla fede, alla violenza, alla passionalità e alla dolcezza disseminate nel romanzo.

«In Latte e sangue c’è una forte e tangibile rappresentazione del corpo umano, visto nella sua sensualità e nella sua carnalità. Dalla sua opera: “L’amore è un animale che piange, l’amore è un corpo che urla”. Qual è la visione dell’amore presente nel suo romanzo?».
Ci sono molti tipi di amore nel romanzo. C’è l’amore malato di uno dei protagonisti, che vede nella donna una preda da possedere e da buttare (qualcosa che purtroppo è ancora molto attuale), c’è l’amore limpido e animale delle madri e dei padri verso i loro figli che cercano di proteggere da ogni male. C’è l’amore mercenario delle prostitute e dei gigolò ante litteram, l’amore gioco, l’amore che brucia e non lascia nulla e c’è l’eros che esalta i sensi e fa perdere il senno, ma che a volte viene magnificato, direi quasi ‘santificato’ dal dono totale di sé, dalla capacità di perdersi nell’altro, di abbandonarsi al suo bene, di precipitare nel mistero della bellezza senza pretendere di possederlo. Amore che pulsa nelle vene, sottopelle, e fa vibrare ogni fibra del corpo e dell’anima.

«Latte e sangue è un romanzo estremamente complesso, dal quale traspare il grande lavoro di ricerca che ha portato alla sua realizzazione. Vuole raccontarci come ha gestito l’ideazione e lo sviluppo della sua opera?».
Chiedetelo alle notti, mi verrebbe da dire. Io scrivo di solito dopo i turni che finiscono a mezzanotte al giornale. Ma quello è solo l’ultimo miglio del lavoro. Prima, molto prima, mi prendo il tempo di camminare sui luoghi del passato che mi ispirano: lunghe passeggiate tra caseggiati abbandonati in mezzo ai rovi, vecchie chiesuole, conventi, grotte nei boschi. Me ne imbevo e bel frattempo mi documento. Svolgo molte ricerche d’archivio, molte letture di bravissimi storici che si sono chinati su quelle vicende prima di me. Leggo tutto quello che esiste sull’argomento. Questa fase dura mesi, a volte anni. Quando mi pare di possedere l’argomento a un certo punto scatta la voglia di scrivere. Mi metto a tavolino, stabilisco una scaletta di eventi avendo chiaro il primo e l’ultimo e comincio a scrivere. È un po’ come guidare di notte: so da dove sono partito, so dove voglio arrivare ma i fari dell’auto illuminano solo le prossime due o tre pagine.

«Lei è un giornalista e scrittore. Cosa significa per lei scrivere e raccontare storie?».
Raccontare storie dà un senso alla vita, sia che lo si faccia da giornalisti sia che lo si faccia da scrittori. Permette di non dimenticare, di fissare con le parole ciò che altrimenti rischierebbe di sparire. Sono due modi diversi di scrivere quello giornalistico e quello narrativo. Per un articolo esistono delle regole che non si possono eludere: occorre che il lettore trovi rapidamente tutte le informazioni per capire un fatto. Non puoi permetterti di essere elusivo o allusivo, non ha senso creare attesa, devi andare subito al sodo. In un romanzo la storia cambia. Per me è come quando da bambini ci si trova di fronte a un prato enorme e finalmente si può correre a perdifiato nell’infinito. Sei molto più libero, nello stesso tempo il pericolo è contrario: in mezzo a tutta quella libertà rischi di perderti, di girare a vuoto, di cadere o di scriverti addosso. Odio i libri in cui le persone si scrivono addosso, ma il rischio c’è.

«Di cosa tratterà il suo prossimo progetto letterario?».
Sto camminando molto, negli ultimi tempi. Quindi presto o tardi lo scoprirò anch’io.

Link: Brindisinight


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