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Dada Montarolo
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Giò, pensa pure quello che vuoi ma gli anni che abbiamo passato insieme sono stati davvero magnifici. Fatti di niente, solo di giovinezza e per questo splendidi.
Morsicavamo la vita come i cuccioli addentano i capezzoli della madre con voracità incosciente, la loro avidità può procurare dolore ma non lo sanno. Per fortuna è un male tenero, graffi leggeri senza croste, neanche sanguinano e spariscono subito.
Io e te ci siamo accapigliati per tante cose che ci sembravano importanti e poi abbiamo scordato. Però ci sono stati momenti indimenticabili, adesso ancora più vividi perché non vuoi parlarmi.
Ti ricordi quando siamo partiti per il servizio militare?
Quella specie di grossa nuvola cupa ci aveva seguiti per tutta l’università, brontolando all’orizzonte appena davamo uno sguardo al futuro, lampeggiando minacciosa di lontano. Avevamo sperato fino all’ultimo in qualche parafulmine, un evento straordinario, una legge improbabile. Ci scherzavamo sopra: era una vacanza, proclamavamo. Ma con il passare delle settimane gli sguardi diventavano febbrili e la voce si incrinava, simile al rumore della cicala quando sfrega le ali troppo in fretta.
Alla fine venne anche per noi il momento di partire.
Il giorno prima eravamo due architetti appena laureati, il giorno dopo due reclute pronte a raggiungere posti lontani dove ci aspettava un futuro sconosciuto.
L’ultima sera la passammo insieme.
«È una serata come le altre» avevamo detto.
La solita birreria, i soliti amici, le solite ragazze. Ci prendevamo in giro, chissà come ti tagliano i capelli, i marescialli inculano le reclute, i “nonni” – gli anziani del corso – si faranno fare i pompini, vedrai che figata dormire uno sopra e l’altro sotto.
Ridevamo forte, sguaiati, come non facevamo più dai tempi del liceo. Tutta l’allegria ci zampillava fuori come se non dovesse fermarsi mai e i pensieri erano facili illusioni esasperate: le ragazze quella sera sarebbero venute volentieri a letto con noi, gli altri amici, quelli rimasti a casa, non ci avrebbero mai lasciato, ci avrebbero scritto e noi avremmo telefonato.
Alla fine ci eravamo ritrovati fuori della birreria noi due, da soli.
Appena usciti se ne erano andati tutti, in fretta e con gentilezza, come si fa quando un funerale finisce e nessuno sa più cosa dire.
Ci eravamo guardati.
«Che si fa?»
Ti eri stretto nelle spalle. Era inverno e il fiato ti usciva dalla bocca come un fumetto su cui avessero cancellato in fretta le parole.
«Facciamo due passi?»
C’era un canale lì vicino, poca acqua oleosa e scura scivolava obbediente fra le sponde lisce di cemento con uno sciabordio leggero. Una striscia di asfalto lo accompagnava per un pezzo, prima di perdersi chissà dove verso la periferia silenziosa, fatta di alti cubi neri con qualche sussulto di luci qua e là.
Ci eravamo avviati uno di fianco all’altro, in silenzio.
Il vapore dei nostri respiri si condensava in nuvolette dense e si disperdevano subito, fuggendo in alto verso l’umidità della notte.
Ti sbirciavo, ma tenevi lo sguardo fisso verso il basso. Sembravi attratto dalla rugosità opaca dell’asfalto e camminavi adagio, attento, come se temessi di calpestare chissà cosa.
Ogni tanto davi un colpo leggero di tosse, qualcosa nella gola ti dava fastidio.
«Allora?»
«Allora cosa, Alex?»
«Non parli.»
«Neanche tu.»
Qualche altro passo in silenzio.
«Vuoi fumare?»
«Sì, grazie.»
Pescai due sigarette, le accesi e te ne allungai una. Fumavi in fretta, lo sguardo sempre fisso sull’asfalto e il fumo si era impadronito del posto delle parole sopra la nostre teste. Eravamo arrivati alla fine della strada e ci fermammo.
«Fa freddo stasera. Torniamo?»
Alzai le spalle.
«Come vuoi.»
Mentre ti giravi buttasti il mozzicone verso l’acqua, un minuscolo bengala arancione si tuffò in silenzio perdendosi nel buio. Un piccolo tonfo sonoro ci fece trasalire.
«Cos’è?»
Mi uscì un risolino tirato:
«Forse hai centrato un topo.»
«Non mi piacciono i topi, cazzo.»
Ancora qualche passo. Ti eri fermato per guardarmi.
«Dici che ce ne saranno?»
«Cosa?»
«Di topi. Voglio dire… là, in caserma.»
Nella penombra spessa vedevo appena la tua faccia e mi sembrava piena di rughe come un foglio di carta da regali usato e tutto stropicciato.
«Non lo so, Giò, penso di sì. Dicono di sì, almeno.»
Insieme al fiato ti era uscito dalle labbra un sospiro esasperato.
«Cazzo» ripetesti di nuovo.
Eravamo arrivati nel parcheggio della birreria, le nostre macchine erano lontane una dall’altra e andammo insieme verso la mia.
Presi le chiavi dalla tasca e tolsi l’antifurto. I “plop plop” elettronici rimbalzarono ubbidienti nell’aria umida e nera.
Eri dietro di me e mi girai:
«Beh, allora…»
Avevi affondato le mani ancora di più nelle tasche del giaccone, quasi temessi di tirarle fuori e ti eri allontanato di un passo, come per guardarmi meglio.
«Allora…»
La tua voce era un sussurro contratto, un rigurgito aspro che saliva fino agli occhi.
Non feci in tempo ad allungare una mano per stringere la tua, eri già voltato, camminavi in fretta verso la macchina e la notte si richiudeva alle tue spalle come un sipario definitivo.
Quando tornammo a casa, dopo un anno, tutto ricominciò come prima. La naia si era trasformata in un ricordo divertente, qualcosa su cui strofinare le serate di fiacca per farne uscire il genietto spiritoso che ci avrebbe fatto ridere.
Eri andato negli alpini, io nei bersaglieri; discutere su quale dei due corpi fosse migliore dell’altro era la scusa per parlare del primo intermezzo importante nella nostra vita.
Era un gioco, dapprima allegro, goliardico e poi sempre più nostalgico. Alla fine scomparve dai nostri discorsi per rincantucciarsi da qualche parte, nelle pieghe nascoste che ognuno di noi si porta dentro. Con il tempo certi ricordi ingialliscono come le foglie e diventano così fragili che il solo pensarci li può sbriciolare.
Anche questa volta non mi dici niente, eppure non sei un vigliacco. O forse lo sei diventato e non me ne sono accorto?
Alex

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