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Mario Casella
Il peso delle ombre

Introduzione

Avrebbe preferito davvero essere malato di cancro piuttosto che di menzogna – perché anche la menzogna era una malattia, con la sua eziologia, i suoi rischi di metastasi, la sua prognosi riservata –, ma il destino aveva voluto che si ammalasse di menzogna, e non era colpa sua.
E. Carrère

Il giornalismo e l’alpinismo sono sempre state due paia di scarpe in cui ho infilato con passione i miei piedi. Un passo dopo l’altro, queste due attività mi hanno portato a incrociare su due diversi terreni il tema scivoloso della verità. In montagna mi capitava di sentire voci anche esperte che mettevano in dubbio le imprese eroiche di alpinisti che ammiravo. In quei momenti ero travolto da una valanga d’interrogativi: quanto si può essere onesti quando si persegue, magari in solitaria, un obiettivo difficile e rischioso come la scalata di un ottomila o di una parete ancora inviolata? E come cambia la vita di un alpinista su cui cade l’ombra del sospetto?
Verso la fine degli anni ’90, nel pieno della mia carriera giornalistica, ebbi l’occasione di osservare da vicino la natura e le conseguenze della menzogna in un ambito completamente diverso: lo scenario della grande politica. Era il 1997, il mio primogenito Zeno era nato da pochi mesi e io praticavo l’alpinismo senza più la sfrontatezza giovanile davanti al pericolo, ma con la perseveranza dettata da una sincera passione per la montagna e lo sforzo fisico. Sul piano professionale mi sentivo invece svuotato dalla superficialità imposta dai ritmi senza respiro nella copertura quotidiana dell’attualità internazionale.
Con mia moglie Lisa decidemmo allora che era giunto il momento di fare il grande passo e di gettarci in una nuova avventura professionale e umana. In quell’anno ci trasferimmo a Washington, dove avevo ottenuto un incarico come corrispondente dagli Stati Uniti per la televisione svizzera. Finalmente avrei potuto calarmi di persona in quel paese per raccontarlo al pubblico: una sfida affascinante e ricca di promesse.
L’impatto con la realtà della superpotenza americana fu però destabilizzante: era appena scoppiato lo scandalo degli incontri fin troppo ravvicinati tra la stagista Monica Lewinsky e Bill Clinton. La giovane donna aveva svelato ripetuti momenti d’intimità con il presidente, spingendosi fino al dettaglio di una fellatio avvenuta mentre Clinton era al telefono con un deputato del Congresso. Per mesi il mio più grande problema fu trovare dei sinonimi eleganti per non usare la parola «pompino» ogni volta che dovevo parlare di ciò che avveniva nell’ufficio ovale della Casa Bianca. A fine gennaio del ’98 il presidente era apparso in televisione, puntando il dito ammonitore e il suo sguardo pungente verso la telecamera: «Ascoltatemi bene. Lo ripeto: non ho avuto rapporti sessuali con questa donna. Non ho chiesto a nessuno di mentire, non una sola volta: mai. Queste accuse sono false». Sette mesi dopo lo stesso Clinton, torchiato da una commissione d’inchiesta, riapparve sui teleschermi per riconoscere di aver avuto delle «relazioni fisiche inappropriate» con Monica Lewinksy.
E se Clinton aveva mentito per nascondere uno scandalo sessuale, che dire di Ronald Reagan, che aveva mentito sulla vendita segreta di armi all’Iran per finanziare la guerriglia contro il governo rivoluzionario sandinista in Nicaragua, o del segretario di Stato Colin Powell, che il 5 febbraio 2003 aveva mostrato al Consiglio di sicurezza dell’ONU una fialetta di antrace come prova – falsa – delle armi di distruzione di massa detenute dall’Iraq? Il regime di Saddam Hussein, dichiarò Powell, aveva già prodotto venticinquemila litri della micidiale sostanza: una scusa perfetta per giustificare un nuovo intervento militare. Pochi mesi dopo, quando la guerra in Iraq ordinata da George W. Bush Jr. era già iniziata, fu lo stesso Powell ad ammettere, costernato, che il suo discorso a New York era basato su false informazioni raccolte dall’intelligence americana.
Più di recente, la propensione dei politici americani alla menzogna ha avuto un degno seguito con la valanga di panzanate propinate dal magnate Donald Trump durante la sorprendente campagna elettorale che lo ha portato alla Casa Bianca, come la notizia che Barack Obama non è nato negli Stati Uniti o la statistica secondo cui i bianchi uccisi dalla polizia sono più numerosi dei neri.
La menzogna non è però una prerogativa esclusiva di Washington. Dall’altra parte del mondo Vladimir Putin, lo zar del Cremlino, ha negato la presenza di soldati russi schierati in Ucraina, e in Gran Bretagna Nigel Farage e Boris Johnson hanno snocciolato una serie di falsità nella loro propaganda a favore della Brexit per uscire dall’Europa. Per non parlare dell’economia: basta pensare allo scandalo scoppiato negli Stati Uniti nel settembre del 2015, quando si è scoperto che l’azienda tedesca Volkswagen aveva prodotto motori diesel truccati per risultare meno inquinanti.
La deriva generalizzata della verità ha addirittura spinto il dizionario Oxford della lingua inglese a proporre il termine post-truth, post-verità, come parola dell’anno per il 2016.

Dopo la mia temporanea full immersion nella menzogna della politica internazionale, rientrai ai piedi delle Alpi svizzere e rimisi gli scarponi. Fu a partire da quel periodo che cominciai a riflettere sul tema della bugia in montagna. Mi capitava infatti con una certa frequenza di imbattermi in storie di alpinisti, anche già affermati, che avevano dichiarato di aver scalato una cima prestigiosa ed erano stati contestati o smentiti da altri alpinisti o da cronisti qualificati del settore.
Queste storie, con il loro strascico di polemiche, suscitavano in me un misto di fastidio e di indignazione nei confronti di chi aveva osato tradire uno dei principi fondamentali che dovrebbero regolare ogni attività umana: il rispetto della verità. L’alpinismo era per me una sorta di isola felice in cui il valore della parola data era assoluto. Affermi di aver scalato una cima? Ti credo e non mi occorrono prove.
In parte era stato il desiderio di integrità morale a spingermi verso le montagne. Vivevo il successo di un’inchiesta giornalistica ben fatta con le stesse sensazioni che provavo nel raggiungere una vetta da una via impegnativa: con la soddisfazione di aver perseguito il mio obiettivo con pulizia e onestà, senza inganni o trucchi di sorta. Eppure non tutti gli alpinisti si comportavano correttamente.
Oltre all’irritazione, le storie di menzogne in montagna risvegliavano in me il tarlo della curiosità. Che cosa accade nella nostra testa – mi chiedevo – quando decidiamo di mentire? Per documentarmi e affinare la mia percezione iniziai a leggere con voracità tutto ciò che trovavo su questo tema. Volevo capire quali siano i fattori che spingono a falsare la realtà o a negare l’evidenza. Come si riesce a perseverare nella menzogna quando le prove dell’inganno sembrano schiaccianti? E come si può sopportare l’accusa di aver raccontato il falso nel caso in cui ci si sia comportati onestamente?
Mi accorsi allora che i libri più rivelatori non erano i saggi di psicologia o di sociologia, bensì alcune opere letterarie che ruotano attorno al tema della bugia e della finzione: dal Don Chisciotte di Cervantes ai personaggi di Doppia menzogna di Shakespeare, dal Pinocchio di Collodi al Felix Krull di Thomas Mann. Uno dei capolavori recenti e più efficaci di questo filone è senz’altro L’avversario dello scrittore francese Emmanuel Carrère. Il succo del suo romanzo-verità è riassunto nella quarta di copertina del volume: «Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico, come sosteneva e, cosa ancora più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone di cui non sarebbe riuscito a sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo».
L’aspetto più destabilizzante del romanzo di Carrère è che racconta una storia tragicamente vera: una vita costruita sull’inganno anche nei confronti delle persone più care al protagonista. «Di norma – scrive Carrère – una bugia serve a nascondere una verità, magari qualcosa di vergognoso, ma reale. La sua non nascondeva nulla. Sotto il falso dottor Romand non c’era un vero Jean-Claude Romand». È una storia che getta una luce inquietante sugli estremi cui può arrivare il meccanismo della menzogna.
Sono gli stessi eccessi che lo scrittore spagnolo Javier Cercas ha sviscerato in un libro-inchiesta di successo, L’impostore, dedicato alla figura di Enric Marco, un sedicente militante antifranchista che aveva ricoperto per anni la carica di presidente dell’associazione spagnola dei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti. Nel 2005 fu smascherato: Marco non era mai stato internato in un campo di sterminio e i racconti della sua lotta antifranchista erano tutti falsi. L’autore si avventura in una dolorosa esplorazione della psiche del protagonista, incontrandolo più volte per lunghe discussioni. I suoi interrogativi trovano però solo risposte parziali. Nelle pagine conclusive del libro, quando fa il bilancio delle bugie raccontate da Enric Marco, l’autore annota: «La cosa peggiore è che non credo che l’abbia fatto in malafede, in realtà ne sono sicuro. Era puro egoismo. Io, io, io, io e io! Pura ignoranza, pura incoscienza. Se Marco avesse saputo davvero cosa significa tutto questo, se l’avesse capito davvero, non avrebbe mai fatto quello che ha fatto».

La mia escursione nella storia della menzogna tra attualità e letteratura ha fatto emergere in modo chiaro l’importanza di questo tema nella vita umana: anche gli eroi o i grandi personaggi, reali o leggendari, mentono. L’impostore è sempre in agguato dietro l’angolo. Le storie che stavo raccogliendo sul mondo della montagna mostravano la stessa vischiosità dei testi letterari: in assenza di prove certe, il dubbio si insinuava, la polemica divampava, e diventava difficile distinguere la verità dalla menzogna.
Lo scopo di questo libro non è quello di ristabilire la verità su alcuni tra i più controversi capitoli della storia dell’alpinismo, ma di raccontare di volta in volta le conseguenze che una presunta menzogna ha avuto sulla vita di chi l’ha raccontata o subita. Ho scelto di esaminare solo i casi con una forte valenza umana, senza preoccuparmi di compilare un elenco esaustivo ed enciclopedico di tutte le polemiche nate sulle montagne. Nel mio setaccio ho cercato di salvare le vicende più rappresentative: quelle che hanno trasformato una scalata in un tormento interiore senza fine.
A stimolarmi è stata anche la scoperta dell’influenza che l’accertamento della verità – talvolta con strascichi nelle aule dei tribunali – ha avuto sui destini personali di ogni suo attore. L’impatto di una bugia o il sospetto di una menzogna hanno condizionato il futuro di molti alpinisti, più o meno noti al grande pubblico. Sono ombre che i protagonisti di questo libro hanno portato nel proprio zaino per tutta la vita.

Cover mario ombre DEFI 9.indd

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