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In preparazione – Marzo 2018
Cover-simbolo-DEFI-GCE
Damiano Leone
Il simbolo
Romanzo storico
15×21 cm, 616 pp, Euro 23,00
ISBN 978-88-97308-44-7

Palestina.
Contemporaneamente alla nascita di un uomo passato alla storia come Gesù di Nazareth, il figlio di una prostituta muove i primi passi in un mondo dominato dalla potenza di Roma: due vite destinate a percorrere strade totalmente diverse ma destinate ad incrociarsi.

Avviato dalla madre alla prostituzione maschile, l’ancora giovanissimo Ben Hamir trova conforto nell’affetto e nella saggezza di Nadir, uno studioso ridotto in schiavitù e comprato per fargli da tutore. Compiuti i sedici anni trova la forza e il coraggio per ribellarsi alla genitrice. Questa emancipazione è pagata a durissimo prezzo e fugge da quella terra per lui prodiga di sofferenza e umiliazioni.

Dopo un’istruttiva permanenza ad Atene Ben Hamir conquista Roma – o meglio i cuori delle romane – divenendo gradito ospite dei più esclusivi palazzi nobiliari.
Sebbene rifugga il potere, il destino lo coinvolge nella politica imperiale fino a portarlo accanto al trono su cui siede Tiberio, padrone del mondo. Proprio nell’intimità più segreta della Domus Tiberi apprende stupefatto quanto bizzarro e beffardo possa mostrarsi il fato.

Nonostante l’affetto per l’imperatore Ben Hamir decide di lasciare Roma, ormai immersa nel terrore. Ma quando la sorte e il volere imperiale conducono i suoi passi proprio nel luogo in cui è nato, ad attenderlo non ci sarà nessun festoso benvenuto, bensì la raffinata vendetta di un potente nemico.

Abbandonate le amanti, i lussi e i salotti aristocratici, dopo aver compiuto un gesto apparentemente marginale ma destinato a sconvolgere la Storia, sceglierà di starsene lontano dai clamori del mondo.

Altri anni trascorreranno finché, con grande meraviglia, apprenderà che Roma non si è dimenticata di lui. Quell’agognato ruolo di spettatore passivo avrà un brusco termine: dovrà accettare un poco gradito incarico “imperiale”.


Prologo (estratto)

Ancor prima che sorgesse il sole, uscendo dalla capanna per vuotare la vescica, mi sono accorto della nave. Se ne sta lì, immobile, in secca sulla piccola spiaggia che s’allarga come una dorata mezzaluna a lambire il dirupo su cui abito da tanti anni.
Ritto ai margini del minuscolo regno di cui al tempo stesso sono re e suddito, sollevo la mano per scostare i capelli candidi che il vento agita sul viso e a lungo osservo quella forma snella: quasi fosse un’altra delle creature marine che, pur enormi e possenti, giunte al termine della vita la tempesta vince e getta poi stremate a morire sull’arenile… Presto però questa creatura non nata per mano di un dio impietoso ma forgiata da quella dell’uomo potrà tornare al mare. Immobili o correndo qua e là, minuscole e indaffarate figure si prendono cura di lei: sì, a vederla da quassù sembra proprio un grande squalo con le sue remore che gli si affaccendano attorno.
Sollevando il volto in quest’impetuoso vento dell’ovest che senza sosta frusta la mia tunica, avverto ancora più intensa la penetrante salsedine di cui è impregnato. Per tutta la notte l’ho udito soffiare. Umido, rabbioso, sibilando col tono lugubremente smarrito degli innumerevoli spiriti di quanti mi hanno preceduto su questa terra tormentata, s’infilava in ogni fessura delle pietre a secco della mia casa. O meglio, dell’umile riparo eretto a sostenere un tetto di canne che ostinatamente così continuo a voler chiamare. Con lo sguardo fisso sulle ultime braci, a lungo sono rimasto sveglio ad ascoltare cercando di decifrare il messaggio che sempre in simili tetre notti anime inquiete paiono voler sussurrare. Ma come tante altre volte così è stato soltanto per l’ostinazione di un vegliardo: perché fin quando rimarrò tra i vivi, so che mai lo potrò capire.
Rientrando, riattizzo il fuoco per scaldare un po’ di cibo. Alla mia età non si mangia molto, ma è un’abitudine che non ho mai perso. Più della fame, a spingermi ancora a farlo è il piacere di ammirare quella luminosa, sempre così mutevole, calda fiamma scoppiettante. Appena il fumo bianco si alza, guardando fuori noto un cambio di scena. Le remore hanno interrotto la loro frenetica attività per gesticolare verso la rupe.
Sorrido tra me: tra poco avrò visite.
L’uomo che sta risalendo il sentiero è ancora lontano. Mentre seduto davanti casa mangio distrattamente un po’ di fave scaldate, di sottecchi dedico ben maggiore attenzione nel valutarlo. A una prima impressione sembra troppo ben vestito per essere un semplice marinaio. Per fortuna la vista non mi tradisce troppo perché ho sempre amato osservare il mondo e soprattutto gli uomini che lo abitano. Spesso, con un solo sguardo, so intuire quali demoni celino nel loro animo.
«Salve, vecchio, buona giornata! Sai dirmi dove siamo? La burrasca di questa notte ci ha fatto smarrire la rotta spingendoci sulla costa.»
La voce è giovane, il tono melodioso, educato: qualcosa di molto raro da queste parti. Apertamente allora alzo lo sguardo su di lui. Sì, avevo ragione, il manto che lo copre è di lana ben tessuta e sotto di questo intravedo una finissima tunica color zafferano. Non sembra animato da cattive intenzioni, perciò l’invito: «Salve a te, greco. Accomodati, vieni a scaldarti accanto al fuoco. Toglierà l’umido dell’alba dal mantello e scalderà le tue ossa… Dimmi, t’andrebbe un piatto di fave accompagnato da un pugno d’olive?»
Aggrotta la fronte ma le labbra sorridono quando risponde.
«Grazie, dopo una simile notte qualcosa di caldo per lo stomaco è quel che ci vuole.» Esita un istante e riprende: «Di’ un po’, come fai a dire che sono greco?»
Intanto mi si è seduto di fronte sulla panca, afferra la ciotola che gli ho appena posato davanti e comincia a mangiare di gusto. Solo allora, invidiandogli l’appetito della gioventù, replico: «Sei di capelli chiari ma il volto è fine e sbarbato, non rozzo e irsuto come in un barbaro del nord. E la nave, se ricordo ancora bene, ha linee uguali a quelle che una volta si facevano al Pireo: piccola ma agile e veloce. Inoltre indossi autentiche spartane, le migliori calzature da viaggio del mondo, non imitazioni. Infine, nonostante il tuo aramaico sia quasi perfetto, vi affiora la cadenza ateniese. Ti basta?»
La bella testa ricciuta si solleva. Mentre sulla pelle abbronzata sottilissime rughe si formano all’estremità degli occhi per diramarsi verso le tempie, il volto si apre in un sorriso.
«Ehi! Sembri piuttosto sveglio per essere un anziano pescatore.»
«Ti ho forse rivelato che lo sono?» rispondo con eguale allegria.
Adesso pare davvero disorientato. Poggiando la ciotola sul banchetto mal piallato, sbiancato dalle intemperie e vecchio almeno quanto me, borbotta: «Scusa, non mi sono presentato. Il mio nome è Fedone ed è vero, sono ateniese e viaggio per lavoro. Tu chi sei?»
Allungando la mano per porgergli una coppa di vino del Libano, rispondo: «Beh, anche se la gente del villaggio oltre le dune ha l’abitudine di chiamarmi soltanto vecchio, potresti usare un nome che una volta era abbastanza conosciuto: Ben Hamir. Per rispondere invece alla tua prima domanda, devi sapere che la nave ti ha portato nei pressi di Arsuf. O come molti la chiamano ora, Apollonia. Dimmi, dove sei diretto?»
«Ascalon. Poi da lì proseguirò per Gerusalemme.»
«Cosa ti porta alla città santa? Dopo le rivolte di questi ultimi anni non è altro che un cumulo di macerie pieno di cani inselvatichiti…» ridacchiando aggiungo «e non parlo solo d’animali.»
Apprestandosi a rispondere, deterge le labbra con il dorso della mano. Dall’impaccio che mostra nel farlo capisco che non gli è gesto consueto. Purtroppo non posso farci nulla, non possiedo pezze di lino profumato da porgergli.
«Sto seguendo le tracce di un avvenimento accaduto laggiù più di mezzo secolo fa» afferma poi. «Sono uno storico e da una nobildonna romana che vive ad Atene ho ricevuto l’incarico di scoprire cosa c’è di vero su quanto sostengono i seguaci di una nuova setta a proposito del loro fondatore. Per la verità credo che siano tutte panzane, ma come rifiutare? Senza contare che la donna paga bene. Di storici disoccupati ce n’è anche troppi.»
Allungo il braccio per riempirgli la coppa vuota mentre domando: «Quale setta? E come si chiamava il fondatore? A quel tempo la terra di David traboccava d’innumerevoli fazioni come di mirabolanti messia».
«Si definiscono cristiani. Il nome del loro capo era Jeshua anche se ora è chiamato Christus o Chrestus secondo le versioni… Ehi, che hai? Sembra che tu stia vedendo uno spirito dell’Ade.»
Ha ragione. Nel sentire quel nome, per un attimo, simile a un fantasma riemerso da un lontano passato eppure così nitido nella sua indescrivibile sofferenza, ho rivisto un volto. Un volto che nonostante le innumerevoli persone conosciute in vita mia mai ho dimenticato. Traggo un profondo sospiro e con la voce che m’esce in un mormorio, ammetto: «È davvero uno strano destino quello che ti ha voluto portare su queste spiagge… perché l’uomo di cui parli l’ho conosciuto proprio nei suoi ultimi giorni di vita».
Senza quasi rendermene conto riempio una coppa per berne d’un fiato il contenuto. Non lo faccio da anni perché il vino è forte, così di solito lo bevo alla greca con due parti d’acqua. Ora però ne sento davvero il bisogno. Con un sospiro di soddisfazione che mi esce spontaneo nell’assaporare l’asprigno dono di Dioniso mi asciugo le labbra, e tornando ad alzare gli occhi sull’ospite ne colgo l’espressione incuriosita.
«Hai davvero conosciuto quell’individuo? Gli hai parlato? Lo puoi descrivere?» chiede chinandosi in avanti.
«Quante domande, figliolo! In ogni caso sì, a tutte e tre.»
Scuote il capo borbottando: «Il Fato è davvero bizzarro… Deve esser vero che perfino gli dèi si piegano al suo volere. Lo sai? Pensavo di dover cercare a lungo quelle tracce, finendo magari con il restare invischiato in mille dicerie senza mai arrivare a nulla di preciso. Invece la prima persona che incontro in questo paese mi sta dicendo di averlo conosciuto direttamente».
Per un lungo momento rimane pensieroso soppesandomi con lo sguardo, finché riprende con slancio: «Di quelli come te, e intendo in vita, non credo ce ne siano rimasti più molti. Senti, ho un’idea. Siccome ci vorrà un po’ di tempo prima che i marinai riparino la falla, potrei compensarti bene se vorrai narrare ciò che ricordi di lui. Dopotutto, questa tappa imprevista potrebbe rivelarsi una gran fortuna!»
Senza esitare rispondo: «Per me va bene. Però sono curioso di sapere perché la tua nobildonna s’interessa tanto a quell’uomo. Deve aver speso parecchio per un incarico simile, questa turbolenta provincia di Roma è sempre malsicura per uno straniero. Per un greco poi, i pericoli sono notevoli».
«Beh, sì, ha pagato una somma notevole, quindi ho accettato il rischio. In ogni modo sono ben protetto, mi scortano una decina di mercenari che mi seguiranno dappertutto e, detto tra noi, credo siano ben più pericolosi di qualsiasi tagliagole avessi la ventura d’incontrare… Comunque, per rispondere alla domanda su cosa abbia spinto l’aristocratica dama a sborsare generosamente quel denaro, ti posso dire che tra gli intellettuali di tutte le più grandi città dell’impero è di moda disquisire di metafisica o di strane religioni. Le novità che le racconterò al mio ritorno le serviranno unicamente, credo, per pavoneggiarsi con gli amici letterati. La sua lussuosa casa diverrà così ancor più ricercata e per un po’ forse riuscirà a dimenticare la noia d’esser disgustosamente ricca.»
Annuisco sogghignando. Dal tempo in cui ero ambito ospite nelle loro dimore, il mondo dei potenti non è per niente cambiato.


Damiano Leone è nato a Trieste nel 1949.
Di formazione tecnica, nella prima parte della vita si è interessato alle discipline scientifiche: in seguito, quando alcune vicende lo inducono ad abbandonare la professione di chimico, incoraggiato da un esperto del settore inizia a produrre artigianalmente repliche d’armi e armature antiche. Fortunatamente apprezzati, alcuni suoi lavori sono stati impiegati in film storici, esibiti in programmi televisivi culturali ed esposti in musei.
Imponendosi fin dall’inizio la massima fedeltà riproduttiva, dapprima per esigenza professionale e poi per vero interesse, da oltre un trentennio si dedica allo studio della storia antica, dell’arte e della letteratura classica, corroborando le nozioni letterarie con frequenti visite a musei e siti archeologici di tutta Europa.
Soltanto dopo il suo ritiro dall’attività lavorativa ed essersi trasferito in un paesino montano del Friuli ha potuto trovare il tempo e la serenità per realizzare un’antica ambizione: quella di dedicarsi attivamente alla narrativa.
Dopo aver terminato il romanzo storico “Enkidu” nel 2012, nel 2015 pubblica “Lo spettatore”.

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