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Chris Ayres
Corrispondenza di guerra per codardi

Traduzione di Simone Garzella

15 x 21 cm
336 pp.
PB

ISBN: 978-88-87469-57-8

CHF 32,-
Euro 21,-

Chris, 31 anni, è il corrispondente del Times da Los Angeles, dove frequenta il mondo dello show-business e si occupa principalmente delle star hollywoodiane e di quello che le riguarda. Una mattina all’alba viene svegliato dal suo caporedattore, che gli propone di andare come inviato in Iraq seguendo le truppe dei marines come giornalista embedded.
Il reporter, mezzo addormentato, risponde di sì. Ma quando si accorge di cosa quel semplice sì significhi, nonostante il terrore è troppo codardo per rimangiarsi la parola data al giornale.
Il giornalista mondano si ritrova dunque nel deserto iracheno, insieme a un battaglione di marines soprannominati i Long Distance Death Dealer.

Corrispondenza di guerra per codardi (titolo originale “War Reporting for Cowards), del giornalista del Times di Londra Chris Ayres, parla della guerra in Iraq e di alcuni degli eventi più importanti che hanno segnato la storia degli ultimi anni con grande acume e molta ironia. L’autore ripercorre in questo diario le proprie esperienze giornalistiche, che lo hanno portato suo malgrado ad assistere agli eventi più importanti dal 2001 ad oggi.

Il saggio descrive gli orrori e le paure della guerra ma con un’ironia e un umorismo nero che lo distinguono da tutti gli altri. Se un saggio-testimonianza come “Dentro la Guerra” di Monica Maggioni, un’altra embedded, è rivolto soprattutto agli esperti del settore, Corrispondenza di guerra per codardi è destinato al grande pubblico, tanto che i diritti cinematografici del libro sono stati appena acquistati dalla Blueprint Pictures and Thunder Road Entertainment, un’affiliata della Warner Brothers, e il libro ha raggiunto la Top 40 della lista dei best-seller di Amazon.com.

Evitando ogni giudizio sull’opportunità della guerra in Iraq, Ayres, inviato a soli ventisette anni, ne descrive gli orrori e soprattutto la paura provata da un uomo che si sente costantemente al posto sbagliato nel momento sbagliato e tutto per un sì detto mentre ancora stava cercando di riprendersi dai postumi di una sbronza. Ayres infatti è un ipocondriaco, ossessionato dal terrore di essere malato di diabete o di Alzheimer. Come se non bastasse, soffre di attacchi di panico ed è in sovrappeso. Non certo l’immagine dell’inviato di guerra impavido e virile cui siamo abituati e Ayres ha affermato di aver voluto tracciare nel suo libro il ritratto di una generazione assediata dall’ansia, fatta di giovani circondati dagli agi che a un certo punto della vita hanno dovuto cominciare a fare i conti con la paura del terrorismo, con la consapevolezza della possibilità della morte. Ed è questo che rende affascinante il libro, come lo rende affascinante la paura costante provata da Ayres in guerra, una paura che l’autore non esita a mettere a nudo con grande autoironia, fino a confessare di aver voluto diventare giornalista per incontrare le celebrità ed essere invitato ai party più esclusivi.

Il libro descrive dunque un passaggio da un mondo a un altro: Ayres, che conosce la guerra solo attraverso i film di Hollywood, si ritrova a dover affrontare disagi mai immaginati, tanto che per dormire il povero Chris – al quale non è mai piaciuto neppure il campeggio – si deve trasformare in un vero e proprio contorsionista. Il suo pensiero costante è quello di essere ferito gravemente, decapitato o rapito, soprattutto dopo che si rende conto che i 5000 dollari che il giornale gli dà come anticipo sulle spese in realtà servono proprio in caso di rapimento. Teme inoltre di ammalarsi della cosiddetta sindrome del Golfo o di rimanere coinvolto in un attacco compiuto con armi batteriologiche, oltre che cose più comuni come scorpioni e ragni velenosi.

In Corrispondenza di guerra per codardi, Ayres si dipinge come l’uomo che si trova costantemente nel posto sbagliato. Pagine di black-humour sono ad esempio dedicate al crollo delle Torri Gemelle: il destino vuole che Chris sbarchi a New York come corrispondente economico per il Times il 10 settembre del 2001 e che il giorno successivo si trovi ad appena tre isolati di distanza dal World Trade Centre quando inizia il crollo. In questo caso la testimonianza di Ayres è stata giudicata dal Sunday Times come una delle migliori del libro. Inoltre, successivamente, all’ufficio in cui Chris lavora prima di essere trasferito a Los Angeles viene inviato dell’antrace e il collega che lavora nel box accanto al suo si ammala.

Tra le pagine più divertenti ci sono quelle dedicate alla preparazione in vista della partenza, con Ayres che cerca di imparare come si arresta il flusso del sangue in caso di ferita (l’ideale per chi soffre di ipocondria!) e che fa acquisti nei negozi più alla moda di Los Angeles, come se la meta non fosse l’Iraq in guerra ma qualche isola tropicale.
Ad esempio Chris compra una tenda gialla canarino con una croce rossa disegnata sopra: il bersaglio perfetto per il nemico, si renderà poi conto. Nonostante inoltre gli sia detto di portarsi un solo cambio, il giornalista parte con così tanta roba (dalla biancheria alla moda allo spazzolino elettrico fino alla guida Lonely Planet del Medio Oriente) che per andare in aeroporto deve affittare un carrello portabagagli.
Ma in Iraq deve imparare come si usa una maschera antigas e quanto possa essere scomoda una tenuta militare con tanto di elmetto protettivo. Deve soprattutto convivere con gli spari dei cannoni, il buio assoluto del deserto, gli atteggiamenti sospettosi e un po’ irritati dei marines, imparando che i giornalisti non godono di nessun privilegio ma sono soltanto bersagli tra una serie di altri bersagli.

Il libro offre, come ha scritto Michiko Kakutani sul New York Times, delle istantanee indelebili della guerra, descrivendo il macabro elisir della noia, la paura propria di una campagna militare e la situazione anomala di un giornalista embedded, che sulla guerra sa addirittura meno di chi siede di fronte a una tv dall’altra parte del mondo, vista l’impossibilità di accedere ai mezzi di comunicazione. E così, quando i militari gli confiscano il telefono satellitare per paura che il nemico localizzi la loro posizione, dopo appena nove giorni di guerra Chris decide di lasciare l’Iraq e tornare a casa.
È la parte più pericolosa del suo viaggio: prima il convoglio che deve portare Chris in Kuwait viene attaccato, poi una granata esplode vicino all’elicottero che lo sta trasportando lontano dalla zona di guerra. Quando arriva a Kuwait City, Chris fa un pasto luculliano, che conclude con tre cappuccini. Ma l’esperienza è servita almeno a fargli passare l’ansia. Commenta l’autore con ironia: “non ho più paura delle bombe nella metropolitana. Stamattina cantavo sotto la doccia perché l’acqua era calda e perché nessuno stata cercando di uccidermi”.

Ayres descrive in maniera vivida, in presa diretta, cosa significhi vivere al fronte nel XXI secolo, nell’era delle bombe intelligenti e delle armi batteriologiche, un mondo tecnologico di morte e distruzione.
L’autore parla inoltre dei marines, del Capitano Hotspur, che quando incontra Chris gli dice “La gente pensa che l’artiglieria sia noiosa. Ma noi uccidiamo più gente di chiunque altro”, del Caporale Marphy che gli chiede “Si combatte molto a Londra?” e delle truppe che chiedono rassicurazioni sugli scopi e i risultati futuri della loro missione e che vivono una vita fatta di cibo immangiabile e biancheria puzzolente, scandita dall’alternanza tra una noia che ottunde la mente e terribili scoppi di violenza. Sotto le stelle della Mesopotamia, uno dei soldati sogna di comprarsi una casa in Iraq per quando andrà in pensione, oppure di aprire il primo Starbucks di Baghdad.


I GIUDIZI DELLA CRITICA

La Kirkus Reviews ha giudicato War Reporting for Cowards uno dei migliori libri del 2005.

“Indispensabile”.
New York Times

“A miracle of observation.”
Sunday Times (London)

“Laugh-out-loud.”
Time

“Gripping.”
People

“An excellent read.”
Observer (London)

“Ayres’s wry descriptions of preparing to be an embed are imbued with a refreshing Gen-X view of the world. Ayres’s stories of life with the Marines are gripping.”
People

“Imagine George Costanza from Seinfeld or one of Woody Allen’s hypochondriacal heroes being sent off to cover the Iraq war, and you have a pretty good idea of what Chris Ayres’s hilarious new memoir is like […] The book reads as though Larry David had rewritten MASH and Evelyn Waugh’s Scoop as a comic television episode.”
Michiko Kakutani, The New York Times

“Ayres writes in a breezy, cheeky style that is often very funny.[…] Excellent… among the best of the growing number of accounts of the Iraq War.”
John Brady, San Francisco Chronicle

“Ayres’ book is exciting, revealing and very, very, funny. […] Ayres makes no attempts to protest or proselytize, and the book is all the better for it. He simply tells his experiences, and tells them delightfully well. And while the book is humorous, Ayres doesn’t dodge reality.”
Howard Shirley, BookPage

“Antiwar only in the sense that it presents an unvarnished (and nauseating) picture of combat, War Reporting for Cowards provides details of conflict journalism that a more daring or combat-seasoned writer might never have thought to record, or would have been ashamed to admit…Beyond the laughs, he powerfully conveys the physical miseries of combat life, the terror of being under bombardment and the ethical impasse of wanting desperately to survive, even if it means the deaths of those on the other side of the battlefield.”
Regina Marler, Los Angeles Times

“Ayres’s descriptions take on a terse Hemingwayesque brilliance… Once we finally get to Iraq, Ayres is at his journalistic and comic best.”
Gary Shteyngart, New York Times Review of Books

“Much of the book’s setup – its immediate plunge into the Iraq War and then its flashback to fill in how the poor schmo got there – is wonderfully funny, perfectly pitched. And one of the more accurate reports of reporting today…”
Jerome Weeks, Dallas Morning News

“Ayres is unique in his humor-driven and slightly sarcastic slant.”
Library Journal

“No American war correspondent would have dared to write War Reporting for Cowards… his descriptions about Sept. 11 are wrenching, sympathetic and somehow wry…Ayres never really accepts his circumstances, stubbornly refusing to create what is sometimes called a “new normal.” He just wants the old normal back. Don’t we all?.”
Jeanne A. Leblanc, Hartford Courant

“Here is a reporter who can write, can tell a story, can make you laugh and make you cry. Reading War Reporting for Cowards will give you lots of laughs, and many squirms of uncomfortable self-recognition at your own condition as a 21st-century human being.”
Natalie Bennett, Blogcritics

“Wildly entertaining…”
Martha Bayne, Chicago Reader

“Ayres’s memoir would seem endlessly whiny if it weren’t so dramatic and funny.”
The Arizona Republic

“Seriously good and hysterically funny. More importantly – a refreshing read amid some of the other B.S. written about the media in hostile environments”
Chris Cramer, CNN

“An hilarious and disturbing account of a man who wants nothing more than Starbucks in the morning.”
Times-Picayune

“he writes in a way that offers both brutal honesty and situational question marks that entice the reader to have a laugh at his expense.”
Jesse Haberman, The Cleveland Plain Dealer

“The most honest rendering we’ve seen of embedded life, hands down, comes from Chris Ayres.”
Howard Kurtz, The Washington Post

“A first-rate glimpse of how terrifying are the wages of war, and not just the carnage and doom: the first time he needs to use the field as a toilet, he squats directly over a tarantula’s nest.”
Kirkus Reviews

“The book’s strengths lie in Ayres’s details of the gritty, hot, lonely daily grind.”
Publisher’s Weekly

“Ayres takes readers on a unique journey through the war in Iraq. His description of both the philosophical and the mundane aspects of war are incisive and often surprising, and War Reporting for Cowards is an objective, funny, intensely detailed trip into the heart of modern warfare.”
Powell’s Books

“Easily the best book I’ve read from the ‘embedded’reporters in the Iraq war, and brings to mind such classics of war literature as Evelyn Waugh’s Scoop.”
Zimmerblog

“An excellent read.”
The Oberver

“An unlikely, even incredible story… It tells the truth about war in a way that most memoirs don’t… Brilliant.”
Martin Bell, BBC

“At once hugely entertaining and, suprisingly, a better insight into the sheer awfulness of war than any gung-ho adrenaline junkie could ever achieve.”
Metro (London)

“Brilliant. 5/5.”
Nuts magazine (London)

“Ayres has invented a new genre: a rip-roaring tale of adventure and derring-don’t.”
Toby Young, author of How to Lose Friends and Alienate People

“Ayres’ rookie fear and unique observations make a memorable new voice.”
The Independent

“Hilarious.”
Ken Vernon of The Bulletin (Australia)

“War Reporting for Cowards may become a war-reporting classic, perhaps even a nonfiction version of Evelyn Waugh’s Scoop.”
The Australian (Syndey)


RECENSIONI

Narrativa. Prima di diventare ‘corrispondente di guerra per caso’ c’è l’evento delle torri gemelle (11-IX-2001) che segna una svolta epocale. Con una firma, in un momento di ‘sonnolenza’, il giornalista dovrà seguire le truppe dei marines in Iraq. La scrittura (lo stile) di Ayres però, va oltre la scarna documentazione, mantenendo tuttavia la sua efficacia, proprio nel partecipare come ‘codardo’ o – diciamo – non abituato ai rischi che un conflitto comporta, a un modo di essere radicalmente diverso, quando la vita sembra avere poco valore. Questo passo (p. 255) rende l’idea della realtà di quel contesto: ‘Gli howitzer [proiettili che pesano sei chili e contengono ottantotto granate] trasformano il campo di battaglia nel pavimento di una macelleria.’
Luciano Nanni, Literary nr. 5/2010


Corrispondente per errore della guerra in Iraq

Rispondere a una chiamata del proprio capo ancora mezzi addormentati, accettare di partire per l’Iraq come giornalista al seguito dei marines e accorgersi troppo tardi dell’errore appena commesso. È quello che è effettivamente successo a Chris Ayres, corrispondente da Hollywood per il London Times, che – nonostante la sua costante paura della morte – nel marzo 2003 è costretto a partire per l’Iraq. Nel suo esagerato bagaglio c’è, tra le altre cose, un giubbotto antiproiettile color blu (l’unico oggetto blu in tutto il deserto iracheno, come gli farà notare un marine).
Nel romanzo autobiografico Corrispondenza di guerra per codardi, nato dalla sua breve ma intensa esperienza in Iraq, Ayres narra con un pizzico di ironia la sua carriera giornalistica e i giorni trascorsi al fronte. Per lui la guerra è cominciata già nel 2001, quando a New York ha assistito al crollo delle Torri Gemelle.
Ayres, nato negli anni Settanta, si definisce giustamente un membro della generazione vergine di guerra e, dapprima con gli eventi del 2001 e poi con la trasferta in Medioriente, il giorvane giornalista perde la verginità, scoprendo cosa significa davvero avere paura della morte.
Nel romanzo la guerra è descritta attraverso gli occhi di un cittadino qualunque e si presenta ben diversa da quella che si legge sui giornali. Ed è inoltre pregevole l’abilità narratoria di Ayres, che inserisce momenti divertenti nella tragicità del conflitto bellico, senza comprometterne però la serietà.
Patrick Stopper, Corriere del Ticino, 28.05.2010


L’Iraq per codardi di Ayres
In un romanzo l’incubo da ridere di un inviato di guerra

«“Ayres, ti andrebbe di andare in guerra?”» mi chiese Fletcher allegramente, mentre Alana, la mia fidanzata, era stesa accanto a me, profondamente addormentata, inconsapevole del fatto che la conversazione che stavo avendo in quel momento avrebbe presto cambiato tutto, per sempre.
Sono le 6.30 di un mattino qualunque di inizio 2003 a Los Angeles. Chris Ayres è reduce di un’altra serata trendy cui si ritrova a partecipare in qualità di inviato del London Times. Il suo pane, da poco più di un anno, sono gli eventi mondani che ruotano attorno al mondo dorato di Hollywood: prime visioni, feste, star, aperitivi, interviste disimpegnate. La sua vita da giornalista procede in questo modo da quando ha fatto in modo di fuggire da New York, dove si è consumata la sua prima traumatica esperienza di inviato.
È uscita da alcune settimane nelle nostre librerie la traduzione di Corrispondenza di guerra per codardi di Chris Ayres, inviato del London Times negli Stati Uniti. Nel romanzo, tradotto da Simone Garzella per Gabriele Capelli Editore, il giovane autore inglese racconta la sua esperienza sul fronte iracheno nel 2003, dopo la quale è stato nominato corrispondente estero dell’anno.
Arrivato a Manhattan per riprendere le notizie economiche del New York Times da Wall Street, Chris si è ritrovato per la prima volta nei panni del corrispondente di guerra mentre assisteva al crollo delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001.
Ossessionato dall’immagine di quei piccoli esseri umani che si lanciavano dai piani alti per sfuggire a fumo e fiamme, e terrorizzato dall’idea di rimanere vittima dei batteri di antrace che avevano contaminato alcuni dipendenti del palazzo del New York Post in cui si trovava anche il suo «cubicolo da pollo in batteria», Chris ha colto al volo la possibilità di fuggire a Los Angeles, trascinando con sé la sua fidanzata americana.
Chris è infatti un inguaribile ipocondriaco, del tutto sprovvisto dell’audacia del cronista d’assalto. Se a Londra si è specializzato in giornalismo economico, è solo perché offriva qualche chance in più di rimediare un posto di lavoro. Non riesce a non osservare i veri cronisti di guerra senza un misto di invidiosa ammirazione e disillusa ironia. Eppure, quando il suo indaffarato caporedattore gli propone di andare in Iraq al seguito delle truppe americane, si ritrova a dire solo «Sì», perché «Il mio cervello, incapace di elaborare i dati in entrata, aveva richiamato automaticamente una risposta standard…». Posto dal destino di fronte ad una scelta, Chris sa di aver agito non per un improvviso impeto di coraggio, ma solo per paura: di compromettere la sua carriera, di perdere un’occasione, di sfigurare di fronte all’aitante inviato del Daily Telegraph. Insomma, una paura al quadrato.
L’autore introduce così il lettore nella tragicomica preparazione del viaggio, con una lista di accessori del Pentagono che non sa neanche che cosa siano. Poi i traumatici corsi preparatori, l’arrivo in Kuwait e il soggiorno in un hotel a 5 stelle in attesa di notizie. Fino all’improvvisa partenza, proprio con le truppe che stanno sulla linea del fronte: dove si mangiano cibi che sanno di plastica, si va di corpo fra scorpioni e tarantole, si dorme negli humwee e ad ogni cannonata ti rendi conto che essere un osservatore imparziale è una pura illusione e, dopo essersi dannati per inviare un articolo con il telefono satellitare, basta poco per attirarsi l’ostilità delle truppe. Quella di Ayres è una testimonianza dal fronte impietosa e piena di ironia. L’immersione nella quotidianità tragicomica di un inviato che, predestinato ai grandi eventi contro la sua natura, si affida all’arma più drammaticamente significativa: l’onestà.
CLO, LaRegioneTicino, 04.06.2010


CORRISPONDENZA DI GUERRA PER CODARDI
Dallo show-business hollywoodiano al fronte iracheno
di Gioia Salvioli

Partire per l’Iraq come inviato di guerra non dev’essere una scelta facile per nessun professionista, in nessuna fase della propria vita e carriera.
Partire per l’Iraq come inviato di guerra, a ventisette anni, probabilmente è il frutto di una riflessione ancora più attenta e sofferta, una grande opportunità di carriera, un’occasione forse irripetibile per capire cosa stia realmente accadendo laggiù, per essere dall’altra parte dello schermo, dove le cose accadono davvero e non sono solo più i soliti servizi che ci propinano i telegiornali, come contorno ormai insapore di ogni nostro pranzo e cena.
Partire per l’Iraq come inviato di guerra, a ventisette anni, dopo che il tuo caporedattore ti ha fatto firmare il contratto mentre smaltivi i postumi di una sbronza è una faccenda ancora più complicata!
È ciò che accade a Chris Ayres, autore di questo gradevolissimo volume edito in italiano dall’attenta casa editrice svizzera Gabriele Capelli.
Per un ‘sì’ di cui quasi non serba memoria, Chris parte per l’Iraq, completamente sprovveduto e senza la minima consapevolezza di quello che lo aspetta. Esilaranti le pagine in cui descrive lo shopping assurdo pre-partenza, degno della peggior Kinsella!
Ayres, volente o nolente, si trasforma così da corrispondente mondano frequentatore dello show-business di Los Angeles per conto del Times a giornalista embedded nel deserto dell’Iraq: embedded, cioè arruolato.
I giornalisti embedded sono un’invenzione relativamente recente, prevista da un regolamento del Dipartimento della Difesa statunitense, diffuso nel febbraio del 2003, poche settimane prima dell’inizio della seconda guerra in Iraq. Si tratta degli inviati che seguono e raccontano un determinato evento bellico, senza autonomia di movimento sul campo e senza vitto e alloggio indipendente, ma inseriti in uno degli eserciti coinvolti in quel conflitto.
Così Ayres, catapultato tra i marines, non si arma di fucili o granate, ma solo di mascherine anti-gas e della sua tagliente ironia, per restituirci la vita dal fronte nel XXI secolo.
Un libro da non perdere per apprezzare le piccole cose, per noi scontate, come il poter cantare sotto la doccia, calda, senza paura di rimanere ucciso dalle bombe intelligenti!
Parola di ex ipocondriaco sovrappeso soggetto a frequenti attacchi di panico… Insomma uno di noi!

Chris Ayres, Corrispondenza di guerra per codardi, Gabriele Capelli Editore, pagg. 335, euro 21

http://www.stradanove.net, 09.11.2010


Chris Ayres – Corrispondenza di guerra per codardi (wuz.it)

“Non ho più paura di eventuali bombe nella metropolitana. Stamattina cantavo sotto la doccia perché l’acqua era calda e perché nessuno stava cercando di uccidermi”

Chris Ayres ha la pelle bianca come mozzarella. È grassoccio, stempiato, ipocondriaco, e mostra un’incontrollabile tendenza a darsela a gambe nei momenti difficili.

Quando il gioco si fa duro, Chris Ayres si nasconde sotto il tavolo.

Per dirne una: qualche anno fa, un prestigioso giornale londinese lo invia a New York come corrispondente per le pagine finanziarie. Un certo martedì, affacciatosi alla finestra del suo appartamento non lontano dalla parte sud di Manhattan, Ayres vede un pennacchio di fumo denso e nero levarsi da una delle torri del World Trade Center. Comincia dunque ad incamminarsi verso Wall Street e il distretto finanziario. Poco dopo, un’altra colonna di fiamme divampa dalla seconda torre. La città impazzisce: la gente fugge in preda al panico, le sirene dei camion dei vigili del fuoco guaiscono senza posa, un ululato che sembra dar voce al terrore e al dolore di un’intera città. È una corsa contro il tempo che ogni reporter degno di questo nome dovrebbe cercare di correre con le proprie gambe, e il più velocemente possibile.
Cosa fa il nostro, invece, per dare testimonianza di quella situazione epocale ai lettori di tutto il mondo? Gira i tacchi, si accarezza la testa dolorante, e con passo sicuro ritorna nella propria cameretta, per infilarsi sotto le coperte.
“Corrispondenza di guerra per codardi” è un gran libro, che trasforma il difetto capitale di ogni uomo in un’opportunità di riscatto.
Non racconteremo di come Ayres (che riuscirà, infine, a dar conto di quel che accade a New York nei giorni immediatamente successivi l’undici settembre duemilauno) finirà col trovarsi inviato in Iraq per raccontare in prima persona una guerra. Ma è una caratteristica di alcune narrazioni particolarmente ben riuscite, quella di riuscire a svelare l’orrore e il fallimento dell’uomo che le guerre sempre comportano, facendo leva sugli aspetti grotteschi delle gerarchie militari, del rischio eletto a motivo fondante della propria vita, del dover – soprattutto – cercare di far più male possibile a persone che non conosciamo e che non ci conoscono.
Pensiamo a “Comma 22”, di Joseph Heller, o alle vicende raccontate in M.A.S.H. (nel film di Altman e nella serie televisiva). Quando tocca il fondo del barile, all’uomo non rimane che rifugiarsi nell’autocommiserazione, oppure rivendicare con forza la propria natura di uomo e, a dispetto di tutto, abbandonarsi ad un riso liberatorio.
“War reporting for cowards”, da questo punto di vista, rappresenta senz’altro un apice. Perché Ayres parte da sé, si racconta per quello che è, senza cercare mai di fingersi migliore, o più coraggioso, e paradossalmente proprio in questo gesto, nel mettersi a nudo, dimostra un coraggio che lo trasforma ai nostri occhi in un cuor di leone.
Il libro è ricco di momenti esilaranti, anche se le risate che strappano le descrizioni della vita al fronte in Iraq o dei contorsionismi cui è necessario sottoporre il corpo per riuscire a prendere sonno all’interno di un carrarmato non sono mai disgiunte dalla consapevolezza del teatro in cui hanno luogo.
di Matteo Baldi, 18.02.2011, wuz.it


CORRISPONDENZA DI GUERRA PER CODARDI
Dallo show-business hollywoodiano al fronte iracheno
di Gioia Salvioli

Partire per l’Iraq come inviato di guerra non dev’essere una scelta facile per nessun professionista, in nessuna fase della propria vita e carriera.
Partire per l’Iraq come inviato di guerra, a ventisette anni, probabilmente è il frutto di una riflessione ancora più attenta e sofferta, una grande opportunità di carriera, un’occasione forse irripetibile per capire cosa stia realmente accadendo laggiù, per essere dall’altra parte dello schermo, dove le cose accadono davvero e non sono solo più i soliti servizi che ci propinano i telegiornali, come contorno ormai insapore di ogni nostro pranzo e cena.
Partire per l’Iraq come inviato di guerra, a ventisette anni, dopo che il tuo caporedattore ti ha fatto firmare il contratto mentre smaltivi i postumi di una sbronza è una faccenda ancora più complicata!
È ciò che accade a Chris Ayres, autore di questo gradevolissimo volume edito in italiano dall’attenta casa editrice svizzera Gabriele Capelli.
Per un ‘sì’ di cui quasi non serba memoria, Chris parte per l’Iraq, completamente sprovveduto e senza la minima consapevolezza di quello che lo aspetta. Esilaranti le pagine in cui descrive lo shopping assurdo pre-partenza, degno della peggior Kinsella!
Ayres, volente o nolente, si trasforma così da corrispondente mondano frequentatore dello show-business di Los Angeles per conto del Times a giornalista embedded nel deserto dell’Iraq: embedded, cioè arruolato.
I giornalisti embedded sono un’invenzione relativamente recente, prevista da un regolamento del Dipartimento della Difesa statunitense, diffuso nel febbraio del 2003, poche settimane prima dell’inizio della seconda guerra in Iraq. Si tratta degli inviati che seguono e raccontano un determinato evento bellico, senza autonomia di movimento sul campo e senza vitto e alloggio indipendente, ma inseriti in uno degli eserciti coinvolti in quel conflitto.
Così Ayres, catapultato tra i marines, non si arma di fucili o granate, ma solo di mascherine anti-gas e della sua tagliente ironia, per restituirci la vita dal fronte nel XXI secolo.
Un libro da non perdere per apprezzare le piccole cose, per noi scontate, come il poter cantare sotto la doccia, calda, senza paura di rimanere ucciso dalle bombe intelligenti!
Parola di ex ipocondriaco sovrappeso soggetto a frequenti attacchi di panico… Insomma uno di noi!

Chris Ayres, Corrispondenza di guerra per codardi, Gabriele Capelli Editore, pagg. 335, euro 21

http://www.stradanove.net, 09.11.2010


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Corrispondenza di guerra per codardi, di Chrys Ayres
pubblicato: lunedì 22 novembre 2010 da Sara
booksblog.it

Da quando avevamo lasciato il Kuwait settentrionale, Buck aveva contrinuato a promettermi che mi avrebbe mostrato le linee guida che gli erano state date circa il comportamento da tenere con i giornalisti (…) “Eccolo qui”, disse solennemente, tiranto fuori dal giubbotto antiproiettile mimetico un libretto spiegazzato e incrostato di fango. (…) Persi velocemente ogni interesse quando arrivai alla parte dal titolo “Come trattare un rappresentante della stampa morto”.

Questo è davvero uno dei libri più divertenti che ho letto quest’anno. Si intitola ‘Corrispondenza di guerra per codardi’ e l’ha scritto Chrys Aires, un giornalista del Time che racconta le sue esperienze di inviato ‘embedded’ (al seguito dei militari) durante la guerra in Iraq.

“Per me, i corrispondenti di guerra erano una razza a parte: tipi a cui piaceva stare all’aperto impavidi e abbronzati che a scuola diventavano boy scout, studiavano latino e urdu a Oxford, e probabilmente conoscevano il modo giusto di mangiare il pene di un caprone alla tavola di un signore della guerra africano”.

E’ che Chrys, 27enne con una lieve tendenza all’ipocondria, a fare l’inviato di guerra non è proprio adatto, visto che è abituato a parlare di party e vita di Vip. Per lui, “ammesso che vedessi il giornalismo come un passaporto per qualcosa, quel qualcosa era il divertimento. Volevo incontrare i personaggi famosi, cenare nei ristoranti che avevano ricevuto le stelle Michelin e sentirmi importante alle feste”.
E invece.

Tutto inizia una mattina dell’11 settembre, quando si sveglia nel suo appartamento di corrispondente da Londra, a Manhattan, e lo inviano a vedere ‘che succede’ alle Torri Gemelle (rischia quasi di arrivare tardi, perchè a un certo punto torna nell’appartamento a riprendere il taccuino). Chrys è testimone dell’inferno che sta accadendo, e corre via poco prima che gli crolli tutto addosso. E il suo capo gli chiede, impietosamente: “Mille parole su ‘ho visto persone precipitare’ ecc. Per favore.
Poi capita che, proprio nel suo ufficio a New York, venga recapitato dell’antrace via posta.
“Chris”, iniziò. “Dovunque tu vada, sembra che succedano delle brutte cose”. Sentii una risatina di sottofondo. “Prima di tutto edifici che crollano; poi armi batteriologiche di distruzione di massa”, disse. “La prossima volta che vieni a Londra, Chrys, ti dispiacerebbe farcelo sapere in anticipo? Così magari ci prendiamo tutti una vacanza”. Naturalmente sapevo che quello era il modo in cui Barrow cercava di farmi calmare. Ma non stava funzionando.

Chrys è sul pezzo, perchè lavora PROPRIO al Rockfeller Center. E’ nel centro degli eventi, di nuovo. E così il suo capo pensa proprio a lui quando si tratta di inviare qualcuno al fronte. E Chrys, in mezzo ai marines, stramaledirà quel giorno quando, appena sveglio, aveva accettato con (fintissimo) entusiasmo quell’incarico.

L’inizio è pessimo. “Il corso delle forse speciali si rivelò un colpo al morale. Non avevo idea che ci fossero così tante cose che potessero ucciderti, feriti, menomarti o rovinare in qualche altro modo la tua giornata su un campo di battaglia.

Per non parlare del trauma rappresentato, per un ipocondriaco come lui, dagli onnipresenti manuali di istruzioni militari per i giornalisti. “Fu allora che vidi la cosa più terrificante del documento…nella sezione ‘Cose da indossare’. Guardai di nuovo ma non c’erano errori, “Biancheria intima, 1 paio”. (…) Per un momento provai pietà per lo sfortunato paio che sarebbe stato scelto per accompagnarmi in Iraq. Quando avessimo raggiunto Baghdad, conclusi, quello stesso paio si sarebbe ormai trasformato in un’arma batteriologica”.

E poi ovviamente la terribile vita al fronte – che il governo americano ha voluto aprire ai giornalisti per dimostrare la trasparenza con cui conduce le sue operazioni di guerra – in cui Chrys rischia più volte la vita (con in più la frustrazione di non vedere sempre i suoi pezzi pubblicati, perchè forieri di notizie non ritenute abbastanza interessanti).

Pezzi dettati col satellitare attivato nelle zone più improbabili, a dieci dollari al minuto, con il muco che chiude la gola e il cervello che cerca di autoconvincerti che “la guerra ti fa sentire speciale, ti da sentire migliore dei tuoi colleghi rimasti in ufficio, che spettegolano tutto il tempo intorno al distributore dell’acqua, o si puliscono dalla bocca la maionese uscita dai loro panini comprati da Pret a manger mentre se ne stanno chini sulla scrivania nel loro cubicolo da polli da batteria”.

E poi arriva anche il momento in cui vedi la tua foto pubblicata in prima pagina sul tuo giornale. Peccato tu ne venga a conoscenza proprio mentre sai che hai meno di 30 minuti di vita. Esilarante.

Chris Ayres
Corrispondenza di guerra per codardi
Capelli ed.
21 euro


Recensione di “Corrispondenza di guerra per codardi”
di Fabio Martini, Ticino7, 15.07.2011

Abbiamo ricevuto il libro in redazione parecchi mesi fa e subito, ho iniziato a leggerlo. Con indiscutibile piacere, devo ammettere. Perché la vicenda di Chris Ayres – di cui sin dall’inizio si dichiara la natura: “ciò che segue è una confessione” –, giornalista inglese trapiantato negli Stati Uniti e collaboratore di testate importanti come “The London Times”, “Rolling Stone”, “The Los Angeles Times”, “Forbes”, ecc, non solo è avvincente, ma è soprattutto narrata con sottile humour anche quando riflette sui temi, assai seri, del giornalismo di guerra e sulle modalità attraverso le quali si svolge la comunicazione contemporanea. Giunto a metà del libro, e non certo per noia, ma per la necessità di leggere altro, lo abbandonai sul comodino. Ma la curiosità restava. Qualche settimana fa, in procinto di partire per una breve vacanza, l’ho messo in borsa e rapidamente concluso.

Il titolo rivela in parte il senso della vicenda di Ayres, inviato prima a New York dove assiste in prima persona agli eventi dell’11 settembre 2001, quindi a Los Angeles come acuto testimone dei vizi e delle stramberie dello star system hollywoodiano. Una vita tutto sommato piacevole, condotta da un ragazzo normale anche se un po’ ansioso e con qualche problemuccio riguardo all’autostima. Nulla dunque farebbe pensare al classico reporter di guerra, indurito dagli eventi a cui ha assistito e avvezzo a mettere a rischio la sua stessa esistenza pur di ottenere la “notizia”, pur di inviare il “servizio”. Ma, come si sa, le strade del destino sono davvero imperscrutabili, e così il giovane Ayres forse per curiosità, forse per la paura di perdere il posto di lavoro, accetta, alla vigilia dell’attacco anglo-americano, l’incarico di inviato di guerra al seguito delle truppe che dovranno invadere l’Iraq. Una vigilia in cui a dominare è il sentimento di paura e non solo perché egli si trova ad affrontare un’esperienza obiettivamente rischiosa ma soprattutto perché, pur essendo un giornalista e persona quindi in grado di valutare le informazioni, non è immune all’ondata di panico e dalle falsità riguardo l’esistenza delle supposte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.

E così, alla vigilia dell’attacco, il giovane e impacciato Ayres si ritroverà a Camp Grizzly, avamposto anglo-americano nel deserto del Kuwait a un tiro di schioppo dal confine iraqeno. Assegnato a una pattuglia di marines con il compito di individuare i siti per l’artiglieria, egli entra in contatto con persone che hanno scelto la guerra come professione e che, nonostante la loro durezza, lo accolgono e lo proteggono riconoscendo forse in lui quelle paure e quelle incertezze che il ruolo non consente loro di ammettere. Fino all’escamotage finale, una sorta di piccolo inganno, orchestrato dal capo pattuglia, che consentirà al giornalista britannico di sfuggire da una realtà che di giorno in giorno si fa più inquietante e pericolosa.

Un bel libro, su ciò che la guerra è oggi e soprattutto sui paradossi legati all’informazione.
Corriere di Como, 4.01.2012
Diario di un inviato, dalle Torri Gemelle alla guerra in Iraq
Chrys Ayres del “Times” racconta i retroscena dei suoi originali reportages tra bombe e attentati
di Giuliana Panzeri

«Gli eventi descritti in questo libro sono accaduti realmente. Vorrei che non lo fossero. Alcune conversazioni sono state scritte facendo capo alla memoria (è difficile prendere appunti mentre si scappa)».

Con queste parole Chrys Ayres, corrispondente da New York e poi da Los Angeles del Times di Londra, presenta la sua avventura di inviato suo malgrado, dopo un avventato consenso, nella guerra in Iraq nel 2003, esperienza da lui stesso narrata nel libro Corrispondenza di guerra per codardi (pp. 335, 21 euro) tradotto in italiano e pubblicato appena al di là del confine italo-svizzero, a Mendrisio, da Gabriele Capelli Editore.

Ipocondriaco, sofferente di attacchi di panico, proveniente da una tradizione famigliare prevalentemente improntata alla codardia, Ayres ha dalla sua l’arma di un sottile ed esilarante humour britannico, che non lo abbandona persino nel deserto iracheno, nel 2003, al seguito dei marines: ogni mattina, racconta, «la prima cosa che dovevo fare era scavare una buca a forma di bara nel fango riarso delle paludi. In teoria, se uno salta in una buca durante un conflitto a fuoco, le sue chances di sopravvivere aumentano dell’80%. Era questa statistica, più che il desiderio di duro lavoro, a farmi scavare buche».
Lì il 27enne inviato ricerca invano di dimostrare «machismo e nonchalance» fra i colpi delle bombe degli F-15, gli spari dei cannoni e dei cannoni iracheni, ma inevitabilmente, assicura, «ogni esplosione mi faceva cadere di mano la pala».
Divenuto giornalista guardando più ad un «passaporto per il divertimento» che al «prematuro necrologio stampato a una sola colonna» spesso destinato ai corrispondenti di guerra, Ayres ammette impietosamente che, rispetto alle immagini dei più celebri inviati al fronte, dal Vietnam a Sarajevo, la sua foto dall’Iraq, «infilato a forza dentro una grande tuta antibatterica» con gli occhi strizzati per la polvere e il sole, trasmetteva un solo messaggio: «Voglio tornare a casa».
Eppure, muovendosi disarmato, timoroso e ironico nel misto di paura, orrore, allarme e noia che è la guerra ad alta tecnologia e ad alta distruzione di oggi, l’autore focalizza un ritratto dei tempi e della sua generazione degli anni Settanta «imbottita di adrenalina» e fatta di Zoloft e di Xanax: «le nostre vite sono fondate sulla tecnologia e sulla paura che la tecnologia smetta di funzionare».

Scrive Ayres: «Dopotutto, sappiamo che il nostro stile di vita non può durare: che il nostro benessere e la nostra sicurezza sono insostenibili. E così ci godiamo la nostra invincibilità moderna e al tempo stesso aspettiamo che giunga alla fine».

Nell’ampia narrazione biografica dell’ancor giovane reporter non è solo l’esperienza in Iraq, cui è dedicata buona parte dell’opera, a evocare visioni come questa: per ironia della sorte e decisamente contro ogni sua aspirazione il malcapitato Ayres giunge a New York, novello corrispondente economico, proprio il 10 settembre 2001. Giusto in tempo, quindi, per vivere in diretta il crollo delle Torri Gemelle, di cui il libro riporta un resoconto dal vivo molto toccante. Inoltre subisce il rischio dell’antrace, che viene recapitato nell’ufficio in cui lavora, ma ancora una volta combatte la paura con lo humor: «indossavo dei jeans e una camicia di Yves Saint Laurent. Mi chiesi quanto potessero essere efficaci contro i batteri omicidi».

Uomo nel posto sbagliato al momento sbagliato, bersaglio tra i bersagli, Chris Ayres ricava dai venti contrari dell’esperienza personale una storia che si amplia, tocca la percezione comune dei grandi eventi e le restituisce la dimensione più umana attraverso l’intelligenza dell’umorismo.

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