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© Modulazioni temporali, 21.10.2020

“Per una fetta di mela secca” – L’orrore raccontato da Begoña Feijoo Fariña
Di Marianna Zito

“Sono stata seminata con il freddo e con il buio ed è con il freddo e con il buio che avrei dovuto fare i conti per molto tempo”.

Nell’aprile del 2013 a Berna, in un evento che commemorava gli ex collocati a servizio e altre vittime di misure coercitive a scopo assistenziale, Simonetta Sommaruga chiedeva scusa a queste persone – a nome del Governo Nazionale Svizzero – per i gravi torti subiti, dicendo: “Non possiamo continuare a far finta di niente”. Perché, ciò che accadeva in Svizzera tra gli anni ’40 e gli inizi degli anni ’80 del secolo scorso, ha visto più di 700 bambini poveri o figli illegittimi che venivano separati dalle loro famiglie per essere rinchiusi in istituti educativi, dove subivano duri maltrattamenti, misure coercitive a scopo assistenziale e sterilizzazioni, fino ad arrivare in adozione a “nuove” famiglie che li sfruttavano e abusavano di loro.

Con “Per una fetta di mela secca” (Gabriele Capelli Editore, pp. 142 euro 16) Begoña Felijoo Fariña ci racconta la storia di una di queste bambine, Lidia Scettrini. Lidia è una, ma li rappresenta tutti sin dall’inizio, in quel freddo inverno a Cavaione. La vita di Lidia segue quella di sua madre. La segue da vicino quando ancora le vive accanto e la segue da lontano con pensieri, immagini e odori; disegna un arco intorno all’esistenza della donna, contando prima gli anni che precedono la sua morte e poi gli anni che la succedono. In mezzo il tutto e il nulla. L’istituto, le punizioni delle suore, l’angoscia per sé e per le sue amiche, l’affetto di Schatten e poi sempre peggio sia dentro, nell’animo, sia fuori, dove il sangue sgorga ora a morire ora chiedere una nuova rinascita. E tutto per una fetta di mela secca, per questo la sua vita era cambiata.

Begoña Felijoo Fariña ci trasporta in un luogo senza spazio e senza tempo, perché anche se queste sono storie lontane, la loro eco è ancora vicino a noi. Ci rimbombano frustranti addosso, ci lasciano sgomenti e impotenti, impotenti come chi le urla di quelle ragazze e di quei ragazzi le udiva allora, da lontano. Non esiste riscatto per chi ha vissuto questi orrori, forse l’unico riscatto possibile è scriverne, parlarne, raccontarlo affinché non accada mai più. L’autrice lo racconta sì in modo fluente ma non per questo ce ne risparmia l’urto. Ogni sua parola apre in noi una ferita, portandoci a conoscenza di ciò che ignoravamo e di ciò che mai pensavamo potesse essere accaduto; o che, se anche potevamo immaginarlo, eravamo molto lontani da conoscerne i dettagli. Una storia documentata, la cui protagonista fittizia fa parlare 700 altre voci, che urlano infanzie rubate e vite distrutte che niente e nessuno ha avuto o avrà mai il potere di risanare.

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