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© chronicalibri.it, 25.05.2020

“Per una fetta di mela secca”, i bambini raccontati da Begoña Feijoó Fariña
Di Olimpia De Girolamo *

SVIZZERA – Le date che si fissano sul diario della storia di una nazione sono determinanti per ricostruirne l’identità, il coraggio civile, il desiderio di non compiere in futuro i medesimi errori. L’11 aprile del 2013 è un giorno non facile per la Storia Svizzera, un giorno in cui bisogna chieder scusa a tutte le vittime di misure coercitive a scopo assistenziale che si sono protratte almeno fino al 1981. Fino a quell’anno, infatti, poteva accadere che un bambino fosse strappato alla famiglia per varie ragioni, perché si trattava di famiglie povere, monoparentali, o appartenenti a etnie giudicate non degne dell’educazione dei figli.

I bambini sottratti alle famiglie venivano collocati forzatamente al lavoro presso fattorie o aziende o venivano rinchiusi in istituti rieducativi dalle misure violente e in cui venivano deprivati, in molti casi, di qualsiasi gesto di affetto o addirittura abusati sessualmente, si poteva giungere, in diversi casi, a interventi di sterilizzazione forzata.

Si sa, la grande storia di un paese è composta dalle piccole storie individuali dei suoi cittadini e l’intenso romanzo di Begoña Feijoó Fariña, Per una fetta di mela secca, Gabriele Capelli Editore, attraverso un viaggio nell’anima di una bambina che diventerà donna nel suo calvario tra un istituto di suore e la collocazione come lavorante presso una famiglia incapace di prendersene cura, tenta di aprirci una porta sulle storie di tanti altri ex bambini che hanno potenzialmente attraversato lo stesso inferno.

L’autrice sapientemente gestisce un linguaggio essenziale e a tratti infantile, restituendoci la genuinità della lingua di un personaggio verosimile, un linguaggio scarno ed essenziale come potenzialmente sarebbe potuto essere quello di una bambina che non è stata educata a mettere le parole guaritrici nelle proprie ferite. Lidia crescerà, metterà, anno per anno, tassello per tassello le tessere utili alla ricostruzione della propria identità, dovrà imparare a riannodare i fili del proprio io. Chiedere scusa da parte dello Stato potrà apparire come un risarcimento, ma ce ne sarà uno ben più profondo e grande del quale la protagonista potrà avvalersi e parlerà una lingua non istituzionale, ma la lingua del cuore.
Lidia Scettrini diventerà consapevole di non avere alcuna colpa? Ciò le permetterà di evolvere, di crescere, di non restare bloccata nel dolore esasperante che, invece, rimane ferita inguaribile nella storia di tanti bambini vittime di abusi e violenze?
Tra le pagine di questa storia si annidano, misteriose, le risposte. Grande merito dell’autrice è saper condurre per mano il lettore in un viaggio di riconoscimento che supera i tratti della storia nel suo specifico, per farsi messaggio universale.

Begoña Feijoó Fariña sembra volerci ricordare il valore che per ciascun essere umano deve avere la sua infanzia e il suo bambino interiore, sembra volerci sussurrare piano che abbiamo il dovere di prenderci cura di quel bambino per diventare le persone adulte che desideriamo essere.


* Olimpia De Girolamo. Nasce a Napoli, città in cui studia e si laurea in Filosofia. Perfeziona le sue ricerche in linguaggi cinematografici e pedagogia e didattica teatrale tra Napoli, Roma, Torino, Milano e Parigi. Co-dirige l’Agorà Teatro di Magliaso, un piccolo teatro costruito in giardino nel 2005. È insegnante, attrice, formatrice adulti e ragazzi e curatrice della Rassegna Annuale “Autunno a Teatro”. Debutta come drammaturga con “La Mar” nel 2017 e vince il Premio Donne e Teatro (2017) e il Premio Fersen nel (2018).


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