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Latte e sangue
di Carlo Silini


«Gelido in ogni vena
scorrer mi sento il sangue.
L’ombra del figlio esangue
m’ingombra di terror.»
Antonio Maria Lucchini, Farnace


Indice

Antefatto
Prima parte
Corpi senza testa
Seconda parte
L’errore
Terza parte
La vipera bianca
Quarta parte
Ritorno al passato
Quinta parte
Nebbia e sangue
Note storiche


Antefatto


Seconda metà del Seicento
Terre fra il Ducato di Milano e i baliaggi svizzeri
Attuale Canton Ticino

Maddalena de Buziis è l’ultima sopravvissuta a una storia cancellata dalla storia, quella del Mago di Cantone, al secolo Francesco Secco Borella, suo nonno1. Il Mago era un nobile esiliato dal Ducato di Milano per una serie impressionante di delitti. Anche nel rifugio della nuova patria, tuttavia, non era cambiato: ai propri sgherri faceva catturare giovani ragazze in fiore, ne abusava e poi, dopo averle uccise, le buttava in una pozza dentro una grotta occultata dai boschi tra Rancate e Riva San Vitale, nel baliaggio svizzero di Mendrisio.
Capendo che la giustizia del baliaggio è alla ricerca del responsabile di quei misfatti, Secco Borella induce i nemici a uccidere il proprio figlio – Antonio, ex frate cistercense – su cui riesce a far convergere i sospetti per le sparizioni delle ragazze. Prima di essere assassinato, però, l’ex frate mette incinta una nobile di Mendrisio, Barbara de Buziis, che darà alla luce Maddalena. Nel frattempo, dopo inenarrabili peripezie, un gruppetto di spiriti ardimentosi guidato da Lena – l’unica fanciulla finita nelle mani del Mago che sia riuscita a sfuggirgli – e dal suo uomo Tonio, cattura Francesco Secco Borella, lo processa di nascosto dalle autorità e lo condanna a morte.
Sedici anni dopo Maddalena scappa dalla Brianza dove nel frattempo sua madre Barbara si era rifugiata con Tonio, con la Lena e col suo nuovo amore, il pittore girovago Cesare Cassina. Parte perché vuole scoprire la verità sulle proprie origini e sul proprio nonno paterno, di cui non sa quasi nulla. Si spinge fino alla grotta dove il Mago teneva prigioniere le vittime e qui vive un’esperienza sospesa tra l’allucinazione e la realtà: è come se incontrasse il nonno, in teoria morto da un pezzo, e si dovesse difendere dalle sue brame e dalla sua sete di vendetta. Alla fine, con la forza di un’invincibile innocenza, riesce a convincerlo a desistere dai propri propositi. Poi sviene. Quando si riprende, Francesco Secco Borella è sparito. In lei resta il dubbio di essersi sognata tutto. E la certezza che quella storia non sia ancora finita.


Prima parte
Corpi senza testa


1
Trii Böcc, sopra Mendrisio, autunno 1659

Inginocchiato davanti alla finestrella, l’uomo sollevò il pugno sopra il petto, preparandosi a batterlo tre volte, come imponeva la preghiera che si apprestava a recitare. Confiteor Deo omnipotenti, beatae Mariae semper Virgini, beato Michaeli arcangelo, beato Joanni Baptistae, sanctis apostolis Petro et Paolo, beato Ambrosio confessori, omnibus sanctis, et vobis, fratres, quia peccavi nimis, cogitatione verbo et opere; mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.
Mentre lo sterno rimbombava sotto i tre colpi, immaginò di essere una cassa di legno appoggiata nel fango, terra liquida, acqua sporca. Come la cassetta che giaceva ai suoi piedi. Le assi inferiori erano più scure delle altre. Toccandole sentì che erano umide. Sollevò la scatola all’altezza degli occhi: sul fondo si addensavano gocce scure che precipitavano lente sulle sue scarpe.
Scosse la testa. No, le cose non erano andate secondo i piani: le persone che aveva messo in campo per quell’impresa, i Fontana di Brusata, avevano accettato di buon grado l’incarico, non solo perché sarebbero stati pagati senza tirchieria, ma perché per loro quell’impresa rappresentava una sorta di riscatto. Si erano dati da fare subito, e considerando che si trattava di una sfida al limite del possibile, il fatto che fossero riusciti a portarla a termine nel giro di tre settimane deponeva a favore della loro tenacia e dell’ottima rete di informatori occulti su cui potevano contare dentro il baliaggio e fuori.
Ma avevano disatteso la sua raccomandazione principale.
«Cos’è questa cosa?» aveva detto al brigante che poco prima gli aveva recapitato di persona la cassa. In realtà aveva capito benissimo di cosa si trattava.
«Apri e guarda!»
«Dopo, l’aprirò dopo. In ogni caso non erano questi i patti.»
«Non è stato possibile rispettarli», si era giustificato quello, un individuo torvo dal volto sudato e porcino, che quella notte si era inerpicato fin lassù per venire a portargli quell’oggetto tra le mura in tufo del suo rifugio montano. «Ho dovuto improvvisare» gli disse fingendo imbarazzo. «Si rifiutava di seguirmi e ha cominciato a strillare. Comunque ora…»
«Non doveva andare così» lo interruppe l’uomo.
Il brigante annuì esibendo un sorriso incerto e allargò le braccia come a scusarsi: «Purtroppo…»
Ciò nonostante pretese il premio in denaro pattuito coi suoi capi: quaranta scudi di Milano.
«Ne avrete solo venti.»
Il bandito tentò il teatro dell’indignazione.
«Corpodebis!» strillò. «Abbiamo fatto il massimo. L’abbiamo rintracciata anche se nessuno sapeva dove trovarla. Cosa cambia se ora… prima o poi avremmo comunque dovuto… no?»
«Forse, ma avrei dovuto deciderlo io.»
«Senza contare» replicò l’altro come se non avesse sentito le obiezioni che gli erano state rivolte «che portarla quassù tutta intera sarebbe stata roba per muli, non per esseri umani.»
Tutta intera, pensò l’uomo. Lo guardò con l’espressione di uno che si chiedeva se la definizione di “essere umano” nel suo caso calzasse.
«Ne avrete solo venti.»
Il suo interlocutore aveva già messo in conto una diminuzione del compenso. Visto che non era un tagliagole di primo pelo, si era preventivamente tutelato nel caso di introito ridotto: prima di risolvere la missione alla sua maniera, aveva strappato una collanina dal collo della donna che poi aveva fatto spogliare, mettendone da parte i vestiti. Non erano da nobildonna, niente sete e damaschi, ma erano ben tenuti, quasi nuovi. Li avrebbe rivenduti al mercato. Anzi, se ne fosse davvero valsa la pena, li avrebbe regalati a qualche ragazza disposta a concederglisi, giù all’osteria dell’Angelo. Dalla collanina, chissà, forse poteva anche cavarci qualche moneta. Ripensò alla vittima, nuda, davanti alla lama scintillante del suo stiletto e gli si disegnò in volto un ghigno suino.
«Accetto i venti scudi solo perché sono certo che avrete ancora bisogno di fare affari con noi» tranciò.
«Prendi e vattene.»
«Ma è notte, il sentiero è stretto e ripidissimo. Rischio di precipitare tra le rocce.»
«Puoi benissimo dormire nei boschi e aspettare che arrivi l’alba.»
Il brigante uscì infuriato. Si fosse trattato di un’altra persona gli avrebbe infilato un coltello tra le costole e morta lì. Ma sapeva che era meglio non toccare quell’uomo. Per nessuna ragione.
«Crepa!» grugnì, scivolando fuori dalla rocca. In realtà era quasi sollevato. Quella bizzarra costruzione gli dava i brividi. Sì, meglio trovare un riparo all’esterno, fosse anche tra le rocce e gli sterpi, e poi sparire a mattino fatto. Era grosso e forte ed era abituato alle notti all’addiaccio.
Rimasto solo fra le mura del rifugio, l’uomo non riuscì a contenere l’eccitazione. Gli tremavano le mani. Una lucertola attraversò il muro alle sue spalle e lui sobbalzò.
Calma, calma. La faccenda non è andata come avrei voluto, ma la cosa più importante è che ora lei… Pregare, devo pregare! Implorare perdono per le mie sozzure. E poi, finalmente, godere.
«Lo so» disse allora guardando giù nel vuoto, dalla finestra diroccata dei Tri Böcc affacciata a precipizio sopra il contado. «Ho molto peccato in pensieri, in parole e in opere. E però, sì, confiteor in Dio onnipotente e prego Maria Santissima sempre vergine, san Michele arcangelo, san Giovanni Battista, i santi apostoli Pietro e Paolo, il santo confessore Ambrogio, tutti i santi e voi fratelli – anzi, te, sorella, che giaci senza corpo in questa scatola – di intercedere per la mia anima presso il Signore Iddio nostro.»
Interruppe la preghiera. Aprì la cassa con lentezza. Si impedì di esultare prima di aver scrutato ogni dettaglio di quel capo di donna, separato a fil di coltello da un corpo che doveva esser stato molto bello. Dalle ciocche scomposte colava un siero denso e scuro. Le palpebre, chiuse, erano rosse.
Aveva pregato da penitente. Aveva ammesso colpe gravissime. Si era percosso il petto scandendo il mea culpa. Ma ora sorrideva.
Fermo restando che osservare una testa mozzata non è mai come vederla piantata sul busto, , pensò,
Stessa fisionomia, stessa età.
«Sì» disse a voce bassa.
Stessi capelli. Stessa bocca.
«Siiiiii» urlò.
Stesse orecchie e stessa forma degli occhi.
Trattenne il fiato.
Gli occhi. L’ultima verifica.
Allungò i polpastrelli e tentò di sollevare le palpebre della donna. Provò ribrezzo, anche perché non sentivano ragioni, rimanevano saldamente appiccicate su se stesse. Dovette usare tutte e due le mani per separarle, una a reggere il capo mozzato della donna, l’altra a divaricare con forza il pollice dall’indice facendo pressione sull’occhio incrostato negli umori della morte. Sentì il crac del distacco di una palpebra dall’altra e si zittì. Era il momento della verità. Si chinò sulla testa femminile e ne fissò intensamente le pupille.


2
In un villaggio della Brianza, quattro mesi prima

Camminare nei boschi era come respirare, un fatto automatico e necessario. I sentieri verde cupo della vegetazione prealpina non la spaventavano. Non temeva i lupi, non temeva i briganti: del resto quelli che gli erano capitati davanti non erano cattivi come pretendevano fiabe e decreti di legge. Lontano dalle voci del mondo tornava ad essere un animale fra gli animali, una creatura viva tra molte altre creature vive che non erano dotate di parola. Eppure, in un modo che non sapeva spiegarsi, le parlavano continuamente di sé, degli uomini e del Cielo. Ma quale silenzio? Il bosco per lei era quasi assordante. Il picchio, il topo, la volpe, il riccio del castagno che cadeva a terra, il fruscio del vento tra gli arbusti, il sommesso masticare dei tarli dentro i ceppi: le pareva di sentire tutto, perfino il suono impossibile degli asparagi e dei funghi nati nella notte che bucano il fogliame con le loro testine bianche e tenere.
Non era nel bosco. Lei era bosco. Lo aveva capito molti anni prima, quando sedicenne era fuggita dal carrozzone di Cesare e di Barbara, la sua cocciuta, meravigliosa mamma terrena, per dedicarsi ad una dissennata ricerca di sé e delle proprie origini. Aveva stanato il male dal fondo di una grotta e l’aveva sconfitto a mani nude, annientandolo con la forza azzurra dei suoi occhi. Aveva attraversato migliaia di boschi con suo zio brigante, una volpe che solo la trappola della sbilenca giustizia dei baliaggi aveva potuto fermare, la testa sul ceppo, l’ascia a fendere l’aria prima di separare l’anima dal corpo e di consegnarla a Dio.
Adesso Maddalena non voleva pensare a zio Giulio, a nonna Mariuccia e alla carovana di santi, mostri e martiri che l’aveva accompagnata alla scoperta di una verità balorda e imbarazzante. Voleva il silenzio, il vuoto, il tempo fuori dal tempo. Cercava di fare spazio dentro di sé, di ripulirsi da ogni ricordo, e di lasciare che il mondo potesse irrompere nella sua vita strappandola, finalmente, ai fantasmi del passato.
Per questo si era incamminata da sola nel bosco, lasciando a casa i “nonni” di cui si occupava amorevolmente da quando tutta la sua famiglia era sparita. Li curava con le erbe e gli sguardi. Li toccava con piccole prese improvvise, per far loro sentire che erano vivi, che anche la scorza vecchia e rugosa della pelle poteva essere trafitta dalla sua dolcezza. Era una strega buona, capace di creare magie dal nulla, da tutto quello che gli altri consideravano niente. Sapeva farsi invadere dalla forza delle minime cose, dalla loro bellezza discreta. O, se era il caso, dal loro dolore nascosto.
Quella sera d’ottobre, sotto le fronde dei castagni di una piccola foresta brianzola, Maddalena non aveva avuto bisogno di aguzzare la vista o di sforzare l’udito per cogliere il messaggio che il bosco, le sue creature e quindi, probabilmente, Dio, avevano in serbo per lei.
Ferma nell’oscurità brulicante di presenze invisibili, si trovò di colpo immersa dentro un rumore arcaico e tremendo. Era partito quasi in sordina, una piccola vibrazione dell’aria che cresceva e cresceva fino a diventare tuono, urlo e lamento: il bramito di un cervo in calore. Chissà dov’era, la bestia, non la vedeva. Da qualche parte, non troppo distante, gemeva con forza facendo tremare il mondo.
Quei toni baritonali la penetrarono fino alle ossa sbattendola come un filo d’erba in balia del vento. Erano così profondi e dolenti che non poté fare a meno di chiudere gli occhi e cominciare a danzare nel buio, scuotendo ogni parte del corpo come un’ossessa – la testa, le mani e i piedi – in un crepitio selvaggio di sterpi e foglie secche. Sotto una luna furba e avara di luce, il cervo bramiva e lei ballava: erano una cosa sola, bella e terribile, come un fulmine che bacia la terra.
Il bosco se l’era presa e la lasciò andare solo qualche tempo dopo, mezz’ora, forse di più, quando la bestia tacque e le sue gambe di donna, libere dall’incantesimo, trovarono pace e si fermarono. Solo il cuore continuava a martellarle nel petto pompando fuoco nel corpo ebbro.
Rientrando verso casa madida di sudore, Maddalena seguì alcuni pensieri che si facevano largo nella mente.
L’amore è un animale che piange.
L’amore è un corpo che urla.
Gioia e dolore si fondono in un tutto indistinto, l’importante è ballare.
Rise. Pianse. Piano piano tornò calma. Pensò che se qualcuno l’avesse vista, minimo minimo sarebbe finita davanti al naso appuntito di un inquisitore che le avrebbe chiesto se le era piaciuto danzare col diavolo. E lei gli avrebbe detto: «Ecco, lo vedi? So volare».
Pianse. Rise. Non poté fare a meno di chiedersi per chi avrebbe voluto versare lacrime, lei. Per il bramito di chi, un giorno, avrebbe perso il controllo del corpo. Non seppe rispondersi.
Ma il bosco le aveva parlato chiaro.
Qualunque cosa accada, l’importante è ballare.


3
Brusata, frazione di Novazzano

«Ciao, Carletto.»
Carletto. L’ha detto di nuovo.
«Scusa. È più forte di me, ti chiamo Carletto per distinguerti da nostro cugino Carlo, mica perché… Cioè, dai, non fare quella faccia! Siamo cresciuti insieme io, te e Cesarino, no?»
Prima o poi l’ammazzo. Sul serio.
«Va bene, Marsilio, ma è l’ultima volta. L’ultima davvero. Chiamami Carlo, anzi non chiamarmi in nessun modo, io in fondo non esisto nemmeno, vero?»
«Smettila, Carlo. Lo sappiamo tutti che tu sei l’unico vero erede del nonno. A te gli affari nascosti, a me e Carlo, sì, insomma, l’altro Carlo che vive a Roma, quelli alla luce del sole.»
Carlo, Carlo e Marsilio, i tre cugini Fontana. Erano loro gli eredi dell’impero. Fosse stato ancora vivo, ci sarebbe stato anche Cesarino, detto il Crapanegra, figlio illegittimo del loro zio Cesare, l’ultimo peccato d’alcova del grande capo, il bastardo che più di tutti amava ma che non poteva riconoscere. Per questo, dopo averlo cresciuto fra i suoi briganti, figli e nipoti, l’aveva messo al servizio di un potente amico di Vimercate, Francesco Secco Borella, di cui da anni si erano perse le tracce. Cesarino, invece, aveva finito i suoi giorni dentro un sacco depositato davanti alla porta del landfogto di Mendrisio. Qualcuno, non si seppe mai chi, gli aveva legato mani e piedi e gli aveva tagliato i testicoli lasciando che perdesse in una sola volta virilità e vita. Carlo, suo malgrado detto Carletto, anche a distanza di anni avrebbe pagato oro per avere tra le mani l’assassino. Nessuno avrebbe dovuto fare del male a Cesarino, che oltre ad essere suo cugino illegittimo era il suo migliore amico. Soprattutto, nessuno avrebbe dovuto fare uno sgarbo del genere alla sua famiglia: i Fontana.
Così, quando poche ore prima si era presentato in casa il frate girovago Antonio che a nome del suo anziano e temuto padrone gli aveva proposto un modo per vendicare la morte del cugino illegittimo Cesarino, aveva fatto chiamare Marsilio e gli aveva raccontato i fatti.
«Insomma, cugino» gli aveva detto «frate Antonio mi ha spiegato che se Cesarino è morto come sappiamo la colpa è di una donna, tale Maddalena de Buziis. Per colpa sua è stato catturato, castrato e lasciato morire dissanguato. Questa Maddalena, ha aggiunto il frate, si è nascosta da qualche parte appena oltre la frontiera. Difficile trovarla perché sicuramente si farà chiamare con un altro nome. Però» aveva detto Carlo illuminandosi «cugino mio, non dovrebbe essere impossibile: un pittore comasco girovago sparito chissà dove, l’ha usata per anni come modella per le sue Madonne. Capisci? Ci sono in giro decine di cappelle tra Mendrisio e Milano con Vergini che hanno la sua faccia. Non sappiamo il nome dell’artista perché per ragioni che ignoriamo si faceva chiamare semplicemente “ul pitur” e non dava le sue vere generalità. Però col pennello ci sapeva fare. E frate Antonio mi ha anche indicato quali affreschi andare a vedere. Per farla breve, il suo padrone è pronto a coprirci d’oro se gliela troviamo.»
Marsilio non sembrava entusiasta dell’idea.
«Il suo padrone non mi piace.»
«Non ti piace? E chi se ne frega. Paga bene, no?»
«Ricco è ricco. Ma come possiamo fidarci delle sue confidenze?» lo interruppe l’altro. «Chi ci garantisce che questa Maddalena sia davvero responsabile della morte di Cesarino?»
«Perché la fai così difficile, Marsilio? Comunque vada ci riempiranno di soldi. Inoltre frate Antonio passa sempre preziose informazioni alla nostra famiglia e non oserebbe mai tirarci un bidone. Insomma, possiamo fidarci, vero frate Antonio?»
Dal buio uscì un religioso che chinò il capo in direzione dei due cugini.
«Vero, signor Carlo. E poi il mio padrone si è raccomandato che vi portassi questo, a testimonianza delle sue buone intenzioni.» Il frate buttò sul pavimento un sacchetto gonfio di monete. «È solo un anticipo, s’intende. Il resto arriverà dopo, a cose fatte.»
«Fai tu, Carlo» tagliò corto l’altro. «Per me è uguale, basta che non salti fuori qualche nuovo scandalo legato alla nostra famiglia. Cercare una ragazza nel Ducato e portarla qui? Si può anche fare, ma non per meno di quaranta scudi di Milano.»
Il frate annuì. «Non ci sono problemi. Quando l’avrete catturata vi farò sapere dove dovrete portarla.»
Marsilio squadrò il cugino e sorrise.
«Tutto a posto, quindi. Posso andare ora?»
«Vai pure» rispose Carlo.
«Ci vediamo, Carletto.»
Prima o poi l’ammazzo. Giuro.


4
Cabbio, Valle di Muggio

«In illo tempore, cioè in quel tempo, dixit Jesus turbis Iudaeorum, Gesù disse alle folle dei Giudei, Ego vado, io vado camminando per la retta via. Capito? Per la retta via. Ed è inutile che stia qui a tradurvi parola per parola il brano del Vangelo di San Giovanni, tanto lo sapete bene che voi, invece, camminate sulle strade storte del malaffare, sulle curve della tentazione, lungo i pantani del vizio. E infatti: in peccato vestro moriemini, morirete nel vostro peccato.»
Don Tommaso alzò la testa dal libro e scrutò a una ad una le otto fedeli – tutte donne – che quella mattina erano venute a messa nella chiesetta di Cabbio. La più giovane poteva essere sua madre e quindi ci pensò su prima di proseguire. Fino a che punto le sue invettive contro la concupiscenza potevano colpire quelle anziane rattrappite? Fino a che punto le cose di letto le riguardavano ancora? Scorgendo un bagliore di sgomento nelle pupille dell’Antonia, in prima fila, una matassa di capelli bianchi sulla testa un po’ smunta da vedova incallita, vecchia come il cucco, sola da una vita, il prete cacciò l’idea che certe cose non si scordano mai, che non c’era bisogno di un uomo o di una donna in carne ed ossa per peccare, che bastava il pensiero, il ricordo, a renderti dannato. E si arrese al buon senso che gli suggeriva, da sempre, di non attardarsi sui precipizi della sensualità con quel piccolo gregge di devote attempate. No, una come l’Antonia, prima di dormire, al massimo cercava il gatto da coccolare recitando il rosario, altro che peccati da alcova. Che senso aveva infliggere una ramanzina contro la fornicazione a quelle cariatidi di montagna, neanche fossero procaci ragazze da bordello? Eppure era proprio quello che la sua Chiesa gli stava chiedendo con insistenza da anni: i preti come lui dovevano esercitare un controllo serrato sui costumi intimi delle persone, soprattutto su quelli delle donne. E il pulpito era la sede istituzionale di quel discorso morale. Attardandosi per qualche secondo negli occhi da vecchia bambina dell’Antonia, don Tommaso decise di far virare la predica sul registro della misericordia.
«Vos de mundo hoc estis, voi, care fedeli, anzi… noi siamo di questo mondo, Ego non sum de hoc mundo, ma nostro Signore no, Lui viene dal Cielo. Va bene, Lui sta su e noi stiamo giù. Però, mi chiedo…» e a questo punto parlava più per se stesso che per le astanti «le porte del Paradiso sono murate per noi? La Maddalena che peccò per fragilità, non vi è forse comunque entrata? Re Davide, che peccò per malizia, ne è forse rimasto fuori? E san Pietro che negò di conoscere il Cristo, non ci è entrato pure lui?»
Le vecchie, nei banchi, trattenevano il fiato e non sapevano se annuire o far finta di niente. Cosa c’entravano loro con la turbis deorum, o come cavolo si chiamava, l’ochestis, la Maddalena e re Davide? Prima o poi moriemini tutti sì, ma di noia. Che si spicciasse, il prete, loro avevano da fare in casa.
Quando Dio volle la predica finì, e poco dopo anche la messa. Il curato si era ritirato in sacristia per togliersi i paramenti e quando era rientrato in chiesa mancò poco che scoppiasse a ridere, vedendo che fra i banchi era rimasta proprio l’Antonia, la vedova che in un qualche modo doveva essere rimasta scombussolata dal suo predicozzo per meretrici. Le sorrise conciliante.
«E allora, Antonia, perché non sei andata a casa come le altre? Che succede?»
«I pantani del vizio, ecco cosa succede.»
«Cioè?»
«I pantani del vizio e le curve della tentazione.»
«Le ho già dette io queste cose. Ti vuoi spiegare meglio per favore?»
«Mi vergogno.»
Don Tommaso non aveva nessuna voglia di sciropparsi i pensieri impuri di quella povera vedova nel corso di un’inutilissima confessione sacramentale. L’idea gli dava quasi ribrezzo, anche se di sicuro, mille anni fa, qualcuno l’aveva trovata desiderabile e l’aveva fatta sua. Al buio forse, ma come Dio comanda, visto che aveva scodellato nove figli. Certo, a vederla adesso con quei rossori e quelle vecchie prurigini faceva quasi tenerezza… No, non avrebbe mai dovuto infliggere un simile sermone alle sue vecchiette.
«Senti Antonia, guarda che io parlavo così, in generale. Non mi riferivo a nessuna di voi, lo so che siete in regola con Quello che sta lassù. Non c’è alcun bisogno che ti confessi per qualche vecchia e innocua fantasia, credimi.»
«Io sì.»
«Io sì cosa?» don Tommaso si stava innervosendo.
«Io sono in regola eccetera eccetera, come dice lei.»
«Appunto.»
«Appunto cosa? Io sì, ma qualcun altro, anzi qualcun’altra no. Capito?»
Finalmente era uscita allo scoperto. La santa donnetta non era in vergogna per se stessa, ma era pronta a mettere in vergogna qualcun’altra.
«Ah» commentò asciutto don Tommaso. Sapeva che a quel punto il suo ufficio gli avrebbe imposto di andare a fondo della questione. Avrebbe dovuto fregarsi le mani constatando che la rete spontanea del controllo sulle anime del suo gregge funzionava tanto bene da non aver bisogno di girare con sguardo inquisitorio su tizio o caia per conoscere o anche solo intuirne le malefatte. Gli sarebbe bastato chiedere alla vecchia nomi cognomi e dettagli e poi avrebbe consegnato in mano alla giustizia gli adulteri, probabilmente solo uno: la donna. La virtù avrebbe trionfato, la peccatrice sarebbe stata punita. Un cerchio perfetto, e lui al centro, uomo di Dio e degli uomini, ne sarebbe uscito con l’aura del prete giusto e severo. Ma a don Tommaso tutto quello zelo nel denunciare i peccati degli altri dava sui nervi.
C’era già passato una volta da queste delazioni selvagge che si abbattevano quasi sempre su una ragazza troppo bella e spudorata per uscire indenne dal proprio potere sugli uomini altrui. Chiuse gli occhi e nella sua mente si formò il ricordo di un’adolescente inginocchiata a terra che muoveva le braccia come fossero ali. Li riaprì subito, per cacciare l’immagine interiore, ma dovette prendere il fiato per riuscire a liberarsene del tutto. Solo allora parlò.
«Bada Antonia, sei ancora in tempo per uscire da questa chiesa con l’anima in pace senza dirmi niente di cui potresti poi pentirti.»
«Perché dovrei essere io a pentirmi dei peccati di quella puttana della…»
«Taci!» urlò il sacerdote facendo sobbalzare la vecchia. «Pensaci bene prima di accusare qualcuno, anzi “qualcuna” di commettere peccati mortali. Se non è vero all’inferno ci finisci te.»
Antonia si alzò dal banco stizzita.
«Cos’è, ve l’ha data anche a Voi, con rispetto parlando, quella troia della Giacinta?»
Missione compiuta, pensò la donna fra sé.
Mi ha fregato, pensò il prete.
Antonia uscì piamente dalla chiesa.


5
Brusata, frazione di Novazzano

Alfredo Castiglioni, detto la Bestia, si grattò il naso, anzi il grugno visto che era difficile distinguerlo da un maiale. La sfida che gli aveva lanciato il suo capo, Carlo Fontana – quello di Brusata, non quello di Roma –, gli pareva nebbiosa e cervellotica. Non ci era abituato. Di solito l’ordine era elementare: spaventa Tizio, uccidi Caio, dai una bella lezione a Sempronio. Ordine sempre corredato di nomi e cognomi chiari, luoghi precisi in cui intervenire, tempi esatti nei quali il malcapitato si sarebbe trovato in sua balia. Questa volta, invece…
«Senti, capo, mica posso andare in giro con un pezzo di muro in tasca con su dipinta la faccia della Madonna per rintracciare questa… come hai detto che si chiama?»
«Maddalena. Maddalena de Buziis.»
«Maddalena de Buziis. Che poi se chiedo in giro nessuno mi saprà dire niente, visto che usa un altro nome, giusto?»
«Magari no, ma è molto probabile. È quello che pensiamo.»
«Quindi, riassumendo, tu mi mandi a cercare una donna sui ventisette ventotto anni che vive da qualche parte nel Ducato di Milano, che un certo pittore di cui non sai il nome usava come modella per fare la Madonna, di cui non sappiamo se è sposata, se ha figli, se è viva o se è morta. E dovrei trovarla mandando a memoria la faccia di due o tre Madonne affrescate qua e là?»
«Non qua e là. Ti posso indicare almeno tre dipinti di quel pittore. Tu vai a vederli, ti stampi nel cervello quella faccia e poi la stani. Ovunque sia.»
Corpodebis, pensò la Bestia.
«La fai facile, tu! Quando guardo un dipinto è già bello se distinguo san Giuseppe dal suo bastone.»
«Esagerato! E poi ti pagherò molto bene. Per questo lavoretto ci daranno quaranta scudi di Milano. Dieci sono per te.»
Dieci scudi, una bella cifra.
«Mettiamo che accetto e mettiamo che la trovo. A quel punto l’ammazzo che è tutto più semplice, no? Non posso immaginare di portarmi un cadavere in giro per il Ducato e per il baliaggio. Ti porto la sua testa, va bene?»
Carlo stava per dirgli di no, ma si fermò. Il committente la voleva viva. Ma lui voleva essere certo che Maddalena de Buziis pagasse per aver fatto morire Cesarino. Il mandante se la sarebbe presa? Amen! Non aveva certo bisogno dei suoi soldi. A lui interessava solo vendicare suo cugino e ora il Cielo gli offriva l’occasione di farlo. Alzò le spalle. «Trovala» rispose, «e falla a pezzi.»
Rimasto solo con se stesso, Carlo Fontana pensò che da tre anni Brusata non era più la stessa. Per questo Maddalena de Buziis doveva morire. Per far capire al mondo che la banda era più viva e feroce che mai, che nessuno poteva passarla liscia se attaccava un uomo del clan.
Il potere si impone col terrore.
Il potere dei Fontana si era di colpo indebolito tre anni prima, alla morte dell’Imperatore. Così la gente del posto chiamava il capo dei traffici di qua e di là del confine tra il baliaggio di Mendrisio, roba elvetica, e la pieve di Uggiate, roba comasca. Pochi metri di terra spartiti tra due comunità di servi: i mendrisiensi sotto i Dodici cantoni, i milanesi sotto la Spagna. Alla frontiera di quei due mondi di sudditi regnava un sovrano incontrastato: Cesare Fontana. Cesare l’Imperatore, appunto, signore di un regno di poveracci.
Da quando, più di cent’anni prima, era stato tracciato il confine di Stato, per gli abitanti di Chiasso, Balerna e Mendrisio la vita si era fatta più grama. Le leggi entrate in vigore a quei tempi nel Ducato di Milano proibivano l’esportazione di cereali verso i territori svizzeri. Fino a quel momento chi viveva a nord di Ponte Chiasso andava a Como a rifornirsi dei beni di prima necessità, grano in primis. Quel confine maledetto aveva reso molto più difficile di un tempo, per i servi degli svizzeri, avere il pane in tavola. Sulla loro fame si era arricchito l’Imperatore. Le convenzioni che ogni tanto gli svizzeri pattuivano coi milanesi permettevano ai loro uomini di rifornirsi oltre confine del grano necessario al sostentamento familiare di un solo giorno. Niente di più. Se per caso qualcuno tentava di portarsi a casa una scorta più abbondante di cibo doveva vedersela coi burlandotti, gli agenti spagnoli che il Ducato aveva piazzato lungo la Val Mulini e Chiasso e finiva dritto davanti al ghigno del commissario del grano (o delle biade). Qui i casi erano due: o riusciva a corromperlo a suon di monete, oppure veniva assegnato alle premure del boia. A meno che, tertium datur, invece di cercare di gabbare le guardie spagnole quel qualcuno si rivolgesse direttamente alla banda del Fontana. Cioè all’Imperatore.
A Cesare, fino a tre anni fa. A me da allora e nei secoli a venire, pensò Carlo. A costo di uccidere tutte le stronze Maddalene che troverò sulla mia strada.
Sì, falla a pezzi.


6
Cabbio, Valle di Muggio

Non fosse stato il sant’uomo che era, don Tommaso avrebbe bestemmiato. Non era la prima volta che gli capitava di svegliarsi in piena notte senza riuscire a riprendere sonno. Ma di solito l’interruzione era dovuta ad una scocciatura esterna e universale: il boato di una frana che partiva dal monte Generoso durante un temporale, un gatto o un cane coi bollori, il Gino e il Pino ubriachi che si rincorrevano col forcone nelle vie di Cabbio per il solito nonnulla. Notti ecumenicamente bianche per tutti, nel villaggio di montagna. Ma quella lo era solo per lui. La notte della spia.
Perfida Antonia, Dio mi perdoni: maledetta Antonia! si diceva premendosi il cuscino sulla testa, come se sotto la pressione di qualcosa di morbido il cruccio potesse addolcirsi. Per tutto il giorno aveva provato a rimuovere il pensiero della vecchia delatrice che aveva deposto ai suoi piedi il nome di una “puttana”: Giacinta. Ci aveva pregato su. Aveva aperto e chiuso il breviario alla ricerca di un salmo che lo placasse. Ma niente. Sapeva che a quel punto era meglio andare a fondo della vicenda. Ne andava della sua credibilità. Se avesse fatto orecchio da mercante l’avrebbero cacciato. Non poteva permetterselo, era un prete povero. Ma, soprattutto, non poteva permetterglielo la sua coscienza di uomo giusto.
Non deve finire come allora. Non dico che questa Giacinta non abbia violato il sesto comandamento, o altre leggi di Dio, ma scommetto che, qualsiasi cosa abbia fatto, i veri colpevoli rimarranno impuniti. Come l’altra volta.
Si sedette al bordo del letto, i piedi a penzoloni nel vuoto. Avrebbe voluto piangere, ma il Cielo, che l’aveva dotato di fede, intelligenza e di una rara capacità di percepire il cuore dei deboli, non gli aveva concesso il dono delle lacrime. Le lacrime che non riusciva a piangere, però, quella notte non le avrebbe usate né per le ragazze accusate di impudicizia in generale né per Giacinta in particolare.
Le avrebbe usate per Susanna. Seduto sul letto lasciò che i ricordi di quanto era avvenuto più di vent’anni prima tornassero a galla. Susanna, la ragazza che volava, pensò.
All’inizio dell’autunno del 1637 don Tommaso era prete da appena due settimane. Dal Seminario di Como era stato spedito a farsi le ossa a Salorino, una parrocchietta di poche case e molti spiazzi assolati che si raggiunge in venti minuti di buon passo salendo a piedi da Mendrisio. Non poteva ancora crederci: tanti anni di studi, penitenze, esercizi spirituali, ore ed ore a macinare libri in biblioteca, orazioni in cappella, rosari tra sé e sé dentro quella piccola fabbrica per aspiranti sacerdoti e adesso eccolo lì, un soldato di Dio nel gregge perduto dei semplici battezzati. Per lui Salorino rappresentava il campo di battaglia dove era chiamato a far trionfare il bene e la verità, la terra selvaggia da strappare al demonio. In quel villaggio uomini, donne e bambini sarebbero usciti dalle astrazioni dei manuali ecclesiastici per diventare carne. Che cos’erano? Com’erano fatti? Come funzionavano? In che modo il Signore entrava nei loro cuori, in che modo lo faceva Satana? Come avrebbe potuto parlare alle loro anime? Salorino era il luogo in cui la teoria era chiamata a diventare pratica. Quel pensiero lo eccitava e al tempo stesso lo atterriva.
Alla prima messa in parrocchia i fedeli lo avevano inquadrato subito. Puzzava ancora di Seminario. L’è domàa ’n fiöö, dicevano vedendo che avvampava di timidezza ad ogni sguardo. Eppure, anche se lo consideravano solo un ragazzo, tre giorni dopo il suo ingresso gli avevano trascinato davanti una gabola per preti sperimentati, fermi, ricchi di anni e di saggezza. Preti che non tremano.
La gabola si chiamava Susanna, Susanna Piazza.
«’Giorno sior curato» gli aveva detto Abbondio Capello presentandosi. Con una mano stringeva al petto una coperta. Con l’altra serrava il braccio di una ragazzina dagli occhi grandi e smarriti. «E tu, saluta il nuovo parroco» aggiunse strattonando la fanciulla.
«Ahia, mi fai male» aveva strillato quella.
«Saluta, cretina!»
Ma la ragazza taceva.
«Ecco, lo vede? È una screanzata, è per questo che siamo qui.» Don Tommaso non aveva ancora detto una parola e del resto l’Abbondio non gli aveva dato modo di farlo. «Questa qui» aveva aggiunto, «ha tirato sotto il mio Batta.»
«Tirato sotto? Batta?» intervenne il giovane reverendo.
L’è propri domàa n fiöö, pensò l’altro. «Tirato sotto, cioè: si è fatta montare da mio figlio Giovanbattista, detto Batta, quel pirla. Chiaro il concetto?»
«E adesso gli tocca sposarsi» rispose il prete, da manuale, felice di avere intuito subito il problema.
Abbondio Capello sorrise, sardonico. La ragazza continuava a fissare il prete.
«No, monsignore, non mi ha capito. Ripartiamo dall’inizio. Da un paio d’anni tengo come serva questa qui» disse girando lo sguardo verso la fanciulla. «La osservi bene, non è mica una regina, fa la sguattera, giusto?»
Don Tommaso l’aveva guardata. Non era una regina, no. Sottile e smunta, i capelli radi e gli occhi enormi, sembrava un passero spaventato. Il prete non sapeva dirsi se era bella o brutta. Nella sua estrema magrezza, un tipo, ecco.
«Giusto.»
«Quindi mi capisce se le dico che la facevo dormire nell’unico giaciglio mezzo libero, quello di mio figlio Batta.»
«Beh, insomma…»
«Non mi interrompa, padre, lo so anch’io che far dormire insieme un ragazzo e una ragazza… Però all’epoca erano solo bambini e appena si sono fatti più grandicelli abbiamo fatto le cose per bene. Don Aurelio, il suo predecessore, le ha imposto il voto di castità. Una cosa seria, vero sior curato?»
«Che cosa?»
«Il voto di castità, no?»
«Vero» commentò arrossendo.
«Insomma, reverendo, il Batta è una bestia e ci avrà anche messo del suo, ma è chiaro che toccava a lei controllarsi.»
Il pretino annuiva senza sapere cosa dire.
«Ma non è stato così» proseguì il Capello. «Si sono strusciati per un anno, me lo ha confessato il Batta stesso. Ma la colpa è solo di questa…»
«… bambina. Che, se capisco bene, adesso è incinta» aveva dedotto il prete, che cercava di ragionare in fretta tentando al contempo di sfuggire agli sguardi che la ragazza scagliava come frecce verso di lui, senza colpirlo.
«Incinta e assassina, don Tommaso» ruggì l’altro.
Sgomento, il sacerdote volse la faccia verso Susanna e si lasciò trafiggere dalle sue occhiate. La ragazza taceva, ma le sue pupille gridavano. Gli occhi dicevano aiutami, salvami, non credergli.
«A…a… assassina?» balbettò il giovane sacerdote, che quando era in preda a forti emozioni perdeva la fluidità del dire. Intanto la ragazza scuoteva vigorosamente la testa.
Nei minuti che seguirono gli fu spiegato che quella mattina il Capello, incuriosito da un mucchio di terra smossa nell’orto, aveva spostato le zolle col piede e fra quelle aveva trovato “una creatura che ancora respirava”. Siccome era un buon cristiano, l’aveva battezzata lui stesso con una tazza d’acqua prima che morisse. Ma per sicurezza l’aveva portata lì, perché anche il prete la benedicesse e la sua anima non finisse nel Limbo. E così dicendo l’uomo srotolò davanti al giovane sacerdote la coperta che stringeva al petto. Dal fagotto emerse il corpo esanime di un neonato col faccino imbrattato di terra e di sangue; la bocca era tagliata. Mancò poco che don Tommaso svenisse. Impartì una benedizione frettolosa, più per liberarsi di quella vista che per assolvere i propri dovere di prete.
«Grazie, reverendo» disse il Capello. «La sua parte l’ha fatta come Dio comanda. Adesso ce ne andiamo.»
«Dove?»
«Dal landfogto, andiamo. Susanna deve pagare per i suoi peccati, dico bene? E per i suoi reati, quindi devo portarla dal landfogto perché la giudichi.»
A don Tommaso venne il capogiro. Avrebbe voluto fare di più, capire di più, aiutare quelle persone a pentirsi, a redimersi. Era il primo caso di cura d’anime che gli capitava, non poteva accontentarsi di benedire un corpicino senza fare… Senza fare cosa? si chiedeva. Che cosa avrebbe fatto un prete in gamba, in un momento come quello?
«Pri…pri… prima che partiate voglio confessarla» buttò lì.
Il Capello storse il naso. «Reverendo, non ci faccia perdere tempo, dobbiamo andare!»
«Sono il vostro parroco» azzardò stupendosi del proprio coraggio e della frase che gli era uscita senza sobbalzi. «Voi non scendete a Mendrisio finché la ragazza non si sarà confessata.»
«Ma è una povera cretina, e poi non vede che non parla?»
«Voglio confessarmi» disse a sorpresa Susanna.
«Hai sentito? Vuole confessarsi.»
«Vi racconterà un sacco di balle, con rispetto parlando» sbottò il suo padrone visibilmente irritato.
«Lasciaci soli per un momento» s’impose don Tommaso.
Non appena l’uomo uscì dalla canonica la ragazza si buttò ai piedi del prete.
«Salvami, fammi scappare, quelli mi vogliono morta.»
«Ma tu hai…»
«… io sono stata violentata tutte le notti per anni da tutti e due, dal padre e dal figlio.»
«Come posso crederti, ragazzina?»
«È così, te lo giuro. Hai gli occhi buoni, il tuo cuore ha capito che le cose non sono andate come dice quello là. Ti prego, lasciami andare via, adesso.»
Era la parola di una serva contro quella del suo rispettato padrone. Don Tommaso non aveva prove. Ma sentiva che quella ragazza non stava mentendo. Lo sapeva.
«Ma io non posso farti andare via, non so niente. E poi quel corpicino, tuo figlio… Perché l’hai ucciso?»
«Sono rimasta incinta. Per forza, come avrei potuto evitarlo, con quei due muli? Uno peggio dell’altro. Ma quando mi sono accorta che c’era un bambino dentro di me non ho detto niente. Volevo partorirlo, tenerlo per me, qualcosa di tenero, di mio. Per consolarmi, mi capisce? E poi scappare via. Ma anche se sono magrissima – mi danno poco da mangiare, lo sa? e solo se non faccio storie quando vogliono avermi – alla fine la pancia si è gonfiata. L’ho tenuta nascosta finché ho potuto. Di giorno, sotto le vesti, non si vedeva. Ma di notte continuavano a possedermi, nel buio. C’è voluto un po’, ma se ne sono accorti. Era tardi per abortire. Me l’hanno lasciato mettere al mondo e poi» Susanna cominciò a piangere «l’hanno portato via e… io non so cosa gli hanno fatto. So solo che poco dopo il padrone è venuto a prendermi e mi ha portato qui.»
Don Tommaso annuì: qualcuno doveva avere visto padre e figlio mentre seppellivano il bambino nell’orto e a quel punto lo scandalo non poteva più essere nascosto. Per evitare di essere accusati di infanticidio si erano frettolosamente inventati la storia della serva viziosa e assassina.
Da fuori si sentivano insistenti colpi al portone. Era il Capello. «Sbrigatevi» urlava, «dobbiamo andare.»
«Ancora un momento» rispose il prete, sempre più confuso. «Giurami che non stai mentendo» aggiunse, «o andrai all’inferno.»
La ragazza non fece in tempo a parlare. Il portone si spalancò e il suo padrone, furibondo, la prese per il braccio e la portò via bestemmiando.
Mentre veniva strattonata lungo la strada che scendeva da Salorino verso Mendrisio, Susanna Piazza urlò qualcosa all’indirizzo del prete.
Il cuore in tumulto, don Tommaso li rincorse, ma il Capello proseguiva a passo ancora più spedito. Susanna era un uccellino sbattuto dal vento.
«Cosa succede quando si muore?» riuscì a pigolare la ragazza. «È vero che si comincia a volare?»
«Su…su… succede» balbettò il giovane sacerdote. «Su…su…su…» le parole gli morirono in gola.
La ragazza guardò in alto, gli occhi grandi pieni di lacrime. , pensò, morire sarà come volare.
Il processo davanti al landfogto Rodolfo Schweizer fu inutilmente crudele. Siccome si ostinava a negare ogni colpa, Susanna venne torturata a lungo. Alla fine, spiegarono a don Tommaso, si era arresa più per sete che per dolore: «Datemi un po’ da bere» strillava mentre il boia dava tormento al suo corpo magrissimo. «Datemi un po’ da bere e poi, se volete, fatemi morire.»
Riconosciuta colpevole di ben cinque reati-peccati – fornicazione, violazione del voto di castità, gravidanza occultata, omesso battesimo e infanticidio – le fu concessa la pena misericordiosa della decapitazione. E il privilegio, su sua espressa richiesta, di essere giustiziata tenendo le mani libere invece che legate dietro la schiena, come prevedeva il protocollo.
Su, su, su. È tutto quello che ho saputo dirle, rifletteva don Tommaso a oltre vent’anni di distanza. Non aveva assistito all’esecuzione, ma nella sua mente, mentre la lama stava per abbattersi sul collo di Susanna, immaginava che la ragazzina, allargando le mani libere, avesse disteso le braccia per spiegarle lentamente prima di muoverle verso l’alto e verso il basso a ritmo sempre più veloce. Come un passero, un gabbiano. E ad occhi chiusi fosse volata in Cielo.


7
Appiano Gentile, nel Comasco

La Bestia guardò in faccia la Madonna.
Prima di scannarla me la faccio, pensò osservando i tratti delicati della Vergine nell’affresco di Appiano Gentile.
«Sì» gli spiegò il parroco del villaggio, un uomo decrepito e sfuggente che dopo un minimo di resistenza apparente alle domande aveva ritrovato la memoria grazie a due monete che il brigante gli aveva fatto scivolare tra le dita, «ora che ci penso ricordo piuttosto bene la ragazza. Era… era…» il prete socchiuse gli occhi e le sue orecchie diventarono viola «come dire? Una gran bella… Sì, uno splendore. Cioè… nel senso buono, eh.» Si interruppe notando il sorriso belluino che si disegnava sulla faccia del suo interlocutore. «Non fraintendermi straniero, parlo come se fossi suo padre, anzi suo nonno, eh» e dicendolo si accarezzò la barba bianca, morbida e perfettamente regolata.
Se la sarebbe fatta anche il nonno, dedusse il brigante. Ma finse di credergli.
«Certo, padre, certo. Ma da che paese veniva? Chi l’accompagnava?»
«È passato tanto tempo, non sono sicuro.»
«Si sforzi. È importante.»
«Io posso anche sforzarmi, ma…» il vecchio sacerdote allungò la mano.
Memoria a gettoni, come sempre, pensò il brigante.
«Un’altra moneta, non di più.»
«Facciamo due. Sapessi quante spese mi tocca fare per rendere appena appena decorosa la casa di Dio.»
«E la tua» sussurrò il bandito.
«Come?»
«Niente, parlavo tra me.»
La mano del prete era ancora protesa verso di lui. Alfredo Castiglioni, detto la Bestia, affondò le falangi nel sacchetto di cuoio che gli pendeva dalla cintura, ne estrasse due pezzi luccicanti e li depose di malavoglia nel palmo del prelato.
«Ci tieni proprio tanto alla baldr… alla ragazza, vedo» disse ritirando la mano.
«Fatti miei, reverendo.»
«Non ti arrabbiare, straniero» le pupille dell’uomo di Dio mandavano fiamme di desiderio. «Io ti capisco, sai?» gli strizzò l’occhio. «Ah, la giovane età, il vigore. E una gran bella… come la chiameremo? angelo o troietta? per divertirsi un po’. Certi peccati vale la pena di commetterli, vero? Un po’ ti invidio, eh» e sputò per terra.
Questo è peggio di me, si scoprì a pensare il brigante.
«Ribadisco, monsignore. Fatti miei. E ora, per cortesia, veda di rispondere alla domanda.»
«Ma sì, senza problemi. Dove eravamo rimasti?»
«Da che paese veniva? Chi l’accompagnava?»
Con estrema lentezza il prete si infilò il denaro nelle braghe e finalmente parlò.
«È arrivata qui col carrozzone del padre, un pittore girovago che si portava appresso tutta la famiglia: la donna, anche lei una gran… cioè, molto avvenente, la ragazza e altri due o tre figli, non ricordo bene. Li usava come modelli.»
«Come si chiamava il pittore?»
«Gliel’ho chiesto, ma lui diceva di chiamarlo “pitur” che bastava e avanzava. Niente nome, ragazzo. Però penso che venissero dalla Brianza, i suoi figli parlavano sempre di quei posti. Poi ricordo che prima ancora che l’artista iniziasse a dipingere, la ragazza è scappata e in paese ci siamo messi tutti a cercarla per ore e ore. Invano. L’anno dopo il “pitur” è arrivato qui da solo e ha affrescato la scena del matrimonio della Vergine con san Giuseppe senza copiare nessuno. Ma ti assicuro che la faccia della Madonna è esattamente uguale a quella della ragazza che stai cercando.»
«Senza copiare nessuno?» lo lusingò la Bestia. «Reverendo, a me pare che quel san Giuseppe le assomigli moltissimo.»
Il prete si lisciò la barba gongolando. «Beh, sì. Un piccolo peccato di vanità, l’ammetto. Ma torniamo a noi, straniero. Adesso che ci penso forse ti può interessare sapere dove abitano i genitori del “pitur”.»
«Come fai a saperlo?»
«Non è una certezza, ma sai, quei discorsi dei suoi figli. Sì, insomma, mi pare che uno dei suoi ragazzi mi avesse detto che i suoi nonni vivevano a…» ma il nome del villaggio gli rimase in gola.
«Vivevano a…?»
Il prete allungò verso di lui il palmo della mano.


8
In un villaggio della Brianza

Coi nonni acquisiti, Maddalena aveva esaurito tutto il repertorio di guaritrice. Da un paio d’anni si era trasferita da loro in una cascina a mezz’ora di cammino dal paese, in una zona isolata al limitare del bosco, dove poteva raccogliere gli ingredienti per le proprie medicine, lontano dal cicaleggio e dai sospetti dei comuni cristiani che poi, però, venivano a cercarla quando il corpo doleva e la imploravano di dar fondo alle sue arti – non importa se stregonesche o meno – pur di tornare, sani, al mondo. Nessuno sapeva che era la loro nipote acquisita – era figliastra del loro figlio Cesare –, tutti pensavano fosse la serva di casa. Una precauzione che avevano concordato per proteggerla. Maddalena aveva un passato complicato, pieno di gente che la voleva morta. Nessuno doveva più cercarla. Nessuno doveva sapere chi fosse. Più che dai vivi, in realtà, volevano proteggerla dai fantasmi che la facevano risvegliare sudata nel cuore della notte.
I nonni tentavano di tenerla al sicuro dalle proprie paure, lei dalle loro malattie. Ma negli ultimi mesi le condizioni dei due anziani erano vistosamente peggiorate.
Il vecchio Pietro aveva deposto mazzotto e scalpello da quando, diversi anni prima, le sue mani avevano cominciato a tremare. Maddalena gli aveva preparato beveroni a base di alchemilla ed erbe rare di cui conosceva o intuiva le nascoste virtù. Intrugli che avevano rallentato il mal tremulo dell’uomo che aveva generato il pittore Cesare Cassina, suo padre putativo. Mille anni prima, Pietro scolpiva e Cesare dipingeva. Una famiglia d’arte di cui restavano statue policrome e affreschi qua e là nelle chiese del Ducato e nei baliaggi a sud delle Alpi, molti ricordi e il moto perpetuo che si era impadronito di Pietro. Ma ora, di fronte alle sue mani vibranti, Maddalena scuoteva il capo desolata. Era come se le infinite scosse agli arti del nonno fossero penetrate su fino al cervello rimescolando idee e sentimenti in un groviglio caotico. Non ragionava più. L’unica cosa ferma, nel vecchio scultore, era lo sguardo fisso. Le pupille, perse nel vuoto, sembravano aggrapparsi ad un dettaglio indicibile del mondo che solo i suoi occhi potevano vedere e perciò non deviavano mai dalla loro alienante fissità.
Non tornerà più come prima, si diceva Maddalena.
Nonna Attilia, invece, era ancora padrona dei propri pensieri e delle proprie emozioni. Il problema, semmai, era l’opposto: non riusciva a mettersene al riparo. Contro certi mali, infatti, neppure il rinomato ricettario di Maddalena serviva a molto. «Cesare, dove sei?» gridava la donna svegliandosi nella notte di fianco al marito dalle mani tremanti e lo sguardo fisso. Non era insonnia quella, era un figlio perso. Gliel’aveva rubato la peste a Roma. Con lui il morbo si era preso anche Barbara, la sua compagna, e ad uno ad uno i piccoli Aldo, Elena e Ludovico, i loro figlioletti, cioè i nipotini che l’anziana aveva abbracciato l’ultima volta, l’ultima per davvero, una mattina di marzo del 1656, prima che partissero “in pellegrinaggio” per la città eterna assieme alla Lena, al Tonio e ai loro bambini.
Erano trascorsi tre anni e non erano più tornati. Si seppe solo che proprio nel 1656 la città del Papa era stata devastata dalla peste. Uno più uno fa due, pensava Maddalena: erano andati a Roma, quindi erano morti anche loro. Nella testa di Attilia, però, uno più uno faceva zero: non erano tornati a casa e basta, chi l’aveva detto che erano morti? «Finché non vedo i corpi non ci credo. Cesare, il mio Cesare, non può essere…» ripeteva come una litania omettendo il verbo finale. «… idem la sua donna e i miei piccolini» cioè i loro bambini. S’indignava, l’anziana, quando non le si voleva credere. Mandava tutti a quel paese. Maddalena, per pietà, le dava ragione. Non voleva aggiungere alla sofferenza di aver perso il figlio, i nipoti, e – in modo diverso – anche il marito, quella di privarla di un sogno felice: crederli vivi da qualche parte nel cosmo. «Torneranno, nonna, un giorno o l’altro torneranno.»
Un dolore del genere, si diceva Maddalena, non lo curi con le erbe. E neanche con gli abbracci, che dispensava ai due vecchi senza risparmio e senza soddisfazione. Né l’uno né l’altra sembravano trovarvi pace.
Non posso più fare niente per loro, si diceva, non io.
Cercava un pretesto per andarsene e lo trovò nello sguardo allarmato di sua nonna quando, di ritorno da una delle escursioni nei boschi, le era venuta incontro agitando le braccia.
Che succede? Perché è così alterata?
«C’è un tizio con la faccia da cinghiale che gira in paese e ci cerca. Ero scesa per vendere qualche uova e l’ho visto davanti alla fontana. Una parlantina che non ti dico. Stavo per presentarmi ma mi faceva quasi paura e sono tornata di corsa qui.»
«Cercava anche me?» aveva reagito Maddalena provando a immaginare un uomo con la faccia da cinghiale.
«Te, te, bambina.»
Una bambina di ventisette anni.
«E dovrei preoccuparmi?»
«Non so, con quella faccia!»
Maddalena rinunciò ad ogni rilievo critico. Provò a capire che cosa inquietava la nonna.
«Cioè, ha chiesto di me? di Maddalena de Buziis?»
«Ma cosa dici? Qui nessuno sa chi sei veramente, qui sei Lena, il nome di tua “zia” che ti sei scelta tu, “Lena dei boschi” per la gente.»
«Cercava Lena dei boschi?»
«Quante domande, non ti fidi di quello che dico?»
Maddalena le strinse le mani e la fissò con dolcezza.
«Non mi fido di nessuno tranne che di te, nonna.»
La vecchia Attilia si calmò.
«Ascolta, tesoro, c’è questo tizio, in paese, che va in giro a dire che il suo maestro, un pittore girovago di cui non dice il nome, sta cercando disperatamente i propri genitori, cioè noi, ma soprattutto una donna che era servita da modella per una Madonna che è stata dipinta qualche anno fa ad Appiano Gentile.»
Appiano Gentile, 1648, pensò Maddalena. Sono io. Mio patrigno Cesare doveva rappresentare il matrimonio della Vergine con San Giuseppe. Io ero la Vergine. Poco dopo sono scappata alla ricerca del mio passato e tutto il paese è venuto a cercarmi. Papà ha poi completato l’affresco l’anno successivo, dipingendomi a memoria senza far pagare nulla al prete, per scusarsi di quel contrattempo.
«… Insomma, Maddalena, il cinghiale va di casa in casa promettendo denari e si fa portare davanti le donne della tua età. Dovresti vedere, sembra la fiera del bestiame, vanno tutte là sperando di piacere al servo del pittore. La cosa pazzesca è che nessuna gli dice che la mamma e il papà di un pittore, io e tuo nonno Pietro, abitiamo appena a mezz’ora dal paese.»
«Non è strano. Hanno intravisto l’affare e sperano di guadagnarci solo loro, nonna. Se gli dicono di noi non li degna più di uno sguardo.»
«L’ho pensato anch’io. E ti giuro che è mancato un pelo che andassi da lui a presentarmi. Ma quella faccia, appunto… Comunque è chiaro che sta cercando noi, anzi te.»
Non c’è dubbio. E mentre lo pensava vide sua nonna trasfigurarsi di colpo. La paura del cinghiale le era passata. Non vedendoselo davanti nella sua ripugnante prestanza, la vecchia credeva di ragionare meglio. E probabilmente ora si dava della stupida per non essersi fatta avanti. Sul suo volto si era dipinto una specie di dolente sorriso, un’espressione di gioia incredula che non le aveva più visto da molto tempo.
«Capisci Maddalena? È un messaggero di Cesare, il mio Cesare è tornato!» Attilia era sull’orlo del pianto. «Ma perché sono scappata? Che cretina, si diceva tirandosi manate sulla fronte. Vai Maddalena, corri subito prima che se ne vada, vai da quel brav’uomo e digli chi sei, digli che stiamo tutti bene! Fatti portare da Cesare e pregalo di tornare, digli che sua mamma lo sapeva che era ancora vivo e che ci avrebbe ritrovato! Chissà quanto ha girato, pora stela, prima di trovarci.»
Avrebbe tanto voluto crederci anche lei a quel sogno. Ma Maddalena era sveglia e lucida. Se davvero il cinghiale, che nella mente della nonna era diventato improvvisamente “pora stela” e “brav’uomo”, era stato mandato da Cesare Cassina, come mai non era andato direttamente da loro? Cesare gli avrebbe di certo spiegato con cura dove vivevano i suoi genitori. Che bisogno aveva di fare domande a destra e a manca?
E poi la prima impressione è quella che conta, ragionava. La faccia da cinghiale che all’inizio aveva inquietato sua nonna le imponeva di non darsi in pasto a uno sconosciuto.
Ma se non lo manda papà, chi lo ha mandato?, si chiedeva.
«Muoviti, cosa fai ancora qui?» incalzava la nonna. «Scendi in paese, scendi subito e riportami il mio Cesare.»
Maddalena provò ad abbracciarla, invano. La vecchia le staccava le mani allontanandola da sé, con urgenza, con rabbia. «Vai, spicciati!»
Volevo stringerla a me ancora una volta prima di sparire, pensò.
Perché questa era l’unica certezza, ora. Qualcuno la stava cercando e aveva mandato un cinghiale per stanarla. Suo padre, il suo secondo papà, era morto di peste a Roma. Nessuno lì sapeva chi fosse. Solo i morti. Ma erano poi morti? Doveva sparire. Doveva capire.


9
Trii Böcc, sopra Mendrisio
Da qui il baliaggio sembra un gatto che dorme.

Affacciato a una delle finestre del rifugio dei Trii Böcc, l’uomo che aveva commissionato la cattura di Maddalena de Buziis lasciava che lo sguardo si sciogliesse nell’acquerello dei verdi e dei marroni giù nella pianura tra Mendrisio e Capolago. Il gioco di luci e di ombre che a quell’ora carezzava i campi di San Martino e i boschi sotto il San Giorgio magnificava una natura morbida e rigogliosa. I colori si impastavano con delicatezza passando per gradi impercettibili dal bianco luminescente delle nebbie sui prati al verde cupo, quasi nero, della vegetazione addensata fra le rocce.
Ma è un gatto affamato. Quando si sveglia tira fuori le unghie.
L’Uomo dei Trii Böcc sapeva che scendendo a valle, man mano che ti avvicinavi alla pianura, quei colori che dall’alto dicevano solo armonia nascondevano una vita selvaggia. Le nebbie erano veleni sospesi sul mondo, lo scuro delle foreste un intrico di edere e liane dove era facile rimanere impigliati.
La gente era povera, ignorante e vessata. La terra bella, ruvida e avara. I potenti pochi, sciocchi e ingordi. In quel tutti contro tutti dove il punto di partenza – ricchezza o povertà, nobiltà o servitù – faceva tre quarti della differenza, il quarto restante era un balletto sulla lama di un rasoio. Un passo falso e zac, ti trovavi amputato di un campo, di un asino, o di un braccio. Solo la forza oscura della violenza aveva argomenti contro la forza chiara del denaro. Quasi sempre la prima era acquistabile dal secondo. E il cerchio si chiudeva, perpetuando l’unico vero torto dei più: essere squattrinati o – peggio ancora – docili.
Tutto questo non gli spiaceva, ovviamente. Era un maestro di veleni e intrighi, odiava i miti. E adorava amministrare il destino dei deboli dall’alto, senza sporcarsi le mani, senza graffiarsele nel groviglio della pianura.
Eppure anche lui viveva lì, al piano terra dell’universo, da signore, sì, ma pur sempre immerso nel pantano del fondovalle. Così, quando voleva sentirsi al di sopra del mondo, si rintanava in quel covo da pirati, un posto impervio e isolato. Privo di ogni comodità, tranne quella di poter guardare l’esistenza dei mortali dall’alto. Da quella quota il mondo acquisiva la forma della pace. Ciò che in basso poteva sembrare caotico e sbagliato, lassù sembrava rispondere a un disegno segreto di perfezione. Anche le grida dei cristiani scannati dai boia o delle ragazze assalite dai vogliosi restavano giù; dall’alto i roveti dei boschi e della natura umana erano solo una macchia verde e pacificante. Quando era in basso ogni tanto si chiedeva se quello che stava facendo fosse giusto. Ma lassù le inquietudini sparivano, tutto prendeva senso. La distanza lo proteggeva dai dubbi.
Si inginocchiò e cominciò a pregare. Solo in quel luogo riusciva a farlo.
«Grazie, Signore, di avermi mostrato la via quando ero smarrito. Grazie per avermi fatto capire qual è la vera essenza della magia. Voglio Maddalena, e presto o tardi l’avrò. Le ho messo alle calcagna i peggiori briganti del baliaggio. Hanno sete di vendetta, come me. Non falliranno. Maddalena sarà mia e a Te regalerò una martire. Non mortui laudabunt te, Domine: neque omnes qui descendunt in infernum. Sed nos qui vivimus; benedicimus Domino: ex hoc, nunc et usque in saeculum.»
L’Uomo dei Trii Böcc si convinse che il vento avesse risposto “amen”. Rasserenato tornò a valle, nel groviglio del mondo.


10
In un villaggio della Brianza

Mentre scendeva guardinga verso il paese, Maddalena ripensò al bramito del cervo che aveva sentito una notte di qualche giorno prima.
L’importante è ballare, ricordò. La musica la suona la vita, non la decidi tu. Tu puoi solo avanzare a passo di danza verso l’ignoto. Con leggerezza, con attenzione, con precisione.
Armata delle tre virtù appena evocate, un velo scuro calato in testa per non farsi riconoscere, la Lena dei boschi si tenne a una certa distanza dal folto pubblico di bambine, donne e ragazze che stavano ascoltando l’uomo dalle sembianze suine. Ce n’erano di bellissime, ma dopo averle osservate per benino il cinghiale le aveva scartate tutte. Solo all’ultima, una mezzana in carne dai capelli corvini chiese di trattenersi. Maddalena la conosceva appena, era venuta da lei qualche mese prima. Era stato un incontro rapido e sgradevole. Quella donna le si era avvicinata avanzando a gambe larghe e reggendosi il ventre.
«Mi chiamo Teresa, le aveva detto, ce l’hai un intruglio per farmi abortire?»
«Da quanto tempo aspetti?»
«Ce l’hai o no?»
«Se è di più di quattro mesi non posso aiutarti.»
«Ma che razza di strega sei?»
«Non sono una strega, e soprattutto non ammazzo bambini.»
«Il mio non è ancora nato.»
«Ma a occhio sarai di sette mesi. Meglio lasciarlo nascere.»
«Se volevo lasciarlo nascere non venivo qui.»
«Allora addio.»
«Addio, stronza.»
Ora Teresa, con la pancia piatta (evidentemente aveva trovato una strega meno difficile di Maddalena, oppure, chissà?, aveva avuto il suo bambino e si era sgonfiata), era davanti alla Bestia che non le mollava gli occhi di dosso.
«Non vai bene per il mio padrone, disse l’uomo, ma a me puoi essere molto utile.»
«Per cosa?»
Il brigante inclinò la testa verso la spalla destra e abbozzò un sorriso.
«No, no, non se ne parla proprio» rispose la popolana. «Posare per un artista è un conto, farmi montare dal suo tirapiedi è tutt’altra cosa.»
«Ma magari, se ci metto una buona parola col mio padrone…»
«Facciamo così: se insieme al bla bla al tuo padrone ci metti anche due denari…»
Zoccola, pensò il bandito.
Porco, pensò la mezzana.
Ma una volta chiarite le rispettive intenzioni, i due sparirono insieme in un fienile ai margini del villaggio. Maddalena provò più schifo nei confronti dell’uomo che pena per la donna. «Non potrei mai» sussurrava indignata. «Con uno così neanche bendata.» Provò a pensare ad altro, ma non ci riusciva, immaginava le mani del cinghiale sulla carne della ragazza e sentiva un crescente senso di nausea. Aveva l’impulso di tornare sui propri passi e di andare a nascondersi da nonna Attilia e nonno Pietro aspettando che quel bruto sparisse. Ma capì subito che non sarebbe stata una buona idea. Teresa, ottenuto ciò che voleva, avrebbe di sicuro trovato il modo di scucire altri denari al brigante descrivendo tutte le ragazze del paese che non si erano presentate, e magari avrebbe portato il cinghiale fino alla casa dove viveva lei. Senza contare che sua nonna, convinta com’era che quell’uomo fosse il vero servo di suo figlio Cesare, non l’avrebbe per nulla protetta. Si rassegnò ad aspettare nell’ombra.
Dopo un lasso di tempo che a Maddalena era sembrato infinito, Teresa uscì dal fienile di corsa. Era ormai notte, ma Maddalena intuì che piangeva e zoppicava. Era scalza e si teneva stretto addosso un lenzuolo o una coperta, non si vedeva bene. Non doveva essere vestita.
«Tienile!» urlò voltandosi.
«Cosa?» le fu risposto.
«Tieniti le tue monete e tornatene dal buco da cui provieni, animale» rispose affannata Teresa.
Dietro di lei uscì la Bestia. Era nudo e furibondo. La mano destra brandiva una tenaglia.
«È solo un gioco, cosa credevi?, mica ti avrei…»
«Vai via, non m’interessa. Ne ho visti di uomini, io, e dei peggiori. Ma certe cose…» aggiunse Teresa di rimando. Ormai si era dileguata tra i vicoli.
«Corpodebis» disse fra sé il brigante, fermo davanti al fienile nella sua aberrante nudità. «Mica ti avrei… Gallina.» Poi si voltò e rise fra sé. «Beh, almeno non mi è toccato pagarla.» Rientrò nel fienile ruttando. «Va bene, ho capito. Tanto vale che torni nel baliaggio.»
L’attesa di Maddalena era stata premiata.
Viene dal baliaggio. Probabilmente viene da Mendrisio.
Guardò la luna, cercò di immergere lo sguardo nel nero dei boschi.
Mendrisio. Adesso mi tocca ballare.


continua…

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