«Accade raramente che un libro riesca a compiere un’operazione duplice: raccontare una vicenda individuale e, nello stesso tempo, interrogare un’intera geografia morale.» – “La resistente” di Mattia Bertoldi – RSI Radiotelevisione svizzera


Alphaville/Mat, RSI Radiotelevisione svizzera, 29.10.2026

La donna che aprì la porta
Dal lago di Lugano agli Archivi Donne Ticino, il nuovo romanzo di Mattia Bertoldi restituisce voce a Lucia Bonvicini, figura reale della Resistenza. Una storia di frontiera, accoglienza e coraggio.
Di: Alphaville/Mat

Le storie attendono spesso in luoghi poco teatrali. Un faldone, una scheda biografica, una fotografia dai bordi consumati. Restano lì per anni, talvolta per decenni, in una specie di sonno amministrativo. Poi arriva un romanziere, sfiora una data, un nome, una firma, e ciò che sembrava materiale d’archivio riprende a respirare.

È accaduto a Lucia Bonvicini, detta Lucetta, protagonista de La resistente, il nuovo romanzo storico di Mattia Bertoldi pubblicato da Gabriele Capelli. Accade raramente che un libro riesca a compiere un’operazione duplice: raccontare una vicenda individuale e, nello stesso tempo, interrogare un’intera geografia morale. Qui il paesaggio ha un ruolo decisivo. Il lago di Lugano, la Valsolda, i boschi, i sentieri che salgono verso la Svizzera. Luoghi che il turismo osserva con occhi contemplativi e che la guerra trasformò in un gigantesco laboratorio di scelte.

La frontiera, in fondo, è una macchina narrativa perfetta. Da una parte il pericolo, dall’altra la salvezza. In mezzo un passo. Un solo passo.

Lucetta vive proprio dentro questa soglia. Nata a Bellinzona, trasferita a Oria dopo il matrimonio con il pittore Romolo Buonvicini, madre di due bambini, cittadina svizzera. La sua potrebbe sembrare una biografia destinata alla quiete domestica. Invece la storia arriva a bussare alla porta e lei compie il gesto che distingue i personaggi memorabili da quelli dimenticati: apre.

Apre ai perseguitati, ai fuggiaschi, alla Resistenza. Apre trasformando la propria casa in un luogo di passaggio e di protezione. Apre pur conoscendo il prezzo di quella scelta.

È questo il nucleo potente del romanzo di Bertoldi. L’eroismo vi appare spogliato di ogni monumentalità. Nessuna retorica muscolare, nessuna posa da statua equestre. La grandezza assume dimensioni domestiche. Si manifesta attorno a un tavolo, in una stanza, dietro una finestra illuminata nella notte. La libertà smette di essere una parola astratta e torna a coincidere con una decisione concreta.

Eppure La resistente racconta anche un’altra storia, forse ancora più interessante. Racconta il viaggio compiuto da una vita reale per uscire dall’archivio e raggiungere l’immaginazione dei lettori.

Dietro il romanzo si intravede infatti il lavoro paziente degli Archivi Donne Ticino, che da venticinque anni raccolgono tracce, documenti, testimonianze e biografie femminili. Un’opera silenziosa e ostinata che assomiglia a quella degli archeologi: liberare figure sepolte dagli strati del tempo. Da quelle oltre cento schede emergono donne che hanno nascosto partigiani, organizzato reti di solidarietà, accolto bambini sfollati, combattuto battaglie civili e politiche. Un continente sommerso che raramente trova posto nei racconti ufficiali.

Qui il romanzo svolge una funzione curiosa. Non sostituisce la storia. La provoca.

Lo storico cerca le prove. Lo scrittore cerca le voci. Lo storico accerta i fatti. Lo scrittore tenta di restituire il tremore dei fatti.

Tra queste due tensioni si apre uno spazio delicato, talvolta insidioso, sempre fecondo. Bertoldi vi entra con prudenza, consapevole che quando si lavora con vicende realmente accadute ogni invenzione porta con sé una responsabilità. Il lettore viene così accompagnato lungo una linea sottile dove il documento e l’immaginazione continuano a interrogarsi reciprocamente.

Lucetta Bonvicini arriva fino a noi attraverso una catena di passaggi quasi commovente: una vita, una testimonianza, un archivio, una ricerca, un romanzo.

Alla fine resta una domanda. Quante donne simili continuano ad abitare i nostri archivi, sospese tra l’oblio e il racconto?

La resistente suggerisce una risposta semplice e perturbante: molte più di quanto immaginiamo. E ciascuna aspetta qualcuno disposto ad aprire una porta. Proprio come fece Lucetta in uno dei momenti più bui del Novecento.


lascia un commento