Recensione: “Come onde di passaggio” di Begoña Feijoó Fariña – Quaderni grigionitaliani


© Quaderni grigionitaliani

Begoña Feijoó Fariña, Come onde di passaggio, Gabriele Capelli Editore, Mendrisio, 2025.
Recensione di Giovanni Ruatti

Nella produzione letteraria di Begoña Feijoó Fariña, iniziata dieci anni fa con il misconosciuto Potere e P-ossesso dello Zahir, si rivela una costante, il cambiamento. Possiamo infatti considerare il suo cammino letterario e artistico un percorso di virate a sorpresa, alla ricerca di continua ispirazione e di una forma per ogni tema o idea narrativa da sviluppare: dal prosimetro di una dilaniante ossessione della prima opera al romanzetto giallo-rosa di Abigail Dupont (2016), dal romanzo introspettivo di una dipendenza, Maraya (2017), al romanzo di formazione e al contempo lacerazione, Per una fetta di mela secca (2020), alla miscellanea di generi del recente volume La parola alle cose (2024), in collaborazione con la scrittrice e poetessa Laura Di Corcia, non dimenticando tuttavia in questo tracciato la scrittura teatrale con la riproposizione scenica di Maraya (2019) e Mi non sei. Voci dai processi di stregoneria (2017) che portano la firma della compagnia inauDita.

In questo moto zigzagante di sfide personali alla ricerca delle forme e delle espressioni artistiche più idonee, dopo il meritato riconoscimento del Cantone dei Grigioni per le diverse attività di mediatrice culturale e direttrice artistica, Begoña Feijoó Fariña ha pubblicato recentemente per Gabriele Capelli Editore il suo nuovo romanzo Come onde di passaggio. Sono quindi passati circa cinque anni dalla sua ultima e individuale prova letteraria e l’autrice svizzera d’origini galiziane ci riserva un’altra sterzata con un romanzo lontano dai precedenti per collocazione geografica e forma. Da una parte, Genova, apparentemente distante dalla Svizzera; dall’altra l’abbandono di storie a una sola pista narrativa giungendo a un romanzo a più corsie, dove si presentano cinque episodi famigliari ben distinti. La scrittrice, secondo il proprio stile caratterizzato da ritmicità di date, di ore e d’effetti temporali, condensa la trama delle storie in sei giorni, dal 10 al 15 agosto 2018, giorni d’attesa per l’arrivo di Ferragosto, giorni di partenze per vacanze o di pranzi di famiglia per gli italiani.

Nel 2018 il Ferragosto è stato vissuto con una grande dose d’angoscia e smarrimento, a causa del crollo del viadotto del Polcevera il 14 agosto, una tragedia che ha fatto il giro del mondo e ha scosso una città intera. E quell’evento ha colpito anche l’autrice valposchiavina che in quei giorni si trovava a Verbania ed era pronta ad affrontare un viaggio. Il pensiero di percorrere su un’automobile quel ponte, in quell’istante, è passato per la sua testa, lasciando quei soprassalti nella psiche e nella memoria che poi hanno generato le scorie adatte a scrivere quest’opera letteraria. In questo romanzo sono raccontate relazioni famigliari e sentimentali, i piccoli drammi quotidiani di Genova e di una nazione, quella italiana; emblematico è il desiderio di evadere in Germania da parte di Luca, imbianchino che non sente più il motivo di rimanere nel Belpaese. Scopriamo inoltre il perfezionista Dante che vuole plasmare la figlia a sua somiglianza, Sandy alle prese con una madre depressa, Marisa e l’amore verso il proprio gatto malato, la vacanza di Dario in Svizzera per stare del tempo con la figlia.

Sono situazioni ormai comuni nei nuclei famigliari più o meno barcollanti o frammentati della nostra società, che il romanzo all’italiana (o il cinema italiano) d’inizio millennio ha assorbito ed elaborato, con i motivi ricorrenti del dramma delle separazioni, dei tradimenti, dei litigi, della contesa dei figli, e con i personaggi che si trovano di fronte allo scacco della propria identità, a muoversi fra ruoli sociali e famigliari e libertà personali, tra legami affettivi costruiti negli anni e pulsioni contrastanti. Come onde di passaggio suggerisce di pagina in pagina una verticalità. Si guarda spesso il cielo, gli occhi rivolti verso l’alto colgono il volo dei gabbiani e soprattutto la possente e costante presenza del ponte Morandi, solido monumento apparentemente eterno di Genova. Questa verticalità della vita che metafisicamente si glorifica salendo, affonda però con il crollo del viadotto, ed emblematica di questa caduta è la scena che chiude l’opera. Lo sguardo di Franco, amico di Marisa, guarda dal balcone verso il basso il risultato drammatico di questa caduta: «avrà gli occhi posati su coloro che da ieri sostano accanto al cancello, in attesa di sapere se le mura che hanno davanti contengano il corpo di chi hanno amato e stanno cercando».

Nulla è veramente fermo e facile da afferrare in quest’opera. La copertina ci mostra un nuvolone ambiguo, che potrebbe stare a significare la formazione di un cumulonembo oppure di una nuvola di polvere che si alza da un crollo. Eppure, anche il titolo Come onde di passaggio, con quella metafisica della parola presa in prestito da Franco Battiato, richiama sia la prossimità di Genova con il mare, ma soprattutto dà il là a concetti esistenzialisti e filosofici della presenza sulla terra di vite umane. Emerge inoltre il riferimento letterario di Dino Campana, poeta visionario e “cantore orfico” amante delle sinestesie, citato esplicitamente nell’opera, in quel passaggio dove «Ombre di viaggiatori / vanno per la Superba / Terribili e grotteschi come i ciechi». La Genova, sospesa e sognante di Campana, sembra per Begoña Feijoó Fariña un modello narrativo e strutturale per rappresentare il concetto di molteplicità, avanzata quarant’anni or sono da Italo Calvino, ligure illustre, nelle Lezioni americane. La città in effetti è la rappresentazione moderna e post-moderna della complessità sotto vari aspetti, per esempio dalla vita sociale e multiculturale alla varietà architettonica. Così sembra valere anche in quest’opera.

Mediante una metafora, possiamo avvicinare la complessità rappresentata all’arte del tessere, in cui la città è il telaio, le vite delle persone sono i fili, il risultato è una tela che cambia, che ogni giorno si fa e si disfa, si genera e distrugge secondo infinite logiche, e insomma si esprime e si vivifica nel suo fermento, come sembra sottolineare il discorso finale di Marisa:

Che vuoi che interessi alla città? La città non esiste. La città siamo noi. Tu e io. Le puttane e le gran signore con la pelliccia. E abbiamo tutti noi i nostri guai. Ci conviviamo, fingiamo che siano passati e poi un bel giorno scopriamo che sono passati davvero. Quindi passerà anche questa. Non è giusto, ma passerà. Rimarrà una cicatrice, faranno un monumento, forse qualcuno chiederà scusa, senza credere davvero di doverlo fare, e poi avanti! La città andrà avanti! Non possiamo farci niente, Franco. Solo vivere. Possiamo solo vivere.

Infine, merita una considerazione la struttura del romanzo che pone alla luce una composizione di tipo musicale. In Come onde di passaggio emerge infatti il “crescendo emotivo”: s’inizia dal 10 agosto, quando si presentano le vite nella loro normalità in una specie di caos calmo, arrivando al pathos e alle emozioni lancinanti del 14 agosto, in cui questi percorsi di vita fino ad allora separati (o quasi) s’intrecciano in una sorta di sentimento comune e comunitario nel vivere la tragedia di una città. Quasi come il conto alla rovescia di una bomba a orologeria, attraverso la ritmicità di brevi momenti alternati e in sequenza rapida, la scrittrice lancia il lettore in una spirale ad alta tensione e mozzafiato, fino alla caduta a terra di un’intera città sconvolta.

La polifonia è un altro aspetto da far notare. Nella letteratura troviamo romanzi che adottano nella loro forma strutture musicali; si prendano come esempio alcune opere di Milan Kundera o – più vicino al mondo grigionitaliano – di Filippo Tuena che si basano sulla fuga musicale, o rispettivamente sulle variazioni rispetto a un tema. Nel romanzo analizzato ci troviamo di fronte a un romanzo polifonico, con cinque melodie di vita che confluiscono in un vortice sonoro nel momento della tragedia. Le linee melodiche s’uniscono diventando il grande grido di dolore di una collettività.


Rispondi