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Janet Frame
Parleranno le tempeste
Poesie scelte

15×21 cm, 96 pp, Euro 18,00, ISBN 978-88-97308-39-3, GCE/POESIA1

Cura e traduzione di Francesca Benocci ed Eleonora Bello

53 poesie selezionate dalla vasta produzione di Janet Frame dalle traduttrici Francesca Benocci ed Eleonora Bello.

Un ringraziamento a Creative New Zeland per il sostegno al libro.

Breve biografia

Janet Frame (Dunedin 1924–2004), è stata una tra le più importanti scrittrici neozelandesi, candidata per due volte al Premio Nobel per la letteratura.
Nel 1990 esce nelle sale il film “Un angelo alla mia tavola”, per la regia di Jane Campion, tratto dall’omonimo libro della Frame. La pellicola ha ricevuto il Leone d’argento alla 47ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Oltre a Un angelo alla mia tavola, sono stati pubblicati in italiano i romanzi Gridano i gufi, Volti nell’acqua e Verso un’altra estate.


Candidata due volte al premio Nobel, l’ultima nel 2003, la scrittrice neozelandese Janet Frame è soprattutto nota per il film di Jane Campion Un angelo alla mia tavola tratto dalla biografia omonima. Nata in una famiglia indigente riesce a diplomarsi come insegnante ma è successivamente bollata come non “normale” e non idonea all’insegnamento. Diagnosticata schizofrenica, viene internata per otto anni in manicomio dove è sottoposta a 200 elettro-shock e minacciata di lobotomia. A darle forza e libertà sarà la scrittura ed i riconoscimenti che il mondo letterario inizia a tributarle arrivando ad essere tradotta in tutto il mondo. Non così per le sue poesie, amatissime ma raramente tradotte. Parleranno le tempeste è la prima antologia a vedere la luce in lingua italiana e unisce i due libri che l’autrice ha pubblicato di cui uno – su imposizione dell’autrice – apparso dopo la sua morte. Poesia come testamento di vita, di ironia e dolore, di immaginazione, empatia e saggezza. Una voce unica.


Traduttrici e curatrici

Francesca Benocci
Nata a Sinalunga, in provincia di Siena, il 17 maggio 1985. Dopo infinite peripezie geografiche e un corso di studi in medicina messo prematuramente da parte, approda alla facoltà di Lettere e Filosofia di Siena. Si iscrive al corso di laurea in “Lingue, letterature e culture straniere” laureandosi nel 2010 in inglese e russo. Scrive una tesi che ha come oggetto la “comparazione” tra due traduzioni italiane di uno stesso testo in inglese.
Ha completato, sempre presso l’Università di Siena, un master in traduzione ed editing di testi letterari e ho iniziato un dottorato in Translation Studies alla Victoria University of Wellington, in Nuova Zelanda.

Eleonora Bello
(1985) ha conseguito  una laurea triennale in Lingue e Letterature straniere presso l’Università degli Studi di Milano dove ottiene anche il Master di primo livello PROMOITALS (Didattica dell’Italiano come lingua seconda e straniera). Successivamente ottiene il Master di secondo livello all’Université de Franche-Comté (Besançon, Francia) in Letteratura e Cultura Italiana. Ha insegnato italiano come lingua straniera a Milano, Città del Messico e Besançon.


GCE/POESIA – Collana diretta da Fabiano Alborghetti


Dalla quarta di copertina

Non è mai troppo tardi per scoprire e conoscere un poeta di valore: Janet Frame lo è e questo volume lo dimostra – anche senza i testi originali a fronte, le traduzioni fanno fede. Chi la conosce già come autore di racconti e romanzi di assoluta precisione e potenza linguistica, specchio di quella conoscenza della psiche e del comportamento umano di cui solo i grandi scrittori sono capaci di dare testimonianza, ne scoprirà qui la voce lirica: cristallina nella sua neozelandesità, coinvolgente nella sua universalità.

Marco Sonzogni
Victoria University of Wellington


Estratti dall’introduzione di Pamela Gordon (Janet Frame Literary Trust)

“Tutti pensano che farò l’insegnante, ma io farò la poetessa” scriveva l’autrice neozelandese Janet Frame nei suoi diari d’adolescente. E questo libro in traduzione italiana di sue poesie scelte che state sfogliando, ne è la dimostrazione. Al giorno d’oggi l’ambizione di diventare poetesse potrebbe non sembrare particolarmente audace, ma per Janet Frame le prospettive erano tutt’altro che rosee.

Nata nel 1924 nella cittadina neozelandese di Dunedin, Frame crebbe durante gli anni della Grande Depressione in una famiglia con grosse difficoltà economiche per la quale persino la professione di insegnante rappresentava un inarrivabile apice di successo. In quel periodo storico il massimo a cui una donna potesse aspirare, in quanto a risultati letterari, era portare avanti un hobby col supporto economico di un marito borghese.

La giovane Janet Frame era una studentessa brillante e acuta che otteneva risultati scolastici eccellenti e vinceva premi con poesie e saggi. Le sue poesie di scolara vennero spesso pubblicate su giornali e trasmesse in radio durante programmi per bambini. Era, pertanto, la candidata perfetta per le scuole magistrali, nonostante il suo desiderio segreto di dedicare la vita alla scrittura. Si diplomò come insegnante senza intoppi ma alla fine del settembre 1945, durante il primo anno d’insegnamento, l’insistenza del desiderio di scrivere divenne insostenibile. Il ministero dell’istruzione si rifiutò di concederle di ritirarsi prima della fine di quell’anno scolastico e allora Frame lasciò l’insegnamento di punto in bianco. “È stato il momento più bello della mia vita” dirà anni dopo in un’intervista. Da quel momento in poi restò ferma sul suo obiettivo.

Nel 1990 Un angelo alla mia tavola è stato adattato per il grande schermo da Jane Campion e la storia della giovane Janet Frame (l’autobiografia tratta solo la prima metà della sua vita) ha attratto un pubblico internazionale ancora più vasto di quanto non avessero fatto i suoi celebri libri di prosa. In Nuova Zelanda, Frame divenne un’icona molto amata anche da coloro che non avevano mai letto gli scritti che l’avevano resa celebre. Le sue opere, tradotte dall’inizio degli anni ’60 in numerose lingue europee (olandese, francese, tedesco, italiano e spagnolo) hanno poi avuto una diffusione ancora più capillare.
Ma dov’era la poesia? Che ne era stato della poetessa? Una risposta è che la poesia di Frame era “nascosta in bella vista” nelle sue opere di prosa, come fa notare la docente universitaria Gina Mercer:

Uno dei confini più inamovibili e invalicabili in letteratura è quello fra prosa e poesia, eppure Janet Frame attraversa ripetutamente questo confine, scrivendo prosa poetica ed includendo interi capitoli di poesia nelle sue ricerche romanzesche.

Insieme alle poesie disseminate nei romanzi, alcuni dei racconti brevi di Frame possono essere definiti “poesia in prosa”, come il poeta e scrittore neozelandese Bill Manhire ha riconosciuto includendo il racconto A Note on the Russian War (‘Una nota sulla guerra di Russia’) tratto da La laguna e altre storie nella sua antologia 121 New Zealand Poems (2005). Forse questo tipo di attenzione alla natura poetica della prosa di Frame ha contribuito a far passare in secondo piano come lei avesse sempre prodotto anche poesia. Di tanto in tanto pubblicava poesie su rivista, ma confrontate con la sua reputazione di scrittrice di prosa sembra che queste pubblicazioni sporadiche siano state trascurate. È però da notare che ogni volta che Frame parlava in pubblico, cosa che fece molto più di quanto testimonianze disinformate sulla sua vita lascino supporre, recitava quasi sempre molte delle sue poesie, per la gioia dei presenti.

Nonostante il successo commerciale, Frame non pubblicò mai una seconda raccolta di poesie. Perché no? Credo che le ragioni siano complesse e che non vi sia un’unica risposta. I molteplici fattori includono la necessità di guadagnarsi da vivere, il che significava accondiscendere ai desideri dei suoi agenti ed editori producendo prosa, che era più vendibile. Io stessa ho subito questo tipo di pressione nel mio ruolo di esecutrice letteraria in possesso dei suoi manoscritti inediti di prosa e poesia. Ho dovuto essere estremamente salda nel mio intento di vedere il volume postumo di poesie The Goose Bath pubblicato per primo, così come espressamente richiesto da mia zia. Frame evitava di farsi mettere sotto esame e riceveva controvoglia le adulazioni, il che la portò a considerare la pubblicazione postuma come parte della propria carriera, esattamente com’era stato anche per molti dei poeti che stimava, una fra tutti Emily Dickinson. Quando tentai di persuaderla a pubblicare il volume di poesie prima di morire, così che avrebbe potuto ricevere il dovuto riconoscimento, lei mi rispose “Non ho bisogno che nessuno mi dica che il mio lavoro è buono. Fallo dopo che sarò morta.” Bisognerebbe anche accennare che l’invidia maschile è una delle ragioni del tentativo di reprimere la vocazione di Frame per la poesia. Il suo nome è apparso all’apice dell’influenza dei cosiddetti ‘mid-century misogynists’ (letteralmente, ‘misogini di metà secolo’) e la Nuova Zelanda aveva più guardiani sessisti del necessario, ansiosi di dispensare stroncature a chiunque non fosse un membro del buon vecchio circolo dei maschietti. Molti studiosi di Frame hanno identificato nella disapprovazione patriarcale uno dei fattori che ne hanno intralciato il percorso professionale, ma questa motivazione deve ancora essere accettata definitivamente dalle narrative dominanti, quando si affronta la figura di Frame.

The Goose Bath, da subito, è diventato un bestseller e si è anche aggiudicato il premio come miglior libro di poesie del 2006 in Nuova Zelanda. Le raccolte poetiche di Frame hanno raggiunto un pubblico che supera i lettori abituali di poesia. Nonostante la popolarità della sua poesia e il fatto che fosse stata inclusa in tutte le più importanti antologie neozelandesi della fine del ventesimo secolo, il suo status di poetessa affermata è stato però sminuito dai circoli poetici in patria. Un esempio: nel contributo sulla poesia neozelandese compilato per l’enciclopedia ufficiale governativa Te Ara Encyclopedia nel 2014, Frame non è citata tra le voci poetiche più importanti della nazione. Interrogato su questa decisione, lo storico Jock Phillips ha risposto che Janet Frame non era considerata dall’autore della voce, tale John Newton, e dal comitato editoriale di Te Ara “di particolare influenza o valore come poetessa (diversamente dal suo ruolo di autrice di prosa)” e pertanto non si era guadagnata la menzione nell’articolo. Che dire? A ben vedere i fatti non supportano la loro decisione: i due volumi di poesia di Frame, tenuti in grande considerazione, sono entrambi dei campioni nelle vendite e vincitori di molteplici premi. Il vasto corpus di poesie che appare nei suoi romanzi, aggiunto alle sue numerose altre poesie edite ma non raccolte in volume con in più le centinaia che si trovano nelle sue due raccolte, dà una somma totale di poesie pubblicate degna di rivaleggiare con l’opera della maggior parte dei poeti noti che perseguono le proprie carriere in modo convenzionale, pubblicando serie di volumetti e, mi permetto, frequentando i circoli giusti.

Nel 2014 Iolanda Cozzone, nella sua tesi di dottorato, ha fatto notare come la poesia di Janet Frame fosse stata “completamente trascurata dal mercato italiano e internazionale.” Al tempo non esisteva alcun volume di traduzioni poetiche di Frame in nessuna lingua, sebbene poesie sparse fossero state tradotte in ceco, francese, giapponese, italiano, portoghese, russo, spagnolo, tedesco e altre ancora per antologie e blog. Nella sua tesi Perspectives on the Translation of Janet Frame’s Verse into Italian (Prospettive sulla traduzione della poesia di Janet Frame in italiano) Cozzone ha rintracciato la causa della “attuale mancanza d’interesse per la poesia di Frame” nelle inesattezze contenute nelle prime biografie e nelle prospettive analitiche sull’autrice basate sul mito:

Forse in parte a causa di questa tendenza ad approcciarsi a lei e al suo lavoro in modo disinformato, i critici e gli studiosi hanno negato a Frame il suo ruolo di poetessa.

Fortunatamente la storia non si conclude qui. Cozzone non è stata l’unica a identificare e affrontare l’esiguità della traduzione della poesia di Frame. Proprio mentre Frame veniva tralasciata come poetessa dai passati burocrati della letteratura neozelandese, varie traduzioni di sue poesie erano altrove in fieri.

Parleranno le tempeste, è la terza edizione di poesie scelte in traduzione a vedere la luce in tre anni.

Bisogna essere grati a quei traduttori ed editori che apprezzano il valore dell’immaginazione poetica di Janet Frame e si impegnano a restituire la sua voce unica, le sue intuizioni e osservazioni puntuali, la sua saggezza e la sua empatia, il suo impiego fluido di parole e ritmo, i suoi giochi di parole e le sue allusioni, le sue metafore sorprendenti, il suo umorismo e la sua malizia in una lingua nuova per la gioia di un nuovo pubblico. Buona lettura!


Nota delle traduttrici

Janet Frame (1924–2004) è un’autrice nota soprattutto per la prosa e meno per la sua poesia. In particolare – verosimilmente anche per il pubblico italiano – sono i suoi discussi trascorsi psichiatrici ad averne quasi irrimediabilmente condizionato fama e analisi dell’opera. Nonostante le distorsioni e le allusioni di parte della critica, non ci è sembrato che Frame assecondasse in alcun modo – a ben guardare gli scritti editi – quell’approfondimento personale da parte di pubblico o critica che spesso si genera attorno ad una personalità letteraria dalla biografia controversa e discussa. Frame, come illustrato anche dall’introduzione della nipote Pamela Gordon, non solo non riteneva che la sua vita privata dovesse ricevere attenzione alcuna, ma era anche piuttosto infastidita dall’accanimento biografico che allontanava l’attenzione dalle opere. Janet Frame era una donna intelligente, sensibile e riservata, il cui unico vero interesse, senza dubbio legittimo, era quello di scrivere e ricevere responsi critici a ciò che aveva scritto, analogamente a ogni altro scrittore mai esistito.
Pertanto, che parte della trascurata poesia di Frame possa essere frutto o espressione dell’esperienza del ricovero poco interessa. Quello che salta agli occhi – e che più importa – è invece l’abilità di Frame nel provocare sentimenti presenti e concreti in chi legge: la sua analisi cristallina, il suo talento nel dissezionare i più complessi sentimenti umani, il nascosto, il non detto, tanto quanto la sua capacità di trascendere colpa e vergogna nel resoconto delle passioni del mondo. Il lettore della poesia di Frame, sebbene si trovi spesso di fronte a temi complessi e profondi, troverà che la voce dell’autrice rende accessibile in modo estremamente semplice anche il più complesso degli stati d’animo. Si pensi, per esempio, alla poesia I suicidi: Frame esamina un tema di complessità inenarrabile, porgendocelo come fosse il più semplice e comune di tutti e lasciandoci, alla fine, con la piena consapevolezza di averne sempre conosciuto l’intima natura.

In qualità di traduttrici ci siamo quindi trovate di fronte a una varietà e profondità di temi ed esercizi stilistici che ci ha messe in difficoltà: a volte per la composta semplicità di presentazione, a volte per la molteplicità del contenuto, e in altre occasioni, più banalmente, per alcune difficoltà linguistiche legate alla struttura stessa delle poesie. La complessità maggiore è stata però, a ben vedere, la fase di selezione delle poesie da tradurre dalle due raccolte pubblicate, The Pocket Mirror (1967) e The Goose Bath (2006). Come spesso si legge nelle introduzioni ad antologie o raccolte di poesie scelte, un primo passo importante è quello di identificare i criteri d’inclusione (o esclusione) sebbene, alla fine, conti molto anche il gusto personale dell’antologista. Consapevoli che certamente le nostre preferenze abbiano influito, abbiamo cercato di proporre in traduzione un corpus di testi che rispettasse il messaggio e la voce della poetessa. Non potendo tradurre l’opera completa, la scelta è stata il privilegiare quanto più possibile i temi a lei cari e universalmente condivisibili, tralasciando invece quei versi legati in modo particolare a scenari strettamente neozelandesi – esempio principe è il gran numero di poesie sull’arrivo e la vita nella città di Dunedin. Questa decisione non è stata, come si potrebbe supporre, compiuta con intento addomesticante o nel timore che i riferimenti venissero perduti dal pubblico italiano (benché la questione sia stata oggetto di dibattito), ma prevalentemente una scelta dettata dalla necessità di privilegiare i sentimenti dell’autrice verso i propri luoghi.
Abbiamo quindi optato per poesie che contenessero quelle costanti individuate nella poesia di Frame: i temi della morte, della separazione e della partenza, siano essi in poesie per amici scomparsi o per la sua gatta Neggy, ma anche quelli dell’appartenenza, del ritorno e del dislocamento. Ulteriore costante è la presenza di elementi naturali e di panorami allegorici che, grazie a similitudini naturalistiche, aiutano il lettore ad afferrare gli impalpabili stati d’animo descritti; il tema della memoria e quello dell’impermanenza; le relazioni familiari, il ricordo e gli “effetti personali”. Tuttavia il tema, o meglio lo strumento metaforico, ricorrente nella poesia di Frame è indubbiamente l’opposizione buio/luce: la qualità positiva intrinseca della luce, che s’insinua salvifica negli anfratti oscuri della paura, negli angoli bui della memoria, la luce che ci sfugge e talvolta persino deride, eppure che mai ci abbandona, nemmeno di notte, sopravvivendo in lucciole e lampioni; e il buio, la presenza minacciosa; non tanto sintomo di paura irrazionale, ma consapevolezza d’essere in qualche modo, in quanto esseri umani, destinati all’incomprensione e all’errore, alla trascuratezza e in ultimo, alla solitudine. Opposizione buio/luce che si lega intimamente al tema ricorrente della vista e della cecità. Il tutto è filtrato e amplificato dall’occhio “microscopico” dell’autrice, che ci conduce attraverso un’analisi chiara e illuminante delle contraddizioni umane e del senso della vita, lasciandoci con la netta sensazione, una volta lette le sue poesie, di sapere più su noi stessi di quanto non sapessimo prima.
Tralasciando parzialmente le tematiche e concentrando l’attenzione su esempi più eminentemente linguistici, ci siamo anche cimentate – e molto divertite – nella traduzione di arguzie poetiche. Le più eclatanti delle quali sono senza dubbio Istruzioni per il bombardamento col napalm, Napalm, Storia, Ho visto un uomo, Le pulci sono pulci e Poesia della vista. Qui la licenza traduttiva ha percorso molte delle nostre scelte, dettate prevalentemente dalla volontà di rispettare la natura giocosa ed evidentemente “artificiale” dei testi: in Istruzioni per il bombardamento col napalm e Napalm, ad esempio, le allitterazioni continue e il gioco di simil-anagrammi tra alcune parole sono evidentemente alla base dello sforzo/gioco poetico e vanno pertanto preservati, pur non perdendo di vista la posizione pacifista suggerita, che non è stata pertanto sacrificata al suono. La più complessa è stata forse Poesia della vista, che è anche quella che più si discosta, in modo creativo, dall’originale: ci abbiamo lavorato insieme, contemporaneamente e, dizionario alla mano, giocando anche noi come fu per Frame, su prefissi e significati e cercando il più possibile di mantenere la leggerezza e la polisemia dell’inglese.

L’esperienza di tradurre la poesia di Frame è stata complessa, divertente, emotivamente onerosa, illuminante, e un’occasione per navigare le profondità della ragione umana. Crediamo che l’aver affrontato quest’esperienza in due sia stato ciò che ci ha consentito di conseguire il risultato sperato e di emergere incolumi, seppur cambiate, in questa rinnovata quiete dopo le tempeste.

Eleonora Bello
Francesca Benocci


 

RECENSIONI

 

© L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE, n. 11, 2018 – Anno XXXV

Una scala con un solo piolo
Recensione di Paola Della Valle, ricercatrice di letteratura inglese all’Università di Torino

Janet Frame
PARLERANNO LE TEMPESTE. Poesie scelte
trad. dall’inglese e cura di Eleonora Bello e Francesca Benocci
introd. di Pamela Gordon
pp. 91, € 18
Capelli, Mendrisio (Svizzera) 2018

Janet Frame, a tutt’oggi la più nota scrittrice neozelandese scomparsa nel 2004, ha raggiunto la fama internazionale grazie a numerosi romanzi e racconti, pluripremiati e tradotti in diverse lingue. Un genere minore nella sua produzione letteraria sembra invece essere stata la poesia ma, come sottolinea la nipote ed esecutrice letteraria Pamela Gordon nel saggio introduttivo alla raccolta essa era “nascosta in bella vista” in tutte le sue opere. Altamente poetica ed immaginifica è infatti la prosa di Frame, che include spesso degli interi capitoli di poesia.
Oltre ad alcuni dei racconti brevi che possono essere definiti “poesia in prosa” e ai componimenti disseminati nei romanzi, Frame ha prodotto numerose poesie singole, pubblicate su riviste in occasioni speciali o in antologie, e una sola raccolta poetica in vita, The Pocket Mirror (1967), seguita dal volume postumo The Goose Bath (2006). Da queste due opere hanno attinto le traduttrici per comporre quella che è la prima silloge poetica dell’autrice in traduzione italiana. Nella nota che accompagna il testo, Bello e Benocci spiegano i criteri di inclusione o esclusione adottati, tra i quali quello di privilegiare i temi più cari alla Frame e “universalmente condivisibili”, tralasciando invece i versi più legati a specifici scenari neozelandesi: in particolare, i temi della morte, della separazione e della partenza, ma anche quelli dell’appartenenza, del ritorno e del dislocamento.
Altra costante è la presenza di elementi naturali e panorami allegorici utilizzati per rappresentare impalpabili stati d’animo e concetti complessi, o convogliare messaggi profondi. Ne è un esempio la poesia che dà il titolo alla raccolta Parleranno le tempeste che, attraverso l’immagine dei resti lasciati sulla spiaggia dai marosi e dal vento, affronta il tema della memoria e della impermanenza, e degli effetti personali che ci portiamo dentro o perdiamo per sempre. Anche nella poesia I ghiaccioli l’ineluttabile destino umano sembra evocato dal rigore dei ghiaccioli, con “i loro cuori duri” che “non cederanno mai”, e dal loro necessario sciogliersi, nel pomeriggio, in “lacrime innate” in cerca di identità. In Pregiudizio l’idea del preconcetto è evocata dall’acqua sporca di una vasca o di un mare sudicio, dove qualcuno dovrà “pulire i segni della schiuma dalla costa / e con un ingrediente segreto (come la verità) / dissolvere i detriti di vecchie ossa affogate”. E all’interno della poesia I suicidi Frame tenta di “accedere / alla disperazione che hanno provato loro / e siccome è difficile dobbiamo entrare forzando / la serratura se necessario non avendo noi la chiave”.

Notevole è l’impegno delle traduttrici nel rendere l’invenzione verbale della Frame, le sue “arguzie poetiche”, la natura giocosa ed artificiale di alcune sue composizioni ricche di simil-anagrammi, vocaboli polisemici e allitterazioni. Come in Napalm, dove la posizione pacifista dell’autrice aleggia grazie al gioco poetico di suoni che fa implodere, decostruendolo, il crudo significato letterale del titolo. Altro tema privilegiato è l’opposizione luce/buio, la qualità positiva e salvifica della luce, che mai ci abbandona anche nella notte sopravvivendo in lucciole e lampioni, e il buio concepito non tanto come paura irrazionale ma consapevolezza della fragilità umana.

Frame aveva inoltre la capacità di cogliere lo straordinario nelle cose di ogni giorno, una virtù che i poeti romantici avrebbero apprezzato. La troviamo nel ritratto delle pulci che “non sono affatto dolci” e “mordono / in posti ben sconvenienti / ma alla pulce piace” e in Sgomberare l’immobile, dove l’autrice lamenta di non saper parlare al mobilio della madre morta per intimargli di lasciare i luoghi da sempre abitati. Pur non avendo il testo originale a fronte, si percepisce la complessità di ogni componimento e il grande lavoro di scavo nell’essenza del testo e di ricostruzione per rendere una molteplicità di livelli: semantico, linguistico, culturale e fonetico. Ed è forse nella poesia Il poeta che Frame esprime l’essenza di quest’arte: “Il poeta respira con un polmone solo / sale una scala con un solo piolo / spara alle stelle senza un’arma alla mano”. Come ricorda la nipote Pamela nell’introduzione, Janet Frame scrisse nei suoi diari d’adolescente: “Tutti pensano che farò l’insegnante, ma io farò la poetessa”. Per quanto tutta la sua scrittura abbia la qualità della poesia, questo libro è un’ulteriore dimostrazione che il suo sogno si è avverato.

Link: L’indice dei libri del mese


© http://www.cittadelmonte.it – 9.01.2018

La liquida oscurità di Janet Frame
di Andrea Galgano

Janet Frame[1] (1924-2004), una delle più note scrittrici neozelandesi, due volte candidata al Nobel, apparta la parola per farla sfolgorare, addensa l’orlo delle cose per sfiorare i contorni, rivelando le smagliature e le fioriture dell’essere, come ceselli di luce e ferita, pervadendo l’ombra e la vertigine come immersione e risoluto affioramento.

Grazie all’editore Gabriele Capelli e alla curatela e traduzione di Francesca Benocci ed Eleonora Bello, per la collana di poesia diretta da Fabiano Alborghetti, è stata pubblicata l’antologia, Parleranno le tempeste[2], con l’introduzione di Pamela Gordon (Janet Frame Literary Trust), che raccoglie cinquantatrè testi della scrittrice neozelandese, tratti da The Pocket Mirror (1967) e The Goose Bath, raccolta postuma del 2006 e ci restituisce, finalmente, una primordiale e remota bellezza.

Nata nel 1924 a Dunedin negli anni della Grande Depressione, in condizioni di estreme difficoltà economiche, sin da piccola, si rivelò brillante nei successi scolastici ma palesò anche un’estrema timidezza e una spiccata sensibilità.

Riuscì a diplomarsi come insegnante, ma poi successivamente, nel 1945, non fu considerata idonea all’insegnamento. Le venne fatta una diagnosi di schizofrenia e fu internata per otto anni in manicomio, e sottoposta a duecento trattamenti di elettroshock, rischiando la lobotomia, da cui si salvò grazie anche alla pubblicazione dei suoi romanzi e dei suoi racconti, tra cui La laguna e altre storie, Gridano i gufi, Volti nell’acqua.

Membro onorario nel 1986 della American of Arts and Letters, per la «potente indagine della coscienza umana e della sua collocazione nel mondo», nel 1993 ricevette, in Italia, anche il premio Brancati.

Nel 1990, Un angelo alla mia tavola, considerata una delle migliori autobiografie del ventesimo secolo, raccoglie tutti i segni vivi della sua cifra esistenziale, che è esplosione imprevedibile di immagine e curva abissale: dall’infanzia trascorsa a Dunedin, alla povertà degli anni della Depressione, dall’obesità infantile fino alla fatale morte della sorella Myrtle, e poi l’orrore dell’ospedale psichiatrico, la fuga, il tentativo di suicidio e la compagnia dei suoi poeti e scrittori amati, che saranno il suo eveniente splendore: Shakespeare, Shelley, Keats, Dylan Thomas, T.S. Eliot, W. A. Auden.

La regista Jane Campion decise di adattare per il grande schermo, la prima parte della sua storia, vincendo il Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia.

La poesia di Janet Frame, che consta di centosettanta componimenti, sembra quasi nascondersi o appartarsi nelle pagine di narrativa, salvo poi rivelarsi come un’immagine imperitura, attraversando il confine e la sua ricerca disseminata, che disseziona «i più complessi sentimenti umani, il nascosto, il non detto» e «la sua capacità di trascendere colpa e vergogna nel resoconto delle passioni del mondo[3]», come segno e taglio.

Ed ecco che la scrittura diviene l’esatta contusione della propria illuminazione, la circostanza che incontra la sedimentazione violenta e caduca del nostro essere, l’impermanenza, la lacerata attestazione di ciglia.

Il dolore costella e attornia la nostra sfumatura di sole nel radicale tremore che ferma l’esser-ci («il penny cesellato della luce / che la nascita gli ha messo in mano»):

Le persone, scaldate fino alla fragilità / e immerse in acqua fredda, si spaccano. / Non sorriderò più. Latte, panni, spazzatura. / Persone gentili, sorrisi gentili. / Non c’è tempo per questo pasto lento del tardo pomeriggio. / Latte, panni, spazzatura. / Sì, sì grazie, non sorriderò più. / Sono venuta qui a scrivere storie e poesie, / non a preparare il croccante. / Arriva il buio, col sole ormai calato / su latte, panni, spazzatura. / Non sorriderò più. / Sono venuta qui per scrivere. / Severa, immersa, sana di mente, / rimesterò le sillabe / nella padella in dotazione; / dormirò sul materasso a molle, / girerò la chiave, / pagherò l’affitto, / stenderò protezioni di giornale, / spazzolerò la moquette da spazzolare, / ma sarò torva, niente sorrisi, mai più, mai più, / (latte, panni, spazzatura) / mentre scrivo le mie storie laggiù laggiù / nelle grotte di pietra del loro fondale. (Un proposito).

Centellinando la sua sporadica rivelazione, il gesto poetico risulta essere come il frammento più puro e versatile, lo specchio da tasca, appunto, che segna l’assolutezza dell’umano, in ogni svelamento e scoperta.

Includendo, come scrive, Pamela Gordon, nell’introduzione:

«la necessità di guadagnarsi da vivere, il che significava accondiscendere ai desideri dei suoi agenti ed editori producendo prosa, che era più vendibile. […] Frame evitava di farsi mettere sotto esame e riceveva controvoglia le adulazioni, il che la portò a considerare la pubblicazione postuma come parte della propria carriera, esattamente com’era stato anche per molti dei poeti che stimava, una fra tutti Emily Dickinson. Quando tentai di persuaderla a pubblicare il volume di poesie prima di morire, così che avrebbe potuto ricevere il dovuto riconoscimento, lei mi rispose “Non ho bisogno che nessuno mi dica che il mio lavoro è buono. Fallo dopo che sarà morta”. Bisognerebbe anche accennare che l’invidia maschile è una delle ragioni del tentativo di reprimere la vocazione di Frame per la poesia. […] La diffidenza della stessa Frame nei confronti della propria poesia è spesso citata come ragione primaria dell’autocensura, ma io credo si tratti di un’esagerazione. Come molti dei neozelandesi della sua generazione, era una persona schiva»[4].

È un respiro speso e sospeso che si appropria del suono dell’ansia ripida, del battito sporco e degli occhi caduchi e ciechi: «Provati estate primavera autunno inverno, / datemi il grande freddo per sempre, / ghiaccioli su tetti muri finestre il sogno / marmoreo perpetuo integrale di un mondo e di persone ghiacciati / nella più nera delle notti, così nera da non riuscire a distinguere / il sogno perpetuo integrale marmoreo. / Gli occhi ciechi sono ora padroni di sé» (Canto).

Niccolò Lucarelli scrive: «La sua poesia è avvolta in una triste bellezza che attraversa tutto lo spettro della composita realtà dell’esistenza umana: l’amore, la solitudine, l’ebbrezza, lo smarrimento, la fragilità, la curiosità, le ombre. Poesia dolce-amara fra luci e ombre, cieli ora azzurri ora tempestosi, specchio di tormentate vicende personali[5]»: «Il posto in cui le galline impanate / vanno a farsi le uova della colazione, / friggendosi al sole le creste color pancetta / non c’è più. / Sai quel posto — / nel cespuglio di biancospino / accanto all’albero d’acacia / accanto alla ferrovia./ Non mi ricordo queste cose, / — loro si ricordano di me, / non bambina o donna ma come loro ultimo pretesto / per restare, per non morire del tutto». (Il posto).

Laddove il frammento è l’istantanea che rammaglia e recupera la memoria, come apice in divenire, Frame avverte la sentenza primordiale della realtà e la sua manchevolezza, il paradigma del patire non come succedaneo ma come sua propria dorsale.

È un limite che fiorisce e si dipana attraverso l’inamovibile sentiero dell’appartenenza a un orizzonte franto e raso di memoria e volto. Dinanzi alla macerata realtà, c’è sempre un punto che riluce, inaspettato e rivelato, oltre il dolore, lo sguardo logorato, le parole accumulate e l’esproprio della propria natura:

«[…] Caro clown piangente caro vecchio uomo infantile / caro assassino gentile caro colpevole innocente / cara semplicità ti odio per avermi fatto credere / che esistano tanti mondi per una sola verità quando / lo so, lo so che non è vero. Cara gente come me e te / che abbiamo aliti cattivi, che non ci svegliamo in tempo e ci rodiamo / il fegato e ci controlliamo finché / arriviamo a casa nelle stanze vuote o con la famiglia, / cara famiglia, caro uomo solo nel logoro mondo di nessuno, / è per questo spreco che abbiamo accumulato parole per / milioni di anni dal primo sospiro, gemito, / e guardiamo le stelle. Oh oh non si può dormire sotto un cielo tanto vasto!».

I residui di Frame non si aggrovigliano nella rabbia. Essi sono l’ampolla vivida non soltanto di una separazione dislocata che nel silenzio si ammanta di luce amata («Poi oltre la porta era solo silenzio. / Le gazze ladre tappavano il buco della serratura / attraverso cui rassicuranti becchi di luce avevano pizzicato briciole. / Un inverno che non ho mai conosciuto / ha sigillato le crepe con un male chiamato neve. / Cadeva così pura / dal nulla, in fiocchi accecanti. / oltre la porta era solo silenzio. / Io indugiavo nel mio rituale solitario»), ma rappresentano il solco di un suono antico ed errante, che nel silenzio e nell’oscurità, riporta in superficie la discreta limpidezza, che diviene magistrale proprio perché sofferta:

«Mio nipote che dorme in un seminterrato / ha messo un pannello di ferro fuori dalla finestra / per catturare il suono della pioggia sul tetto. / Io non gli dico, Il cuore consola da solo le sue pene. / Un pannello di ferro ripara solo i tetti. Tuttora illeso dalla pretesa / che cambiamento e differenza non si vedano mai, può ancora / riparare i danni ricreando l’amato suono della pioggia / che crede di aver udito nell’infanzia. / Non gli dico nemmeno, Nella vita errante della sconfitta / il ferro è un fardello, che un giorno dovrà trovare / dentro di sé nell’oscurità totale e nel silenzio / quel ferro che non solo porterà il suono perduto della pioggia / ma anche il sole, le voci dei morti, e tutto quello che è passato». (Pioggia sul tetto).

La sua fermentazione poetica, dunque, sorbisce lentamente la sua visio interior, palesando come la quotidianità sia il vertice puro di ciò che accade, poiché si confronta con i detriti, l’imbrattato fulgore profondo, il cielo percepito e non visto più.

E nella piccola vastità di Dunedin, dove i dettagli sono l’ampiezza di una sostenuta ritrosia, il duro ossimoro, la parola tranciata di buio, la germinazione che aspetta di nascere sua nascita vivono nell’inaccessibilità di una stanza di parole abbandonate (I suicidi):

Mille e mille volte al minuto / la luce dei lampioni per strada si spegne. / Ho escogitato un metodo per poterlo mostrare / a coloro per cui i fatti della luce sono un mistero. / Prendendo questo specchietto, catturi il riflesso / della fila di lampioni. Tieni fermo lo specchio. Così. / Le vedi quelle strisce nere che si alternano al giallo? / Sono barre di effettiva oscurità ad occhio nudo impercettibili. / Per disingannare la vista uno strumento accessorio come lo specchio è necessario. / I sensi umani non dicono la verità se possono farla franca con / bugie credibili. / Tigri a caccia? Catrame spalmato di burro? / Il Signor Buio / in palandrana militare? / Un gatto nero su un letto di formaggio? / Piume di cardellino? Argilla e cipressi? Un panino di Paradiso / e Inferno? / Bruchi che avvolgono il tratto di strada / nutrendosi di oscurità per diventare farfalle la mattina? / Che posso dire, se non quanto questo carico di bugie ti opprima? / Farfugli di polline al sole, ginepraio dolce / di tulipani neri; mi ripeti che sai / quando sei chiaramente ignorante dei fatti della luce / e che volutamente tale resterai. / Aspetta! Ridammi il mio specchietto. Se si rompe / non avrò più chiara la vista e sette anni di sfortuna. (Lo specchietto da borsa).

Dinanzi alla parola, Janet Frame percepisce la nudità della corale recitazione delle cose, laddove il richiamo sensoriale si afferma nel presagio della destinazione. I particolari sono intimità scolpite nel bisogno, si segmentano nella vivente lesione dei margini e degli inciampi: «Dormire sognando una sicurezza / svegliando un’onestà; / il giorno privo di penombra / la notte di raggiri. / A casa e per strada / il pane caldo, la pietra fredda, / l’ardente, la gelida semplicità / d’amore e odio uniti, / frontiera in necessaria / se l’uomo non avesse memoria».

Il poeta, allora, «respira con un polmone solo / sale una scala con un solo piolo / spara alle stelle senza arma alla mano».

Nelle opposizioni dure e rastremate di luce e buio, di ricordo perduto e riaffiorato, gli effetti personali divengono il primario ritaglio infranto, l’amore indistruttibile e la chiarezza sbiadita:

«la qualità positiva intrinseca della luce, che s’insinua salvifica negli anfratti oscuri della paura, negli angoli bui della memoria, la luce che ci sfugge e talvolta persino deride, eppure che mai ci abbandona, nemmeno di notte, sopravvivendo in lucciole e lampioni; e il buio, la presenza minacciosa; non tanto sintomo di paura irrazionale, ma consapevolezza d’essere in qualche modo, in quanto esseri umani, destinati all’incomprensione e all’errore, alla trascuratezza e in ultimo, alla solitudine. Opposizione buio/luce che si lega intimamente al tema ricorrente della vista e della cecità. Il tutto è filtrato e amplificato dall’occhio “microscopico” dell’autrice, che ci conduce attraverso un’analisi chiara e illuminante delle contraddizioni umane e del senso della vita, lasciandoci con la netta sensazione, una volta lette le sue poesie, di sapere più su noi stessi di quanto non sapessimo prima».

Roberto Galaverni afferma:

«Contrariamente a quanto le vicissitudini della vita potrebbero forse far supporre (i tanti anni d’internamento in manicomio per schizofrenia, i continui trattamenti di elettroshock), queste poesie colpiscono per la chiarezza, il controllo, la precisione con cui riescono a definire questo o quell’aspetto dell’animo, della psiche, del comportamento umano […] Dunque non si tratta soltanto di conoscenza del mondo interiore, di cui la scrittrice sicuramente dà prova (come nei romanzi, del resto), ma della capacità di metterlo a fuoco con esattezza e piena responsabilità, con una padronanza talora sorprendente delle configurazioni metaforiche, che sono costantemente intese a chiarire, a definire, a illuminare, in sostanza, a mettere direttamente gli occhi o il dito sulla cosa, anziché a sfumarla, a prolungarla al di là di se stessa o a sfuggirla».[6]

E aggiunge: «Le immagini e le metafore della Frame nascono al modo di constatazioni. […] Lo scenario che più spesso ritorna, diciamo pure il principale termine di misura della realtà impiegato dalla Frame, è però quella di uno scontro costante, quotidiano, tra la luce e il buio, tra «il gradito consiglio della luce» e «la nuda / grotta della notte[7]».

The Goose Bath (Il bagno dell’oca) è segnato dall’esperienza della fine, della scomparsa, in cui anche il voltare delle pagine mescola infanzia e maturità, come una fiaba lieve di terra o una stanza (altra ricorrenza topica che ritorna come un’ossessionata labilità).

Il tempo, l’ascolto, le gocce pesanti, i diluvi sono voragini di relazioni profonde con la fragilità e la durata, la trasformazione e il velamento. Nello scorcio minimo e origliato, Janet Frame manifesta la sua lotta («Eppure ho sentito / di insetti stecco e sagome / e letti a righe / nel cielo e file / di fiori incorporei / in bianco e nero / miseri come gli arcobaleni contro la pressione / e la purezza / del non-colore. / Devo continuare a lottare / con la testa gialla e rossa / dal profondo della fossa, io rimanendo a modo mio») e la sua indocile invisibilità, che è pena dischiusa di rose come chiodi:

«Sono invisibile. / Sono sempre stata invisibile / come la povertà in un paese ricco, / come i ricchi nelle stanze riservate delle loro case piene di stanze, / come le pulci, i pidocchi, come un’escrescenza sottoterra, / i mondi oltre il cielo, il vento, il tempo, le idee — / l’elenco dell’invisibilità è infinito, / e, dicono, non fa buona poesia. / Come le decisioni. / Come l’altrove. / Come gli istituti lontani dalla strada di nome Scenic Drive. / Basta similitudini. Sono invisibile. / In un mondo di gente dalla vista binoculare, in fondo sono / in maggioranza / poiché io e te camminiamo con vista a mezzaluna nelle nostre / personali oscurità / attraverso un mondo in cui le decisioni di essere e non-essere / sono controllate dalla luce / aiutata dalle lacrime e dal sonno dell’incuria o dalla morte. / Sono invisibile. / Gli amanti mi trapassano la vita per toccarsi, / la pioggia che mi cade attraverso scorre come sangue sulla terra. / Sono trasmessa come sapere nella testa di nessuno. / Do libertà ai danzatori, / al dire la verità. / È così. Non c’è nessuno qui che origli od osservi, / e io imparo più di quanto mi sia concesso sapere.

La sua domanda elementare si dispone in aria di luce, in un amore che disassa il portello dell’oscurità liquida, dove il bulbo del buio freme nelle ferite del sole serbato («Niente può toccarmi, dice Luce / intima con il mio occhio. / Ed io ci credo, / ci devo credere. / Mi appello alla luce perché faccia un rumore universale / di trionfo in sé stessa / perché noi ascoltiamo e diciamo / Ecco finalmente è arrivato il gradito consiglio della luce»), portando dentro se stessa un viaggio di ceneri, una veglia di foglie e promesse. Parleranno le tempeste di sconfitta e la vita salperà come un’oscura marea.

Pensiamo a Punti dalle idee:

«Punti dalle idee ballavamo doloranti / finché Tempo non arrivò / con il forcipe usato per le Nascite / e ci estrasse il pungiglione dalla testa. / Potete dormire ora, disse, non temete altri sciami; / dimenticando che da un pero all’altro / le api invisibili devono andare / con borse di dolore come lettere d’amore / e odiose previsioni di neve / sotto il ridicolo farsesco sole / dove tutti urlano o cadono / in preghiera o morti / e l’unico film comico / è la vecchiaia che annebbia la vista / e uno sciame d’api senza tetto in testa».

Irene Battaglini si sofferma così sui versi:

«Se lo scenario del mondo di Janet Frame è il volo di un’ape, così la sua intera vita sembra essere vissuta come un battito d’ali che non tende a concludersi, che resta come un sospiro asintotico, sospeso tra inferi ed estasi, senza poter mai riposare in un limbo di possibili ripensamenti, di rimpianti, di rielaborazioni. Quel che contraddistingue lo scenario poetico di Janet Frame non è tanto la paventata schizofrenia, che non sembra ottundere il suo desiderio di meraviglia, né compromettere il suo anelito di affetti e meno ancora offuscare la sua qualità poetica che tende ad assolutizzare il lemma nella sua adesione iper-metaforizzante, quanto la schizoidia della sua percezione del mondo, che non può essere definito sulla scorta di un rapporto buono tra le relazioni oggettuali e le istanze intrapsichiche, quanto invece da uno stile di pensiero che vuole dirimere il seno buono da quello meno buono, senza potervisi soffermare ad assaporarne la dolcezza, attraversato da una epistemofilia delegata tutta alla parola. La logica binaria della ragione diventa a questo punto separante, e così il mondo delle immagini evocate dalla parola–logos si oppone a quello delle emozioni, segnando uno iato che somiglia ad una vagina carsica scotomizzante, in cui il pericolo è inciampare rischiando di non poter far ritorno al Sé. Per questo l’ape diventa cuore di un organismo più vasto, lo sciame, e nello stesso tempo organello individuativo. Perché soltanto una genialità poetica così spiccata poteva tentare l’impossibile, fare della schizoidia un segno di devozione al sacro ordine della Coniunctio Oppositorum».[8]

La sua linea è il suo compasso: una pienezza che deve comporre e assaporare ogni distanza, vivere le tinture di luce e il vento affilato in punta d’oceano.

Così le parole passano sul significato del cielo, scambiando i sogni con il mondo remoto. In questo scarto di mondo avviene la distillata purezza di ciò che vive e il motivo per cui la scrittura sorge da un’impronta di nome: «Vocali girano come ruote: il cocchio è vuoto. / Alte consonanti ardenti illuminano la strada deserta. / Scartando il mondo, / scartando il mondo / dove pini ancora dicono sola, sospiro, serata, e rifiuto, / rifiuto, e i loro aghi di inganno mi cadono negli occhi, / ho cominciato a scrivere».

Frame J., Parleranno le tempeste. Poesie scelte, a cura e traduzioni di Francesca Benocci e Eleonora Bello, introduzione di Pamela Gordon, Gabriele Capelli Editore, Mendrisio 2017, pp. 96, Euro 18.

[1] Per una ricognizione dell’opera narrativa di Janet Frame si vedano i seguenti testi pubblicati da Neri Pozza: Un angelo alla mia tavola, Milano 2010; Gridano i gufi, Milano 2011; Verso un’altra estate, Milano 2012; Volti nell’acqua, Milano 2013.

[2] Frame J., Parleranno le tempeste. Poesie scelte, a cura e traduzioni di Francesca Benocci e Eleonora Bello, introduzione di Pamela Gordon, Gabriele Capelli Editore, Mendrisio 2017.

[3] Benocci F. – Bello E., Nota delle traduttrici, in Frame J., cit., p.17.

[4] Gordon P., Introduzione, in Frame J., Parleranno le tempeste, cit., pp. 12-13.

[5] Lucarelli N., Janet Frame, poetessa delle contraddizioni umane, in «Leggere tutti», n.117, dicembre 2017.

[6] Galaverni R., Scontro tra luce e buio al tempo dell’elettroshock, in “Corriere della Sera – La Lettura”, 7 gennaio 2018.

[7] Id., cit.

[8] Battaglini I., Lezioni alla Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato, a.a. 2017-2018.

Link a cittadelmonte


© la Lettura n. 319, p. 20 – Corriere della Sera, 7.01.2018

frame la lettura

Link a la Lettura


© il manifesto – Gambero Verde
Edizione del 21.12.2017 – Pubblicato 20.12.2017, 23:59

Il Gambero Verde
Letture ecologiche per la mente, a Natale regalate poesie
di Tiziano Fratus

Lo spettro di una scrittrice visionaria si è aggirato nei meandri della cultura dei nostri anni. Un film, anzitutto, uno di quei pochi film con al centro la vita, più che le parole, di una scrittrice: quando questo accade il film è buono, altrimenti si sfonda la parete della retorica. Gli scrittori e i poeti sono gli ultimi mendicanti del nostro mondo, anche se cercano di costruire torri d’avorio entro le quali proteggersi e alla bisogna nascondersi, hanno bisogno della benevolenza di chiunque.

Certo, probabilmente non coloro che occupano le pagine dei quotidiani e abitano studi televisivi più che le pagine di paesaggi scritti, ma di loro noi poco ci interesseremo. Un angelo alla mia tavola è il titolo col quale è stata data alle stampe l’autobiografia che narra l’epopea della vita terrena della neozelandese Janet Frame (1924-2004), trasposto su pellicola dalla conterranea Jane Campion nel 1990, ancora in attesa del grande successo che le sarà tributato grazie a Lezioni di piano. Il film ha raccolto premi, applausi e da allora continua a toccare il cuore e l’immaginazione di nuove generazioni di poeti e autori in tutto il mondo.
In molti paesi si è aperta la corsa alla pubblicazione delle opere in prosa di questa curiosa e introversa donna, travolta dalla follia dei manicomi, subendo oltre duecento elettroshock. E fin qui siamo alla biografia che si ripete da decenni, in articoli o saggi.

Ricordo il primo romanzo che acquistai, un vecchio Guanda, Giardini profumati per i ciechi, con al centro il male che una madre cieca e una figlia muta tentano di iniettarsi, incatenate l’una all’altra in un romanzo che assomiglia ad una piéce teatrale, e infatti negli stessi anni avevo in lettura il dramma I danzatori della pioggia dell’australiana Karin Mainwaring, ambientato nell’outback, il vasto deserto interno dove abitano i reietti e i solitari, l’extra-moenia australe. Avevo cercato invano le poesie della Frame, tradotte in italiano, per fortuna ora la lacuna è stata colmata dalla selezione di 53 liriche Parleranno le tempeste, titolo di una poesia tratta dalla seconda e postuma raccolta, The Goose Bath (2006).

La selezione, curata da due giovani studiose e traduttrici, Francesca Benocci e Eleonora Bello, è pubblicata da Gabriele Capelli Editore di Mendrisio. «Le persone, scaldate fino alla fragilità / e immerse in acqua fredda, si spaccano», si legge in apertura dalla poesia Un proposito: potrebbe valere per l’intera opera di questa donna che si faceva compagnia coi romanzi delle grandi autrici britanniche, un filo rosso che spunta dalla spina dorsale di qualsiasi persona, basta trovarlo e tirarlo per disfare le tante sicurezze che ci abituiamo a indossare. «Dire, disporre e mettere a posto» si legge nella Poesia della vista, un precetto, poiché questa selezione di poesie mostra un animo che indaga, raccoglie e rassetta. Case, interni, dèi, amici, matrimoni, suicidi, viaggi, e i paesaggi che continuano a generare inchiostro: «Parleranno le tempeste; di loro puoi fidarti. / Sulla sabbia il vento e la marea scrivono / bollettini di sconfitta Conchiglia: come la mia vita salpò su un’oscura marea». A natale regalate poesie.

il manifesto – articolo

il manifesto – Gambero Verde


© Leggere tutti, n. 117, dicembre 2017

Janet Frame, poetessa delle contraddizioni umane
Recensione di Niccolò Lucarelli

Link alla rivista Leggere tutti


© Giornale del Popolo, 02.12.2017

La scoperta di Janet Frame
di Gilberto Isella

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© La libraia virtuale

«Un piccolo grande libro, da leggere sentendosi profondamente grati all’editore Gabrielle Capelli e al curatore Fabiano Alborghetti. La prima antologia in lingua italiana delle poesie di una grande scrittrice.»
la libraia virtuale

Link al sito la libraia virtuale


Daniele Bernardi – RSI RETE DUE – Il segnalibro


AZIONE, 20.11.2017


© EXTRA 16.11.2017 – A cura di Sergio Roic

IMG_4814


© http://www.librierecensioni.com

Parleranno le tempeste. Poesie scelte
di Janet Frame

Casa Editrice: GCE – 96 pagine
Disponibile in formato cartaceo

Genere: Poesia

Recensione:
Non conoscevo l’autrice, così quando ho iniziato la lettura l’ho trovata tutt’altro che di facile comprensione e poco coinvolgente. Ho pensato: “Questo libro richiede tempo”. Ma non ci si approccia ad un testo poetico senza conoscerne l’autore, per cui consiglio prima di tutto di leggere la biografia di Janet Frame perché così facendo si entra nel suo mondo. Fu rinchiusa per otto lunghi anni in manicomio con la diagnosi di schizofrenia, sottoposta a 200 elettroshock, scampata alla lobotomia grazie ad un medico intelligente e ad un successo letterario. Il suo desiderio di scrivere fu la sua salvezza. Questa esperienza, simile a quella di altre scrittrici, ricordiamo solo la Merini, ha fatto sì che il vivere difficoltà tanto gravi portassero queste donne ad avere un segno distintivo: un animo elevato e una sensibilità superiore. E’ necessario impegnarsi nella lettura di ogni poesia come se fosse la sua storia, e a ciascuno ispira pensiero e meraviglia.
E’ un libro brillante, leggendolo mette la mente a proprio agio e fa ricordare che ci sono cose più grandi di noi in questo mondo.
La scrittura è senza pari nella sua bellezza e unicità. Il telaio ha un’incredibile copertura di argomenti, le cose vengono umanizzate e comunicano: la luce consiglia, il compasso ha una scelta, l’anemone porta messaggi, l’amato salottino della madre vuole restare, le tempeste parleranno.
Colpisce la poesia “Poeti”: c’è la contraddizione tra la tradizionale “scelta dell’eroe” di bruciare brillantemente ma morire da giovane, trascorrendo una vita con l’arte e l’opinione chiaramente critica dei critici, che ricorda molto il sentimento espresso nel brano dei Dire Straits “In the gallery” (anche se altrettanto chiaramente non c’è assolutamente alcuna connessione tra i due!). I poeti invecchiati cadono “e per un po’ sembra che non ci saranno più stelle “.
Ma questa è la natura meravigliosa della poesia, una volta che le parole vengono mandate “fuori” nel mondo, il processo diventa partecipativo con ogni lettore che ha il proprio “prendere” il significato.
Sorprendentemente leggibile, una, dieci, cento volte: sarà sempre una lettura fresca, come i suoi “ghiaccioli”.
Una gemma.

(Luisa Debenedetti)


 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 thoughts on “Janet Frame “Parleranno le tempeste”, Poesie scelte

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