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Janet Frame
Parleranno le tempeste
Poesie scelte

15×21 cm, 96 pp, Euro 18,00, ISBN 978-88-97308-39-3

Cura e traduzione di Francesca Benocci ed Eleonora Bello

53 poesie selezionate dalla vasta produzione di Janet Frame dalle traduttrici Francesca Benocci ed Eleonora Bello.

Un ringraziamento a Creative New Zeland per il sostegno al libro.

Breve biografia

Janet Frame (Dunedin 1924–2004), è stata una tra le più importanti scrittrici neozelandesi, candidata per due volte al Premio Nobel per la letteratura.
Nel 1990 esce nelle sale il film “Un angelo alla mia tavola”, per la regia di Jane Campion, tratto dall’omonimo libro della Frame. La pellicola ha ricevuto il Leone d’argento alla 47ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Oltre a Un angelo alla mia tavola, sono stati pubblicati in italiano i romanzi Gridano i gufi, Volti nell’acqua e Verso un’altra estate.


Candidata due volte al premio Nobel, l’ultima nel 2003, la scrittrice neozelandese Janet Frame è soprattutto nota per il film di Jane Campion Un angelo alla mia tavola tratto dalla biografia omonima. Nata in una famiglia indigente riesce a diplomarsi come insegnante ma è successivamente bollata come non “normale” e non idonea all’insegnamento. Diagnosticata schizofrenica, viene internata per otto anni in manicomio dove è sottoposta a 200 elettro-shock e minacciata di lobotomia. A darle forza e libertà sarà la scrittura ed i riconoscimenti che il mondo letterario inizia a tributarle arrivando ad essere tradotta in tutto il mondo. Non così per le sue poesie, amatissime ma raramente tradotte. Parleranno le tempeste è la prima antologia a vedere la luce in lingua italiana e unisce i due libri che l’autrice ha pubblicato di cui uno – su imposizione dell’autrice – apparso dopo la sua morte. Poesia come testamento di vita, di ironia e dolore, di immaginazione, empatia e saggezza. Una voce unica.


Traduttrici e curatrici

Francesca Benocci
Nata a Sinalunga, in provincia di Siena, il 17 maggio 1985. Dopo infinite peripezie geografiche e un corso di studi in medicina messo prematuramente da parte, approda alla facoltà di Lettere e Filosofia di Siena. Si iscrive al corso di laurea in “Lingue, letterature e culture straniere” laureandosi nel 2010 in inglese e russo. Scrive una tesi che ha come oggetto la “comparazione” tra due traduzioni italiane di uno stesso testo in inglese.
Ha completato, sempre presso l’Università di Siena, un master in traduzione ed editing di testi letterari e ho iniziato un dottorato in Translation Studies alla Victoria University of Wellington, in Nuova Zelanda.

Eleonora Bello
(1985) ha conseguito  una laurea triennale in Lingue e Letterature straniere presso l’Università degli Studi di Milano dove ottiene anche il Master di primo livello PROMOITALS (Didattica dell’Italiano come lingua seconda e straniera). Successivamente ottiene il Master di secondo livello all’Université de Franche-Comté (Besançon, Francia) in Letteratura e Cultura Italiana. Ha insegnato italiano come lingua straniera a Milano, Città del Messico e Besançon.


GCE/POESIA – Collana diretta da Fabiano Alborghetti


Dalla quarta di copertina

Non è mai troppo tardi per scoprire e conoscere un poeta di valore: Janet Frame lo è e questo volume lo dimostra – anche senza i testi originali a fronte, le traduzioni fanno fede. Chi la conosce già come autore di racconti e romanzi di assoluta precisione e potenza linguistica, specchio di quella conoscenza della psiche e del comportamento umano di cui solo i grandi scrittori sono capaci di dare testimonianza, ne scoprirà qui la voce lirica: cristallina nella sua neozelandesità, coinvolgente nella sua universalità.

Marco Sonzogni
Victoria University of Wellington


Estratti dall’introduzione di Pamela Gordon (Janet Frame Literary Trust)

“Tutti pensano che farò l’insegnante, ma io farò la poetessa” scriveva l’autrice neozelandese Janet Frame nei suoi diari d’adolescente. E questo libro in traduzione italiana di sue poesie scelte che state sfogliando, ne è la dimostrazione. Al giorno d’oggi l’ambizione di diventare poetesse potrebbe non sembrare particolarmente audace, ma per Janet Frame le prospettive erano tutt’altro che rosee.

Nata nel 1924 nella cittadina neozelandese di Dunedin, Frame crebbe durante gli anni della Grande Depressione in una famiglia con grosse difficoltà economiche per la quale persino la professione di insegnante rappresentava un inarrivabile apice di successo. In quel periodo storico il massimo a cui una donna potesse aspirare, in quanto a risultati letterari, era portare avanti un hobby col supporto economico di un marito borghese.

La giovane Janet Frame era una studentessa brillante e acuta che otteneva risultati scolastici eccellenti e vinceva premi con poesie e saggi. Le sue poesie di scolara vennero spesso pubblicate su giornali e trasmesse in radio durante programmi per bambini. Era, pertanto, la candidata perfetta per le scuole magistrali, nonostante il suo desiderio segreto di dedicare la vita alla scrittura. Si diplomò come insegnante senza intoppi ma alla fine del settembre 1945, durante il primo anno d’insegnamento, l’insistenza del desiderio di scrivere divenne insostenibile. Il ministero dell’istruzione si rifiutò di concederle di ritirarsi prima della fine di quell’anno scolastico e allora Frame lasciò l’insegnamento di punto in bianco. “È stato il momento più bello della mia vita” dirà anni dopo in un’intervista. Da quel momento in poi restò ferma sul suo obiettivo.

Nel 1990 Un angelo alla mia tavola è stato adattato per il grande schermo da Jane Campion e la storia della giovane Janet Frame (l’autobiografia tratta solo la prima metà della sua vita) ha attratto un pubblico internazionale ancora più vasto di quanto non avessero fatto i suoi celebri libri di prosa. In Nuova Zelanda, Frame divenne un’icona molto amata anche da coloro che non avevano mai letto gli scritti che l’avevano resa celebre. Le sue opere, tradotte dall’inizio degli anni ’60 in numerose lingue europee (olandese, francese, tedesco, italiano e spagnolo) hanno poi avuto una diffusione ancora più capillare.
Ma dov’era la poesia? Che ne era stato della poetessa? Una risposta è che la poesia di Frame era “nascosta in bella vista” nelle sue opere di prosa, come fa notare la docente universitaria Gina Mercer:

Uno dei confini più inamovibili e invalicabili in letteratura è quello fra prosa e poesia, eppure Janet Frame attraversa ripetutamente questo confine, scrivendo prosa poetica ed includendo interi capitoli di poesia nelle sue ricerche romanzesche.

Insieme alle poesie disseminate nei romanzi, alcuni dei racconti brevi di Frame possono essere definiti “poesia in prosa”, come il poeta e scrittore neozelandese Bill Manhire ha riconosciuto includendo il racconto A Note on the Russian War (‘Una nota sulla guerra di Russia’) tratto da La laguna e altre storie nella sua antologia 121 New Zealand Poems (2005). Forse questo tipo di attenzione alla natura poetica della prosa di Frame ha contribuito a far passare in secondo piano come lei avesse sempre prodotto anche poesia. Di tanto in tanto pubblicava poesie su rivista, ma confrontate con la sua reputazione di scrittrice di prosa sembra che queste pubblicazioni sporadiche siano state trascurate. È però da notare che ogni volta che Frame parlava in pubblico, cosa che fece molto più di quanto testimonianze disinformate sulla sua vita lascino supporre, recitava quasi sempre molte delle sue poesie, per la gioia dei presenti.

Nonostante il successo commerciale, Frame non pubblicò mai una seconda raccolta di poesie. Perché no? Credo che le ragioni siano complesse e che non vi sia un’unica risposta. I molteplici fattori includono la necessità di guadagnarsi da vivere, il che significava accondiscendere ai desideri dei suoi agenti ed editori producendo prosa, che era più vendibile. Io stessa ho subito questo tipo di pressione nel mio ruolo di esecutrice letteraria in possesso dei suoi manoscritti inediti di prosa e poesia. Ho dovuto essere estremamente salda nel mio intento di vedere il volume postumo di poesie The Goose Bath pubblicato per primo, così come espressamente richiesto da mia zia. Frame evitava di farsi mettere sotto esame e riceveva controvoglia le adulazioni, il che la portò a considerare la pubblicazione postuma come parte della propria carriera, esattamente com’era stato anche per molti dei poeti che stimava, una fra tutti Emily Dickinson. Quando tentai di persuaderla a pubblicare il volume di poesie prima di morire, così che avrebbe potuto ricevere il dovuto riconoscimento, lei mi rispose “Non ho bisogno che nessuno mi dica che il mio lavoro è buono. Fallo dopo che sarò morta.” Bisognerebbe anche accennare che l’invidia maschile è una delle ragioni del tentativo di reprimere la vocazione di Frame per la poesia. Il suo nome è apparso all’apice dell’influenza dei cosiddetti ‘mid-century misogynists’ (letteralmente, ‘misogini di metà secolo’) e la Nuova Zelanda aveva più guardiani sessisti del necessario, ansiosi di dispensare stroncature a chiunque non fosse un membro del buon vecchio circolo dei maschietti. Molti studiosi di Frame hanno identificato nella disapprovazione patriarcale uno dei fattori che ne hanno intralciato il percorso professionale, ma questa motivazione deve ancora essere accettata definitivamente dalle narrative dominanti, quando si affronta la figura di Frame.

The Goose Bath, da subito, è diventato un bestseller e si è anche aggiudicato il premio come miglior libro di poesie del 2006 in Nuova Zelanda. Le raccolte poetiche di Frame hanno raggiunto un pubblico che supera i lettori abituali di poesia. Nonostante la popolarità della sua poesia e il fatto che fosse stata inclusa in tutte le più importanti antologie neozelandesi della fine del ventesimo secolo, il suo status di poetessa affermata è stato però sminuito dai circoli poetici in patria. Un esempio: nel contributo sulla poesia neozelandese compilato per l’enciclopedia ufficiale governativa Te Ara Encyclopedia nel 2014, Frame non è citata tra le voci poetiche più importanti della nazione. Interrogato su questa decisione, lo storico Jock Phillips ha risposto che Janet Frame non era considerata dall’autore della voce, tale John Newton, e dal comitato editoriale di Te Ara “di particolare influenza o valore come poetessa (diversamente dal suo ruolo di autrice di prosa)” e pertanto non si era guadagnata la menzione nell’articolo. Che dire? A ben vedere i fatti non supportano la loro decisione: i due volumi di poesia di Frame, tenuti in grande considerazione, sono entrambi dei campioni nelle vendite e vincitori di molteplici premi. Il vasto corpus di poesie che appare nei suoi romanzi, aggiunto alle sue numerose altre poesie edite ma non raccolte in volume con in più le centinaia che si trovano nelle sue due raccolte, dà una somma totale di poesie pubblicate degna di rivaleggiare con l’opera della maggior parte dei poeti noti che perseguono le proprie carriere in modo convenzionale, pubblicando serie di volumetti e, mi permetto, frequentando i circoli giusti.

Nel 2014 Iolanda Cozzone, nella sua tesi di dottorato, ha fatto notare come la poesia di Janet Frame fosse stata “completamente trascurata dal mercato italiano e internazionale.” Al tempo non esisteva alcun volume di traduzioni poetiche di Frame in nessuna lingua, sebbene poesie sparse fossero state tradotte in ceco, francese, giapponese, italiano, portoghese, russo, spagnolo, tedesco e altre ancora per antologie e blog. Nella sua tesi Perspectives on the Translation of Janet Frame’s Verse into Italian (Prospettive sulla traduzione della poesia di Janet Frame in italiano) Cozzone ha rintracciato la causa della “attuale mancanza d’interesse per la poesia di Frame” nelle inesattezze contenute nelle prime biografie e nelle prospettive analitiche sull’autrice basate sul mito:

Forse in parte a causa di questa tendenza ad approcciarsi a lei e al suo lavoro in modo disinformato, i critici e gli studiosi hanno negato a Frame il suo ruolo di poetessa.

Fortunatamente la storia non si conclude qui. Cozzone non è stata l’unica a identificare e affrontare l’esiguità della traduzione della poesia di Frame. Proprio mentre Frame veniva tralasciata come poetessa dai passati burocrati della letteratura neozelandese, varie traduzioni di sue poesie erano altrove in fieri.

Parleranno le tempeste, è la terza edizione di poesie scelte in traduzione a vedere la luce in tre anni.

Bisogna essere grati a quei traduttori ed editori che apprezzano il valore dell’immaginazione poetica di Janet Frame e si impegnano a restituire la sua voce unica, le sue intuizioni e osservazioni puntuali, la sua saggezza e la sua empatia, il suo impiego fluido di parole e ritmo, i suoi giochi di parole e le sue allusioni, le sue metafore sorprendenti, il suo umorismo e la sua malizia in una lingua nuova per la gioia di un nuovo pubblico. Buona lettura!


Nota delle traduttrici

Janet Frame (1924–2004) è un’autrice nota soprattutto per la prosa e meno per la sua poesia. In particolare – verosimilmente anche per il pubblico italiano – sono i suoi discussi trascorsi psichiatrici ad averne quasi irrimediabilmente condizionato fama e analisi dell’opera. Nonostante le distorsioni e le allusioni di parte della critica, non ci è sembrato che Frame assecondasse in alcun modo – a ben guardare gli scritti editi – quell’approfondimento personale da parte di pubblico o critica che spesso si genera attorno ad una personalità letteraria dalla biografia controversa e discussa. Frame, come illustrato anche dall’introduzione della nipote Pamela Gordon, non solo non riteneva che la sua vita privata dovesse ricevere attenzione alcuna, ma era anche piuttosto infastidita dall’accanimento biografico che allontanava l’attenzione dalle opere. Janet Frame era una donna intelligente, sensibile e riservata, il cui unico vero interesse, senza dubbio legittimo, era quello di scrivere e ricevere responsi critici a ciò che aveva scritto, analogamente a ogni altro scrittore mai esistito.
Pertanto, che parte della trascurata poesia di Frame possa essere frutto o espressione dell’esperienza del ricovero poco interessa. Quello che salta agli occhi – e che più importa – è invece l’abilità di Frame nel provocare sentimenti presenti e concreti in chi legge: la sua analisi cristallina, il suo talento nel dissezionare i più complessi sentimenti umani, il nascosto, il non detto, tanto quanto la sua capacità di trascendere colpa e vergogna nel resoconto delle passioni del mondo. Il lettore della poesia di Frame, sebbene si trovi spesso di fronte a temi complessi e profondi, troverà che la voce dell’autrice rende accessibile in modo estremamente semplice anche il più complesso degli stati d’animo. Si pensi, per esempio, alla poesia I suicidi: Frame esamina un tema di complessità inenarrabile, porgendocelo come fosse il più semplice e comune di tutti e lasciandoci, alla fine, con la piena consapevolezza di averne sempre conosciuto l’intima natura.

In qualità di traduttrici ci siamo quindi trovate di fronte a una varietà e profondità di temi ed esercizi stilistici che ci ha messe in difficoltà: a volte per la composta semplicità di presentazione, a volte per la molteplicità del contenuto, e in altre occasioni, più banalmente, per alcune difficoltà linguistiche legate alla struttura stessa delle poesie. La complessità maggiore è stata però, a ben vedere, la fase di selezione delle poesie da tradurre dalle due raccolte pubblicate, The Pocket Mirror (1967) e The Goose Bath (2006). Come spesso si legge nelle introduzioni ad antologie o raccolte di poesie scelte, un primo passo importante è quello di identificare i criteri d’inclusione (o esclusione) sebbene, alla fine, conti molto anche il gusto personale dell’antologista. Consapevoli che certamente le nostre preferenze abbiano influito, abbiamo cercato di proporre in traduzione un corpus di testi che rispettasse il messaggio e la voce della poetessa. Non potendo tradurre l’opera completa, la scelta è stata il privilegiare quanto più possibile i temi a lei cari e universalmente condivisibili, tralasciando invece quei versi legati in modo particolare a scenari strettamente neozelandesi – esempio principe è il gran numero di poesie sull’arrivo e la vita nella città di Dunedin. Questa decisione non è stata, come si potrebbe supporre, compiuta con intento addomesticante o nel timore che i riferimenti venissero perduti dal pubblico italiano (benché la questione sia stata oggetto di dibattito), ma prevalentemente una scelta dettata dalla necessità di privilegiare i sentimenti dell’autrice verso i propri luoghi.
Abbiamo quindi optato per poesie che contenessero quelle costanti individuate nella poesia di Frame: i temi della morte, della separazione e della partenza, siano essi in poesie per amici scomparsi o per la sua gatta Neggy, ma anche quelli dell’appartenenza, del ritorno e del dislocamento. Ulteriore costante è la presenza di elementi naturali e di panorami allegorici che, grazie a similitudini naturalistiche, aiutano il lettore ad afferrare gli impalpabili stati d’animo descritti; il tema della memoria e quello dell’impermanenza; le relazioni familiari, il ricordo e gli “effetti personali”. Tuttavia il tema, o meglio lo strumento metaforico, ricorrente nella poesia di Frame è indubbiamente l’opposizione buio/luce: la qualità positiva intrinseca della luce, che s’insinua salvifica negli anfratti oscuri della paura, negli angoli bui della memoria, la luce che ci sfugge e talvolta persino deride, eppure che mai ci abbandona, nemmeno di notte, sopravvivendo in lucciole e lampioni; e il buio, la presenza minacciosa; non tanto sintomo di paura irrazionale, ma consapevolezza d’essere in qualche modo, in quanto esseri umani, destinati all’incomprensione e all’errore, alla trascuratezza e in ultimo, alla solitudine. Opposizione buio/luce che si lega intimamente al tema ricorrente della vista e della cecità. Il tutto è filtrato e amplificato dall’occhio “microscopico” dell’autrice, che ci conduce attraverso un’analisi chiara e illuminante delle contraddizioni umane e del senso della vita, lasciandoci con la netta sensazione, una volta lette le sue poesie, di sapere più su noi stessi di quanto non sapessimo prima.
Tralasciando parzialmente le tematiche e concentrando l’attenzione su esempi più eminentemente linguistici, ci siamo anche cimentate – e molto divertite – nella traduzione di arguzie poetiche. Le più eclatanti delle quali sono senza dubbio Istruzioni per il bombardamento col napalm, Napalm, Storia, Ho visto un uomo, Le pulci sono pulci e Poesia della vista. Qui la licenza traduttiva ha percorso molte delle nostre scelte, dettate prevalentemente dalla volontà di rispettare la natura giocosa ed evidentemente “artificiale” dei testi: in Istruzioni per il bombardamento col napalm e Napalm, ad esempio, le allitterazioni continue e il gioco di simil-anagrammi tra alcune parole sono evidentemente alla base dello sforzo/gioco poetico e vanno pertanto preservati, pur non perdendo di vista la posizione pacifista suggerita, che non è stata pertanto sacrificata al suono. La più complessa è stata forse Poesia della vista, che è anche quella che più si discosta, in modo creativo, dall’originale: ci abbiamo lavorato insieme, contemporaneamente e, dizionario alla mano, giocando anche noi come fu per Frame, su prefissi e significati e cercando il più possibile di mantenere la leggerezza e la polisemia dell’inglese.

L’esperienza di tradurre la poesia di Frame è stata complessa, divertente, emotivamente onerosa, illuminante, e un’occasione per navigare le profondità della ragione umana. Crediamo che l’aver affrontato quest’esperienza in due sia stato ciò che ci ha consentito di conseguire il risultato sperato e di emergere incolumi, seppur cambiate, in questa rinnovata quiete dopo le tempeste.

Eleonora Bello
Francesca Benocci


RECENSIONI

AZIONE, 20.11.2017


© EXTRA 16.11.2017 – A cura di Sergio Roic

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© http://www.librierecensioni.com

Parleranno le tempeste. Poesie scelte
di Janet Frame

Casa Editrice: GCE – 96 pagine
Disponibile in formato cartaceo

Genere: Poesia

Recensione:
Non conoscevo l’autrice, così quando ho iniziato la lettura l’ho trovata tutt’altro che di facile comprensione e poco coinvolgente. Ho pensato: “Questo libro richiede tempo”. Ma non ci si approccia ad un testo poetico senza conoscerne l’autore, per cui consiglio prima di tutto di leggere la biografia di Janet Frame perché così facendo si entra nel suo mondo. Fu rinchiusa per otto lunghi anni in manicomio con la diagnosi di schizofrenia, sottoposta a 200 elettroshock, scampata alla lobotomia grazie ad un medico intelligente e ad un successo letterario. Il suo desiderio di scrivere fu la sua salvezza. Questa esperienza, simile a quella di altre scrittrici, ricordiamo solo la Merini, ha fatto sì che il vivere difficoltà tanto gravi portassero queste donne ad avere un segno distintivo: un animo elevato e una sensibilità superiore. E’ necessario impegnarsi nella lettura di ogni poesia come se fosse la sua storia, e a ciascuno ispira pensiero e meraviglia.
E’ un libro brillante, leggendolo mette la mente a proprio agio e fa ricordare che ci sono cose più grandi di noi in questo mondo.
La scrittura è senza pari nella sua bellezza e unicità. Il telaio ha un’incredibile copertura di argomenti, le cose vengono umanizzate e comunicano: la luce consiglia, il compasso ha una scelta, l’anemone porta messaggi, l’amato salottino della madre vuole restare, le tempeste parleranno.
Colpisce la poesia “Poeti”: c’è la contraddizione tra la tradizionale “scelta dell’eroe” di bruciare brillantemente ma morire da giovane, trascorrendo una vita con l’arte e l’opinione chiaramente critica dei critici, che ricorda molto il sentimento espresso nel brano dei Dire Straits “In the gallery” (anche se altrettanto chiaramente non c’è assolutamente alcuna connessione tra i due!). I poeti invecchiati cadono “e per un po’ sembra che non ci saranno più stelle “.
Ma questa è la natura meravigliosa della poesia, una volta che le parole vengono mandate “fuori” nel mondo, il processo diventa partecipativo con ogni lettore che ha il proprio “prendere” il significato.
Sorprendentemente leggibile, una, dieci, cento volte: sarà sempre una lettura fresca, come i suoi “ghiaccioli”.
Una gemma.

(Luisa Debenedetti)


 

 

 

 

 

 

 

 

 

3 thoughts on “Janet Frame “Parleranno le tempeste”, Poesie scelte

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