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Seamus Heaney
Traversare l’inverno
Poesie
15x21cm, 192 pp, isbn 978-88-97308-68-3, EURO 20,00 – GCE/POESIA2

Testo originale a fronte – Cura e traduzione di Marco Sonzogni

Prefazione di Leonardo Guzzo
Postfazione di Alberto Fraccacreta

Seamus Heaney (1939-2013; Premio Nobel per la Letteratura 1995) è considerato tra i più importanti poeti di lingua inglese del ventesimo secolo e il massimo rappresentante contemporaneo del rinascimento poetico irlandese.
Traversare l’inverno (Wintering Out) viene scritto durante un soggiorno alla University of California a Berkeley e sarà Heaney stesso ad affermare come il tempo speso in California avrà un effetto liberatorio sulla sua poesia: se da un lato i versi si aprono, dall’altro ancor più ricercano le radici dei paesaggi irlandesi che gli appartengono e dove il nominare le cose, ricercarne la topografia o semplicemente richiamare la propria lingua, saranno uno scavo per esaltarne la luce. Traversare l’inverno, però, tende la mano anche a temi politici importanti per l’Irlanda degli anni ’70: in un’epoca cruenta, sanguinosa, intrisa di repressioni e spaccature. Heaney non ne è indifferente e – rientrato a Belfast – cambia il titolo della raccolta. Se originariamente è previsto Winter Seeds (Semi Invernali) è Wintering Out (Traversare l’inverno) a imporglisi poco prima della consegna del manoscritto all’editore: un titolo più denso, evocativo, terrorizzante persino. Ed è in questa raccolta che Heaney decide di confrontarsi direttamente con gli avvenimenti politici e sociali dell’Irlanda del Nord, terra tanto luminosa quanto piegata. L’impegno politico sarà ribadito nella raccolta successiva ma è in Traversare l’inverno che mai come in precedenza, la lingua puntuale e rarefatta di Heaney si affina e si conficca nella realtà. Agli immutabili paesaggi rurali, all’inebriante odore della terra, alla purezza cristallina dell’aria fa da controcanto la realtà più ostile del conflitto.
Alla pubblicazione di Traversare l’inverno la critica affermerà come Heaney sia riuscito a superare i temi delle sue precedenti raccolte attestando, in questa, la propria maturità stilistica; e sarà Heaney stesso a dire come quelle di Traversare l’inverno sono poesie che nascono aldilà della parola e del pensiero. Da singole espressioni ecco infatti nascere interi “wordscapes”, paesaggi di parola: drammi in movimento dove religione, politica, folklore persino e letteratura, collidono e fondono. Che siano gesta umane, oscure torbiere, la vastità degli orizzonti o la sacralità minuta di un luogo caro, in Traversare l’inverno Heaney ci consegna un’opera perfettamente riassunta dalla motivazione del Premio Nobel assegnatogli nel 1995: “un lavoro di lirica bellezza ed etica profondità che esalta i miracoli quotidiani quanto il vivente passato”.


Seamus Heaney (Tamniaran 1939, Dublino 2013), è tra i maggiori poeti del ventesimo secolo. Nato nell’Irlanda del Nord, crescerà nella Contea di Derry per poi vivere a Dublino dal 1976 sino alla sua morte, pur intervallando soggiorni negli Stati Uniti tra il 1981 e il 2006.
Autore di oltre venti volumi tra raccolte di poesia, critica e traduzioni, ha curato inoltre una moltitudine di antologie tutt’ora in uso. Ha insegnato alla Harvard University (1981-2006) ed è stato Professor of Poetry a Oxford (1989-1994). Innumerevoli i premi per la sua produzione poetica sia in patria che all’estero, non ultimo il Premio Nobel per la Letteratura nel 1995. La sua intera produzione è custodita alla National Library of Ireland.


Marco Sonzogni, saggista, traduttore e poeta, è docente di lingua e letteratura italiana alla Victoria University of Wellington, in Nuova Zelanda.


GCE/POESIA – Collana diretta da Fabiano Alborghetti




 

RECENSIONI/SEGNALAZIONI

 

© Satisfiction

Seamus Heaney, Traversare l’inverno
Recensione di Rossella Pretto

Come un romanzo d’avventura, Wintering out – la terza, fondamentale raccolta poetica di Seamus Heaney – necessita di un prologo. “All’inizio degli anni Settanta, all’improvviso, spuntano (o riemergono) in Irlanda steccati spinosi e feroci. Nel nord rimasto britannico, screziato prima e ora dilaniato dalla convivenza tra cattolici e protestanti, separatisti e unionisti, si spara e si uccide, si incarcera come in una terra di nessuno, si corre a piantare bandiere in nome di questo o quello — la fede, il diritto, la storia — si apre l’uscio al peggio dello ‘spirito nazionale’ e si lascia che il peggio scorrazzi e incattivisca.[…] Seamus Heaney ha poco più di trent’anni, moglie e due figli, è il poeta del successo clamoroso di Death of a Naturalist e ha scritto Door into the Dark, è lecturer alla Queen’s University di Belfast e reduce da un anno sabbatico trascorso alla Berkeley University in California. Nordirlandese cattolico, ha appena lasciato la capitale e l’università per trasferirsi a Wicklow, nella campagna a sud di Dublino, in Éire. Da qualche anno avverte un’oppressione e un’esigenza: l’ha ruminata, squadrata con più esattezza, profilata nella lontananza del West. Alla fine trova le parole, i versi illuminanti e quasi espiatori, che mancavano nell’apnea dei Troubles; scosta il nevischio di una tormenta disumana e scopre tizzoni ardenti, calore; districa forse una via di sopravvivenza, di ‘resistenza umana’, il tratturo di un possibile Wintering Out.

In questo “milieu”del tutto eccezionale si snoda il percorso poetico di una raccolta destinata a segnare profondamente la vita del poeta irlandese, premio Nobel nel 1995, e il panorama letterario internazionale. Un percorso che oggi, colmando un vuoto anche troppo duraturo, è riprodotto in italiano da Traversare l’inverno, la squisita versione realizzata da Marco Sonzogni e pubblicata da Gabriele Capelli Editore. Se la prefazione di Leonardo Guzzo disegna le coordinate entro cui si svolge “l’avventura” della silloge, Alberto Fraccacreta, nella postfazione, ne definisce l’obiettivo a partire dal titolo: “Non semplicemente svernare, ma uscire fuori dall’inverno dopo esserci passati, come l’incessante moto di un fiume dentro il cuore della selva. In quel gorgoglio limaccioso si percepisce la difformità, il sentirsi rigenerati e tuttavia coscienti delle sottrazioni, delle perdite anche solo emotive nel lungo passaggio che spinge comunque il poeta ad abbracciare ancora il proprio ‘piccolo destino’, com’è detto nella lirica incipitaria”.

In mezzo al guado c’è un Heaney che esplora varie direttrici della sua poesia. Il “racconto” del paesaggio irlandese, innanzitutto: la sua autentica “evocazione” – come in Biada, Quercia di torbiera, Terra, Doni della pioggia – accompagnata dal canto dell’uomo che si salda alla campagna (“si fa cerchio col luogo in cui ha seminato/ e cielo e terra/ corrono naturalmente tra le sue braccia/ che palpeggiano terra ubertosa” ), l’epopea dell’arcade nordico che è il poeta stesso, vittima felice di una magia che lo prende in trappola (“con un anello/ di fil di ferro tagliente che mi dondola all’orecchio”). Di questa sezione fanno parte alcuni componimenti – “onomatopeici”, si potrebbero definire – in cui il corteggiamento della lingua di Heaney alla materia diventa, grazie alle suggestioni del gaelico, un’immedesimazione completa. Si pensi a Toome, a Broagh, Una canzone nuova (“Ho incontrato una ragazza di Derrygarve/ e il nome, muschioso e perduto portento,/ richiamava del fiume le lunghe curve”) e la celebre Anahorish, “soffice gradiente/ di consonanti, prato di vocali,/ spettro insistente di lanterne/ dondolate nei cortili/ nelle sere d’inverno”.

Dentro al paesaggio si muovono personaggi vividissimi, forti e dolenti, sempre suggestivi e simbolici. È il caso del Ragazzo servo, che denuncia la triste realtà della discriminazione sociale nell’Irlanda rurale; del rigido osservante de L’altra parte (“Il suo cervello era una cucina imbiancata/ infarcita di testi, lustra/ come il corpo della sua chiesa”); dell’Oracolo, il genio che abita il tronco cavo di un salice, “lobo e laringe/ dei luoghi muschiosi”, e rimanda ai meandri di un’Irlanda misteriosa e magica. Memorabili sono le figure femminili: la moglie oppressa di un pescatore de La donna della spiaggia, che trova il suo scampolo di libertà in una passeggiata serale sulla battigia, “membrana tra il chiaro di luna e la mia ombra”; la sedotta e abbandonata di Maighdean Mara; la madre di Limbo, costretta ad annegare il “figlio della colpa” in fasce (“Lui era un pesciolino con ami/ che le squarciavano il ventre”), straziata da usi atavici che le impongono la vita dall’esterno, archetipo di una donna “eroica” che torna a più riprese nella produzione di Heaney fino alla Didone di Eneide Libro VI. Su tutti, però, spicca probabilmente L’ultimo mimo, figura romantica – una specie di Charlot campagnolo – che fa il suo spettacolo di ombre evocando in un’amorevole miscellanea San Giorgio, Belzebù e Jack Straw, che trova “una via amichevole/ tra gli antichi affanni del sangue/ e delle faide” e districa “un primo rugiadoso sentiero/ nel pascolo estivo”, oltre l’inverno.

La simbologia politica è evidente, e diventa ancora più marcata in poesie come L’uomo di Tollund – che trasfigura i patimenti del popolo irlandese nella tragica visione dei ribelli alle “parrocchie assassine” dello Jutland, straziati per trascinamento lungo i binari della ferrovia – e nei componimenti della sezione Una scorta nordica, in particolare nelle splendide Terra di nessuno (che adombra, di fronte ai Troubles, la scelta di neutralità e analisi coscienziosa del poeta, compiuta non senza rimorsi e lacerazioni) ed Esca da fuoco, che così si conclude:

Cosa poteva destare una vampa
dai nostri spenti giorni ignei?
Ora ci accovacciamo su tizzoni freddi,
con gli occhi rossi, dopo che il rombo tenue delle fiamme
e i nostri pensieri si acquietano come cenere.
Affrontiamo la sterpaglia sibilante della tundra
con una nuova storia, selce e ferro,
scarti, brandelli, unghia, canino.

I miasmi dei disordini politici, le avvisaglie di guerra civile si stemperano, in parte, e in parte si riflettono in un altro scenario, ritratto in Casa estiva e Serenate: quello della vita familiare del poeta, anch’essa fatta di conflitti, tenerezze e sfide, equilibri precari, riappacificazioni lungo “il bianco, battuto/ sentiero che porta al cuore”. Infine i due componimenti “americani”: all’apparenza avulsi dal contesto, ma che in realtà rappresentano – non solo per la collocazione – l’approdo finale della traversata. Marco Sonzogni compie tutto il viaggio appresso ad Heaney, onorando nella traduzione la sua lingua “materica”, “tecnica” per un peculiare bisogno di precisione: di dire e di incidere, di lasciare un segno netto come un colpo d’arnese. Una lingua che continuamente sboccia (ora anche in italiano) e ha in sé una densità, una stratificazione di significati tale da farne uno strumento insieme raffinato e poderoso.

In Traversare l’inverno Heaney convoca al tribunale della storia tutta l’Irlanda – la verde, la canterina, la laboriosa, l’iniqua, la selvaggia – e dopo averla percorsa, e interrogata, in lungo e in largo, le chiede di svestirsi dei suoi abiti, dell’orgoglio e del pregiudizio, per guardarsi solo con occhi umani, nella nudità della coscienza, e rinascere nuova come una luna appena toccata. Tutte le direttrici della raccolta convergono infine nell’immagine dell’astro, simbolo di un sogno accarezzato per secoli dai folli e diventato realtà grazie a uno sforzo di audacia e perseveranza: un’utopia concreta che autorizza tutti i poeti a sentirsi un po’ profeti.

Link: Satisfiction


© Pangea, Rivista avventuriera di cultura & Idee
25.04.2019

Seamus Heaney, il maestro misericordioso che mi ha salvato dalle sabbie mobili del dubbio: dialogo con Marco Sonzogni

Avrebbe compiuto 80 anni questo mese, ci ha lasciati alla fine di agosto, era il 2013, nel 1995 fu ornato, lui che non aveva bisogno di onori, con il Nobel per la letteratura, ma è a 33 anni, nel 1972, che pubblica la raccolta della svolta, quella che inaugura una nuova consapevolezza lirica. Ora. Seamus Heaney è un poeta miliare, nel senso che costituisce una pietra, è lì, pattuglia la poesia d’Occidente. Poeta totalmente irlandese, è un poeta interamente occidentale: ha marcato la zolla della sua ispirazione traducendo Virgilio e intendendo Dante, ci ha fatto scoprire le raffinatezze del Beowulf e perfino la grandezza del Pascoli. Davvero, Heaney, è il poeta inevitabile, in cui etica e statura, lirica e abbraccio, vertigine formale e millimetrica capacità didattica, sono uno. Insomma, non puoi eluderlo, devi studiarlo, il grande Seamus, per orientarti alla poesia dei prossimi millenni, perché quando lo leggi senti il sussurro dei druidi e dei prati, la cavalcata dei morti, il rumore della zappa irlandese e l’assoluto assolo virgiliano, Dublino e la Roma augustea, il sassone e il romagnolo, questa terra e l’altra. Dunque, “Wintering out”, cioè Traversare l’inverno, un evento editoriale, la raccolta di Seamus Heaney, la terza, pubblicata da Faber nel 1972, ora in Italia, per merito di Gabriele Capelli Editore. “Heaney pubblica Wintering Out nel 1972, all’età di 33 anni: un dato cristologico – notevole è il peso che il Cristo ha in questa raccolta, citato per direttissima in due occasioni e con riferimento allusivo in altre – e anagraficamente sorprendente se si pensa alle già sorprendenti Death of a Naturalist (1966) e Door into the Dark (1969). Ma la terza silloge è quella di un radicale cambio di rotta, non tanto tematico o stilistico, quanto nello status di poeta che egli comincia a incarnare, nella consapevolezza cioè dell’equipaggio creativo e cerebrale messo in campo (fatto certamente di sfarfallanti intuizioni), nella maggiore versatilità a orientare le nuances in una più decisa saturazione e, aggiungerei, spiritualizzazione dei motivi poetici”, scrive Alberto Fraccacreta in postfazione (il testo introduttivo è di Leonardo Guzzo). Raccolta, dico, di miracolosa bellezza, di inesausta freschezza, con manate di versi che resti ad ammirare come il singulto dell’alba, greve di gabbiani (“Un uomo che guada campi perduti/ rompe la lastra della piena:// un fiore d’acqua/ fangosa si apre verso il suo riflesso// come un taglio che spande/ le proprie tracce rosse in un catino”, questo è da Doni della pioggia). E con testi di tale ampiezza narrativa – Una scorta nordica, ad esempio, o L’uomo di Tollund – arcaici e arcadici, primordiali e proteiformi, che chiedono attesa, granate di sguardi. La raccolta è stata tradotta con consueta dedizione da Marco Sonzogni – già autore delle traduzioni del ‘Meridiano’ Mondadori che raccoglie le Poesie di Heaney, era il 2016 – a cui ho fatto alcune domande. (d.b.)

Come si colloca Traversare l’inverno nell’opera di Heaney e a cosa allude questo ‘attraversamento’?

Questa è la terza raccolta, pubblicata nel 1972. È una pietra di passo: sancisce una svolta importante segnalata dall’anno di pubblicazione. L’anno appena trascorso in California – alla Berkeley, dove, tra gli altri, incontra Robert Pinsky, poi Poet Laureate degli Stati Uniti, e, attraverso Pinsky, Miłosz, futuro Premio Nobel e da subito punto di vista umano, morale e poetico – è salubre: sia dal punto di vista creativo sia da quello personale. Nuove cadenze, quelle della poesia statunitense, nuove visioni, un senso di libertà e di possibilità senza limiti oltreoceano ma soffocato a Belfast, in Irlanda Nord. Heaney matura presto la decisione di lasciare lavoro, città e paese per trasferirsi nella campagna di Wicklow, a sud di Dublino, nella Repubblica d’Irlanda, per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Una scelta coraggiosa e presa in primis per integrità nei confronti della propria vocazione alla scrittura — scelta non priva di conseguenze, soprattutto di matrice politica, visto che la situazione della violenza settaria tra minoranza cattolica e maggioranza protestante nel Nord sta ormai degenerando nel periodo più buio della storia dell’isola, quello dei Troubles, eventi che segneranno comunque e per sempre la poesia (e la vita) di Heaney. Questa raccolta, come ho detto, segna dunque l’inizio di un nuovo capitolo: una vita interamente dedicata alla scrittura, una realtà all’inizio molto dura, artisticamente e umanamente, ma fondamentale e formidabile rito di passaggio che lascerà in eredità, in poco più di un decennio, un poeta ancora più potente e opere quali Stations (1975), North (1975), Field Work (1979), Sweeney Astray (1983) e Station Island (1984) – accanto alle quali iniziano a stagliarsi le ombre fidate di Virgilio e di Dante. E proprio da Dante ho preso in prestito l’uso transitivo del verbo traversare per cercare di rendere l’espressione idiomatica inglese to winter out, che significa arrivare dall’altra parte, superandola quindi, di una situazione difficile, come quando il bestiame sopravvie alla durezza dell’inverno. “Adda passà a nuttata”, come dicono i napoletani. Wintering Out è il racconto di una serie di attraversamenti, individuali e collettivi, di cui Heaney ci dà preziosa e potente testimonianza.

Che percorso ha la lingua poetica di Heaney e in quale parte – chiamiamola geologia verbale – la vediamo, qui. E come si traduce un poeta come Heaney, con quali accortezze o accoglienze?

La lingua ha sempre un ruolo fondamentale nella scrittura di Heaney. In essa, infatti, coabitano e convivono (pacificamente, personalmente, poeticamente) il gaelico e l’inglese, e le loro tradizioni, non soltanto letterarie ma anche storico-politiche, socio-culturali, geo-ambientali. Un poeta che riesce ad usare la lingua – anzi le lingue, ricordando anche che Heaney ha tradotto da ben quindici lingue e letterature diverse, con le quali era riuscito a stabilire un rapporto diretto anche quando l’effettiva conoscenza della lingua era elementare (miracolo della poesia, della letteratura!) – non può che lasciare lettori, studiosi, critici e traduttori a bocca aperta: per meraviglia e per complessità. Nemmeno Derek Walcott o Paul Muldoon, per citare due grandissimi virtuosi dell’inglese e delle sue timbriche, arrivano a toccare la stessa varietà, densità ed espressività di Heaney. Non dico dunque niente di nuovo affermando che Heaney è particolarmente difficile da tradurre, proprio per la ragione che ho appena cercato di spiegare. Avere passato tanti anni nella sua isola, accanto a lui e alle sue cose, e imparando da lui, mi ha reso consapevole di tutte le difficoltà che mi aspettavano, dalle più piccole alle più grandi. Ecco, direi che questa assoluta consapevolezza – e l’umiltà e la generosità di cui Heaney ha dato esempio, non soltanto, a tutti e in ogni angolo del mondo – mi ha aiutato a trovare soluzioni e compromessi e soprattutto a mettere sempre davanti a tutto, servendole, le sue parole e le sue intenzioni.

Ritaglia un verso o un fascio di versi di questa raccolta particolarmente emblematici – per la poesia di Heaney, per te.

Una delle poesie di Heaney che preferisco appartiene proprio a questa raccolta: Servant Boy. L’ho spesso benevolmente adottata per ringraziarlo di come, rispondendo pazientemente a tutte le mie domande, maestro misericordioso, mi avesse aiutato ad uscire dalle sabbie mobili del dubbio che accompagna sempre chi traduce. Poco prima che morisse, con i lavori del ‘Meridiano’ che aveva costruito ormai vicini alla chiusura, lo avevo ringraziato così: «this servant boy is blessed to have such a merciful master». Ecco la poesia:

Ragazzo servo

Traversa l’inverno
in fondo a un brutto anno,
dondolando una lanterna antivento
mentre si muove in un capanno,

un bracciante tra le ombre.
Vecchia prostituta da lavoro, sangue
di schiavo, che giravi per le fiere di bestiame
sotto l’occhio di ogni offerente

e restavi paziente
e circospetto, come
ora mi attiri sulle
tue tracce.

Tracce discontinue dal fienile alla stalla,
una scia di foraggio
indurito nella neve,
prime a varcare

le porte di servizio dei piccoli
baroni: risentito
e impenitente,
reggi in mano le uova fresche.

Link: Pangea


© la Lettura 386, Corriere della Sera, 21.04.2019

La traversata dell’inverno alle origini di Seamus Heaney
di Daniele Piccini

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© Poesia, di Luigia Sorrentino – RAI
19 aprile 2019

Seamus Heaney, “Traversare l’inverno”

ANTEPRIMA EDITORIALE

Dopo Janet Frame è il turno di Seamus Heaney, poeta irlandese, premio Nobel per la letteratura nel 1995. Curato e tradotto da Marco Sonzogni, in Traversare l’inverno Heaney ci consegna un’opera perfettamente riassunta dalla motivazione del Premio Nobel assegnatogli nel 1995: “un lavoro di lirica bellezza ed etica profondità che esalta i miracoli quotidiani quanto il vivente passato”.

Link: Poesia, di Luigia Sorrentino – RAI


© L’Informatore – 12.04.2019

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2 thoughts on “Seamus Heaney “Traversare l’inverno” – Poesie

  1. Ottima idea, quella dell’editore e del traduttore. Mi aspetto successivamente anche quella di Lavoro sul campo, per chiudere il cerchio sull’intera opera poetica di Heaney.

  2. A distanza di mesi esce l’attesa traduzione di Wintering out. Ottima sotto tutti i punti di vista. Peccato per diversi refusi tipografici che mi permetto sottolineare più avanti.

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