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Scheda, estratti, recensioni del romanzo autobiografico di Fausto Cattaneo. Per saperne di più sull’intricata vicenda, potete leggere il libro dove sono raccolte le inchieste sotto copertura dell’ex agente infiltrato nei cartelli del narcotraffico.

Nove anni dopo” è il capitolo di chiusura della traduzione italiana. Si tratta di un capitolo che non esiste nella versione francese perché aggiunto dall’autore al testo italiano pubblicato nel 2010. Si descrive cosa è successo dal 2001 al 2010. Questo capitolo può essere scaricato gratuitamente da:

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Fausto Cattaneo
Operazioni sotto copertura.
Come ho infiltrato i cartelli della droga.

148 x 210 mm, 320 pp., ISBN 978-88-87469-63-9, CHF 30,-

Romanzo autobiografico

Testimonianza in prima persona delle operazioni sotto copertura di un agente dei servizi antidroga.

I cartelli della droga colombiani, la mafia turca e la via dei Balcani, il riciclo dei proventi della droga nelle banche svizzere: il commissario Fausto Cattaneo ha partecipato a tutte queste inchieste.

Abbandonato dai suoi colleghi e perseguitato dai sicari sudamericani, stila un bilancio d’impotenza.
Vero mago delle operazioni d’infiltrazione si finge trafficante, avvocato, finanziere senza scrupoli e banchiere cinico. Nel libro racconta dall’interno questo universo allucinante dove s’intrecciano criminali, poliziotti e informatori, e dove il confine tra queste “categorie” non appare sempre pulito.

Tra protezioni politiche e rivalità tra polizie, incompetenza di alcuni e mancanza d’audacia di altri, questa demistificazione del mondo dei trafficanti di droga porterà Fausto Cattaneo, uno degli agenti d’infiltrazione più decorati della sua generazione, a gettare gravi accuse sulle strane pratiche di certi suoi colleghi e sulle mancanze di qualche magistrato.

All’inizio degli anni Ottanta Cattaneo partecipa alla prima grande inchiesta internazionale contro i cartelli della droga: l’operazione Hun.
Si infiltra nell’organizzazione del trafficante boliviano Roberto Suarez, uno degli uomini più potenti del paese. Il bilancio dell’operazione è notevole: 600 chili di cocaina sequestrati e il figlio di Suarez arrestato. In una lettera al presidente Reagan il boss boliviano propone, in cambio della liberazione del figlio, di pagare il debito estero della Bolivia!

Con questo libro l’autore costruisce un grave castello di accuse:
gli squadroni della morte diretti da Klaus Barbie si finanziano grazie al traffico di cocaina; le complicità svizzere nel circuito del riciclaggio dei proventi della droga; un crocevia scoperto… in Vaticano; ecc.

Le inchieste di Cattaneo danno fastidio.

In Svizzera hanno provocato le dimissioni del ministro della giustizia Elisabeth Kopp, accusata di aver protetto il marito avvertendolo di un inchiesta che lo vedeva coinvolto.

In Italia hanno gettato sospetti sulla provenienza e sull’invio di fondi legati all’impero Fininvest e a politici italiani, nonché a terroristi di estrema destra implicati nella strage di Bologna.

In Francia scopre le strane pratiche di alcuni poliziotti.


Biografia
Fausto Cattaneo, commissario di polizia svizzero, è stato nominato alla testa del servizio antidroga di Locarno nel 1975 prima di dirigere, dal 1987 al 1992 il Servizio informazioni sulla droga della polizia svizzera. È stato uno degli agenti infiltrati più decorati della sua generazione.
I riconoscimenti sono giunti da: Associazione internazionale delle polizie antidroga; DEA; FBI; BKA; Interpol e dalla maggior parte delle polizie europee.


Estratti dei primi capitoli:

[…]
Ho visto cose che nessuno dovrebbe vedere. Mi sono infiltrato nei santuari più segreti, scoperto le relazioni inconfessabili che uniscono i cartelli della droga e il mondo delle banche, della finanza, della politica e, in certe frange, della polizia e dei servizi segreti. Essendomi avvicinato ai cartelli latino-americani, alla mafia italiana e turca, so che una decina di persone sono ai vertici del traffico internazionale di droga. Come tutti i miei colleghi, conosco i loro nomi. Beneficiano di tali protezioni che non sono mai indagati. Ho tentato, invano, di rompere questo muro del silenzio. L’incompetenza degli inquirenti, più che la corruzione, è – alla fine – la migliore alleata degli intoccabili. Ho infine compreso perché, nelle condizioni attuali, la lotta al traffico internazionale di droga è votata al fallimento.
[…]
Conosco una buona decina di trafficanti di grosso calibro che hanno giurato di farmi la pelle. Parecchi “contratti” pendono sulla mia testa. Per quattro volte i cartelli della droga hanno inviato i loro sicari sulle mie tracce. Hanno fallito quattro volte, ma la partita è tutt’altro che chiusa. Come dimenticare le minacce di un boss boliviano che, mimando con le dita  la forma di una pistola, fingeva di spararmi durante un processo a Miami? E un altro che non si sposta senza avere con sé la mia fotografia e il mio indirizzo? So benissimo che mi è destinato un proiettile; i trafficanti me lo hanno fatto sapere lasciandone uno accuratamente posato accanto ad un cadavere di un informatore. È successo a Locarno, nel cuore della pacifica Svizzera italiana, sul mio territorio. Quel giorno una miracolosa partita a bridge mi ha salvato la vita. In seguito sono sfuggito per un pelo ad una trappola a Milano; due dei miei informatori sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco, legati come volgari pacchi e abbandonati nel baule di un’auto ai margini di un campo. Eppure l’ottusità dei burocrati mi fa più paura delle minacce dei narcotrafficanti.
[…]
Sono boliviani. La bellezza piccante si chiama Heidi Suarez, ed è effettivamente l’ultima “miss Bolivia” in ordine di tempo. È accompagnata da uno dei suoi fratelli. I nostri schedari non contengono informazioni su questi individui. Fortunatamente, John Costanzo, il capo dell’antenna milanese della Drug Enforcement Agency (DEA), è un amico.
«Senti, John, ti chiamo solo per una piccola verifica. Ho bisogno che controlli nei tuoi schedari se hai qualcosa su una famiglia boliviana di nome Suarez.»
«Il nome mi dice qualcosa, ti richiamo.»
Due ore più tardi, Costanzo piomba improvvisamente e senza fiato nel mio ufficio:
«Lascia perdere tutto quello che stai facendo. Suarez è il pesce più grosso sul quale abbiamo mai messo gli occhi e tu partecipi all’operazione. Benvenuto nel club degli infiltrati.»
La Bolivia è uno dei paesi più poveri al mondo. Si coltiva la coca dalla notte dei tempi. Le popolazioni indiane masticano le foglie di questa pianta per dimenticare la fame e la disperazione di una condizione sovente paragonabile alla schiavitù. Questo consumo ha cambiato natura. La Bolivia è diventata uno dei principali produttori di un alcaloide conosciuto con il nome di cocaina. Sugli altopiani, migliaia di indiani sopravvivono grazie alla raccolta delle foglie che sono rivendute ad un vero e proprio cartello che si occupa di trasformarle in pasta di coca, da cui sarà estratta la droga. A capo del cartello c’è un grosso coltivatore che vale diversi miliardi di dollari: Roberto Suarez Gomez. È il padre di “miss Bolivia” e dei suoi fratelli che ho incrociato nel Night Club di Ascona. John Costanzo, eccitato, mi spiega:
«La DEA ha appena dato avvio, da Miami, ad un’operazione per infiltrare l’organizzazione di Suarez. Roberto Suarez detiene il monopolio della cocaina boliviana e controlla il governo del paese. Dobbiamo sapere cosa sono venuti a fare in Svizzera. Cosa hanno a che fare i suoi figli con i tuoi due malviventi?»
[…]
Dopo aver avvertito il procuratore di Lugano, Renzo Respini, e con la sua autorizzazione, m’involo per Miami: destinazione il quartier generale dell’operazione destinata a far cadere Roberto Suarez. Nome in codice: Hun.
Roberto Suarez è potente. Il 10 luglio 1980, al suo amico e suo protetto generale Garcia Meza riesce il 189° colpo di stato nella storia boliviana, conosciuto con il nome di “colpo di stato della cocaina”, tanto sono stretti i legami tra i trafficanti e i militari. Gli agenti della DEA hanno convinto una ex amante di Roberto Suarez a collaborare. La ragazza ha paura. Perché parla? Ha compreso che i giorni del nuovo capo dello Stato sono contati? Che gli Stati Uniti non possono tollerare la presenza di un regime così legato ai trafficanti di droga nella loro riserva di caccia latino-americana? È mantenuta dalla DEA? È da lei che la polizia antidroga americana viene a sapere che i soldi di Suarez sono riciclati in Svizzera. Faccio fatica a crederlo.
Per comprendere la mia reazione, bisogna ricordare il contesto dell’epoca. Non si parlava di riciclaggio se non a bassa voce. Certo, la Svizzera aveva già la reputazione di non essere troppo esigente sull’origine dei soldi che lavorano nelle sue banche, ma si parlava solo di evasione fiscale e in nessun caso di narcodollari. So che i boss del narcotraffico non sono nessuno fuori dal loro territorio. Non vedo quindi come Roberto Suarez possa riciclare i suoi soldi in Svizzera. Se un boliviano versa svariati milioni di dollari su un conto senza un garante svizzero, è probabile che venga segnalato alla polizia. Deve quindi utilizzare dei pesci pilota solidamente impiantati nella Confederazione. Chi?
[…]
Fisico da atleta, biondo con occhi azzurri, Hans Joachim Fiebelkorn è un giovane tedesco che potremmo definire acculturato e intelligente, se non fosse per la sua propensione al culto del III Reich. La frequentazione di gruppi neonazisti lo ha portato ad incontrare Klaus Barbie a La Paz. Sedotto dalle qualità del giovanotto e dal suo fanatismo, il vecchio responsabile della Gestapo di Lione ne fa il suo braccio destro. Fiebelkorn apre a Santa Cruz, altra città boliviana, un bar decorato tipo III Reich dove si ritrovano, sotto un ritratto di Hitler e diverse svastiche, i “fidanzati della morte”.
Fine 1981, su pressione degli americani il presidente Garcia Meza è costretto a sciogliere questa unità paramilitare neonazista. Fiebelkorn lascia il paese per l’Argentina, dove viene arrestato per il possesso di tre chili di cocaina e un impressionante stock di materiale di propaganda nazista. Contattato dall’antenna locale della DEA, accetta di collaborare con l’agenzia americana in cambio dell’immunità.
La DEA lo rimpatria in Europa così da poter essere consegnato al BKA (Bundeskriminalamt) tedesco. Poi viene il mio turno per poterlo interrogare. Il mio primo incontro con Hans Joachim Fiebelkorn si svolge negli uffici della DEA presso il consolato americano di Milano. Segretamente lo accompagno in Svizzera e lo sistemo in un albergo di Locarno senza notificarlo ai miei superiori e senza riempire la documentazione per gli uffici dell’immigrazione. Cinque giorni più tardi i nostri rapporti, senza essere particolarmente cordiali, si sono distesi. Mi consegna delle fotografie dei suoi ex compagni d’armi, mi racconta i massacri organizzati dai “fidanzati”, dei furgoni stipati di dollari e scortati attraverso La Paz fino alla banca della famiglia Suarez. Devo invece rinunciare a qualsiasi uscita pubblica in sua compagnia. Una sera che mi ero preso il rischio di portarlo fuori è saltato su un tavolo di un bar, il braccio destro teso in avanti urlando: «Heil Hitler!»
Procuro a Fiebelkorn un passaporto falso. Su mia richiesta, un magistrato lo autorizza ad incontrare Suarez junior in prigione. Junior non sa che Fiebelkorn è stato arrestato e non sospetta che sia passato dalla nostra parte. Il tedesco si presenta in prigione. I secondini non sono a conoscenza del piano e mi avvisano immediatamente. Autorizzo a mia volta l’incontro e chiedo che ai due venga messo a disposizione un ufficio. Suarez abbraccia Fiebelkorn. La loro conversazione è priva d’interesse ma, di tanto in tanto, bisbigliano. L’agente incaricato della loro sorveglianza, uno dei miei uomini, ha ricevuto istruzioni di non ascoltare; al contrario deve ostentatamente leggere il suo giornale. Non mi servono orecchie indiscrete poiché alla fine Fiebelkorn mi metterà al corrente. Junior gli chiede di riunire i “fidanzati” in Svizzera per farlo evadere con un’azione di commando. Un’idea interessante della quale potrei approfittare. L’unico modo per scoprire le ramificazioni dell’organizzazione è quello di lasciare che Fiebelkorn ricostituisca in Svizzera il suo squadrone della morte. Ho capito che Junior continua a comandare dalla sua cella. Tanto vale organizzarla noi, l’evasione, a condizione di non perderlo mai di vista.
Il magistrato al quale sottometto il mio piano ha difficoltà ad accettare i miei metodi, considerandomi quasi un folle. Il progetto è abbandonato.
[…]
Comunque, io non ho ancora finito con i due neonazi. Il magistrato italiano Gentile, incaricato delle indagini sulla strage che fece più di 85 morti e 150 feriti alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980, aveva emesso un mandato d’arresto internazionale per Fiebelkorn. Un ex “fidanzato della morte” lo accusava di aver posato la bomba. Ora, Fiebelkorn dispone di un solido alibi: il giorno della strage stava ricevendo un carico di narcodollari in un aeroporto clandestino dei Suarez, alibi confermato da Rudi Grob, nonostante non avesse alcun motivo per fare un regalo all’uomo che lo ha fatto arrestare. Anche se scagionato, l’impressione è che i due conoscano la verità sulla strage di Bologna. Sanno che è stata organizzata e preparata in Bolivia. Non me lo hanno mai detto direttamente, ma me lo hanno fatto intendere. All’epoca, presso i “fidanzati della morte”, si trovavano alcuni terroristi italiani di estrema destra, tra cui il temibile Stefano Delle Chiaie, ricercato in Italia per la sua partecipazione a diverse stragi. Grob e Fiebelkorn avrebbero visto in Bolivia un importante politico italiano, hanno evocato la loggia massonica P2 e parlato del trasferimento in l’Italia di enormi somme di denaro. Mi hanno fatto capire che, se gli fossero fornite delle precise garanzie, soldi e passaporti, accetterebbero di collaborare. Gli italiani rifiutano e l’accordo salta.
[…]
Roberto Suarez padre non ha ancora giocato tutte le sue carte. Inconsolabile per l’arresto di Junior, propone al governo americano di estinguere il debito estero della Bolivia in cambio della liberazione di suo figlio. Il presidente Reagan gli oppone un rifiuto. La battaglia si sposta allora sul terreno della giustizia. Il boss ingaggia i migliori avvocati al fine d’impedire l’estradizione di Junior verso gli Stati Uniti. Invano. Per la prima volta, un tribunale federale svizzero riconosce la validità di un’operazione clandestina all’estero. Questa sentenza farà giurisprudenza in Svizzera. Junior è estradato negli Stati Uniti alla fine del 1982 per essere processato.
[…]
La prima sera, un collega della DEA mi consegna un’arma, una Smith&Wesson: «Non dovresti essere armato, ma con i sicari boliviani alle tue calcagna non bisogna correre alcun rischio. Tienila sotto il cuscino; se la porta si apre e non stai aspettando nessuno, spara. Anche se si dovesse trattare del cameriere ai piani che ha sbagliato camera. Me ne frego. Poi, vedrò di sistemare la cosa. Ma ricorda: spara per uccidere.»
[…]
Al termine dell’udienza, dopo aver abbracciato i suoi avvocati, Roberto Suarez junior si gira verso la sala. Il suo sguardo incrocia il mio. Mi sorride e finge, con le dita, di puntare un’arma nella mia direzione. Come un bambino che gioca, piega leggermente il pollice dicendo «bang». Due anni più tardi, sarà lui ad essere ucciso nel corso di una sparatoria con la polizia
[…]
Situata all’estremità meridionale della Confederazione elvetica, Chiasso era, una volta, un semplice posto di frontiera, simile a Kapikule, la porta d’Oriente. Un banale luogo di transizione nel cuore delle montagne, lontano dal formicaio turco-bulgaro, una piccola stazione doganale sulla linea del Gottardo. Nel giugno del 1986, dopo vent’anni di sviluppo caotico e vertiginoso, Chiasso ha cambiato faccia. Potenti interessi occulti si sono abbattuti sulla piccola cittadina elvetica. Durante circa trent’anni, dalla fine della seconda guerra mondiale fino all’alba degli anni 80, la cittadina ha approfittato delle ricadute del contrabbando di sigarette americane a destinazione dell’Italia e della Spagna. Un commercio succoso, alimentato dalle multinazionali del tabacco e controllato dalla criminalità organizzata italiana (principalmente dalla Camorra napoletana e dalla N’drangheta calabrese), utilizzando come piattaforme il Belgio, l’Olanda e la Svizzera e che, in città come Napoli, costituisce l’industria principale.
Poi Chiasso si è sintonizzata sul riciclaggio di denaro su vasta scala. Trasportatori, case di spedizione, grossisti, uffici di cambio, consulenti finanziari o agenti di commercio, mediatori, avvocati e notai, tutti lottano per accaparrarsi le briciole lasciate dalle grandi banche svizzere.
Adriano Corti è un agente di cambio conosciuto e stimato. Con sede a Chiasso, la sua società, la Telecambio SA, lavora con le banche. La sua specialità: il contrabbando di valuta. Una professione piena di rischi che lo conduce a volte a varcare certi limiti, ma mai con i suoi clienti che hanno la garanzia di ritrovare i loro soldi su un conto in Svizzera. Corti ha la reputazione di pagare sempre, anche se il denaro viene confiscato alla frontiera. Nell’ambiente dei contrabbandieri si dice che abbia rimborsato senza battere ciglio 4 milioni di franchi svizzeri ad un cliente, perché le valige erano state sequestrate dalla dogana francese. Può permetterselo: gli affari vanno bene e Corti non bada a spese. Sponsorizza piloti automobilistici, possiede un parco macchine che spazia dalla Ferrari alla Rolls-Royce, passando per alcune “modeste” Range Rover. Membro del Jet set, si sente a proprio agio sia nei palazzi di Monte Carlo così come in quelli di Saint Moritz. Anche se ha già avuto noie a causa del suo lavoro, si è sempre tenuto alla larga da certi loschi affari. Inviare clandestinamente in Svizzera capitali di cittadini in conflitto con il fisco della vicina penisola non implica forzatamente di conoscere l’origine del denaro, soprattutto se si tratta di denaro “sporco”. Se Adriano Corti ha commesso dei reati agli occhi di diversi paesi europei, si tratta di questioni fiscali. In compenso, rispetta sempre la legislazione svizzera. Nulla a che vedere con la reputazione di “cassiere della mafia” che gli hanno rapidamente affibbiato giornalisti poco scrupolosi o magistrati che agiscono in modo superficiale.
[…]
Il 5 giugno 1986, Gaetano Petraglia, un siciliano residente da diversi anni a Lugano dove gestisce una boutique, legge un articolo dedicato ad Adriano Corti. «Ne ho abbastanza di mangiare la minestra con la forchetta», si dice Gaetano Petraglia. Sogna il colpo grosso che lo farà uscire dalla miseria e in men che non si dica si reca presso l’ufficio di Adriano Corti, senza nemmeno prendere appuntamento:
«Signor Corti, lei non mi conosce, ma io conosco bene lei. Ho letto tutto quando la riguarda e sono sicuro che conosciamo le stesse persone… di una certa organizzazione… se capisce quello che voglio dire.»
Corti inarca le sopracciglia, temendo di capire dove voglia arrivare il suo interlocutore.
Petraglia insiste: «Sarò diretto. Lei ha dei contatti negli Stati Uniti; io conosco delle persone a Istanbul che gradirebbero fare degli affari con loro. Hanno qualcosa da vendere e…»
A Corti ribolle il sangue nelle vene.
«Lei mi sta chiedendo di prendere contatto con le “famiglie” americane? Fuori! Se ne vada…»
Corti balza in piedi, si getta addosso a Petraglia e gli sferra un pugno in faccia. Poi lo sbatte fuori dal suo ufficio. Una volta calmato, Corti ripensa all’incidente. Si pende di aver perso il controllo. Senza dubbio sarebbe stato meglio lasciar finire lo strano personaggio per avere un quadro più chiaro della storia. Forse, sarebbe potuta tornare utile per appianare i suoi problemi con la giustizia italiana.
Contro ogni aspettativa, il giorno dopo Petraglia torna alla carica. Corti prende tempo per riflettere e in seguito lo riceve l’11 giugno nei suoi uffici: ha un piano. Lo ascolta, mantenendo la calma, fino alla fine.
«Signore», dice Corti prima di congedare il suo ospite. La prima volta che lei è venuto da me, lo scambiata per un provocatore. Mi sono informato su di lei. Ora so che possiamo lavorare insieme. Ho ascoltato con interesse la sua proposta e vorrei rifletterci un attimo.»
Nonostante fossi al corrente delle sue disavventure, non conoscevo Adriano Corti di persona. Dopo aver visionato le carte degli inquirenti italiani con Dick Marty, ero arrivato anch’io alla conclusione che gli italiani si stavano sbagliando. Così, quando Corti mi chiede un appuntamento, dopo il suo secondo incontro con Petraglia, lo ricevo senza esitazioni. Dopo avermi fatto un resoconto della situazione, mi dice:
«Da quello che ho potuto capire, il siciliano è in contatto con la mafia turca. Sono in cerca di nuovi canali per smerciare la loro eroina negli Stati Uniti. La vecchia rete è stata smantellata dopo la Pizza Connection. Mi sono detto: se mi credono il cassiere della mafia, perché non dare seguito a queste voci? Forse mi si presenta l’occasione per uscirne definitivamente, per ripulire il mio onore. Perché non vedere fin dove Petraglia ha intenzione di arrivare? Chi si nasconde dietro di lui? Se le interessa, sono disposto a recitare la commedia. In cambio voglio che la giustizia Svizzera riconosca la mia totale innocenza.»
«Sicuro che m’interessa, ma è cosciente dei rischi che corre? Infiltrare un’organizzazione mafiosa è un’operazione molto pericolosa. In ogni caso non posso darle una risposta senza prima aver informato le autorità giudiziarie.»
Incontriamo immediatamente il procuratore Dick Marty che accetta l’accordo. Corti ha semaforo verde. Deve aprire la strada ai poliziotti che infiltreranno l’organizzazione.
Il primo luglio, Corti si incontra con il siciliano presso un bar in riva al lago di Lugano. Quest’ultimo è accompagnato da Nicola Giulietti, un esuberante uomo d’affari milanese, sulla trentina, vestito elegantemente… forse un po’ troppo: i suoi abiti sono talmente ricercati da attirare l’attenzione. Turco d’adozione, Giulietti ha passato tutta la sua infanzia a Istanbul e lavora per la mafia locale. È un avventuriero privo di scrupoli. La sua azienda si trova sull’orlo del fallimento; ha fretta di fare affari ed è pronto a tutto.
Petraglia ha preparato bene il terreno. Corti e Giulietti arrivano immediatamente al nocciolo della questione. Giulietti chiede a Corti di riattivare le sue pedine nel traffico di eroina così da permettere di ristabilire i contatti tra i trafficanti turchi – che operano sulla via dei Balcani – e i mafiosi americani, facendo a meno delle famiglie siciliane dilaniate da violente faide. Di fronte alle domande pressanti del suo interlocutore, Adriano Corti gioca la carta della prudenza:
«Piano, con calma. Posso, forse, fare qualcosa per lei, ma i miei partner sono particolarmente diffidenti. Non interverrebbero mai personalmente. In ogni caso non negli Stati Uniti. Chi mi garantisce che lei sia realmente chi dice di essere? Io non la conosco. Potrebbe essere un poliziotto. Forse lo è il suo contatto. Lo sa che la polizia antidroga americana tenta insistentemente di infiltrare una spia nella nostra organizzazione? Ci continuano a “mandare” degli undercover, come li chiamano loro. Lo sa cosa succede quando ne peschiamo uno? Ho bisogno di saperne di più. Ma le garantisco una cosa: se decido di entrarci, allora l’affare si farà.»
«OK, ci rifletta; poi mi faccia sapere. Se sarà interessato, le presenterò il mio contatto.»
[…]
Haci Mirza è uno dei più grossi trafficanti di droga della via dei Balcani. Ricercato per assassinio, il boss si era rifugiato, negli anni 70, in Bulgaria, a Verna, dove beneficiava della protezione dei servizi segreti bulgari e lavorava con un’azienda statale specializzata nel traffico internazionale di armi, eroina e sigarette: la Kintex. Dalla Bulgaria, con la benedizione dei suoi nuovi amici, Haci Mirza forniva armi ad un gruppo di terroristi di estrema destra, i Lupi Grigi, implicati nell’attentato contro Papa Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro, il 13 maggio 1981. Forniva anche morfina a laboratori clandestini della mafia a Palermo. Questi laboratori siciliani si erano indeboliti a causa delle guerre tra le famiglie dell’isola. Con la fine della Pizza Connection negli Stati Uniti, Haci Mirza non riesce più a smaltire tutta la merce. È dunque alla disperata ricerca di nuovi sbocchi.
Haci Mirza è una preda di prima scelta. Per gli agenti americani della DEA e del FBI, è uno dei più grossi, se non il più grosso trafficante di eroina della Turchia. Non è sconosciuto neppure ai nostri servizi investigativi. Ha soggiornato a Zurigo negli anni 80 con altri boss turchi. Studiando il suo dossier scopro, con un certo stupore, che numerose polizie europee e americane hanno già investigato su di lui ma ognuna per conto proprio. A Milano, per esempio, Carabinieri e Guardia di Finanza hanno indagato separatamente sulla stessa organizzazione di trafficanti turchi. La stessa cosa vale per altri paesi europei e per gli Stati Uniti. Polizia giudiziaria, magistrati, giudici, servizi segreti, ognuno opera per proprio conto, ognuno difende le sue posizioni, i suoi vantaggi, creando non solamente degli inutili doppioni ma favorendo indirettamente il crimine organizzato. Nessuno si è mai dato la pena di provare ad avere una visione globale del problema; di eseguire dei controlli incrociati sul materiale dei vari dossier per comprendere il ruolo delle persone implicate e definire la loro reale responsabilità. Dick Marty, incaricato della procedura penale, concede la sua autorizzazione per il seguito dell’operazione. Prima fase: creazione di un di gruppo operativo, nel gergo task force, che raggruppi la DEA americana, il nucleo antidroga dei Carabinieri di Milano e i servizi centrali per la repressione del traffico internazionale di stupefacenti a Berna.
[…]
Una volta stabilita la fiducia, Giulietti ci propone altri affari. Il 24 luglio 1986 incontra Adriano Corti in una stazione di servizio sull’autostrada, vicino a Chiasso, e gli chiede se sia anche in grado di fornire armi. Senza sbilanciarsi troppo, Corti gli lascia intendere che dispone dei contatti necessari.
«Conosco delle persone del governo di Teheran», precisa Giulietti. «Con la guerra contro l’Iraq e l’embargo delle Nazioni Unite, l’esercito iraniano fatica a rifornirsi. Si possono realizzare ottimi affari. Così possiamo abbinare armi e droga, se vi interessa.
Prima di congedarsi, Giulietti lascia una lista degli armamenti che gli iraniani verrebbero acquistare; nella lista figurano anche 50 batterie antiaeree del tipo Oerlikon GDF 005. Inizialmente Corti, Sam ed io dubitiamo che Giulietti abbia veramente dei legami con le autorità iraniane, ma fatti concreti dimostreranno rapidamente la loro esistenza: Giulietti dispone di contatti ai più alti livelli con responsabili del governo di Teheran.
Le negoziazioni tra Sam e Giulietti avanzano rapidamente. Ora è tempo di incontrare Haci Mirza. Per ovvie ragioni di sicurezza, avremmo preferito farlo in Svizzera, non a Istanbul. È anche vero però che una trasferta nel suo territorio può essere l’occasione per conquistare la sua fiducia.
Il 28 luglio 1986, Nicola Giulietti si reca a Istanbul con un volo Alitalia. Corti lo chiama, come convenuto, l’indomani. La sua risposta è come un segnale di via per l’operazione: «Tutto bene, abbiamo appuntamento il 4 agosto presso l’hotel Sheraton».
Per questioni di sicurezza Sam non può andare in Turchia da solo. È venuta l’ora, per me, di entrare in scena nel doppio ruolo di guardia del corpo e consigliere. Sam Meale ed io siamo comunque obbligati ad essere accreditati come poliziotti presso le autorità locali. È una condizione sine qua non per poter operare. Inoltro quindi una richiesta urgente tramite l’Interpol. Annuncio il nostro arrivo per il 30 luglio dando i nostri veri nomi e qualifiche. Due giorni dopo, Ankara autorizza l’operazione.
Naturalmente non abbiamo alcuna intenzione di atterrare il 30 luglio come previsto. La corruzione in Turchia è così diffusa come l’inflazione è galoppante. Vogliamo evitare che un poliziotto corrotto, o peggio, ci aspetti all’aeroporto. Il primo agosto, festa nazionale Svizzera, prendiamo un volo della Swissair con destinazione Istanbul. Non viaggiamo con i nostri veri nomi. I documenti di Sam Meale sono a nome di Sam De Rosa, i miei portano quello di Pierre Consoli; le nostre identità di copertura dall’inizio dell’inchiesta.
[…]
Il 4 agosto, al mattino, ci trasferiamo allo Sheraton. Alle 12.30, come convenuto, Giulietti ci viene a cercare. Dobbiamo pranzare con Haci Mirza. Un sole rovente e un tasso di umidità vergognosamente alto hanno avuto la meglio sui nostri abiti leggeri. Siamo in un bagno di sudore mentre entriamo nel ristorante. Il contrasto tra il fresco del luogo e il calore della città è incredibile. I tavoli sono occupati principalmente da uomini d’affari. Sulla terrazza affacciata sul Bosforo un piccolo uomo tarchiato – cicciottello, il viso squadrato e capelli ricci brizzolati – ci aspetta. Lo riconosco immediatamente per aver visto la sua fotografia nei nostri archivi.
[…]
Nel ristorante si sente come a casa sua. Di tanto in tanto il proprietario viene a sincerarsi del nostro grado di soddisfazione inchinandosi rispettosamente davanti al boss, o buyuk baba, come si dice da questa parte del Bosforo. Dopo averci offerto un bicchiere di raki, Haci Mirza sceglie qualche aragosta da una cassa che ci viene mostrata. Euforico, Giulietti parla in continuazione. Ritorna con insistenza sui suoi contatti con il governo iraniano. Dice che in barba alla politica ufficiale americana e all’embargo delle Nazioni Unite, c’è qualcuno in seno al governo americano che fornisce armi ad un dignitario iraniano, Hachemi Rafsandjani. All’epoca, nessuno ne era al corrente. Fatichiamo a crederci. Prendo nota mentalmente e mi riprometto in seguito d’interrogare Giulietti a questo proposito.
Le rivelazioni di Giulietti finiscono per innervosire Haci Mirza che ha l’abitudine di misurare le sue parole. Il boss richiama all’ordine l’uomo d’affari italiano, poi inizia a parlare lentamente:
«Volete 100 chili? Bene.»
Sam ed io, dopo attenta riflessione, abbiamo deciso di accontentarci di una “quantità” minima per un commerciante della levatura di Haci Mirza, capace di fornire quantità fino a trenta volte superiori. Il perché di questa decisione? Nessuno, durante un primo affare, si arrischia ad acquistare grossi quantitativi a scatola chiusa. Se si fosse trattato di una normale trattativa, con del caffè per esempio, avremmo fatto la stessa cosa. Le regole in materia di first business sono ancora più drastiche per la droga. Agire diversamente, significherebbe mettere in pericolo le nostre vite.
«Ma prima c’è un piccolo problema da sistemare.»
A mano a mano che Giulietti traduce, cominciamo ad avere difficoltà a deglutire.
«Sono stato informato che due investigatori della polizia svizzera sono arrivati a Istanbul. Sono scesi al vostro albergo, lo Sheraton. Stanno indagando su un grosso affare, un’importante fornitura di eroina. Che stiano investigando su di me? Invito quindi tutti alla prudenza, alla pazienza.»
In un silenzio di tomba, il boss esibisce la fotocopia del telex d’accreditamento che ho redatto e dove figurano le nostre vere identità e qualifiche di ufficiali di polizia, svizzera e americana. Senza nemmeno guardare Sam, ingoio un boccone d’aragosta e mi giro verso Giulietti.
«Ascolta Nicola, spiega al signor Mirza che possiamo capire le sue paure. Sinceramente, al suo posto farei la stessa cosa. Purtroppo, visto il corso degli eventi, dobbiamo assolutamente smettere d’incontrarci. Mi secca dirlo, ma se il signor Mirza non esclude la possibilità che dei poliziotti siano sulle nostre tracce, non è solo un suo problema, ma anche nostro. Non abbiamo nessuna intenzione di finire in carcere. Ringrazia il signor Haci Mirza per la sua accoglienza, ma dobbiamo assolutamente interrompere i nostri contatti. Non possiamo permetterci di concludere affari con qualcuno che è sorvegliato dalla polizia.»
Giulietti, che vede improvvisamente svanire i suoi sogni di ricchezza, per poco non cade dalla sedia. Poso il mio tovagliolo sul tavolo, spingo in avanti il mio piatto ancora pieno, sposto la mia sedia e mi alzo. Sam mi segue e usciamo senza dire nulla.
[…]
L’11 agosto – due giorni dopo il nostro rientro in Svizzera – siamo in riunione negli uffici della DEA, presso il consolato americano a Milano, quando una telefonata di Adriano Corti ci interrompe. Ha appena ricevuto una chiamata da Giulietti. Deve incontrarlo a Coldrerio, un piccolo paese a nord di Chiasso, a mezzogiorno. È troppo tardi per inviare una squadra di sorveglianza. Adriano deve vedersela da solo e senza protezione. In realtà Giulietti ci vuole rassicurare. Avremo il nostro campione di eroina ma per la spedizione del resto della droga bisognerà aspettare che le acque si calmino.
Il 14 agosto 1986, su richiesta delle autorità di Berna, gli olandesi ci comunicano finalmente alcune informazioni riguardanti il sequestro di 70 chili di eroina ad Amsterdam. Ha avuto luogo qualche ora prima che ce lo comunicasse Giulietti quando eravamo a Istanbul. Quanto agli arresti effettuati dai militari turchi, ce lo ha detto un giorno prima che uscisse sui giornali locali. A quanto pare Giulietti è bene informato, e lo è sicuramente dai vertici dell’organizzazione. La pista che stiamo seguendo è quella giusta.
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Il 10 settembre, Giulietti telefona a Corti per annunciargli la sua partenza da Istanbul per il giorno dopo, con un campione di qualità migliore. Il giorno dopo, l’11 settembre, la città è praticamente in stato d’assedio. Estremisti musulmani hanno ucciso una decina di persone in un attentato dinamitardo ad una sinagoga. Il ritorno di Giulietti non è comunque compromesso. Haci Mirza gli dice di andare in aeroporto. Farà in modo che passi i severi controlli senza problemi. In effetti due poliziotti, al soldo del boss turco, lo fanno uscire dalla lunga fila che si è formata a causa dei controlli e lo scortano fino all’aereo. Corti, che lo aspetta all’aeroporto di Zurigo Kloten, riesce a malapena a trattenere una risata quando vede come si è vestito: un grande cappello nero, una lunga sciarpa scura indossata sopra una giacca di un rosso vivo. Il corriere di Haci Mirza non passa certo inosservato. Giulietti consegna il campione di 70 grammi. Questa volta i chimici del laboratorio della polizia ne stimano la purezza all’80%. La droga proviene dall’Iran.
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«Se volete, ho 10 chili di eroina. Mi arriva da un membro dell’ambasciata iraniana. L’unica condizione è che l’eroina deve essere pagata in armi. Ho la lista di quello che serve.»
Per risalire fino all’Iran, bisognerebbe acquistare i 100 chili di eroina di Haci Mirza pagando 4 milioni di dollari senza arrestare nessuno. Cosa mai vista. Informato della nostra idea, Dick Marty accetta di coprirci. Comprare i 100 chili senza intervenire significa anche penetrare nei meandri economico-finanziari e forse scoprire gli appoggi dei trafficanti in Svizzera. Questo progetto non aiuta certo a suscitare l’entusiasmo dello stato elvetico. Il governo a Berna si rifiuta categoricamente di andare oltre l’acquisto dei 100 chili. Senza dubbio per paura; i ministri responsabili non vogliono correre il rischio di finire in una posizione piuttosto delicata, nel caso l’operazione dovesse andare male.
Durante una conversazione telefonica, Giulietti suggerisce forniture d’armamenti e sofisticati apparecchi di difesa  all’Iran spacciandoli per derrate alimentari di prima necessità, utilizzando una società d’import-export di Francoforte. Dietro a questa società fantasma mi sembra di sentire l’odore dei servizi segreti israeliani. L’uomo d’affari milanese cita il nome del rappresentante per la Svizzera della società di Francoforte. Si tratta di un cittadino svizzero che risiede nella regione di Locarno. Il suo telefono viene messo sotto controllo: in questo modo riusciamo ad avere una conferma e avvertiamo subito i tedeschi. Il BKA riesce a fotografare un incontro in un albergo di Francoforte. Lo svizzero figura tra i partecipanti. In un primo momento sembra che i tedeschi vogliano approfondire la questione. Vengono organizzate una serie di riunioni: prima presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Bonn e in seguito nella sede del BKA a Wiesbaden. Sam Meale ed io consegniamo tutto quello che abbiamo raccolto sui contatti iraniani di Nicola Giulietti. Verrò poi a sapere che il BKA ha abbandonato l’inchiesta a seguito di pressioni politiche.
Giulietti insiste che noi dobbiamo assolutamente fornire armi all’Iran in cambio di eroina. La sua insistenza si trasforma quasi in molestia e noi non sappiamo più che pesci pigliare. Vuole le sue 50 batterie antiaeree. Prezzo d’acquisto: 1,2 miliardi di franchi svizzeri in contanti e il 15% restante in eroina, che significa tre tonnellate! Non ha l’aria di uno che scherza. Ridotto il nostro margine di manovra, ci inventiamo ogni volta una nuova scusa che appaia credibile. Fortunatamente per noi il 4 novembre 1986 esplode lo scandalo dell’Irangate, fornendoci il pretesto per mettere da parte il lato iraniano dell’operazione.
La gestione e il coordinamento delle operazioni non ci lasciano alcun respiro. Stiamo per affrontare una fase delicata. Haci Mirza, accompagnato da Giulietti, arriva in Svizzera, via Milano, il 10 gennaio 1987, munito di un falso passaporto a nome di Josip Ramazan. Vuole regolare gli ultimi dettagli relativi alla spedizione e noi gli abbiamo riservato una piccola sorpresa. Adriano Corti accompagna i due ai loro alloggi, due camere all’hotel Posta di San Bernardino, un bel paese a vocazione turistica con impianti invernali di risalita piuttosto conosciuti.
«Mi raccomando, divertitevi. Vi verremo a prendere domani», gli dice Corti prima di lasciarli.
Il giorno seguente Sam e Adriano Corti vanno a prendere Mirza e Giulietti. Corti è al volante di una Range Rover che ha appena acquistato, Sam siede al suo fianco e i due si sistemano sui sedili posteriori. L’auto parte. Corti giuda senza dire una parola. Il veicolo imbocca alcune stradine e ripassa frequentemente nello stesso posto. Mirza capisce che li stanno facendo girare in tondo per la campagna in modo che non siano in grado di riconoscere la strada percorsa. Nel giro di un’ora, Corti ferma l’auto a fianco della strada. Sam si gira e dice:
«Signori, vi abbiamo riservato una piccola visita a sorpresa. Avrete il privilegio di accedere al luogo più segreto della nostra organizzazione. Vedrete quello che in pochi hanno visto. Capirete che ciò impone alcune misure di sicurezza.»
Sam porge loro dei foulard. I due uomini si bendano gli occhi.
«La CIA riserva lo stesso trattamento a quelli che vuole eliminare», commenta il boss turco.
Dopo aver verificato che i due non siano in grado di vedere, Sam e Corti faticano a trattenersi dal ridere. L’auto riparte per poi fermarsi una mezz’ora dopo davanti ad una casa isolata a Roveredo, nel Canton Grigioni.
«Ecco, siamo arrivati. Potete togliervi i foulard.»
All’interno della casa cinque uomini in camice bianco sono indaffarati attorno a provette, bruciatori e contenitori di acido. Muniti di maschere protettive, trasformano la morfina base in eroina. Gli addetti si comportano in modo estremamente professionale, e a ragion veduta: sono chimici della polizia svizzera. Tutto il materiale del laboratorio è perfetto: è stato sequestrato in un laboratorio clandestino per la lavorazione di eroina, uno vero, gestito dalla French Connection. I laboratori dove operano i nostri chimici sono praticamente asettici. Siamo lontani anni luce dai miserabili laboratori della mafia nei quartieri malfamati di Palermo o dai capannoni nel cuore del Kurdistan.
«Solo in Svizzera si può lavorare in questo modo», commenta un impressionato Haci Mirza.
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L’ora della verità si avvicina e la tensione sale. Siamo tutti un fascio di nervi. Sopporto sempre meno i sorrisi beffardi, l’acida ironia, il sarcasmo di certi miei colleghi: burocrati che non operano mai sul terreno.
Haci Mirza arriva a Zurigo il 10 febbraio 1987. Il fedele Giulietti lo raggiunge in albergo. I due – che aspettano pazientemente notizie sui 100 chili di eroina – sono sorvegliati dal gruppo speciale della polizia cantonale di Zurigo. Per quanto ci riguarda, non abbiano nulla da fare se non aspettare.
Il gruppo di coordinamento è ormai operativo ventiquattr’ore su ventiquattro. I carabinieri di Milano hanno dirottato verso i nostri uffici le intercettazioni telefoniche effettuate in Italia: una prima in assoluto nella storia della polizia.
Nicola Giulietti deve chiamare Sam il giorno dell’arrivo del camion in Svizzera. I due definiscono i dettagli: Sam deve aspettare la chiamata presso una cabina telefonica di Lugano, il 21 febbraio alle 10 in punto. Alcuni colleghi di Lugano sono incaricati di seguire questa parte dell’operazione. Devono accompagnare Sam alla cabina. Il più piccolo errore può ancora affossare tutto.
Alle 10.10, la centrale di sorveglianza mi avverte che il telefono della cabina ha suonato insistentemente ma che nessuno ha risposto. Strano, i colleghi che hanno accompagnato Sam mi confermano che sono arrivati puntuali alla cabina – anzi, con leggero anticipo – e che nessuno ha ancora chiamato. Molto, molto strano. Non impieghiamo molto per capire che i poliziotti hanno accompagnato Sam alla cabina sbagliata, non lontana da quella dove ha chiamato Giulietti. Questo fallito contatto telefonico fa precipitare gli eventi a Zurigo. I colleghi incaricati della sorveglianza di Haci Mirza e Giulietti ci informano che i due hanno preso in tutta fretta un treno in partenza per Milano, con in tasca un biglietto di sola andata. Sprofondo nella mia poltrona.
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Ora, qualche minuto prima, Giulietti aveva cercato di contattare Sam alla cabina, invano. Pensando ad un legame tra il fermo e la mancata risposta dell’agente, Nicola Giulietti si è spaventato e ha convinto Haci Mirza di saltare sul primo treno per Milano. È solo dopo aver lasciato Zurigo che il boss turco ha ritrovato il suo sangue freddo. Se ci fosse stato qualche pericolo, ha pensato, Istanbul non avrebbe confermato che camion e autisti sarebbero stati presenti all’appuntamento. Per questo motivo è sceso a Lugano, deciso a portare a termine l’affare con o senza Giulietti.
Sam tira un sospiro di sollievo. L’ignoranza degli autisti, peraltro comprensibile, unita all’incomprensibile leggerezza dei colleghi che hanno portato Sam presso la cabina sbagliata, hanno rischiato di far saltare mesi di lavoro.
Tre ore dopo, è un Giulietti rassicurato e felice che raggiunge Mirza a Lugano. Tutto continua come previsto: Istanbul ha comunicato che il carico si troverà nel parcheggio della stazione di servizio Moevenpick di Bellinzona (nord-sud) dalle 19. Giulietti comunica a Sam il numero di targa del veicolo.
Scampato il pericolo, continuo comunque a provare uno strano presentimento. Una riunione al vertice ha luogo presso gli uffici del procuratore Dick Marty. Allibito dalle gaffe della polizia svizzera, vuole assicurarsi che ognuno svolga al meglio il proprio lavoro in seno all’operazione.
Da parte mia spiego dettagliatamente quali siano le mie intenzioni: ci è impossibile sequestrare i 100 chili di eroina senza procedere a degli arresti. In teoria avremmo dovuto lasciare i protagonisti in libertà e sorvegliarli, così da poter risalire la pista della Turco Connection; ma è inutile pensarci, perché le autorità federali lo hanno vietato. Quindi, tanto vale ottenere più benefici possibili da quest’affare arrestando Haci Mirza e la sua banda il più tardi possibile, dopo la consegna dell’eroina. Il tempo gioca a nostro favore perché ha inizio il fine settimana. Mirza dovrà quindi aspettare la riapertura delle banche per ritirare i suoi soldi. Non ci resta che sperare che la sorveglianza del boss e dei suoi uomini, in queste quarantotto ore, ci dia sufficienti informazioni per rilanciare l’inchiesta. Ognuno deve giocare il proprio ruolo in modo impeccabile.
Munito del numero di targa del camion, un commissario è incaricato di sorvegliare il luogo dell’incontro. Secondo le informazioni, il veicolo dovrebbe arrivare con largo anticipo all’incontro. Ora, alle 18.30, il collega non ha ancora visto il mezzo pesante. Incredulo, mi reco immediatamente sul luogo. Decine di TIR sono parcheggiati nell’area di sosta. Mi ci vogliono solo pochi minuti per identificare quello che ci interessa. È lì da più di tre ore! Il commissario incaricato della sorveglianza si è scordato che i camion con rimorchio sono composti da una motrice e da un rimorchio dotati, a volte, di numeri di targa diversi! Continuava a controllare le targhe posteriori quando il numero che ci interessava era quello della motrice…
Poco dopo Sam e Corti arrivano sul parcheggio con un biglietto datogli da Giulietti e si presentano dall’autista. I due turchi, in possesso di una copia, controllano che lo strano ingarbugliamento di segni presenti sul biglietto sia uguale a quello in loro possesso.
Accompagnato da un suo uomo, in realtà un nostro agente, Sam prende posto sul veicolo: direzione un magazzino situato nella periferia di Lugano. Sotto il controllo di un gruppo di agenti in borghese, i 100 chili sono trasferiti in una Mercedes che in seguito parte a tutta velocità. Qualche ora dopo, i laboratori della polizia scientifica ci danno il loro verdetto: eroina pura al 75%. Merce di buona qualità.
Sam informa Haci Mirza e Nicola Giulietti della buona riuscita dell’operazione. Alcuni poliziotti occupano le camere accanto alle loro all’hotel Excelsior di Lugano. Sentono pregare il boss turco durante tutta la notte.
La domenica del 22 febbraio alle 9, Dick Marty organizza una nuova riunione di lavoro per mettere a punto gli ultimi dettagli della fase successiva, cioè gli arresti. Verso mezzogiorno, accompagnato da un agente scelto da me, Sam si reca da Haci Mirza e Nicola Giulietti per discutere del pagamento.
Due ore più tardi il boss turco, l’industriale milanese e i due autisti vengono arrestati. Gli agenti che hanno partecipato alla consegna dell’eroina non partecipano al fermo dei trafficanti. In previsione degli interrogatori e delle deposizioni che seguiranno, non vogliamo scoprire le nostre carte. Le persone in stato di fermo devono ignorare che il loro arresto è la conseguenza di un’operazione d’infiltrazione fintanto che la prima fase della procedura giudiziaria non sia terminata.
Il mio ufficio viene invaso in poco tempo da voluminosi dossier. Provo, non senza difficoltà, di scovare informazioni preziose tra la documentazione raccolta dalle nostre conversazioni con Haci Mirza e Nicola Giulietti e dai resoconti della sorveglianza. Continuo ad imbattermi nel nome di copertura utilizzato da Haci Mirza: Ramazan! Sono sicuro di averlo già sentito o visto da qualche parte. La soluzione si trova nelle precedenti inchieste che si perdono nei meandri della via dei Balcani. All’inizio degli anni 80, gli inquirenti incaricati di risolvere l’assassinio di due poliziotti presso Basilea, nel nord della Svizzera, erano finiti sulle tracce di tre grossi trafficanti di droga, tra cui un misterioso Ramazan.
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Analizzo anche le agende di Mirza e Giulietti. Quest’ultimo si rifiuta di fornire la password della sua agenda elettronica. Trovare questo codice non è impresa da poco, conviene agire con precauzione, il minimo errore rischia di cancellare tutti i dati. Ci vorranno alcuni giorni perché un carabiniere di Milano, esperto informatico, riesca ad aggirare le protezioni elettroniche e a recuperare i dati contenuti. Un’annotazione si ripete almeno cinque volte: “4913388 Rsit Osman”.Questo numero corrisponde la recapito telefonico di alcuni uffici situati nel più grande albergo di Zurigo, il Nova Park, l’hotel dove i trafficanti turchi sono soliti alloggiare. Il numero è intestato ad un uomo d’affari libanese residente in Svizzera: Barkev Magharian.
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Il 27 novembre 1986 alle 9.45, Anna Szczepaniac sbriga le formalità per l’imbarco sul volo PA 90 con destinazione Istanbul, via Zurigo, al check-in della Panam presso l’aeroporto internazionale di Los Angeles. L’imbarco dei passeggeri è imminente. Due uomini dai capelli castani hanno posato sulla bilancia tre valige Samsonite grigie. «Vartkes Torunyan, nato il 3 aprile 1960…», legge Anna Szczepaniac sul passaporto turco dell’uomo con i capelli più scuri.
«Vorrei modificare il mio biglietto per Istanbul. Ho intenzione di fermarmi a Zurigo più a lungo.»
Solo uno dei due deve imbarcarsi. Le sue valige sono pesanti, quasi 30 chili l’una. Anna Szczepaniac calcola il sovrapprezzo.
«Sono 645 dollari per il nuovo biglietto e 80 dollari per il peso supplementare dei bagagli. Come desidera pagare?»
Uno dei due uomini le consegna un’American Express.
Alcune settimane prima, a Karachi, dei terroristi hanno preso in ostaggio i 358 passeggeri di un volo della Panam. Ventiquattro di loro sono rimasti uccisi durante l’assalto lanciato dai militari. Da allora, i dipendenti della compagnia sono sul chi vive e devono seguire dei protocolli di sicurezza molto severi. Anna Szczepaniac chiede quindi discretamente ad un collega di dare un colpo d’occhio ai due uomini e ai loro bagagli.
«Cosa contengono le sue valige?» Gli chiede mentre attacca le etichette della destinazione sulle tre Samsonite.
I due cominciano a sudare.
«Vestiti, scarpe e dei regali…»
La loro voce tradisce un certo nervosismo.
«Ma, scusi… come si chiama lei?»
«Torunyan.»
«E allora perché le etichette portano un altro nome?»
Mentre Anna Szczepaniac regolarizza la situazione scrivendo il nome del passeggero su tre nuove etichette, Torunyan e il suo amico manifestano una certa esasperazione. Finalmente, Torunyan riceve la sua carta d’imbarco.
Gli impiegati della Panam passano discretamente le valige ai raggi X. Sullo schermo appaiono dei pacchetti rettangolari sistemati in modo da economizzare ogni centimetro. Gli ispettori delle dogane vengono allertati.
Poco dopo l’imbarco un veicolo si arresta sotto il ventre del Boeing. A bordo viene chiamato il Signor Vartkes Torunyan. Due ispettori delle dogane salgono a bordo accompagnati da Anna Szczepaniac. Il sedile di Torunyan è vuoto. Viene dato l’ordine di evacuare l’aereo. Le valige del passeggero vengono recuperate e allontanate dal velivolo. Gli artificieri della polizia fanno saltare le serrature. I pacchetti rettangolari corrispondono a delle mazzette di denaro. Ce n’è per 2 milioni in tagli da 20 e 100 dollari.
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Verso la fine della primavera del 1987, Dick Marty ed io partecipiamo ad una riunione presso il segretariato generale dell’Interpol a Parigi. Tema dell’incontro: l’affare Haci Mirza e tutto quello che lo riguarda, da vicino e da lontano. Rimaniamo a Parigi una settimana. Una sera, siamo invitati ad un cocktail organizzato dai nostri omologhi francesi della vecchia brigade des stupéfiants de la police judiciaire, ribattezzata office central de répression du trafic international de stupéfiants (OCRTIS), per festeggiare il sequestro di parecchi chili di droga dopo un’operazione sotto copertura. In mezzo ai numerosi poliziotti presenti, noto un individuo che non mi è nuovo. Ho già visto la sua fotografia nei nostri incarti. È un trafficante. Sicuramente è un informatore della polizia francese, ma comunque invitare uno “spione” ad un ricevimento di poliziotti… trovo che sia una stana usanza! Mi avvicino a Dick Marty e gli dico con discrezione:
«Lo ha riconosciuto?»
«No, di chi si tratta?»
«Glielo dico più tardi, quando saremo soli.»
Gli ho rivelato l’identità dell’invitato una volta lontani da orecchie indiscrete. L’uomo è ricercato dalla polizia italiana e da quella svizzera. Avrei potuto creare scandalo richiedendo il suo arresto seduta stante. Ma non sarebbe servito a nulla: sarebbe stato rilasciato il giorno dopo.
«Si tratta di Georges!»
Apprendendo l’identità dell’uomo Dick Marty, dopo un colpo di tosse che per poco non lo soffoca, si lascia sfuggire un’incredibile imprecazione. Georges è un uomo elegante dal comportamento raffinato, molto intelligente e acculturato. Il libanese, naturalizzato canadese in seguito ad un matrimonio, ci tiene occupati da diversi mesi. Nella prima metà degli anni 70, il suo nome è apparso per la prima volta in occasione di un gigantesco traffico di droga riguardante diverse tonnellate di haschich in Italia. La procura di Como, che coordinava da tempo le inchieste, ha emesso un mandato d’arresto internazionale contro di lui. I preparativi del traffico e i pagamenti legati ad esso hanno avuto luogo a Lugano. La procura luganese ha a sua volta emesso un mandato d’arresto internazionale. Due anni più tardi le autorità elvetiche ricevono dall’antenna parigina della DEA una richiesta di collaborazione per una transazione bancaria. Nel testo della richiesta, gli agenti americani segnalano che uno dei loro agenti deve depositare in una banca luganese una grossa somma di denaro con lo scopo di attirare in trappola una banda di trafficanti. Un’operazione di routine, se non fosse che le fotografie scattate dalla polizia svizzera durante lo svolgimento dell’operazione rilevino che il collaboratore della DEA è Georges. Quando abbiamo voluto arrestarlo, era già rientrato in Francia.
Il nuovo incontro negli uffici della polizia a Parigi, qualche mese dopo, conferma che Georges, come altri trafficanti, gode della protezione dell’OCRTIS. Al mio ritorno parlo dell’“incidente” a due agenti della DEA di Berna. Non gli nascondo il mio interesse per questo curioso personaggio e il mio desiderio di incontrarlo. Poco dopo gli agenti federali americani mi informano di un incredibile proposta proveniente dall’antenna parigina dell’Agenzia e che concerne proprio Georges. Quest’ultimo controlla una decina di trafficanti mediorientali. Tra di loro si trova un uomo intelligente, raffinato, elegante, dal comportamento regale, che ha libero accesso sia all’OCRTIS che agli uffici parigini della DEA: Alex, un siro-armeno di 35 anni, intermediario tra diversi trafficanti d’armi e di droga di base in Libano, nella tristemente nota valle della Bekaa. Ora, Alex è per così dire a suo agio negli uffici che Barkev Magharian divide con suo fratello Jean, anche lui di professione agente di cambio. Secondo gli agenti della DEA, li unisce una lontana parentela.
Come tutti gli informatori di un certo livello, Georges fa il doppio gioco. Attirato dalla prospettiva di guadagnare delle allettanti percentuali organizzando trasferimenti di fondi da riciclare, ne approfitta per coprirsi le spalle comunicando informazioni approssimative e di poca importanza alla DEA di Parigi. È stato lui ad informare la polizia americana che Magharian e suo fratello cercavano di regolarizzare la loro situazione in Svizzera. Vorrebbero ottenere un permesso di soggiorno così da poter esercitare la loro professione in tutta tranquillità. Georges si è impegnato a farglielo ottenere grazie ai suoi amici della DEA parigina che si è rivolta a noi attraverso l’antenna bernese dell’agenzia. È arrivata l’ora di agire, ma prima bisogna escludere Georges dai giochi. È una mina vagante che non può restare nei paraggi quando cercheremo d’infiltrare uno o più agenti negli affari dei fratelli Magharian. Diamo a questa operazione il nome di una delle più alte montagne della Confederazione: l’Eiger. Ci sono tanti riciclatori come il numero di montagne svizzere, ma rare sono le cime molto alte. I fratelli Magharian sono tra queste.
Agenti di cambio professionisti, Barkev Magharian e suo fratello non possono essere ingannati che da uno specialista in materia. Penso naturalmente ad Adriano Corti, i cui talenti di agente segreto e di esperto finanziario hanno largamente contribuito allo smantellamento dell’organizzazione di Haci Mirza. Io lo accompagnerei in qualità di avvocato, incaricato di appianare eventuali problemi amministrativi. Non ci resta che guadagnarci la fiducia dei due fratelli. La DEA offre 10.000 dollari a Georges in cambio di una telefonata ai Magharian per proporgli i servizi di Adriano Corti e i miei. Opererò di nuovo sotto le sembianze di Pierre Consoli. Georges gli deve dire che noi siamo in grado di aiutarli a creare una nuova rete di riciclaggio a destinazione degli Stati Uniti.
Poco dopo, uno dei responsabili della DEA di Berna ed io ritroviamo Georges negli uffici della DEA parigina per assistere a questa telefonata. Georges tergiversa: 10.000 dollari sono troppo pochi. Afferma che questa situazione gli farà perdere un sacco di soldi: non potrà più lavorare con i Magharian e quindi vuole guadagnarci di più. Sembra di essere in un souk d’Istanbul mentre si mercanteggia l’acquisto di un tappeto. Il capo dell’antenna parigina della DEA non dice nulla. Sembra accettare tutte le pretese dell’informatore. Io non resisto più ed esplodo:
«Apri bene le orecchie, Georges! O fai subito, adesso, immediatamente quello che ti è stato chiesto, prendi i tuoi 10.000 dollari e sparisci dalla nostra vista; oppure scendo in strada e chiedo al primo poliziotto che incontro di arrestarti perché, non te lo dimenticare, ci sono due mandati internazionali d’arresto sulla tua testa, uno dei quali emesso dal paese che rappresento. Me ne frego completamente delle tue protezioni! Mi sono spiegato?»
Silenzio di tomba. Non sto scherzando e Georges lo ha capito. Prende il telefono e compone il numero dei fratelli Magharian. La conversazione si svolge in arabo. A Zurigo, le linee telefoniche dei due fratelli sono controllate da interpreti professionisti messi a disposizione dalla DEA. La sera stessa mi arriva la conferma che Georges ha fatto quanto richiesto. In seguito avrò altri contatti con lui. Mi passerà informazioni preziose senza chiedere nulla in cambio.
Alcuni giorni dopo, il nostro piano di battaglia è pronto. Corti ed io ci fingeremo due esperti finanziari incaricati di riciclare narcodollari della mafia americana. Quindici giorni dopo, eccoci qua, come convenuto, all’hotel Nova Park di Zurigo, un lussuoso palazzo che ospita gli uffici e la residenza dei due fratelli Magharian. Veniamo accolti da un ometto rotondo come una botte di vino: Jean Magharian. Ci porge una mano molliccia. Dopo averci fatto visitare i locali degli uffici e della loro residenza, i due fratelli ci offrono un tè. Nella stanza accanto, due impiegati sono indaffarati davanti a dei computer.
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Corti ed io incontriamo i Magharian una volta alla settimana, a Zurigo o in Ticino. Corti ha messo a disposizione i suoi uffici, confortevoli e professionali. Ad ogni riunione, i fratelli chiedono se ci sono sviluppi nella loro situazione amministrativa. Io ho, naturalmente, già risolto i loro problemi, ma non bisogna correre troppo. Dobbiamo rispettare i tempi e le modalità. Passato un ragionevole lasso di tempo, i fratelli Magharian ottengono infine il permesso di soggiorno che gli permette di esercitare la loro professione alla luce del sole. Ora possono creare la loro prima società anonima in Svizzera e noi possiamo osservare, in prima fila, il funzionamento di una “fabbrica” per il riciclaggio dei proventi dei grandi cartelli internazionali della droga.
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Il riciclaggio di denaro dei cartelli della droga negli Stati Uniti costituiva, fino all’incidente di Los Angeles, una delle principali risorse dei due fratelli. Noi stimiamo che in due anni hanno fatto uscire dagli Stati Uniti più di 2,5 miliardi di dollari. Abbiamo anche trovato il punto debole del loro sistema. Come possono servirsi ancora di corrieri, con valige colme di denaro, nell’era dei trasferimenti elettronici? Poiché ai loro occhi siamo i rappresentanti d’importanti organizzazioni criminali nord-americane, ci vantiamo di disporre di circuiti perfettamente rodati. Ci proponiamo di trattare, in esclusiva, il trasferimento di capitali dei loro clienti fuori dagli Stati Uniti.
Non siamo gli unici ad aver messo gli occhi su questo mercato. Come concorrente abbiamo Alex, l’emissario di Georges presso i Magharian. Propone di costituire una nuova organizzazione di corrieri mediorientali. Alex possiede un asso nella manica: è un informatore della DEA. Tutti i grandi trafficanti del pianeta cercano di manipolare la DEA. Il principio è semplice: informare l’agenzia americana sulle attività dei loro concorrenti in cambio, se non dell’immunità, di un po’ d’indulgenza. Viste le relazioni di Alex con l’agenzia americana, i due fratelli sono tentati di appoggiarsi a lui, sperando di beneficiare anch’essi della protezione della DEA.
Il nostro primo compito consiste quindi nel seminare dubbi e paure così che i Magharian rinuncino a questa soluzione. Poi, per farli abboccare, gli proponiamo di recarsi negli Stati Uniti per giudicare con i loro occhi l’efficacia della nostra organizzazione.
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Il 7 luglio 1988 i fratelli Magharian ed i loro impiegati verranno arrestati su ordine del procuratore pubblico Dick Marty. Sono accusati d’aver riciclato diversi milioni di narcodollari. Riversiamo del dossier la procedura americana concernente il sequestro dei 2 milioni di dollari a Los Angeles e tutte le informazioni raccolte dai nostri servizi durante l’operazione d’infiltrazione. Lo scandalo politico-finanziario svizzero, conosciuto sotto il nome di Lebanon Connection, ha inizio.
Possiamo disporre unicamente dell’articolo 19 della legge federale sugli stupefacenti per perseguire penalmente i fratelli Magharian. Prima di accusarli, bisogna provare che abbiano deliberatamente partecipato ad un’azione delittuosa. Bisogna stabilire che fin dall’inizio riciclavano denaro proveniente dal traffico di droga conoscendo perfettamente l’origine dei soldi. In giurisprudenza, il principio d’intenzionalità può essere costituito dal “dolo eventuale”, cioè il fatto di fare una cosa sapendo che questo atto costituisce, eventualmente, un reato. Dato che la loro clientela era composta prevalentemente da trafficanti, è ragionevole pensare che i Magharian conoscevano, o perlomeno sospettavano, la dubbia provenienza del denaro. Ma non è comunque sufficiente per condannarli: bisogna precisare, per ogni trasferimento, da quale vendita di droga proviene il denaro. Senza la collaborazione delle autorità turche, non possiamo fare niente.
Il generale che comanda le forze di polizia turche ad Ankara accetta di collaborare. Nel corso di una riunione speciale a Bellinzona, alla presenza del procuratore Dick Marty, della DEA, del FBI e delle autorità italiane, il generale elabora un piano d’intervento. Due mesi dopo viene trasferito… al comando di un commissariato di provincia!
Grazie ad una rogatoria internazionale mi reco, in compagnia di Jacques Kaeslin, a Istanbul per interrogare uno dei sospetti e raccogliere informazioni su altre persone. Decine di giornalisti e di fotografi ci aspettano davanti al palazzo di giustizia. Sono stati convocati ad una conferenza stampa dalle autorità turche. Non c’è motivo di prestarsi a questa farsa: siamo qui per lavorare. Una volta che i giornalisti se ne sono andati, i nostri interlocutori prendono nota delle nostre richieste ma non otterremo mai la minima informazione.
Un esempio tra tutti. Se non possiamo ottenere più informazioni sull’organizzazione di Haci Mirza, perlomeno vorremmo ottenere maggiore collaborazione per la parte turca del dossier sui 100 chili di eroina sequestrati a Bellinzona. Il nostro scopo è quello di approfondire le conoscenze sui legami che uniscono Haci Mirza e i fratelli Magharian. Sappiamo che uno dei più grossi clienti dei due fratelli è il proprietario dell’hotel dove era istallata la centrale incaricata di gestire la consegna, il proprietario della Mercedes usata per trasportare i 100 chili di droga prima che fosse trasferita sul TIR. Lo abbiamo mancato per un pelo. Si trovava negli uffici dei Magharian due giorni prima del loro arresto. Peccato. La documentazione sequestrata rivela che l’uomo ha affidato più di 300 milioni di dollari ai due fratelli. Le autorità turche prendono nota delle nostre richieste, ma non avremo mai una risposta ufficiale. Un collega della DEA mi dirà poi che i poliziotti che hanno perquisito gli uffici di questo intoccabile, il 22 febbraio 1989, hanno trovato dei documenti compromettenti in una cassaforte. Non hanno preso nulla e se ne sono andati, discretamente, con mezzo milione di dollari in tasca.
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In Svizzera inizia a scatenarsi la tempesta. Tutto inizia da un rapporto del mio collega Jacques Kaeslin che invita il ministero pubblico della Confederazione ad intraprendere una procedura penale contro le società sospettate – seguendo l’esempio dei Magharian – di riciclare denaro sporco. A cominciare dalla società fondata da un finanziere tra i più influenti della Svizzera, il miliardario Mohammed Shakarchi.
Nato nel 1939 nella città irachena di Mossoul, Mohammed Shakarchi discende da una famiglia benestante. Rifugiatisi a Beirut a causa della rivoluzione irachena del 1958, si rifanno una fortuna grazie al commercio di zucchero, oro e valuta. Allo scoppiare della guerra civile libanese, la famiglia si istalla prima a Ginevra e poi a Zurigo. La morte del patriarca, nel 1983, innesca una furiosa guerra per la successione. Secondo la legge islamica la totalità dell’eredità di famiglia spetta ai figli di primo letto, cioè Mohammed e Salem. Il codice civile svizzero, però, riconosce anche i figli della seconda moglie, Karma e Marvan, cresciuti nei migliori collegi della svizzera romanda, la parte della confederazione dove si parla la lingua francese. Marvan, poco più che ventenne, assume quindi la direzione della Shakarchi SA di Ginevra, mentre il fratello maggiore, Mohammed, fonda a Zurigo la sua propria società, la Shakarchi Trading AG, che diventa una delle più importanti società di cambio e di commercio della Svizzera. Il suo segreto? La fiducia delle banche e solide amicizie, a cominciare da quella con Edmond Safra, uno dei dieci banchieri più potenti del mondo. Mohammed lo conosce sin dall’infanzia. Beneficia anche di contatti privilegiati con differenti agenzie di spionaggio come la CIA, alla quale fornisce, ad esempio, valuta pakistana e afgana: in otto anni l’equivalente di 25 milioni di dollari.
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La Shakarchi Trading AG è capitanata da un consiglio d’amministrazione abbastanza ridotto: vi figura il proprietario circondato da un pugno di amici libanesi, siriani o turchi e con, come richiede la legge svizzera, un avvocato elvetico. Per l’occasione, Shakarchi ha scelto il signor Hans W. Kopp. Vicepresidente della Shakarchi, l’avvocato svizzero è anche il marito del consigliere federale Elisabeth Kopp, ai tempi numero due della Confederazione Elvetica e capo del dipartimento di giustizia e polizia, l’equivalente del Ministro della Giustizia in Italia.
Elisabeth Kopp è dunque una dei destinatari del rapporto redatto da Jacques Kaeslin dove veniva richiesta l’apertura di un’inchiesta su diverse società, tra le quali quella di Shakarchi. Per il timore di eventuali ripercussioni politiche, il ministro telefona al marito. Il 27 ottobre 1988, Hans Kopp dimissiona dal consiglio d’amministrazione della Shakarchi. Il 4 novembre, il quotidiano zurighese Tages Anzeiger pubblica un dettagliato articolo sulla Lebanon Connection nel quale si fa riferimento alla telefonata del ministro a suo marito. Questo pregiudicherà la carriera politica del consigliere federale che non diventerà la prima donna presidente della Confederazione! Il 5 dicembre, Elisabeth Kopp, affranta, prenderà congedo dal Consiglio Federale. Il suo mandato come presidente della Confederazione è durato esattamente due giorni.
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La Lebanon Connection ha provocato, nella sola Svizzera, inchieste amministrative, parlamentari e giudiziarie. L’inchiesta amministrativa ha portato al pensionamento anticipato del procuratore pubblico della Confederazione seguita da un’inchiesta disciplinare. La prima inchiesta parlamentare si conclude con un giudizio severo che concerne Elisabeth Kopp e la denuncia di gravi lacune e malfunzionamenti del dipartimento di giustizia, della polizia e del ministero pubblico della Confederazione.
Anche due delle più grandi operazioni di lotta al riciclaggio negli Stati Uniti, Polar Cap e Pisces, sono strettamente legate alla Lebanon Connection. Anni dopo, lavorando in Brasile nel quadro di un’altra operazione (Mato Grosso), mi ritroverò confrontato con queste ramificazioni.
Si è trovato un possibile testimone contro i Magharian durante queste operazioni. È un trafficante. Sta scontando la pena che gli è stata inflitta, in Svizzera, nel quadro della Pizza Connection. Mi fa sapere che vorrebbe parlarmi. Vuole collaborare, ricevendo però in cambio delle garanzie per la sua famiglia e per lui stesso. In breve, chiede di beneficiare del Witness Protection Program (WPP) americano, una legge speciale che, negli Stati Uniti, permette di proteggere i testimoni in pericolo. In Svizzera non esiste questo tipo di programma estremamente efficace e quindi ne parlo a Greg Passic, il responsabile della DEA di Berna, che mi dice possibilista a condizione, ovviamente, che le autorità politiche e penali elvetiche accordino la loro autorizzazione.
Il trafficante è uno svizzero di origine turca, di una cinquantina d’anni e proprietario di due società d’informatica. Gestisce sia i contatti con la mafia siciliana che il riciclaggio di denaro. Conosce perfettamente i segreti della Pizza Connection, a cominciare dai legami dei trafficanti con i governi bulgaro e turco.
Il 23 gennaio 1989 Greg Passic, Jacques Kaeslin – che rappresenta il ministero pubblico federale – ed io lo incontriamo. Cosciente che la sua deposizione deve essere sostenuta da elementi concreti, parla ininterrottamente per delle ore. Dopo le sue rivelazioni, ho riempito il mio blocco per gli appunti. Ci consegna l’organigramma dei trafficanti che operano lungo la via dei Balcani e i loro riciclatori; ci spiega come recuperavano le somme di denaro e come le trasportavano; ci consegna i nomi dei suoi contatti iraniani e degli avvocati che servono da consulenti alle loro società svizzere.
Il trafficante ripeterà tutto davanti ad una delegazione della commissione d’inchiesta parlamentare. Malgrado l’affidabilità di questa deposizione, la commissione d’inchiesta esige una collaborazione totale da parte sua. Vuole tutta la verità sulle zone d’ombra della Pizza Connection prima di considerare una sua trasferta negli Stati Uniti. Il trafficante, da parte sua, non cesserà di ripetere che ci “servirà le teste su un piatto d’argento” quando la sua famiglia e lui stesso saranno al sicuro. In breve, finiamo in un vicolo cieco. Il progetto non andrà a buon fine. Il trafficante non ha mai testimoniato contro i fratelli Magharian e nuove importanti inchieste non vedranno mai la luce.
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Le tracce dei Magharian emergono da diverse inchieste. Nel gennaio 1988, nel quadro di un’operazione congiunta riguardante un piccolo traffico di eroina (500 grammi) a Losanna e Milano, parecchie persone vengono arrestate. Una di loro cerca di far sparire un biglietto sul quale è scritto: “Nurettin Guven, conto n° 2376/c/o Jean e Barkev Magharian, Zurigo”. Dalle verifiche fatte su questo conto gestito dai fratelli Magharian risulta che Nurettin Guven ha versato 1.200.000 dollari. Guven è un trafficante di eroina all’ingrosso. Sei mesi prima la sua organizzazione aveva consegnato, ad un intermediario delle famiglie mafiose a Roma, 100 chili di eroina poi pagata in parte con armi.
L’inchiesta è supervisionata da Philippe Strano della squadra antidroga del Canton Vaud, un inquirente abituato all’azione e alla lotta. Parallelamente il maresciallo dei Carabinieri di Milano, Roberto Villani, ci comunica che una delle persone arrestate, Ali Dunder, un ingegnere turco residente in Francia, si dichiara disposto a collaborare. Dunder afferma che la famiglia Guven lo ha incaricato di trovare dei compratori per una grossa quantità di eroina. Si dice pronto ad introdurci presso Nurettin Guven.
Il 28 gennaio 1989 ha luogo a Milano una riunione con Dick Marty, i carabinieri di Milano e la DEA. La DEA ci interessa per via della sua solida presenza in Turchia, ma anche perché solo lei ha i mezzi per assicurare certe spese, come il pagamento degli informatori. Siamo costretti ad elemosinare il sostegno finanziario degli americani se non vogliamo lasciare carta bianca ai nostri informatori, come fanno i poliziotti francesi dell’OCRTIS.
Ali Dunder informa quindi Nurettin Guven di aver trovato un compratore. Lo presenta come l’inviato di una famiglia mafiosa siciliana. In realtà l’acquirente, chiamiamolo Pippo, è un collaboratore della DEA di Milano. Il 7 febbraio alle 16.30 Nurettin Guven prende un volo che lo porta da Istanbul a Ginevra. Pippo lo incontra all’hotel Hilton. L’eroina deve essere consegnata a Milano in cambio di 5 milioni di franchi svizzeri. Il trafficante turco vuole però vedere i soldi prima della consegna. Nessun problema: Guven si reca a Milano il 9 febbraio per vedere i 5 milioni prima di ripartire per Istanbul. In seguito i fratelli Nurettin e Mehmet Guven chiedono di parlare direttamente con i destinatari della merce, senza intermediari. È il momento, per me, di entrare in scena.
L’idea di tornare in Turchia non mi entusiasma molto, ma la riuscita dell’operazione può dipendere da questo viaggio. La droga dovrebbe essere destinata ad una famiglia mafiosa operante a Milano. La presenza di un italiano al mio fianco è d’obbligo. Il commissario della polizia ticinese Giorgio Soldini (nome di fantasia) è perfetto per questo lavoro. Ho potuto apprezzare il suo sangue freddo e il suo senso della strategia durante altre operazioni sotto copertura. Ricordandomi delle mie brutte esperienze vissute in Turchia, non richiediamo nessun accredito presso la polizia locale. Dobbiamo mantenere la missione nel segreto più assoluto se vogliamo ritornare a casa.
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Il giorno dopo, Soldini ed io abbiamo appuntamento con un agente della DEA di Istanbul in modo che ci possa facilitare le cose con le autorità turche. Vedendolo arrivare, capiamo subito che c’è qualcosa che non va. Si rifiuta di stringermi la mano e dice:
«Dovete lasciare immediatamente la Turchia. Non siete accreditati, quindi fate le valige e sparite. Avete tempo fino a mezzogiorno. Se a quell’ora sarete ancora qui, vi denuncerò alle autorità turche per violazione della sovranità territoriale della Turchia. Ricordatevi che conosco sia i vostri nomi di copertura che quelli veri. L’inchiesta Guven non è affar vostro.»
Ancora oggi ignoro il motivo del comportamento dell’agente della DEA.  Dato che era stato raggiunto da un altro agente americano venuto direttamente da Francoforte, suppongo che volesse dirottare l’indagine a beneficio dell’antenna tedesca dell’agenzia.
Messi con le spalle al muro dobbiamo fuggire il più presto possibile, se possibile senza lasciare tracce e senza escludere l’ipotesi che il nostro “collega” si sia effettivamente precipitato in un posto di polizia per denunciarci. A mezzogiorno prendiamo un taxi che ci porta da Izmir fino all’hotel Sheraton di Istanbul. Un viaggio di 800 chilometri per ritrovare i nostri amici del campo base. La sera stessa il direttore della DEA di Ankara, responsabile per tutta la Turchia, si attiva per farci lasciare il paese di nascosto. Deve ricorrere a conoscenze personali per fare in modo che non veniamo intercettati dal controllo passeggeri all’aeroporto. Quindici giorni dopo l’agente della DEA che ci ha cacciato da Izmir verrà richiamato a Washington in attesa di un procedimento disciplinare.
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Nel frattempo Soldini, Ali Dunder, Ibrahim Aziz ed io ci ritroviamo all’hotel Urdl, piacevole residence alla periferia di Graz. Avvisati dall’Interpol, poliziotti austriaci sono pronti a intervenire.
L’indomani, alle 17, il camion si ferma in un parcheggio della città. Verso le 23 gli autisti tolgono i sacchi di eroina dalla ruota di scorta, dove erano nascosti, e li passano a Ibrahim Aziz che è accompagnato da Soldini, incaricato di dare il segnale per l’arresto. Nel momento in cui sta per dare il segnale, scoppia un violento temporale. A causa della pioggia torrenziale i poliziotti austriaci non ricevono il segnale in tempo. Soldini continua a mandare segnali disperati ma gli agenti capiscono con troppo ritardo che devono intervenire. Finalmente si decidono e sparano diversi colpi in aria. Sentendo gli spari Soldini e gli autisti si riparano sotto l’automezzo, mentre Ibrahim Aziz fugge nell’oscurità. Appena mi avvisano mi preparo a riceverlo all’hotel. Dieci minuti più tardi sono seduto al tavolo del ristorante quando Aziz fa il suo ingresso. Infreddolito e fradicio si dirige verso di me. Prima che si possa rendere conto di qualcosa, gli sferro un pugno che lo mette al tappeto.
Il camion trasportava 50 chili di eroina dei quali 40 erano per noi. Arrestato e condannato ad una lunga pena detentiva, Mehmet Guven non ha mai parlato, se non per dire il suo nome. Suo fratello non è stato perseguito. Nessuno, in quest’affare, ha testimoniato contro i fratelli Magharian.
Il processo ai fratelli Magharian si è aperto il 27 agosto 1990. Sono stati condannati a quattro anni e sei mesi di reclusione “per complicità nel finanziamento di un traffico di droga”.
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Philippe Strano, un giovane collega della squadra antidroga del Canton Vaud, è in contatto con un giornalista investigativo specializzato in criminalità organizzata. Quest’ultimo è stato avvicinato da una danese, Dora Halmen, che cerca di vendere rivelazioni concernenti un’importante rete di trafficanti di cocaina legati al generale panamense Noriega. Siamo nel mese di luglio del 1989; all’epoca Noriega è l’uomo forte di Panama. L’informazione costa cara, troppo per il giornalista. Se si fosse trattato di un comune giornalista, la faccenda sarebbe rimasta lì. Fiutando la possibilità di altri scoop, presenta Dora Halmen a Philippe Strano, senza precisarle che si tratta di un poliziotto. La donna crede di avere a che fare con un rappresentante di una potente rete di trafficanti di droga europei. Così inizia l’operazione Parano.
Philippe Strano non può gestire l’operazione da solo, nel suo angolino a Losanna. Poliziotto senza una lunga esperienza, non possiede né i mezzi né le capacità per affrontare i cartelli della droga. Intervengo quindi nel caso l’indomani del suo primo incontro con Dora Halmen a Ginevra. Come convenuto, il mio collega la spinge nella mia rete dandole un numero di telefono ticinese spacciandolo per quello del suo capo, Pierfranco Bertoni, cioè io.
Dora Halmen telefona al finanziere Bertoni il 13 luglio 1989, verso le 16.15. La centralinista gira la chiamata al mio ufficio presso il commissariato.
«Signor Bertoni» mi dice «la chiamo da parte di Philippe Strano. Ho delle noccioline da vendere ed un immediato bisogno di soldi.»
«Cara signora, se questo affare ci dovesse interessare lo porteremo avanti, ma noi abbiamo criteri di selezione estremamente precisi. Gli affari sono affari, come si suol dire, e noi ne trattiamo parecchi. Non ci muoveremo che a colpo sicuro. Dobbiamo tener conto delle esigenze degli investitori, del mercato, della concorrenza, della clientela…»
«Signor Bertoni, tutto quello che voglio è la mia commissione. Sono una novellina, non sono ferrata sui grossi traffici d’import-export. Io metto in contatto le persone in cambio di una percentuale.»
«Calma, calma… non mettiamo il carro davanti ai buoi.»
«Credo che Philippe le abbia detto di cosa si tratta. Conosco un gruppo di sudamericani e di spagnoli che trattano tonnellate di noccioline. Cercano uno sbocco sul mercato europeo. Si tratta di un ottimo affare. Parliamo di 50, 100 chili per ogni affare.»
«Capisco, signora, ma ho bisogno di maggiori elementi per poter prendere una decisione. Credo che anche lei mi abbia compreso. Tratto questo genere di affari per conto di investitori che mi concedono la loro totale fiducia, che si fidano della mia società finanziaria. Devo sempre rendere conto a queste persone. Devo fornirgli delle garanzie che al momento non ho, soprattutto per quanto la concerne.»
«I miei amici sudamericani devono venire a Ginevra tra due giorni. Organizzerò un incontro con loro ma, la prego, non dimentichi la mia commissione.»
Dora Halmen è una bionda dagli occhi azzurri che potrebbe essere molto carina se non fosse per una certa durezza nei suoi tratti. Si dice che passati i 40 ognuno sia responsabile del proprio aspetto; a 45 anni l’avidità le ha lasciato il segno. Il nostro primo incontro ha luogo all’aeroporto di Lugano. La danese arriva da Ginevra, accompagnata da due uomini: un piccolo e rotondo sudamericano di nome José e un algerino residente in Spagna, di una trentina d’anni, che dice di chiamarsi Victor Benhalia. È lui a prendere la parola, dopo esserci seduti attorno ad un tavolo del bar dell’aeroporto. Mi mette alla prova parlandomi di un primo affare di 200 chili di cocaina. Vuole sapere se ho i mezzi per pagare in contanti.
«Dipende dal prezzo.» Gli dico, impassibile.
«80.000 dollari al chilo.»
Scoppio a ridere. La somma è fin troppo elevata. Ascoltando l’algerino capisco che il trio è in contatto con importanti venditori dei cartelli sudamericani della droga, ma che non hanno alcun potere esecutivo. Sono semplici intermediari che sognano il colpo grosso: ecco il motivo del prezzo esagerato che chiedono.
«Io rappresento un gruppo di soci» gli spiego con aria professionale. «Ho parecchi poteri tranne uno: non posso fare pagamenti in anticipo. Desidero parlare con dei responsabili della vostra organizzazione, con qualcuno del mio livello. Sono autorizzato ad investire in questo affare 12 milioni di franchi svizzeri, che sono pronto a farvi vedere in qualunque momento così che possiate essere sicuri della nostra serietà e solvibilità… ma comunque non posso accettare 80.000 dollari al chilo. A seconda della quantità e della qualità della merce, sono pronto ad arrivare fino a 25.000 dollari al chilo, trasporto incluso. Prendere o lasciare.»
[…]
Philippe ci aspetta fuori al volante di una Mercedes. La donna sale dietro e io mi siedo a fianco del conducente. L’auto parte e si dirige verso la periferia dove ci attende, in un parcheggio isolato, una Audi Quattro con a bordo due dei “miei uomini”; agenti in borghese venuti da Bellinzona. Giusto il tempo di far salire Dora Halmen in auto e ripartiamo verso il centro città. Direzione: la sede centrale dell’Unione di Banche Svizzere. Siamo seguiti dalla Mercedes guidata da Philippe e, non lontano, da anonimi veicoli della polizia ginevrina incaricata della nostra protezione.
«Le ho riservato una piccola sorpresa» dico alla donna. «Voleva vedere i soldi? Beh… eccoli qui.»
Ad un mio gesto, l’autista tende la mano verso il posacenere e fa scattare un interruttore. Poi abbassa il finestrino sinistro e tiene premuto il tasto qualche secondo più del necessario. Ai piedi della donna una botola si apre su un mucchio di denaro stipato nel doppio fondo. Il bianco viso della danese diventa ancora più pallido.
«5 milioni di franchi svizzeri, come convenuto. Ora li depositeremo in banca. I miei assistenti depositeranno gli altri 7 milioni in un secondo tempo. Sempre alla sua presenza. Bene… spero che si sia convinta delle nostre intenzioni.»
Il denaro è stato messo a nostra disposizione dal governo federale. Philippe lo ha prelevato la mattina stessa presso lo sportello ginevrino della Banca Nazionale. Dopo il deposito Dora Halmen ed io prendiamo un caffè. Eccitata, la danese calcola a voce alta la sua percentuale di guadagno. Da parte mia, eseguo mentalmente la somma degli anni di carcere che l’aspettano.
Ci rincontriamo il giorno seguente al mio hotel. Questa volta è accompagnata dai suoi due compari. Capisco subito che l’atmosfera è un po’ tesa.
«Anche noi vogliamo vedere i soldi» mi dice Victor Benhalia.
«Una banca non è un museo! Non avete fiducia nella vostra amica? Credete che vi racconti delle frottole? Avete forse paura che scappi con i soldi?»
«Non è per questo» borbotta l’algerino. «Mi sono incontrato con uno dei responsabili… ha 100 chili puri al 90%… ma vuole che io controlli il denaro di persona. Cerchi di capirmi, non mi trovo in una posizione facile. Capisce? Praticamente mi trovo tra l’incudine e il martello.»
«L’avevo capito dal principio. Sa, ho una certa esperienza. Sono parecchi anni che mi occupo di operazioni di questo tipo. Vi ho inquadrati non appena mi avete chiesto 80.000 dollari per un chilo. Per carità, vi capisco benissimo. Volete guadagnarci il più possibile… ma non sulle mie spalle! Siete degli intermediari ed è giusto che vi paghi, ma non devo essere io la vostra unica fonte di guadagno. Adesso vi accompagno in banca in modo che possiate vedere i soldi e, in seguito, andate a riferire ai vostri clienti che io, Pierfranco Bertoni, voglio parlare con loro. Voglio incontrare qualcuno che possa prendere delle decisioni. Non ho l’abitudine di trattare con degli intermediari. Mi fate solo perdere il mio tempo e il mio denaro. Mi avete fatto depositare 12 milioni in una cassetta di sicurezza dove non mi rende nulla. Avete idea di quanto perdo ogni giorno? Minimo 3.000 franchi.»
Dopo avergli mostrato il denaro, li invito in un lussuoso ristorante di Rolle, uno dei migliori della regione. In seguito, congedandomi da loro, penso che avrò il mio daffare per far sì che le mie tre sanguisughe si mettano in contatto con i capi del cartello. Li capisco, non vogliono correre il rischio di perdere un ottimo affare. Ora, loro non sono certo il mio bersaglio principale, io miro ai loro contatti sudamericani. Fedele alla linea di condotta che mi sono prefissato, do in escandescenza quando, l’indomani, l’algerino mi dice al telefono che il suo contatto è disponibile ad incontrarmi… ma non subito. Prima di attaccargli il telefono in faccia gli dico dove si può mettere le sue “noccioline”. So di essere sulla buona strada. Le intercettazioni telefoniche al domicilio di Dora Halmen ci hanno informato che l’algerino si trova ad Amsterdam. Senza dubbio il porto d’arrivo della droga.
Il primo agosto Philippe mi informa che Victor Benhalia ha riservato una camera all’hotel Président di Ginevra. Qualche ora più tardi l’algerino mi telefona e chiede di incontrarmi da solo. Evidentemente intende proseguire senza i suoi “amici” per tenersi tutto il malloppo. Approfitto dell’occasione e chiamo subito Dora Halmen.
«Signor Bertoni, che bella sorpresa! Le noccioline sono pronte.»
«Lo so, il suo amico mi ha avvisato. Ma non sono sicuro che mi interessino ancora. Dove si trova il suo amico in questo momento?»
«Da qualche parte tra l’Olanda e la Spagna.»
«Bene, vedo che non è al corrente di quello che fa il suo amico. Non mi piace il suo comportamento. Mi ha appena chiamato da Ginevra e mi chiede di incontrarlo da solo, senza di lei e senza, come lo chiama lui, il “grosso”, cioè José. È evidente che non siete in buoni rapporti. Non posso lavorare con queste premesse. Non posso rischiare di perdere un investimento di questo tipo.»
«Mi dica, signor Bertoni, dove si trova il mio amico?»
«All’hotel Président. Domani sarò a Ginevra per sistemare questa faccenda. Non mi posso permettere di lasciare 12 milioni a dormire in una cassetta di sicurezza, devo reinvestirli. Se mi rimarrà del tempo, andrò dal vostro amico per spiegarmi. Ho fiducia in lei. È stata lei a propormi l’affare. Lui… beh, è un altro paio di maniche.»
«Credo che farò una sorpresa a quel bastardo.»
«Gli dica che l’ho avvisata io.»
«Per favore, signor Bertoni, la prego di venire da me dopo la sua visita in banca. Sarò anch’io all’hotel Président. Se occorre, l’aspetterò per tutto il giorno.»
Vittoria! Ho seminato zizzania tra di loro. Non avrei mancato l’appuntamento dell’indomani per nulla al mondo.
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L’ambasciatore itinerante, Mario Calderon, è un colombiano di una cinquantina d’anni. Attirato da Bruno che lo ha allettato con la possibilità di contatti con grossi trafficanti senza mai nominarli, Calderon è pronto a consegnare tutti, o parte, dei 400 chili. Unico ostacolo, l’ambasciatore itinerante vuole vedere i soldi in Svizzera. Prendere o lasciare. Ronald Husler chiede il mio aiuto e insieme concordiamo un piano. Prima fase dell’operazione: Bruno, l’infiltrato, propone a Mario Calderon di presentargli il suo socio svizzero, Pierfranco Bertoni, che sarei io. Tutto fila liscio e l’appuntamento è fissato per la fine del mese di agosto del 1989 a Ginevra, non lontano dalla frontiera francese.
Quando arrivo sul luogo dell’appuntamento a bordo di una lussuosa Mercedes SEC 500, guidata dal mio collega Philippe Strano, Mario Calderon e Bruno ci attendono a bordo di una BMW.
Conosco Bruno. L’ho intravisto nella primavera del 1987 presso i locali del OCRTIS, durante la festa dove Dick Marty ed io abbiamo visto Georges. Nel suo sguardo qualcosa mi dice che anche lui mi ha riconosciuto. Ma questo non è certo il momento delle spiegazioni o delle rimpatriate. Devo dare tutto me stesso al mio nuovo cliente, Mario Calderon.
Calderon è un uomo atletico dal viso squadrato, capelli corti e sguardo penetrante. La sua stretta di mano è energica. Fin dall’inizio mi tratta come suo pari: Bruno ha svolto egregiamente il suo lavoro. Gli ha spiegato che sono molto importante, un boss.
Philippe interpreta perfettamente il suo ruolo di autista-tuttofare. Apre le portiere della Mercedes e, dato che Calderon è in un bagno di sudore, accende l’aria condizionata al massimo. Partiamo e imbocchiamo l’autostrada per Losanna, direzione il Château d’Ouchy, seguiti dalla BMW guidata da Bruno.
«Signor Bertoni,» mi dice Calderon «Bruno mi ha tanto parlato di lei che mi sembra di conoscerla da sempre. Sono sicuro che faremo affari insieme; ottimi affari.»
«Mario, puoi darmi del tu, e chiamami Pierfranco. Lavoreremo insieme, quindi bando alle formalità. E poi, se mi dai del tu, mi sembrerà di ringiovanire.»
Calderon scoppia in una risata fragorosa prima di riprendere il discorso:
«Ho promesso di fare un favore ad un amico, un colombiano che abita in Spagna. Vuole cambiare 130 milioni di kwanza angolani in una valuta più forte, dollari o franchi svizzeri. Il denaro si trova già in Svizzera in una cassetta di una banca. Se tu potessi fare qualcosa, sarebbe geniale. Mi rendo conto che non sarà facile, non vedo chi potrebbe essere interessato a del denaro angolano. Te ne parlo perché l’ho promesso a questo amico. Deve venire in Svizzera tra due o tre giorni, ma non solamente per questa ragione. È alla ricerca di qualcuno per piazzare 30 chili di cocaina che sono già a Madrid. Chiede 30.000 dollari al chilo, cosa ne pensi?»
Questo suo modo di fare molto diretto, senza fronzoli, mi lascia allibito. Cinque minuti dopo aver fatto conoscenza, eccoci già a parlare di altra cocaina e riciclaggio.
«Mario, parliamone con calma più tardi, una volta arrivati all’hotel, dopo una bella doccia e davanti ad un buon bicchiere. Abbiamo tempo, gustati il paesaggio.»
«Lo so, ma devo andare in Germania, forse già domani.»
Insieme al mio collega Ronald Hasler, abbiamo pianificato il seguito del viaggio di Calderon. Il nostro piano prevede che Bruno lo accompagni a Francoforte per presentargli uno dei miei “soci”, un agente tedesco che impersona un tenutario di un bordello.
«Lo so, Mario. Devi incontrare il mio amico Fifi. Vedrai, è un bravo ragazzo.»
«Sì, e devo anche incontrare uno dei miei soci. Si tratta di un incontro molto importante per i nostri affari. È lui che riceve una parte della cocaina boliviana in Europa.»
Ahi… non può che trattarsi di Fabio, sorvegliato dalla sezione rivale del BKA che, secondo Hasler, sta per essere arrestato. Devo improvvisare qualcosa per impedire che i due si incontrino. Non ho nessuna intenzione di perdere Calderon. Ho altri progetti per lui prima di sbatterlo in galera.
La sera stessa, seduti ad un tavolo del ristorante vista lago dell’Ouchy, spiego i miei progetti ad un Calderon fresco e riposato dopo una bella doccia.
« Bruno mi ha parlato molto bene di te e dice che posso fidarmi. Quindi mi fido. Sicuramente ti ha detto che rappresento un gruppo d’investitori. Facciamo qualsiasi tipo di affari. Noi abbiamo i soldi, tu hai i contatti con persone che possono consegnarci la merce, ma dobbiamo procedere con calma e chiudere un affare prima d’iniziarne un altro. Ora io, in questo momento, sono in affari con un tuo collega colombiano, a Ginevra. Si tratta di un grosso affare. Mi hanno offerto 200 chili al prezzo di 25.000 dollari al chilo per una qualità superiore al 90%. Ma ci sono alcune problemi dell’ultimo minuto, dettagli. Mi sono detto che forse tu potresti darmi una mano per superarli. Sei uno di loro, parlate la stessa lingua e poi, tra colombiani… avete la stessa mentalità. La tua presenza mi aiuterebbe. Bisogna che io chiuda questo affare prima di cominciarne un altro. Ho investito 12 milioni e i miei soci sono molto scrupolosi, non amano vedermi mettere troppa carne al fuoco.»
Mentre gli parlo, lo fisso dritto negli occhi. Alla fine del mio discorso mi sorride.
«Nessun problema, amico mio, se vuoi partiamo subito per Ginevra. So come negoziare con i miei compatrioti. Hai ragione, noi parliamo la stessa lingua.»
«Non c’è motivo per andarci subito.»
«Dimmi quando sei pronto. Poi, noi due faremo affari insieme. Aspetto 400 chili nel porto di Amburgo. Se hai i soldi, sono tuoi. Forse sono addirittura già arrivati. Qualcuno deve arrivare da Bogota per ritirarli. Sono nascosti dentro della merce alla dogana. Vogliamo essere pagati in Svizzera, ecco perché sono qui.»
«Calma, una cosa alla volta. E l’amico del quale mi hai parlato, quello della moneta angolana e dei 30 chili di Madrid?»
«Tra due giorni sarà qui, bisogna aiutarlo. È molto importante per me. I 30 chili di Madrid sono un affare eccellente. Ce li consegnano laggiù. Accompagno uno dei tuoi soci, Bruno o Philippe, e andiamo a prenderli. È un gioco da ragazzi e si può pagare direttamente qui.»
«Mario, vedrò quello che posso fare. Pierfranco Bertoni è un uomo di parola. Per i 30 chili, nessun problema, posso farlo. Per la moneta angolana non ti garantisco nulla. Incaricherò Philippe di occuparsi del problema. Conosce bene i banchieri di Losanna e Ginevra. Per quel che riguarda Amburgo, se la merce è buona vedremo poi in seguito.»
«Perfetto! Perché non vieni in Germania con me? Ti presenterò il mio amico Fabio. È qualcuno di molto importante. I 400 chili di Amburgo… è lui che se ne occupa. Rappresenta i cartelli colombiani nel nord dell’Europa. Abbiamo depositi un po’ ovunque, possiamo rifornirvi quando volete.»
«Mario, possiamo farci le palle d’oro con questo affare. Non ti scordare che io posso investire i profitti in borsa o nel mercato immobiliare attraverso le mie società finanziarie. Creiamo una società: divideremo 50/50. Io metto i soldi, tu fornisci la merce. E ti dirò di più: sarai il nostro ambasciatore in America latina.»
Un sorriso radioso illumina il viso di Mario Calderon. Alziamo i nostri bicchieri di champagne per cementare il nostro accordo.
[…]
Domenica sera rientro al Château d’Ouchy, dove mi aspetta un messaggio di Joselito. Desidera vedermi il più presto possibile. Un’ora dopo lo incontro, in compagnia di José, nella hall del Bristol a Ginevra. Comincio ad averne piene le scatole delle loro storie di noccioline. La negoziazione riprende. Di tanto in tanto Joselito si assenta per telefonare in Colombia.
«I miei amici sono d’accordo di cominciare con 100 chili» m’informa Joselito. «Ma vogliono un anticipo di 380.000 dollari.»
Scoppio a ridere.
«E perché non il contrario? Prima mi date i 100 chili e poi vi pago in un altro momento. Ai tuoi amici non manca certo il senso dell’umorismo.»
«Seguiamo delle procedure molto severe. La prima volta bisogna imparare a conoscersi. Dobbiamo poterci fidare di te.»
«Hai ragione, Joselito, ma per noi è la stessa cosa. Anche noi abbiamo le nostre regole. Sai dove trovarmi. A buon inteditor…»
[…]
Il giorno dopo, alle 17.15, annuncio l’arrivo del mio socio colombiano Mario Calderon a Joselito e José, dopo averli incontrati al bar del Bristol. I due non la prendono molto bene. Tre quarti d’ora dopo ci raggiunge un Calderon più allegro del solito.
«Ragazzi miei» dice «il mio socio mi ha detto che esigete un grosso anticipo.»
«Non siamo noi… sono i nostri… in Colombia.»
«Ragazzi, siete voi che dovete dare delle garanzie in Colombia, non il signor Bertoni. Se foste delle persone importanti, avreste già semaforo verde. Voi non contate niente.»
I due sono pietrificati. Mario continua; la sua voce si fa più dura, il suo sguardo diventa di ghiaccio:
«Voi venite qui a chiedere della garanzie a me, Mario Calderon. Laggiù la mia parola è sufficiente. Quelli che conoscono don Mario sanno chi sono; gli Escobar, gli Ochoa lo sanno bene. Ho i miei titoli nobiliari. Voi… voi non avete niente! Informatevi su di me. Vi ricontatteremo.»
Faccio fatica a trattenermi dal ridere. Anche quando, qualche giorno dopo, Mario Calderon ed io ritroviamo Joselito al bar dell’hotel Bristol. Devo mordermi la lingua per rimanere serio, vedendo quanto sia terrorizzato. Ho deciso di picchiare duro. Voglio che Joselito consegni al suo compatriota la chiave della cassetta di sicurezza dove sono depositati i 12 milioni. Sono cosciente dell’importanza di questo atto simbolico per il colombiano. Mario Calderon afferra Joselito alle spalle:
«Punto numero uno: mi dai subito la chiave. Punto numero due: voglio il numero di telefono del tuo corrispondente in Colombia.»
Livido, Joselito consegna la chiave a don Mario, ma si rifiuta di comunicargli il numero.
«Tu non hai capito!» Urla don Mario. «Io voglio il numero di telefono e il nome del tuo corrispondente! Altrimenti ti garantisco che quando rimetterai piede in Colombia ti ritroverai senza testa!»
Mario Calderon non ha l’aria di scherzare. Joselito sa di non essere mai arrivato così vicino alla morte.
«Mister John, si chiama Mister John. Non l’ho mai visto. Ho solo il suo numero e il nome. È lui che mi dà gli ordini.»
«Mister John? Non lo conosco. Comunque, credimi, conosco tutti quelli che contano in Colombia. Ora lo chiamo e vedremo…» dice Calderon dirigendosi verso una cabina telefonica.
Una decina di minuti dopo Mario Calderon, raggiante, esce dalla cabina e mi fa un gesto perché io lo raggiunga:
«Tutto a posto. Adesso sanno con chi hanno a che fare. Non chiedono più anticipi. Non so ancora quanta merce ti daranno. Deve parlare ai suoi amici del cartello. Gli ho detto che Mario Calderon aspetta un gesto di buona volontà da parte sua. Gli ho detto: “informati su di me presso gli ambienti che contano, quelli che hanno fatto la storia della Colombia, e vedrai cosa ti diranno”. Non sapeva cosa rispondere. “Va tutto bene, don Mario” ha balbettato, “stia tranquillo, darò istruzioni ai miei ragazzi”.»
Poi Calderon si dirige verso il “ragazzo” e dice, con calma, a Joselito:
«Ormai la tua vita mi appartiene. Mi devi ringraziare se hai ancora la testa sulle spalle.»
[…]
Mario Calderon , invece, ha fretta di concludere l’affare.
«Chiudiamo con i 30 chili» mi dice. «È un ottimo affare, un gioco da ragazzi. Bisogna solo risolvere il problema del trasporto. Prestami Philippe e uno dei tuoi uomini. Vado a Madrid e ti porto la droga.»
«Mario» gli rispondo «il trasporto non è un problema. Guarda.»
Aziono il meccanismo di apertura del compartimento segreto. Mario Calderon è meravigliato. Non ha mai visto un nascondiglio così perfetto.
«Mario, se dovesse andare male, se Guillermo non fosse colui che crediamo, io perdo tutto: te, Philippe e questo gioiellino. Quest’auto ci serve per trasportare il denaro all’andata e la droga al ritorno. Capisci?»
Calderon non mi sta nemmeno ascoltando.
«Santa Madre di Dio. Da noi un trucco simile vale una fortuna. Almeno 100.000 dollari, solo per il meccanismo. Si può adattare a qualsiasi auto? È una miniera d’oro!»
«Certo! Se te l’ho mostrato è per farti capire cosa ho da perdere. Se perdo l’auto, perdo tutto.»
«Non conosco bene Guillermo. È Federico che me l’ha presentato. Rispondo di Federico con la mia testa, per Guillermo non lo so.»
«Allora andiamoci piano. Ci faremo i 30 chili quando saremo sicuri che tutto è OK. Al minimo dubbio molliamo tutto e ci concentriamo sull’affare di Amburgo.»
[…]
A partire da ora, sono più di un amico per Mario Calderon; faccio parte della famiglia, e per sottolinearlo il boss colombiano ora mi chiama “zio”. Lo riferisce anche ai suoi interlocutori colombiani. Un modo per sottolineare la mia importanza, ma anche di risponderne personalmente, mettendo così in gioco la sua vita. In tutta la mia vita d’infiltrato non ho mai incontrato un criminale della sua specie: assassino e seduttore nello stesso tempo. La violenza è ben visibile sul suo viso ma è sempre elegante e impeccabile. Se si concede, se si fida, allora non ci sono più segreti. Diventa così, suo malgrado, un informatore molto prezioso. Grazie a lui, dopo qualche mese uno dei principali cartelli della droga colombiani non ha più segreti per me. È arrivato il momento si segnare un altro punto portando Calderon sul mio territorio.
«Ne ho piene le scatole di Losanna, vieni, andiamo a rilassarci in campagna per qualche giorno» dico a Mario. «Ti mostrerò un gran bel posto.»
Situato non lontano da Locarno, in piena campagna, l’hotel Sogno è una struttura a cinque stelle composta da bungalow immersi in un giardino dove dominano piante esotiche, con due ristoranti, due piscine, campi da tennis e perfino un piccolo zoo. I proprietari sono amici di vecchia data che sono al corrente delle mie “attività”. Quindi non sono sorpresi di vedermi arrivare sotto il falso nome di Pierfranco Bertoni e accompagnato da un vero colombiano. Mi accolgono come se fossi a casa mia. Non temo nessun imprevisto. Da molto tempo i figli dei proprietari hanno l’abitudine di chiamarmi “zio”, mentre i loro genitori mi danno del “caro socio”.
Appena arriva nella sua camera, Mario Calderon chiama a Madrid il suo socio Federico Quesada. Come tutti i clienti dell’albergo, ha una linea diretta. Niente di più facile da ascoltare.
«Ola, Federico. Sai bene del bordello che è successo nell’hotel di Losanna. Se non ci fosse stato il mio socio Bertoni, sarebbe potuta finire molto male. Tutto a causa di quell’idiota. Che idea quella di partire senza pagare il conto! Fai attenzione, sono sicuro che lavora per la polizia. Non lo dimenticherò mai, un giorno o l’altro quel tipo avrà bisogno di un trattamento speciale.»
«Sì, un piccolo trattamento alla colombiana.»
«Federico, sono nell’albergo del mio socio. Non ho mai visto un posto come questo. Come minino vale decine di milioni di dollari. Il mio socio è veramente forte, molto forte. Dovresti vedere come lo ricevono da queste parti, come un re. Federico, devo parlare a Junior.»
Junior, cioè Escobar Junior, il figlio di Severo Escobar Ortega.
«Nessun problema. Ti ricordi del grosso? È lui che tiene i contatti. Bisogna passare da lui. Arriva in Europa domani o dopodomani; ti farò sapere.»
Poi, ancora entusiasta, Calderon telefona ad uno dei suoi soci a Bogota, Gustavo Lopez:
«Sono in società con una persona molto importante, qualcuno molto serio. Possiamo dargli l’affare di Amburgo. Niente problemi, faccio io da garante. Mi conosci.»
«OK amico mio. Ti farò sapere quando arriverò in Germania. Partirò da Bogota. Per l’affare, la crociera è composta da 400 colombiani (cioè 400 chili).
[…]
«Zio» mi dice Calderon «è confermato. La cocaina è arrivata al punto franco di Amburgo. 350-400 chili nascosti nel doppio fondo di barili di bile di toro, un prodotto impiegato nell’industria cosmetica. Si tratta di un trasporto perfettamente legale. Uno dei nostri uomini deve arrivare domenica per controllare che non ci siano problemi.»
«Molto bene, Mario, domenica aspetteremo il tuo amico all’aeroporto di Francoforte.»
«Sabato sera un altro dei miei amici di Bogota sarà a Francoforte. Vorrei che tu facessi la sua conoscenza. Orlando è una persona molto importante. L’ho sentito ieri al telefono.»
«Ah sì?» Rispondo, come se non lo sapessi.
«Deve andare ad Amsterdam e poi a Tokyo. Ho approfittato per chiedergli di fare una deviazione a Francoforte per incontrarti. Orlando possiede un grosso deposito di cocaina in Olanda. Così saremo sicuri di avere abbastanza cocaina per soddisfare la domanda.»
«Molto bene, Mario, tu puoi partire domani. Dirò al mio socio Fifi di riservarvi delle camere all’hotel Penta di Wiesbaden, dove siete già stati. Io vi raggiungerò in un secondo tempo. È meglio viaggiare separatamente.»
«C’è solo un problema. Preferirei partire dopodomani per Francoforte. Domani devo incontrare un amico che non vedo da molto tempo, un italiano che ha vissuto parecchio tempo in Colombia. Anche lui potrebbe tornarci utile.»
«Nessun problema, ma fai attenzione ai tuoi amici. Hai visto cos’è successo a Losanna. Non voglio sbirri qui.»
«Non ti preoccupare, lavoro con lui da parecchio tempo.»
[…]
Ne prendo nota prima di recarmi al ristorante dell’Holiday Inn per incontrare Mario Calderon e il suo amico Orlando Fonseca Rivera, appena arrivato da Bogota. A vederlo si direbbe un distinto uomo d’affari. I suoi modi raffinati, il suo portamento, i suoi abiti perfettamente confezionati nascondono l’uomo di fiducia di José Santacruz Londono, capo del cartello di Cali, un cartello della droga più discreto ma anche più pericoloso del suo rivale di Medellin. Mario Calderon ha preparato il terreno, e lo ha fatto così bene che l’uomo d’affari parla a ruota libera:
«Si parla molto di te, ed in bene, in Colombia. Sono fiero di conoscere lo zio del mio amico Mario. È un onore fare affari con te. Forse saprai già che possediamo un grosso deposito vicino ad Amsterdam. È il nostro stock principale per l’Europa. Puoi avere tutta la merce che desideri. Tu sei uno dei nostri, ti faremo delle condizioni vantaggiose. Avevamo circa 2 tonnellate di merce; ora ce ne rimangono 100 chili. Se li vuoi, manda uno dei tuoi ad Amsterdam. Deve solo noleggiare un’auto, prendere una camera in albergo e telefonare ad un numero che ti darò. Uno dei miei uomini passera a prendere l’auto e la riporterà con i 100 chili. Per quanto mi riguarda possiamo farlo anche domani. Per il pagamento non ci sono problemi. Indicherò a Mario come, dove e quando dovrà essere effettuato. Se preferisci aspettare l’inizio dell’anno prossimo, avremo a disposizione due altre tonnellate di cocaina di eccellente qualità. La droga arriverà con un carico di succhi di frutta freschi. Lavoriamo con una famiglia che controlla una delle più importanti imprese produttrici di succhi di frutta del continente.»
Si tratta della famiglia Grajales – legata al cartello di Cali – uno dei bersagli prioritari della DEA. Conosco bene questa famiglia per aver partecipato, nel 1988, ad un’operazione d’infiltrazione condotta dalla DEA in Italia e in Svizzera. Dopo aver incontrato a più riprese i suoi rappresentanti in Europa, ho fatto sequestrare 150 chili di cocaina nel porto di Genova e di Livorno.
Il sogno di ogni agente infiltrato sta per realizzarsi. Mi trovo nel cuore di uno dei più grossi cartelli della droga del pianeta, parlando da pari a pari, da grosso cliente a fornitore, con uno dei suoi dirigenti. Bisogna prendere una decisione. Mi giro verso Calderon e gli domando cosa ne pensa:
«Ascolta, zio» mi dice. «Direi che non vale la pena scomodarsi per 100 chili. Adesso siamo sicuri che la merce ci sarà. Tra qualche mese potremo concludere un affare importante. Zio, aspettiamo che arrivi il grosso carico, in questo modo avremo tutto il tempo per prepararci nel migliore dei modi. Visto che l’amico Fonseca è d’accordo di rifornirci di tutta la merce che abbiamo bisogno, possiamo contattarlo in qualsiasi momento. D’altronde siamo già impegnati con un altro importante affare. Direi di finire quello che abbiamo cominciato prima di buttarci in altre attività.»
Non avrei potuto dire di meglio.
Il mattino del 18 settembre Orlando Fonseca Rivera, dopo averci abbracciato, prende congedo. Ha un appuntamento in Olanda prima di partire per Tokyo. Mi dà il suo biglietto da visita che riporta due indirizzi: uno a Bogota e uno ad Amsterdam.
Qualche ora dopo aver lasciato Orlando Fonseca Rivera telefono ai miei colleghi olandesi e li informo dettagliatamente dell’inchiesta in corso. La presenza di un deposito con 2 tonnellate di cocaina, regolarmente alimentato, nel porto di Amsterdam  dovrebbe eccitarli. Ingenuamente ho pensato che unendo i nostri sforzi a quelli del BKA, potremmo istituire quella che gli americani chiamano una task force, una squadra speciale composta da differenti corpi di polizia europei.
Hasler, il mio collega del BKA, condivide il mio punto di vista. Mi aspettavo una reazione immediata dai miei omologhi olandesi. La loro risposta non è decisamente all’altezza delle mie informazioni: capisco subito che il collega olandese all’altro capo del telefono non crede ad una sola parola di quanto riferito. Per ufficializzare la cosa, Hasler invia un telex alla polizia olandese. Nessuna risposta.
[…]
«La merce, 390 chili, ci aspetta dentro 15 barili di bile di toro nel punto franco di Amburgo. Ma ci sono alcuni problemi. Abbiamo incaricato Jürgen Metz, un tedesco sposato con una colombiana, di occuparsi dello sdoganamento e di trovare un posto dove scaricare la merce. Gli ho dato 50.000 dollari per occuparsene e non ha fatto nulla.»
«Non ci resta che ammazzare lui, sua moglie e il loro bambino.» Suggerisce Mario Calderon.
«Impossibile, Metz è in possesso dei documenti per sbrigare le pratiche doganali e si rifiuta di restituirceli. Lo incontriamo domani all’hotel Ramada di Amburgo.»
«Non preoccupatevi» dico loro intervenendo nella discussione. «lasciate fare a me.»
A dire il vero, non ho nessun piano, ma l’assassinio non rientra nel margine di manovra che sono disposto a concedergli.
L’indomani, dopo un viaggio di 900 chilometri in macchina, Calderon, Ortiz, Lopez ed io incontriamo Metz al bar del Ramada. Due dei miei uomini, agenti svizzeri che impersonano le mie guardie del corpo-autisti-tuttofare, prendono posto in un altro tavolo. Metz è già quasi ubriaco. Ne approfitto per ubriacarlo del tutto a colpi di Whisky. Effettivamente non ha combinato nulla e non ha alcuna intenzione di consegnarci i documenti necessari per le pratiche doganali.
«Mi occuperò di tutto domani» dice balbettando. «Prendiamo i barili, ci fermiamo al bordo di una strada, scarichiamo i sacchi e ci separiamo.»
I tre colombiani non aprono bocca. Hanno l’aria inquieta. Il viso di Mario Calderon si fa ancora più duro. Ci posso leggere le sue intenzioni omicide. Per stemperare la tensione scoppio a ridere e appoggio una mano sulla spalla di Metz:
«Ok, amico mio, faremo come dici tu. Ma per il momento tu torni all’hotel, ti fai una doccia e vai a dormire.»
Ad un cenno i miei due angeli custodi si alzano e si avvicinano a Metz. Difficile resistergli. Il primo misura circa due metri, il secondo è un ex campione svizzero di atletica.
«Vieni con noi.»
«Io non vado da nessuna parte!» Inizia ad urlare Metz. «Vi tengo per i coglioni. Voglio il resto dei miei soldi adesso!»
I miei due uomini lo prendono per le braccia, lo sollevano e lo portano fuori dal ristorante. Due ore dopo ritornano con i documenti. Hanno dovuto fingere di strangolarlo, mentre erano in macchina, per ottenere il suo numero di camera e poi, una volta arrivati sul posto, hanno finto di buttarlo dalla finestra per farlo cooperare. L’umore dei colombiani cambia in meglio.
«Zio, i tuoi uomini avrebbero dovuto ucciderlo. Dovevano lanciarlo dalla finestra. È un traditore, ci consegnerà alla polizia.»
«No, Mario, i miei hanno agito bene. Sarebbe stato troppo pericoloso buttarlo dalla finestra. Troppi testimoni li hanno visti salire con Metz. Non è il caso di attirare l’attenzione degli sbirri.»
[…]
I 15 barili vengono caricati su un furgone a noleggio che prende poi la strada per Stoccarda, seguito da due auto con noi a bordo. Arriviamo a Stoccarda verso le 21.30, dopo un viaggio di 900 chilometri. Il BKA ha fatto le cose in ordine. Il garage si trova fuori da un piccolo villaggio nella campagna, lontano da occhi e orecchie indiscrete. O quasi. Il BKA ha imbottito il posto di microspie e telecamere. Infiliamo guanti e tute di lavoro e, fortunatamente, ci sono attrezzi utili per il nostro lavoro. Prima dobbiamo aprire i bidoni, svuotarli del loro contenuto maleodorante e, infine, tagliare il doppio fondo. Mario Calderon è il più accanito. Qell’uomo è dotato di una forza impressionante. Io mi assento un istante per ascoltare il miei messaggi. Dora Halmen conferma che avrà qualche chilo di noccioline per me entro pochi giorni. Vedremo.
Il mattino seguente, dopo una notte breve in un albergo della regione, riprendiamo il nostro lavoro in un’aria appestata dalla bile di toro. I primi doppi fondi sono aperti. Gustavo Lopez viene da me, tutto fiero, con un pacchetto in mano. Come un enologo canta le lodi di un gran vino, mi presenta le caratteristiche della sua merce. Con occhio da buongustaio mi indica la regione della Colombia dalla quale proviene, il modo in cui è stata raffinata e la sua composizione. Non l’ho mai visto così sveglio di quando mi annuncia con una certa fierezza:
«È pura al 95%.»
«La prendo tutta.» dico con espressione ingorda. «Pago in contanti.»
«Lo sai che non è possibile. Lo farei volentieri ma ho già venduto 190 chili a degli italiani che devono venire a ritirarla qui a Stoccarda. Arrivano da Bruxelles. Hanno la mia parola. Li conosco bene, non è la prima volta che faccio affari con loro. Quella è gente che non scherza.»
«Ok, scusa se ho insistito. Ti devo quindi 5 milioni di dollari per i 200 chili. Dove e come preferisci essere pagato? Vuoi i soldi qui?»
«No, devi aprirmi un conto in Svizzera. Tra due giorni devo consegnare i 190 chili agli italiani in cambio di 4.750.000 dollari. Vorrei che tu me li portassi in Svizzera. Li verserai sul mio conto e poi trasferirai il tutto su un conto a Miami.»
«Nessun problema. Posso versare il denaro sul conto di una delle mie società in Svizzera e trasferirli ad una banca di tua scelta a Miami. Se vuoi, i miei uomini possono venire a prendere i soldi a Bruxelles e trasportarli in Svizzera a bordo di un veicolo.»
Un sorriso raggiante trasforma il viso di Mario Calderon che interviene:
«Sei in ottime mani. Conosco i sistemi di trasporto di mio zio. Ho promesso di non parlarne, ma non ho mai visto niente di simile. Non scopriranno mai i tuoi soldi.»
4.750.000 dollari che si aggiungono a quelli che sequestreremo. Con un po’ di fortuna potremmo anche arrestare gli italiani di Bruxelles.
Rimane solo un problema. Capisco quale sia vedendo i miei tre colombiani confabulare in fondo al garage. Dopo qualche minuto Mario Calderon viene verso di me:
«Zio, abbiamo discusso del destino di Jürgen Metz. È un traditore. Troppo rischioso lasciarlo in vita. Sa tutto. Ci ha già traditi una volta e vedrai che lo farà ancora. Far venire dei sicari dalla Colombia richiederebbe troppo tempo, ed è urgente! Lo ammazzerò io. Lo chiameremo e gli diremo di venire in questo garage. Gli dobbiamo ancora dei soldi. Lo ammazzerò con una spranga, taglierò a pezzi il cadavere e lo metteremo in uno dei barili. Salderò il coperchio con la fiamma ossidrica e lo butteremo da qualche parte. In seguito faremo ammazzare la sua famiglia: sua moglie e il loro bambino.»
So che è in grado di farlo. In passato, a Bruxelles, è stato arrestato per percosse gravi e intenzionali. Che fare? Arrestarli ora? È troppo presto. Calderon è troppo importante pensando alle prossime fasi dell’operazione: la possibilità di localizzare il deposito di Orlando Fonseca Rivera in Olanda e quello di Severo Escobar IV Garzon in Spagna. Non dimentico nemmeno che tra qualche giorno gli italiani arriveranno per ritirare i loro 190 chili di cocaina. Non ho nemmeno intenzione di arrestare Metz. Correrei il rischio di far fuggire Orlando Fonseca Rivera ed Escobar Junior. Devo guadagnare tempo.


RECENSIONI

Un nuovo «j’accuse» di Cattaneo
L’ex infiltrato della polizia annuncia un secondo «scottante» libro

L’ex commissario Fausto Cattaneo ed ex infiltrato nella malavita organizzata dedita al traffico di droga torna sulla scena e lancia un nuovo «j’accuse» con un secondo libro. Le anticipazioni sono contenute nel capitolo inedito del primo libro di Cattaneo (“Operazioni sotto copertura – Come ho infiltrato i cartelli della droga”, editore Capelli di Mendrisio).
L’edizione italiana, che esce nove anni dopo quella francese, è stata presentata ieri sera a Mendrisio, dallo stesso Cattaneo, dal consigliere agli Stati Dick Marty e dal prof. Nicolas Giannakopoulos, presidente dell’Osservatorio criminalità organizzata di Ginevra; moderatrice la giornalista Franca Verda Hunziker.
l capitolo inedito (Nove anni dopo…) parte dall’inchiesta e dalla condanna dell’avvocato Francesco Moretti, che durante la serata Cattaneo ha definito un esempio di come la malavita sappia infiltrarsi nelle istituzioni.
Le accuse sono pesanti contro il comandante della Polizia Romano Piazzini, amico di Moretti quand’era avvocato, l’avv. Elio Borradori, l’ex deputato Gianfranco Cotti quale presidente, ai tempi, della Fimo, pesantissime contro Carla Del Ponte, sempre per il caso Fimo e per l’indagine sullo stesso Cattaneo, come pure contro l’ex p.p. Luca Marcellini e l’avv. Luisa Gianella-Brioschi quali ex membri del Consiglio della magistratura, e contro il p.g. Bruno Balestra, per il processo all’ex agente.
Secondo Dick Marty, Fausto Cattaneo è attendibile: «Per le inchieste da me fatte, il libro è fedele alla verità; non c’è dunque motivo di ritenere che l’altra parte del libro non lo sia».
Fabio Pontiggia, Corriere del Ticino 05.06.2010


Da Mato Grosso a Cartagine:
Cattaneo scrive ancora
Esce la versione italiana del libro dell’ex commissario e infiltrato. Con un nuovo capitolo.

Un nuovo capitolo, che potrebbe non essere l’ultimo: sì, perché con ogni probabilità ci sarà sul tema un secondo libro.
A nove anni dalla prima uscita, avvenuta in Francia per le Edizioni Albin Michel, esce ora la versione italiana di “Comme j’ai infiltré les cartels de la drogue”. Titolo: “Operazioni sotto copertura. Come ho infiltrato i cartelli della droga”. Autore Fausto Cattaneo, l’ex commissario della Polizia cantonale protagonista di diverse importanti inchieste “mascherate” – sotto copertura, appunto – su narcotraffico internazionale e riciclaggio. Il libro – Gabriele Capelli Editore – è stato presentato ieri sera al centro scolastico Canavee di Mendrisio (sala gremita).
Con Cattaneo c’erano il consigliere agli Stati e già procuratore pubblico Dick Marty, il professore di scienze politiche e presidente dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata (Oco) di Ginevra Nicolas Giannakopoulos e la giornalista Franca Verda Hunziker. Nella traduzione italiana c’è un capitolo in più (“Nove anni dopo…”), che Cattaneo conclude annunciando la probabile pubblicazione di un secondo volume. «Che sarà sostanzialmente il seguito del primo: in questi nove anni ho continuato le mie ricerche scoprendo cose interessanti e scottanti riconducibili sempre alla inchiesta “Mato Grosso”, defunta purtroppo prematuramente.
Non aggiungo altro», ci dice Cattaneo, in pensione dalla fine del 1994: «Se tutto andrà bene, il nuovo libro uscirà al più tardi nella primavera del 2011».
“Mato Grosso: così era stata battezzata una delle operazione cui aveva partecipato, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, l’allora commissario della Cantonale quale agente infiltrato. Un’operazione su un vasto traffico di cocaina tra il Sud America, gli USA e l’Europa con riciclaggio dei proventi anche in Svizzera. Un’operazione, scrive Cattaneo nel nuovo capitolo, rimasta “incompiuta”. L’inchiesta, prosegue l’ex commissario, aveva permesso di raccogliere “un’impressionante serie di dati investigativi di peso che, se adeguatamente sfruttati, ci avrebbero portati nelle alte sfere del crimine organizzato”.
La “Mato Grosso”, si legge ancora, “toccava da vicino un gran numero di Paesi, in primis gli Stati Uniti i cui funzionari istituzionali (DEA, FBI e CIA), con la complicità di colleghi di altri Stati, Svizzera compresa, hanno avuto un ruolo determinante nel distruggerla per raggiungere altri obiettivi.
Gelosie, invidie, vecchi rancori e la forte ricerca di facili successi investigativi di taluni e perniciosi atteggiamenti di altri, hanno fatto il resto”.
Secondo Cattaneo, “esatta fotocopia” della Mato Grosso sarebbe, “nella sostanza”, un’altra grossa inchiesta. Quella denominata Cartagine, legata al maxisequestro, nel marzo 1994, di oltre 5 tonnellate di coca colombiana nei pressi di Torino.
Nel settembre di quell’anno venne aperto in Ticino un procedimento per riciclaggio. L’inchiesta, di cui si sono occupati più pp, non è mai approdata davanti a una Corte d’assise. Eppure si parlava di un presunto riciclaggio di 27 miliardi delle vecchie lire.
LaRegioneTicino, 05.06.2010


Ticino Connection: di tutto e di più

In occasione della presentazione della edizione italiana del suo libro “Operazione sotto copertura. Come ho infiltrato i cartelli della droga” l’ex commissario della polizia ticinese Fausto Cattaneo preannuncia nuove rivelazioni sui legami fra criminalità organizzata e la piazza finanziaria ticinese.
Ci sono voluti nove anni prima che il libro di Fausto Cattaneo uscisse anche in italiano. Non ci vuole molto a indovinare il perché. Il Ticino di Fausto Cattaneo non è il Ticino dei boccalini, delle rilassanti gite in montagna e degli alberghi a cinque stelle.
E non è neppure un Ticino popolato da politici lungimiranti, da magistrati integerrimi e banchieri onesti ed efficienti. È invece un Ticino inquietante, crocevia di loschi traffici, dove gli alberghi a cinque stelle diventano il luogo di ritrovo degli emissari della criminalità internazionale, e dove studi legali, banche e società finanziarie servono ai trafficanti di droga a nascondere l’origine dei loro guadagni.
L’edizione italiana del libro, pubblicata dall’editore Capelli di Mendrisio, è stata presentata dallo stesso Cattaneo, dal consigliere agli Stati Dick Marty e dal prof. Nicolas Giannakopoulos, presidente dell’Osservatorio criminalità organizzata di Ginevra. La giornalista Franca Verda Hunziker, moderatrice della serata, ha messo in evidenza l’originalità della testimonianza di Cattaneo, che non propone solo un resoconto sulle indagini svolte, ma svela anche i risvolti umani e meno conosciuti di questo tipo di operazioni.

Nuove rivelazioni

In un nuovo capitolo, che prefigura le tematiche che verranno approfondite nel suo prossimo libro, Fausto Cattaneo abbandona l’ambiente dei voli intercontinentali e dei boss dai nomi esotici per avvicinarsi a personaggi dai nomi familiari, protagonisti della vita politica ed economica locale.
La lista è lunga. Si passa dall’ex consigliere nazionale Gianfranco Cotti, all’attuale capo della polizia Romano Piazzini, agli avvocati Luisa Gianella-Brioschi ed Elio Borradori, Non si salvano nemmeno magistrati come Carla Del Ponte o Bruno Balestra.
Il punto di partenza è l’ultima inchiesta svolta da Cattaneo, l’operazione “Mato Grosso”, che aveva come obiettivo di colpire i cartelli brasiliani della droga. Portata avanti fra mille difficoltà, questa inchiesta ha poi portato alle dimissioni di Cattaneo dalla polizia nel 1994. Secondo Cattaneo, questa inchiesta, rimasta incompiuta, è un esempio di come “gelosie, invidie, vecchi rancori e la forte ricerca di rapidi successi investigativi” abbiamo contribuito a bruciare un patrimonio investigativo di grande valore.
Nel corso delle indagini erano emersi dei contatti fra personaggi legati alle organizzazioni criminali destinatarie della droga brasiliana e la fiduciaria di Chiasso Fimo SA. Negli uffici di questa società, secondo le testimonianze del pentito Joe Cuffaro raccolte dagli inquirenti americani, e riprese poi dal giudice Falcone, avrebbe lavorato un emissario dei clan siciliani dei Madonia e dei Ciulla. Un’altro caso ricordato da Cattaneo è quello dell’avvocato Francesco Moretti di Lugano, il riciclatore dei soldi della n’drangheta. Casi che secondo Cattaneo, non sono stati approfonditi, e che rappresentano un esempio di “come la criminalità organizzata, ormai da anni, sia infiltrata nelle nostre istituzioni.”

La corruzione è più pericolosa del terrorismo

“L’arresto del ragazzo che ha venduto una dose per pagarsi la sua, o del contadino boliviano che cerca di passare la dogana con un paio di chili di droga, sono fonte di plauso, e aiutano a fare carriera. Ma non appena l’inchiesta si avvicina ai banchieri, ai politici, alle finanziarie, il magistrato comincia ad avere problemi,” ha affermato Dick Marty, ricordando la sua esperienza di procuratore pubblico.
Il principale ostacolo alle indagini va dunque troppo spesso cercato dentro le istituzioni, magari proprio dentro quelle preposte alla lotta contro il crimine e contro le organizzazioni criminali. Corruzione non vuol sempre dire bustarelle. Può voler dire anche chiudere un occhio, lasciar correre in cambio di un favore, cedere all’avidità e alla sete di guadagno, che fanno dimenticare etica e principi morali. Secondo Dick Marty “Non è il terrorismo il pericolo per la democrazia occidentale. Il vero pericolo è la corruzione.” E Cattaneo gli fa eco:“La corruzione è il male di tutti i mali. Non si può lottare contro la criminalità senza lottare contro la corruzione.”

Michele Andreoli , Infoinsubria.com, 06.06.2010


Décriminaliser la distribution de drogue: Dick Marty poursuit le débat

Le conseiller aux Etats tessinois réaffirme sa volonté aux côtés de l’ancien policier spécialiste des cartels Fausto Cattaneo.

«L’idéal serait de décriminaliser le système se distribution de la drogue, pas seulement en Suisse mais partout»: ces propos sont du libéral-radical Dick Marty. L’ancien procureur du Sopraceneri a réaffirmé son credo, appuyé par l’ancien policier spécialiste des cartels Fausto Cattaneo.
Le conseiller aux Etats tessinois présentait vendredi soir à Mendrisio (TI) la version italienne di livre de Fausto Cattaneo, ex-commissaire de la brigade antidrogue de la police cantonale tessinoise, paru en français il y a neuf ans. Présent à ses côtés, l’ex-commissaire infiltré a admis que «ce n’est pas une mauvaise idée».
«Les véritables chefs des trafics internationaux sont des personnalités intouchables, dans la plupart des cas, des politiciens aux hautes fonctions», a déclaré le premier policier tessinois à avoir infiltré les cartels de la drogue, en Europe, aux Etats-Unis, en Amérique du Sud et en Asie, souvent au péril de sa vie.
Fausto Cattaneo avait permis grâce à ses enquêtes, la saisie de plus de sept tonnes de stupéfiants et l’arrestation de centaines de personnes. La présentation de la version italienne de l’ouvrage à été l’occasion de débattre de la dépénalisation du marché mondial de la drogue.

Le démon de la corruption

Pour Dick Marty, lorsque la vente d’alcool était interdite aux Etats-Unis durant la période de la prohibition, la criminalité organisée avait prospéré. «Aujourd’hui, malgré les moyens gigantesques déployés pour combattre le traffic de drogue, les autorités continuent à frapper les petits trafiquants plutôt que les principaux responsables», a ajouté le sénateur tessinois.
Fausto Cattaneo et Dick Marty ont encore évoqué le rôle des gouvernements des pays dans lesquels l’ex-commissaire tombé en disgrâce a enquêté sous couverture, en Europe, Asie, Etats-Unis et Amérique du Sud. Ils ont dénoncé «la corruption omniprésente, le plus grand danger pour les démocraties occidentales».
La corruption est un délit très difficile à punir car il ne fait pas de victime directe, a noté Dick Marty. «Aussi bien le corrupteur que le corrompu violent la loi et ont tous deux intérêt à ne pas parler.»
Avant que l’autobiographie de Fausto Cattaneo ne paraisse dans son canton natal, aux Editions Gabriele Capelli de Mendrisio, un film de metteur en scène romand Dominique Othenin-Girard a été tiré du best-seller en 2008, sous le titre, L’infiltré – Dirty money.
Le livre est avant tout un «J’accuse» dans lequel l’ex-commissaire s’en prend à certains anciens collègues, à la justice tessinoise en place dans les années 80 et 90 et aux autorités cantonales. «Fausto Cattaneo a été traité de façon injuste par les autorités tessinoises», a appuyé Dick Marty. L’ex-procureur a rendu hommage au courage et à la détermination de ce flic de terrain.
Agé aujourd’hui de 67 ans, Fausto Cattaneo est tombé en disgrâce en 1993, après l’affaire «mato Grosso», un trafic international de cocaïne du Brésil vers l’Europe et dans lequel l’ex-commissaire dévoilait l’implication du groupe Fininvest de Silvio Berlusconi.

Le Temps, 07.06.2010, ATS


“La ndrangheta infiltrata anche in Ticino”
L’esperto ci spiega la… cosa nostra
Il prof. Giannakopoulos a Mendrisio: “I media? Devono parlarne”

Droga, corruzione, magistratura, criminalità organizzata, agenti infiltrati.
Questi i temi affrontati venerdì sera al Centro scolastico Canavee durante la conferenza per la presentazione di Operazioni sotto copertura, la eclatante testimonianza di Fausto Cattaneo. Al termine della serata abbiamo avvicinato Nicolas Giannakopoulos, presidente dell’Osservatorio criminalità organizzata di Ginevra e uno dei massimi esperti in materia di corruzione e criminalità organizzata.
La corruzione è un fenomeno che tocca anche il nostro Cantone?
«Non sono ticinese e perciò non seguo il rapporto dettagliato delle inchieste. I tre centri svizzeri per la criminalità organizzata internazionale sono Zurigo, Ginevra e Lugano; attorno a cui ruota un retroscena con altri piccoli centri. Il Ticino, talvolta, sembra il retroscena di Milano e ci si può imbattere nelle stesse cose che si trovano a Zurigo. Magari in maniera diversa, ma non minore.»
E a livello politico, c’è corruzione?
«Ora non lo so. In passato però l’ho vista (ha abitato nel nostro Cantone per diversi anni, ndr.). Se per corruzione si intende anche favorire “amici”, per esempio negli appalti, o avere conflitti d’interesse, allora c’è. E in mente avrei diversi esempi. Diciamo quindi che oggi come oggi in Ticino mi stupirei se non ci fosse corruzione a livello politico.»
La ndrangheta, così come le altre mafie, sono qualcosa che noi ticinesi dobbiamo considerare “cosa non nostra”?
«No. È una cosa che ci riguarda. E anche seriamente. Io sono a conoscenza, nella mia regione, di diverse persone legate a ndrangheta, camorra o ad altri gruppi criminali italiani e non italiani. Mi sembra però che le istituzioni affrontino il problema in maniera seria.»
Quale può essere il ruolo della stampa nel combattere questo fenomeno?
«Parlarne, dire la verità senza farsi manipolare. La manipolazione dei media è un grande problema. Bisogna pubblicare testimonianze come quella di Cattaneo e i giornalisti devono avere il talento di rendere la storia affascinante».
Ci vuole anche coraggio da parte dei giornalisti?
«Il coraggio non è tanto il giornalista a doverlo avere. Ho incontrato diversi giornalisti che ne hanno. Tutto però è nelle mani delle redazioni. È una sorta di catena e ogni anello deve dimostrare di avere coraggio. Il vero problema oggi è però la manipolazione delle notizie. Occorre inoltre assumere un comportamento da professionisti e non prendere tutte le voci per fondate».
La droga, se ne è parlato stasera, ha un legame inscindibile con la criminalità internazionale. In Ticino si è passati dalla lotta ai canapai, alla crociata contro i giovani che consumano marijuana.
«La droga è un problema complesso. Sono contrario alla liberalizzazione del mercato, ma favorevole alla depenalizzazione. Soprattutto per quanto riguarda il consumo e il possesso: chi usa queste sostanze va trattato come un ammalato che ha bisogno di aiuto. E come società abbiamo il dovere di aiutarlo. Le azioni di magistratura, come per esempio controllare i giovani fuori dalle scuole, servono invece solo a migliorare le statistiche dei procuratori, a far risultare che hanno fatto tante indagini. Si tratta di azioni tanto facili, quanto inutili. È una cosa idiota! Non è una politica né di sicurezza, né sanitaria, né antidroga: si punisce il consumo e si lascia tranquilla la produzione. Non è un bene che i giovani consumino la canapa, ma occorre chiedersi perché lo fanno».

POL, LaRegioneTicino, 07.06.2010


Tato contro tutti, i contorni di un libro che scotta

«Ho lottato non solo contro i trafficanti di droga internazionali, ma anche contro il sistema della procura ticinese, in particolare l’allora procura sottocenerina, che nei miei confronti provava odio e invidia». Parole forti quelle pronunciate da Fausto Cattaneo, commissario di Polizia in pensione che si fa chiamare “Tato”, nel presentare il suo libro Operazioni sotto copertura, edito, nove anni dopo la sua pubblicazione in Francia, anche alle nostre latitudini. Un ritardo editoriale che conferma come ci si trovi davanti un «libro che scotta», ha sottolineato nell’aprire la conferenza la giornalista Franca Verda Hunziker.
Scotta perché racconta dei rapporti tra le organizzazioni del narcotraffico e il nostro territorio. ma scotta soprattutto perché contiene verità scomode che – ha assicurato Cattaneo – «saranno ancora più eclatanti nel secondo libro, nel quale compariranno diverse autorità ticinesi che avevano rapporti con la malavita organizzata».  Rapporti che l’infiltrato sotto copertura s’è spesso visto costretto a tessere per entrare nei giro del narcotraffico. «Il ruolo dell’agente infiltrato – ha infatti ricordato il consigliere agli Stati Dick Marty – è essenziale per arrivare a colpire il cartello della droga a certi livelli. E nel nostro Paese si è iniziato con Tato ad agire in questo modo». Modus agendi che, per citare solo un esempio, nel 1987 ha portato al sequestro di cento chili di droga a Bellinzona. Tuttavia – ha sottolineato Marty – «il lavoro di agente infiltrato è molto stressante: ti porta ad assumere comportamenti non propri, passando dal bere whisky nei peggiori ambienti a cene negli hotel più lussuosi in compagnia di potenti boss di organizzazioni malavitose. Gli agenti vanno quindi continuamente monitorati e aiutati da un magistrato esterno alla vicenda».
Cattaneo invece si è ritrovato solo, minacciato di morte da diversi boss mafiosi e abbandonato dalle autorità. «Ho pensato al suicidio – ha ammesso – e non mi vergogno a dirlo. Questo libro, che è solo un estratto di 2500 pagine, mi ha però permesso di sconfiggere la depressione». Depressione nella quale è caduto dopo essersi ritrovato abbandonato dalla Patria che – ricorda con orgoglio l’ex commissario – «ho difeso con tutte le mie forze».

POL, LaRegioneTicino, 07.06.2010


L’ ex commissario di polizia Fausto Cattaneo e il suo libro
che fa discutere: «Operazioni sotto copertura».
Lo abbiamo incontrato.

«Sono soddisfatto», così Fausto Cattaneo commenta l’uscita di Operazioni sotto copertura (ed. Gabriele Capelli), pubblicato per la prima volta nel 2001 in Francia con il titolo «Comment j’ai infiltré les cartels de la drogue» (ed. Albin Michel). Di consensi Tato, come lo chiamano gli amici, ne ha raccolti anche con la versione tedesca. «Sono stato invitato spessissimo in Germania per presentare il libro. Per fortuna mastico bene il tedesco…». Parla anche quattro altre lingue questo ex agente infiltrato della polizia cantonale originario di Roveredo (GR), che ci confessa di non essere stupito d’averci messo nove anni per pubblicare il libro nella sua lingua madre. «Non avevo contatti con l’editoria e in Ticino visti i contenuti avevo messo in preventivo che nessuno volesse pubblicarlo». Grazie a un amico francese è arrivato comunque a Albin Michel. Teme guai giudiziari con l’uscita in italiano del libro, che racconta del suo lavoro sotto copertura e dei legami tra mafia, politica e finanza? «È probabile. Già la prima uscita è sfociata in cause ancora aperte e l’edizione italiana comprende un nuovo capitolo».
Resta l’orgoglio, che Cattaneo ci testimonia con articoli di giornale a lui dedicati e un invito fresco di fax a una trasmissione su France 2. «In ogni modo – glielo garantisco – non sono un uomo da palcoscenico». In effetti, considerato che a 68 anni lavora a un secondo libro, sembra piuttosto un instancabile stakanovista, ma chi glielo fa fare? «La voglia di verità. L’ex presidente italiano Carlo Azeglio Ciampi recentemente ha detto: non c’è democrazia senza verità. Comunque non lavoro tutti i giorni, perché è molto faticoso. A volte mi dedico anche ai miei hobby: il ciclismo e la cucina. Sono figlio di una grande cuoca e volevo diventarlo a mia volta». Invece è entrato in polizia.
«Mi occupavo dell’antidroga a Locarno e dovevo mettere in galera persone che avevano bisogno di aiuto. Mi creda: certe volte mi facevo schifo quando mi guardavo allo specchio». Così negli anni Ottanta è entrato in un team di agenti «undercover», che lottavano contro la grande criminalità. «Non è stato facile, ma ce l’ho fatta perché so recitare e ho imparato a sdoppiarmi. Dopo un po’ si è istallato un meccanismo, che scattava sempre al momento giusto. E poi c’è quel motore che mi ha sempre guidato: la voglia di verità». Ci è arrivato vicino e per questo ha ricevuto riconoscimenti internazionali, ma anche tante minacce. «Temo per la mia incolumità e quella di mia moglie. Per questo la porto sempre al lavoro. È una piccola precauzione che mi rende più tranquillo».

Sandro Pauli, Cooperazione n. 24, 15.06.2010


“Operazioni sotto copertura. Come ho infiltrato i cartelli della droga”
Fausto Cattaneo

Fausto Cattaneo, commissario di polizia svizzero, capo del servizio antidroga di Locarno dal 1975, poi direttore del Servizio informazioni sulla droga della polizia svizzera fino al 1992, ci conduce in un’inchiesta sui cartelli della droga in tutto il mondo.
All’inizio degli anni Ottanta, Cattaneo partecipa alla prima grande inchiesta internazionale contro i cartelli della droga, l’operazione Hun, nell’ambito della quale si infiltra nell’organizzazione del trafficante boliviano Roberto Suarez, uno degli uomini più potenti del paese.
Da quel momento Cattaneo ha operato sotto copertura in tutto il mondo: da Chiasso a Bogotà, a Milano, Parigi, Miami… In questo libro l’autore denuncia l’incapacità e la mancanza di coraggio delle autorità inquirenti, nonché il comportamento spesso ambiguo degli stessi poliziotti e informatori.
Le sue inchieste, che hanno coinvolto anche il mondo della politica, denunciandone responsabilità e complicità, hanno suscitato non poche reazioni. Già nel mirino dei trafficanti di droga, Cattaneo, considerato un tempo come uno dei migliori agenti segreti contro il traffico di droga, si è visto progressivamente abbandonato dai suoi stessi superiori e colleghi.
Di fronte alla consapevolezza che, in questa situazione di incompetenza e connivenze da parte delle autorità, la lotta al traffico di droga è inevitabilmente destinata al fallimento, Cattaneo fa emergere tutta la sua frustrazione e la sua sfiducia.
Il libro è stato pubblicato nel 2001 in francese con il titolo originale “Comme j’ai infiltré les cartels de la drogue”; questa versione italiana presenta un capitolo inedito che copre il periodo tra il 2001 e il 2010.

Pickwick.it


Canton Ticino, riflettori accesi sulla “mala”
Il libro “Operazioni sotto copertura. Come ho infiltrato i cartelli della droga”.

L’autore Fausto Cattaneo è un commissario di polizia svizzero pluridecorato.
Chi potrebbe sospettare che anche il vicino Canton Ticino sia stato al centro di operazioni internazionali, quali sequestri di droga, incontri tra potenti narcotrafficanti e teatro di operazioni finanziarie poco chiare?
Leggendo le pagine del recente libro di Fausto Cattaneo Operazioni sotto copertura. Come ho infiltrato i cartelli della droga (Gabriele Capelli editore, pp. 322, 20 euro) si scopre una realtà raccapricciante, narrata con dovizia di particolari dall’autore, commissario di polizia svizzero tra i più decorati della sua generazione.
Le vicende vengono narrate dall’interno, attraverso gli occhi dell’agente infiltrato, che viene a contatto con i cartelli della droga colombiani, la mafia turca, la camorra e la ’ndrangheta.
E si ritrova ben presto solo, abbandonato dai colleghi e perseguitato dai sicari sudamericani.
Le accuse mosse dall’agente, che ha operato in tutto il mondo, ottenendo riconoscimenti da Dea, Fbi, Bka, Interpol e dalla maggior parte delle polizie europee, sono gravissime.
Nel mirino colleghi e anche qualche magistrato. I ruoli di poliziotti, trafficanti e informatori talvolta non sono ben chiari. L’incompetenza si aggiunge alla mancanza di audacia e i giochi politici finiscono per interferire con le indagini. Ma la tenacia di Cattaneo non viene meno, anche a costo di mettere a repentaglio la propria vita, come emerge dall’ultimo inedito capitolo del libro in versione italiana, pubblicato per la prima volta a Parigi nel 2001.
Le inchieste del commissario svizzero non gettano ombra solo sul territorio elvetico, bensì sconfinano nel mondo politico ed economico di Francia e Italia.
E le conseguenze sono pesantissime. La brillante carriera dell’infiltrato inizia la sua fase discendente con l’operazione Mato Grosso, che portò al sequestro di tonnellate di cocaina e all’identificazione di centinaia di conti bancari sospetti in paradisi fiscali. Ma il coinvolgimento di personaggi di spicco, come scrive Cattaneo, fa sì che venga allontanato dai suoi superiori e sia costretto a vivere con 350 franchi svizzeri al mese. Senza, però, essersi lasciato intimidire. Il seguito degli avvenimenti, come lui stesso preannuncia nelle ultime righe del libro, sarà l’argomento di una seconda pubblicazione.

Cristina Fontana, Corriere di Como, Mercoledì 08 Settembre 2010


Fausto Cattaneo, autore di “Operazioni sotto copertura. Come ho infiltrato i cartelli della droga” intervistato da Patrick Vallélian per un servizio sulle ramificazioni della criminalità organizzata in Svizzera.
Il testo che segue è la traduzione parziale dell’articolo apparso il 15.03.2012 su L’Hebdo, a cura di Patrick Vallélian e Clément Bürge. Testo integrale in francese su http://www.hebdo.ch.

MAFIA

La Svizzera impotente
 Di Patrick Vallélian, Clément Bürge, L’Hebdo nr. 11, settimana del 15.03.2012

Fausto Cattaneo osserva la pioggia increspare la superficie del lago Maggiore, vicino a Locarno. Seduto nella sua auto, il poliziotto svizzero – mago delle operazioni sotto copertura all’interno delle mafie di tutto il mondo – ha appoggiato la sua SIG calibro 9 sulle ginocchia. Lui, che ha fatto sequestrare più di sette tonnellate di droga, centinaia di milioni di dollari. Che ha sbattuto in galera centinaia di trafficanti.

Perché “Tato” non ne può più. Abbandonato dai colleghi e dalla moglie, accusato di essere diventato un mafioso a furia di dover e voler assomigliare a loro, licenziato, non riesce più a vedere un futuro. È minacciato. I cartelli colombiani e la mafia italiana vogliono la sua pelle. Sa anche che nessuno gli perdonerà d’aver portato alla luce i legami tra la criminalità organizzata e gli ambienti finanziari elvetici, ma soprattutto di aver causato le dimissioni, nel 1989, della consigliera federale Elisabeth Kopp. La zurighese, quand’era a capo del dipartimento di Giustizia e Polizia apprese che un’inchiesta condotta da Cattaneo riguardava la Shakarchi Trading, una società sospettata di riciclare denaro sporco legato alla “Lebanon connection”. Avvertì suo marito che presiedeva il consiglio di amministrazione. Una telefonata di troppo…

Tato non si è fatto saltare le cervella vent’anni fa. Anche se il sistema lo ha quasi distrutto, ha trovato la forza di rialzarsi. Si è risposato, si è ricostruito una vita e soprattutto ha scritto un libro sulle sue esperienze (“Comme j’ai infiltré les cartels de la drogue”, 2001, Albin Michel; “Operazioni sotto copertura. Come ho infiltrato i cartelli della droga”, 2010, Gabriele Capelli Editore). Un best-seller che gli è valsa un’accusa per violazione del segreto d’ufficio. Ora la procedura è terminata, circa un mese fa, con un non luogo a procedere, ci comunica Cattaneo, seduto a tavola nel suo appartamento, in uno stabile vicino a Locarno. È lì che si è ritirato, felicemente, e che ha appena festeggiato i 70 anni. Al riparo da occhi indiscreti ma sempre sul chi vive. «La criminalità organizzata non mi ha dimenticato» ci dice. Da Locarno continua con il suo lavoro di monitoraggio sull’espansione della mafia in Svizzera. E quello che vede non gli piace. «Il nostro paese è mangiucchiato dai mafiosi. Ma nessuno vuole ammetterlo e non si reagisce. Si preferisce chiudere gli occhi, come ai miei tempi. È una rabbia se penso di aver passato moltissimo tempo a lottare contro il crimine organizzato, d’aver corso enormi rischi e vedere dove siamo arrivati».

Semaforo rosso

Paranoico, Tato? Non esattamente, dato che anche l’Ufficio Federale di Polizia (Fedpol) vede rosso. Nel suo rapporto annuale scrive che le organizzazioni mafiose sono sempre più attive tra San Gallo e Ginevra, Basilea e Chiasso. Perché la Svizzera è un’isola di prosperità che fa da calamita in un mondo toccato dalla crisi economica. «Il nostro paese non è mai stato così attrattivo per la criminalità che approfitta della nostra stabilità politica, economica, finanziaria e monetaria» fa notare Cattaneo.
L’ex poliziotto non si meraviglia nel vedere miliardi di dollari «non proprio puliti» – certe stime parlano di 4/5 miliardi all’anno – affluire nelle casseforti elvetiche, nell’immobiliare, nella ristorazione, nel lusso, nei casino, nei night club, negli alberghi e nei saloni di massaggi. Una tendenza confermata da Stéphanie Oesch, autrice di un libro sulla criminalità organizzata in Svizzera (Die organisierte Kriminalität – eine Bedrohung für den Finanzplatz Schweiz). «Le mafie utilizzano effettivamente le nostre strutture finanziarie», ammette la politologa aggiungendo che la piazza finanziaria elvetica è una delle più regolamentate del mondo. Ma bisogna poter applicare le leggi e poter contare sulla collaborazione internazionale in caso di dubbi. «Come facciamo ad avere fiducia di poliziotti russi o kazaki?» tuona un magistrato. «Sono spesso più corrotti dei mafiosi. E non vi dico dei problemi per recarsi sul posto. Pura illusione.»

Quanto alle banche, nonostante i progressi evidenti dopo le prime grosse inchieste degli anni Settanta, alcune non sono «ancora abbastanza vigili sull’origine dei fondi», dice Fabrice Rizzoli, autore di “Petit dictionnaire énervé de la Mafia”. «E il segreto bancario intralcia ancora troppo la cooperazione giudiziaria». Le mafie sanno districarsi in maniera egregia tra la globalizzazione finanziaria. Loro che sono state pioniere nel servirsi di paradisi fiscali, Trust e altre società fittizie.

Terreno di gioco

In breve, sembrano ormai tramontati i bei tempi quando le mafie cinesi, russe, giapponesi, colombiane, messicane, nigeriane, italiane, turche, bulgare, serbe, kosovare, libanesi, dominicane o giamaicane mantenevano un profilo basso utilizzando la Confederazione solo come piattaforma logistica, paese di transito della droga o paese di ritiro per i criminali e i loro figli, come quelli dei cartelli sudamericani, educati nelle scuole private svizzere.

Oggi la Svizzera è il loro terreno di gioco. Come i Georgiani, i Vory v Zakone, che rubano nelle nostre campagne e città. O come le mafie italiane, ad esempio la ndrangheta calabrese. Un suo capo è stato arrestato nel 2006 in Vallese e un altro pesce grosso nel maggio del 2010. Questo abitante di Frauenfeld dirigeva una delle numerose cellule attive in Svizzera e dedite al traffico di droga e armi – inviate principalmente verso “rivoluzionari” libici e siriani – e al riciclaggio di denaro. Un business che arriverebbe, secondo il Fondo Monetario Internazionale, a più di 2000 miliardi di dollari all’anno a livello globale e del quale anche la svizzera approfitterebbe largamente. «La ndrangheta ha lavato, nel nostro paese, da 5 a 6 miliardi di franchi durante gli ultimi cinque anni», dichiara Stéphanie Oesch.

Mentalità da riciclatori

E allora? direbbero i più cinici. Perché preoccuparsi se queste organizzazioni criminali partecipano alla prosperità nazionale grazie ai loro soldi freschi, anche se sporchi e non mettono a ferro e fuoco il paese come succede in Italia? La Svizzera non conosce certi regolamenti di conti all’italiana che hanno fatto migliaia di morti in Sicilia e Calabria. «È esattamente il discorso che ho sentito spesso negli anni sotto la cupola di palazzo federale, ma anche quando ero procuratore in Ticino nel momento in cui rintracciavo i miliardi che passavano illegalmente la frontiera italo-svizzera», fa notare l’ex Consigliere agli Stati Dick Marty, che ha lavorato molti anni al fianco di Cattaneo come procuratore Ticinese. «I banchieri mi dicevano che questo traffico era normale. Mi hanno addirittura accusato di essere un nemico della piazza finanziaria elvetica.»

Giocare con il fuoco

Quello che, retrospettivamente, fa sorridere il ticinese (che, in altri tempi e altre inchieste, ha denunciato nel 2010 il traffico di organi dell’Armata di liberazione del kosovo): «Noi, Svizzeri, abbiamo veramente una mentalità da riciclatori. Oggi, lo posso dire, la questione mafia non ha mai veramente interessato i partiti e il mondo politico in generale. I miei colleghi in parlamento mi dicevano spesso che questi problemi non li concernevano. Ancora oggi preferiscono appesantire le condanne di piccoli delinquenti piuttosto che perseguire i pesci grossi.» Come se non si dovesse disturbare il business di una parte della piazza finanziaria elvetica. Ma attenzione, questi politici giocano con il fuoco continuando a chiudere gli occhi, denuncia il ginevrino Nicolas Giannakopoulos. «Ma la mia paura è che tutto possa traballare dall’oggi al domani nel sistema mafioso classico, con un ricorso generalizzato al racket delle imprese e commercianti così come il controllo dei voti» s’inquieta il fondatore dell’Osservatorio del crimine organizzato (www.o-c-o.net). «Possiamo immaginare che a breve i mafiosi potranno controllare una parte del territorio elvetico». E mettere quindi la nostra democrazia in pericolo, perché l’obiettivo dei clan sarebbe, dopo aver messo le mani su certi settori dell’economia (come il traffico di vetture d’occasione per gli Hezbollah libanesi o la vendita di Kebab per la mafia turca) quello di tirare i fili della politica.

FBI per favore

Ma cosa fa la polizia? Fa quello che può con i mezzi in suo possesso, risponde Jean-Luc Vez, capo di Fedpol. Uno dei suoi compiti è quello di coordinare la lotta contro le mafie con le polizie cantonali e le unità straniere. «Bisogna dire come stanno le cose. La collaborazione di polizia con l’Italia non ha ancora raggiunto i livelli che abbiamo con la Francia e la Germania. Il nostro trattato di collaborazione deve essere rivisto rapidamente con Roma per darci più mezzi comuni, come la possibilità di controllo e inseguimento transfrontaliero.» Il direttore di Fedpol ha incontrato l’anno scorso il suo omologo italiano, il Capo della Polizia di Stato, per avviare la procedura di revisione di questa convenzione. Il dossier dovrebbe avanzare nei mesi a venire.

Un primo passo nella giusta direzione, dice Stéphanie Oesch che spinge anche lei per un rafforzamento della legislazione (l’articolo 260ter del Codice penale, che definisce il crimine organizzato, è unanimamente considerato insufficiente) sulla cooperazione internazionale reclamando più mezzi sul terreno per gli inquirenti svizzeri così come su internet contro la cybermafia. Fausto Cattaneo va oltre. Propone la creazione di una vera squadra di specialisti, di James Bond sul modello dei superpoliziotti italiani. «Hanno semplicemente più di 20 anni di vantaggio su di noi», fa notare l’ex commissario. «Ci serve una FBI svizzera che si occuperebbe di lottare contro il crimine organizzato. Oggi poche inchieste vanno a buon fine. La polizia giudiziaria federale ci dedica un terzo del suo tempo». Nicolas Giannakopoulos si rammarica per la mancanza di statistiche nel campo della criminalità organizzata.
Questa FBI avrebbe più mezzi per infiltrare le bande, come Fausto Cattaneo negli anni Ottanta. Ma potrebbe anche proteggere i testimoni e i collaboratori di giustizia, i famosi pentiti. «Occorre un vero e proprio cambiamento di mentalità», aggiunge l’ex poliziotto che denuncia casi di corruzione nel nostro sistema giudiziario.

Gaffe incredibile

Un cambiamento in profondità che vale per giudici e magistrati. «È semplice, non siamo formati nella lotta contro il crimine organizzato» testimonia un giovane magistrato romando. Questo dipende da chi si reca oppure no a seguire i corsi del “Institut de lutte contre la criminalité écomonique de l’Université de Neuchâtel”, l’unico specializzato in questo campo. Ma la cosa più deplorevole è che i nostri capi non ci spingono ad indagare sul crimine organizzato. Ci chiedono soprattutto di fare numero, arrestando piccoli delinquenti. Si preferiscono i piccoli pesci ai grandi.»
E non è certo il Ministero Pubblico della Confederazione (MPC) che preoccuperà la malavita organizzata. Ha appena ricevuto una sberla storica dopo il fiasco del processo alla mafia detta “delle sigarette”. Dovrà rivedere il materiale della sua inchiesta durata dieci anni contro 13 presunti membri della ndrangheta, attivi dal 1994 nel traffico d’armi e di droga così come nel riciclaggio di denaro lungo l’asse Zurigo-Ticino-Italia. Alla fine di febbraio, il Tribunale penale Federale a Bellinzona ha rispedito al mittente l’atto d’accusa. Motivo: alcuni diritti della difesa sono stati violati durante l’audizione di testimoni a carico e per “irregolarità essenziali”.
«Si tratta di una gaffe incredibile che meriterebbe dei licenziamenti» sottolinea Dick Marty. Ma, allo stesso tempo, come volergliene alla squadra del MPC? Le autorità politiche hanno assunto magistrati spesso senza esperienza, troppo giovani e spesso formati male. Purtroppo, l’appartenenza politica del candidato conta troppo spesso più delle qualità professionali e personali.»
E il ticinese che aveva denunciato le prigioni segrete della CIA nel quadro di un’inchiesta per conto del Consiglio d’Europa, chiede anche lui una profonda riforma per lottare meglio contro le mafie. «È tempo che la Svizzera si doti di solide strutture. Non ci possiamo più permettere i giochetti.» A questo prezzo, e solo a questo prezzo, il Consiglio Federale potrà assicurarsi che il denaro nelle nostre banche sia bianco come la neve. Perlomeno è quanto promette. Ma saprà ascoltare l’appello di Fausto Cattaneo, Dick Marty, Nicolas Giannakopoulos e altri?
Staremo a vedere.

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